Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Con questo articolo si conclude la serie di approfondimenti dedicata alla diretta “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Nel corso delle settimane abbiamo affrontato, un tema alla volta, le principali idee che compongono il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’obiettivo, però, non è mai stato quello di limitarsi ad una riflessione teorica.
Ogni paradigma ha senso soltanto se è in grado di tradursi in proposte concrete.
Nel corso della diretta ho illustrato una serie di possibili riforme che, a mio avviso, potrebbero contribuire a modernizzare il diritto dell’immigrazione italiano.
Tra queste:
superare una visione esclusivamente economicista dell’immigrazione;
rendere realmente operativo l’Accordo di integrazione;
verificare periodicamente il livello di integrazione raggiunto;
fare dell’integrazione il principale presupposto della permanenza nel territorio nazionale;
ripensare il sistema dei decreti flussi;
istituire una Polizia dell’Immigrazione specializzata;
creare un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione;
utilizzare strumenti amministrativi capaci di rendere effettive le decisioni dello Stato;
aprire una riflessione sul rapporto tra cittadinanza e integrazione;
avviare un dibattito sull’introduzione del dovere di integrazione tra i principi fondamentali del nostro ordinamento.
Si può condividere o meno ciascuna di queste proposte.
Ciò che ritengo importante è aprire finalmente una discussione diversa rispetto a quella che ha caratterizzato gli ultimi decenni.
Per troppo tempo il confronto pubblico si è limitato ad alternare politiche di maggiore apertura e politiche di maggiore chiusura.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova invece a spostare il baricentro del dibattito su una domanda diversa:
come possiamo misurare, favorire e verificare l’integrazione di chi sceglie di vivere stabilmente in Italia?
È da questa domanda che, probabilmente, dovrebbero partire le future riforme.
Se non hai ancora visto la diretta, ti invito a guardarla integralmente su YouTube. In poco più di un’ora vengono sviluppati tutti i temi che hanno dato origine a questa serie di articoli, con l’auspicio che possano contribuire ad aprire un confronto serio, giuridicamente fondato e orientato al futuro delle politiche migratorie italiane ed europee.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Tra il 27 luglio e il 29 agosto 2026, l’Immigration and Customs Enforcement ha arrestato 2.197 cittadini stranieri nello Stato di New York nell’ambito dell’operazione “Rotten Apple”. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha presentato il risultato il 1° settembre come una vasta azione contro persone irregolari con precedenti per omicidio, stupro, sequestro, traffico di…
Dal 1° settembre 2026 la Malesia non rende più disponibile il Multiple Entry Visa a tutte le nazionalità. Secondo l’avviso pubblicato il 2 settembre dal Dipartimento dell’Immigrazione, il MEV è ora limitato ai cittadini di 31 Paesi e a quattro finalità: viaggi “fly & cruise”, affari, cure mediche e turismo matrimoniale. Il dato più rilevante…
Il Giappone raddoppia i fondi per gli stranieri. Ma insieme all’integrazione finanzia anche i controlli Il Giappone si prepara a destinare risorse senza precedenti alla gestione dell’immigrazione e della crescente presenza straniera. Il Ministero della Giustizia ha inserito nella propria richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2027 una somma complessiva di 80,7 miliardi di yen,…
La Manica è tornata a essere il luogo nel quale emergono tutte le contraddizioni della politica migratoria europea. Da una parte il Regno Unito accusa la Francia di non impedire con sufficiente efficacia le partenze dalle proprie coste. Dall’altra, Parigi sostiene di non poter intervenire in mare senza mettere ulteriormente in pericolo la vita delle persone stipate su imbarcazioni precarie e sovraccariche.
Nel mezzo continuano le traversate, gli affari delle organizzazioni criminali e le morti.
Il 30 luglio tre persone sono decedute durante un tentativo di attraversamento della Manica nei pressi di Dunkerque. Una quarta vittima è stata registrata in un diverso episodio al largo di Boulogne-sur-Mer. La tragedia è avvenuta dopo la giornata con il maggior numero di arrivi del 2026: 752 persone avrebbero raggiunto le coste britanniche in sole ventiquattro ore.
Non siamo dinanzi a un problema determinato dalla mancanza di accordi, finanziamenti o apparati di controllo.
Francia e Regno Unito collaborano da anni per contrastare le partenze irregolari. Londra finanzia il rafforzamento dei controlli francesi, delle pattuglie, delle tecnologie di sorveglianza e delle attività investigative contro i trafficanti. Nel 2026 è stata inoltre ampliata la possibilità per le autorità francesi di intercettare e immobilizzare in acqua le cosiddette “taxi boats”, utilizzate dalle organizzazioni criminali per raccogliere i migranti lungo la costa.
Eppure le partenze continuano.
La ragione è semplice: si pretende di risolvere il fenomeno intervenendo soltanto sull’ultimo tratto del viaggio. Si rafforza la spiaggia, si sorveglia il mare, si finanziano nuove pattuglie e si discute su quale Stato debba riprendere le persone che riescono ad attraversare la Manica.
È una politica di contenimento, non una politica migratoria.
Anche il meccanismo definito “one in, one out” manifesta i medesimi limiti. L’accordo consente al Regno Unito di ricondurre in Francia alcuni migranti arrivati irregolarmente attraverso la Manica, accogliendo in cambio un numero equivalente di persone presenti in territorio francese e ammesse attraverso un canale legale. Il sistema è stato presentato come uno strumento di deterrenza, ma la sua applicazione ha interessato soltanto una parte minima dei flussi effettivi.
Il problema non viene risolto. Viene semplicemente trasferito da una sponda all’altra.
La Francia sostiene di essere un Paese di transito e chiede al Regno Unito di assumersi la responsabilità della capacità attrattiva esercitata dal proprio mercato del lavoro, dalla lingua inglese e dalla presenza di comunità già radicate. Londra replica che Parigi dovrebbe impedire le partenze da un territorio sottoposto alla propria sovranità.
Entrambe le posizioni contengono una parte di verità. Nessuna delle due costituisce una soluzione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte da una considerazione diversa: non tutte le persone presenti irregolarmente possono essere trattate nello stesso modo e non tutte le situazioni possono essere governate attraverso la sola frontiera.
Occorre distinguere chi ha diritto alla protezione internazionale, chi possiede concrete condizioni per intraprendere un percorso legale di integrazione e chi, invece, non ha titolo per permanere e deve essere accompagnato verso un effettivo percorso di ReImmigrazione.
L’integrazione non può essere ridotta al semplice ingresso nel territorio o alla tolleranza indefinita di una condizione irregolare. Deve essere un processo giuridico verificabile, fondato sulla conoscenza della lingua, sull’autonomia lavorativa, sul rispetto delle regole, sull’inserimento sociale e sull’assunzione dei doveri connessi alla permanenza.
Allo stesso modo, la ReImmigrazione non coincide con l’annuncio propagandistico di espulsioni impossibili da eseguire. Richiede accordi con i Paesi di origine, programmi di ritorno assistito, incentivi alla ricostruzione di un progetto personale e professionale e strumenti amministrativi capaci di rendere effettive le decisioni adottate.
Senza questa distinzione, Francia e Regno Unito continueranno a contendersi la responsabilità di persone che nessuno dei due Stati riesce realmente a governare.
Londra continuerà a finanziare i controlli francesi. Parigi continuerà a chiedere nuove risorse. Le organizzazioni criminali continueranno a modificare le proprie tecniche e i migranti continueranno a essere spinti verso imbarcazioni sempre più pericolose.
La morte nella Manica dimostra che una frontiera finanziata non è necessariamente una frontiera governata.
Le frontiere restano necessarie. Uno Stato che rinuncia al controllo degli ingressi rinuncia a una componente essenziale della propria sovranità. Ma il controllo non può esaurirsi nell’impedimento materiale della partenza. Deve essere inserito in una politica capace di stabilire quale futuro giuridico attribuire alle persone coinvolte.
È precisamente ciò che oggi manca.
L’Europa e il Regno Unito stanno finanziando nuove frontiere senza costruire una vera politica di integrazione e senza rendere effettivi i percorsi di ritorno. Continuano a spendere per contenere il fenomeno, ma evitano di affrontare la questione decisiva: chi può restare, a quali condizioni e che cosa accade quando quelle condizioni non esistono o non vengono rispettate.
Finché non sarà adottato il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la Manica resterà una frontiera contesa, finanziata e militarizzata, ma mai realmente governata.
E il prezzo di questa incapacità continuerà a essere pagato prima di tutto dalle persone che muoiono in mare.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Nel suo primo intervento alla Camera dei Comuni da capo del Governo, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha annunciato l’intenzione di aumentare il numero dei detenuti stranieri rimpatriati, inserendo la misura nel più ampio progetto di riforma del sistema penitenziario. La notizia è stata diffusa dal Prime Minister’s Office il 1° settembre 2026 e…
Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani? Le nuove proiezioni demografiche confermano un dato che, da anni, attraversa il dibattito pubblico italiano: il nostro Paese invecchia, registra poche nascite e vede progressivamente ridursi la propria popolazione in età lavorativa. Secondo le più recenti previsioni dell’ISTAT, nel 2030 l’Italia…
Britain’s visa brake targets passports. A durable migration system should target risk The United Kingdom’s new “visa brake” marks a significant change in the way legal migration is being used to manage pressure on the asylum system. Since 26 March 2026, Student visa applications from nationals of Afghanistan, Cameroon, Myanmar and Sudan are refused, while…
Pedro Sánchez ha definito l’ingresso di massa avvenuto a Ceuta una «violazione dell’integrità territoriale» della Spagna e ha indicato nelle mafie del traffico di esseri umani le principali responsabili della crisi. È una spiegazione politicamente comoda, ma non sufficiente.
Le organizzazioni criminali che lucrano sull’immigrazione irregolare esistono e devono essere contrastate. Tuttavia, attribuire loro l’intera responsabilità rischia di nascondere la questione centrale: quale messaggio ha trasmesso negli ultimi mesi la politica migratoria del Governo spagnolo?
La Spagna ha avviato un vasto programma di regolarizzazione destinato, secondo le stime diffuse, a interessare centinaia di migliaia di stranieri. Una scelta che può essere discussa sotto il profilo sociale, economico e amministrativo, ma che produce inevitabilmente anche un effetto comunicativo oltre i confini nazionali: chi riesce a entrare e a rimanere abbastanza a lungo può sperare, prima o poi, in una regolarizzazione.
Questo non significa sostenere che la sanatoria abbia materialmente organizzato gli ingressi a Ceuta. Significa, più semplicemente, riconoscere che le politiche pubbliche generano aspettative e che le aspettative influenzano i comportamenti migratori.
Le prime ricostruzioni giornalistiche descrivono infatti un movimento alimentato anche da video, indiscrezioni e passaparola sui social network. Molti giovani marocchini avrebbero creduto che una recente pronuncia giudiziaria spagnola impedisse i rimpatri immediati e consentisse loro di restare nel territorio europeo. Quella interpretazione sarebbe stata inesatta, ma si sarebbe diffusa rapidamente attraverso Instagram e altri canali digitali.
Anche alcuni media marocchini parlano di una voce propagatasi rapidamente, capace di mobilitare migliaia di persone. Se questa ricostruzione sarà confermata, il ruolo determinante delle mafie non potrà essere semplicemente presunto: dovrà essere provato.
Il punto politico resta comunque evidente. Un Paese che annuncia ampie regolarizzazioni, limita i respingimenti immediati e presenta la propria politica come più aperta rispetto a quella degli altri Stati europei può essere percepito, all’esterno, come la frontiera più permeabile dell’Unione.
Sánchez ha così trasformato la Spagna nel ventre molle d’Europa. Non perché ogni migrante conosca nel dettaglio le norme spagnole, ma perché nella comunicazione globale contano i messaggi semplificati: “in Spagna si entra”, “in Spagna non si viene respinti”, “in Spagna prima o poi arriva una sanatoria”.
Sono questi messaggi, veri o deformati che siano, a circolare sui telefoni e sui social network. Ed è ingenuo pensare che le decisioni assunte a Madrid non producano alcun effetto sulle partenze dal Nord Africa.
Ora Sánchez invoca la sovranità nazionale, schiera le forze armate e promette di accelerare i rimpatri. Ma la sovranità non può essere riscoperta soltanto quando la frontiera è già stata travolta. Deve essere esercitata attraverso una politica coerente, prevedibile e credibile.
L’Europa non può continuare ad alternare aperture straordinarie ed emergenze permanenti. Ogni sanatoria priva di una contestuale strategia di controllo, selezione e rimpatrio rischia di alimentare nuove aspettative e di trasferire le conseguenze delle decisioni nazionali su tutti gli altri Stati membri.
È precisamente per evitare questa oscillazione che serve il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione: integrazione effettiva, verificabile e stabile per chi rispetta le regole e partecipa alla comunità; ritorno organizzato e giuridicamente garantito per chi non possiede più i requisiti per restare.
Sánchez può certamente perseguire i trafficanti. Ma non può utilizzare le mafie come alibi per sottrarsi alla responsabilità politica delle proprie scelte. La crisi di Ceuta non dimostra soltanto che i confini possono essere violati. Dimostra che, quando uno Stato manda segnali contraddittori, prima o poi qualcuno li interpreta come un invito.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID:https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dal 1° settembre 2026 Singapore consente alle imprese di assumere lavoratori con Work Permit provenienti da nove Paesi “non tradizionali” in otto ulteriori occupazioni. L’estensione riguarda assistenti di volo, babysitter e addetti alla prima infanzia, educatori, assistenti degli insegnanti, macellai e pescivendoli, addetti ai chioschi alimentari, aiuti cucina e camerieri. La misura, annunciata a marzo,…
La Thailandia ha trasformato in diritto vigente una stretta annunciata da mesi. Con quattro provvedimenti pubblicati il 31 agosto 2026 nella Gazzetta Reale, Bangkok ha abrogato il regime eccezionale che consentiva fino a 60 giorni senza visto ai cittadini di 93 Paesi e territori. Le nuove regole entreranno in vigore il 15 settembre 2026: per…
Dal 1° settembre 2026 il Kuwait ha cessato la proroga automatica di tutte le tipologie di visto di visita per le persone presenti nel Paese e ha ripristinato le ordinarie durate legali dei permessi di assenza per i residenti che si trovano all’estero. Non è un annuncio programmatico: da oggi tornano a operare le scadenze,…
Dal 1° al 16 settembre 2026 l’Italia continuerà a controllare i passeggeri in arrivo dalla Spagna attraverso i collegamenti aerei e marittimi. La misura, introdotta il 1° agosto dopo l’ingresso massiccio di migranti a Ceuta, è stata prorogata per altri quindici giorni; Madrid ha risposto mantenendo per lo stesso periodo i controlli sui viaggiatori provenienti…
Dal 1° settembre 2026 la Costa Rica riceve le domande per la nuova Categoría Especial Temporal Complementaria, una via di soggiorno destinata ai cittadini di Nicaragua, Venezuela, Cuba e Colombia rimasti per anni sospesi tra una richiesta di asilo non decisa e un diniego che non si è tradotto in un ritorno. La Direzione generale…
Una delle indicazioni più interessanti sul futuro delle politiche migratorie europee arriva, paradossalmente, da una forza politica che ha costruito una parte considerevole della propria identità sulla critica dell’immigrazione. In Germania, Leif-Erik Holm, leader dell’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’immigrazione lavorativa straniera mirata e selettiva. Secondo quanto riportato il 31…
Gli scontri avvenuti il 25 luglio 2026 a Glasgow tra una manifestazione anti-immigrazione e una contromanifestazione antirazzista non possono essere liquidati come un semplice episodio di ordine pubblico. La polizia scozzese ha arrestato quindici persone per reati comprendenti aggressioni, possesso di armi, violazioni dell’ordine pubblico e intralcio agli agenti, dopo che la tensione tra i due cortei aveva reso necessario l’intervento di reparti antisommossa e unità a cavallo.
La presenza, nel corteo anti-immigrazione, di simboli e parole d’ordine riconducibili alla destra radicale impedisce qualsiasi ambiguità: la critica alle politiche migratorie è legittima, ma non può trasformarsi in ostilità etnica, suprematismo o violenza. Allo stesso tempo, sarebbe troppo comodo spiegare tutto soltanto attraverso l’estremismo di alcuni manifestanti. Quando una questione politica reale viene lasciata senza risposte, sono proprio i gruppi più radicali a impossessarsene.
Glasgow è un luogo particolarmente significativo. Alla fine del 2025 quasi il sessanta per cento dei richiedenti asilo ospitati in Scozia viveva nella città, che presentava anche una delle concentrazioni più elevate del Regno Unito in rapporto alla popolazione. Una parte consistente risultava collocata in strutture alberghiere, mentre l’intero sistema dell’asilo continuava a essere amministrato dal governo britannico attraverso l’Home Office.
Qui emerge la prima contraddizione istituzionale. Immigrazione, asilo e visti sono materie riservate a Westminster, mentre la Scozia dispone di competenze su sanità, istruzione, abitazione e servizi territoriali. Il governo britannico decide sugli ingressi, sulle domande di protezione e sulla distribuzione dei richiedenti asilo; le amministrazioni scozzesi e i Comuni affrontano però le conseguenze concrete sulla vita delle comunità.
La Scozia ha adottato una strategia specifica, la New Scots Refugee Integration Strategy, fondata sul principio che l’integrazione debba cominciare dal primo giorno dell’arrivo. Il piano prevede interventi su lingua, salute, abitazione, istruzione, lavoro e partecipazione sociale ed è stato elaborato con il coinvolgimento del governo scozzese, degli enti locali e dello Scottish Refugee Council.
È un’impostazione certamente più avanzata di quella adottata da molti altri Paesi, perché non considera l’integrazione come un problema da affrontare soltanto dopo il riconoscimento dello status. Tuttavia, anche il modello scozzese presenta un limite: tende a misurare soprattutto le opportunità offerte e l’accesso ai servizi, molto meno gli esiti effettivamente raggiunti.
Sapere quanti corsi di lingua siano stati organizzati, quante persone abbiano avuto accesso all’assistenza sanitaria o quante siano state accompagnate verso il lavoro è importante, ma non basta. Occorre verificare se, dopo alcuni anni, le persone abbiano acquisito una reale autonomia, conoscano la lingua, rispettino le regole comuni, partecipino alla vita della comunità e abbiano costruito relazioni sociali esterne al proprio gruppo di origine.
Senza questa verifica, l’integrazione rimane una politica fondata prevalentemente sulle intenzioni.
Il problema non consiste nell’attribuire agli immigrati una responsabilità collettiva per gli scontri. La responsabilità penale resta individuale e la presenza straniera non può essere trasformata in una categoria criminologica. Il punto è un altro: una politica che aumenta l’accoglienza, concentra migliaia di persone in determinati territori e non rende pubblicamente misurabili gli esiti dell’integrazione alimenta inevitabilmente sfiducia, percezioni distorte e conflitto politico.
Quando la popolazione non conosce i risultati delle politiche pubbliche, il dibattito viene occupato da due narrazioni opposte. Da una parte chi sostiene che l’immigrazione rappresenti sempre una minaccia; dall’altra chi considera razzista qualsiasi domanda su numeri, costi, sicurezza e capacità dei territori.
In mezzo scompare la realtà.
La misurazione dell’integrazione servirebbe proprio a sottrarre il tema agli estremismi. Consentirebbe di dimostrare dove l’inserimento funziona, quali strumenti producono risultati, quali territori sono maggiormente sotto pressione e dove, invece, si stanno formando condizioni di isolamento, dipendenza o conflitto.
La Scozia ha bisogno dell’immigrazione anche per ragioni demografiche e occupazionali, ma il bisogno di lavoratori non prova automaticamente la sostenibilità di ogni ingresso. Un territorio può necessitare di nuova popolazione e, contemporaneamente, non essere in grado di assorbire concentrazioni eccessive in alcuni quartieri o Comuni.
La vera questione non è quindi stabilire se la Scozia debba essere favorevole o contraria all’immigrazione. È capire se disponga di strumenti adeguati per governarla e valutarne periodicamente gli effetti.
Glasgow dimostra che l’assenza di misurazione lascia spazio alla propaganda. I gruppi anti-immigrazione possono sostenere che ogni politica sia fallita senza doverlo dimostrare; i movimenti antirazzisti possono affermare che ogni criticità sia soltanto il prodotto dell’intolleranza. Entrambi evitano la domanda decisiva: quali risultati concreti ha prodotto l’integrazione?
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte precisamente da questo punto. L’integrazione deve essere sostenuta, ma deve anche essere verificata. Non basta offrire diritti e servizi; occorre misurare lingua, lavoro, autonomia, stabilità abitativa, rispetto delle regole e partecipazione alla comunità.
Quando il percorso produce risultati, lo Stato deve riconoscerli e consolidarli. Quando invece emergono fallimenti strutturali o vengono meno i presupposti della permanenza, devono esistere strumenti giuridici e amministrativi capaci di intervenire.
Gli scontri di Glasgow non sono la prova che l’immigrazione conduca inevitabilmente al conflitto. Sono la prova che il conflitto cresce quando le istituzioni non riescono a dimostrare se e come l’integrazione stia funzionando.
Senza dati, verifiche e responsabilità politiche chiare, la piazza finisce per sostituire lo Stato.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Andrea Zhok affronta il tema migratorio partendo da una tesi precisa: l’Italia espelle ogni anno giovani e lavoratori qualificati, costretti a cercare all’estero salari e prospettive migliori, mentre importa prevalentemente manodopera straniera destinata ai comparti meno produttivi e meno remunerati. Secondo il filosofo, questi due fenomeni non sono indipendenti, ma rappresentano gli effetti della stessa crisi del modello economico italiano.
La progressiva deindustrializzazione, le privatizzazioni, la perdita di settori produttivi avanzati e il ridimensionamento dell’intervento pubblico avrebbero orientato una parte crescente dell’economia verso attività a basso valore aggiunto. In questi comparti la competitività non viene ricercata attraverso innovazione, tecnologia e aumento della produttività, ma attraverso il contenimento del costo del lavoro.
L’immigrazione finisce così per svolgere una funzione economica precisa: garantire una disponibilità continua di lavoratori disposti ad accettare salari bassi, precarietà e condizioni occupazionali che molti italiani non accettano più. Nel frattempo, i giovani formati nel nostro Paese emigrano verso sistemi economici capaci di offrire retribuzioni e carriere migliori.
La riflessione di Zhok è importante perché collega l’immigrazione alla struttura produttiva del Paese e rifiuta due letture insufficienti. Da una parte, la rappresentazione dell’immigrazione come fenomeno sempre positivo e spontaneamente vantaggioso; dall’altra, l’idea che sia sufficiente invocare confini chiusi o rimpatri per risolvere problemi che hanno anche profonde cause economiche.
In questa prospettiva, l’Italia non importerebbe manodopera straniera soltanto perché manca popolazione attiva, ma anche perché una parte del proprio sistema produttivo ha bisogno di lavoro a basso costo per sopravvivere senza modernizzarsi. L’immigrazione diventerebbe quindi uno strumento attraverso il quale si rinviano l’aumento dei salari, gli investimenti tecnologici e la trasformazione industriale.
È una lettura in larga misura condivisibile.
Un Paese che investe nella formazione dei propri giovani e poi li costringe a cercare all’estero stabilità e riconoscimento presenta innanzitutto un problema industriale. Se, nello stesso tempo, alcuni settori riescono a mantenersi soltanto grazie alla disponibilità di lavoratori stranieri poco tutelati, l’immigrazione rischia di diventare il meccanismo con cui si conservano produzioni arretrate e retribuzioni insufficienti.
Dal punto di vista tecnico, tuttavia, questa diagnosi deve essere completata.
Anche una radicale modifica della politica industriale non eliminerebbe la necessità di governare l’immigrazione attraverso norme, amministrazioni e strumenti operativi. Il fenomeno migratorio non coincide con la sola domanda di lavoro. Comprende l’ingresso nel territorio nazionale, il rilascio dei titoli di soggiorno, la protezione internazionale, i ricongiungimenti familiari, la condizione delle seconde generazioni, la permanenza irregolare, i controlli, le espulsioni e i rimpatri.
La politica industriale può incidere sul numero e sulla tipologia dei lavoratori richiesti dalle imprese. Non può però stabilire, da sola, che cosa debba accadere dopo l’ingresso.
Il limite dell’attuale sistema italiano emerge chiaramente nel decreto flussi. Lo Stato programma l’immigrazione economica sulla base delle richieste dei datori di lavoro e considera l’offerta occupazionale come il principale requisito per l’ingresso. Non costruisce però attorno al lavoro un percorso organico che comprenda conoscenza della lingua, comprensione delle regole civili, stabilità abitativa e verifica dell’effettivo inserimento nella comunità.
Il rapporto di lavoro può non perfezionarsi, cessare dopo pochi mesi o rivelarsi diverso da quello formalmente dichiarato. Quando ciò accade, il lavoratore straniero rischia di scivolare verso il lavoro nero, la precarietà amministrativa e la marginalità. Il sistema che ne aveva autorizzato l’ingresso per soddisfare un’esigenza produttiva non dispone poi di strumenti adeguati per seguirne il percorso successivo.
È qui che la lettura filosofico-economica deve incontrare quella giuridica.
Il lavoro è una condizione essenziale dell’integrazione, ma non ne costituisce una prova sufficiente. Una persona può essere occupata, pagare le imposte e, nello stesso tempo, non conoscere la lingua italiana, vivere in una condizione di isolamento sociale o rifiutare le regole fondamentali della comunità ospitante. La visione economicista considera l’immigrato come un’unità lavorativa; una politica migratoria deve invece considerarlo come una persona destinata a inserirsi stabilmente all’interno di una società.
Per questo non basta chiedersi quanti lavoratori servano alle imprese. Occorre stabilire quali professionalità siano realmente necessarie, con quali contratti, con quali retribuzioni e all’interno di quali territori. Bisogna inoltre valutare la disponibilità di abitazioni, scuole, servizi pubblici e percorsi linguistici, perché gli ingressi programmati esclusivamente sulla base della domanda aziendale producono effetti che ricadono sull’intera collettività.
Zhok coglie correttamente anche il rapporto tra precarietà economica, marginalità e difficoltà di integrazione. La concentrazione di giovani stranieri in lavori sottopagati, instabili e privi di prospettive può certamente aumentare il rischio di esclusione sociale e conflitto.
La precarietà, però, non spiega tutto.
Persone che dispongono di un lavoro e di un reddito possono comunque vivere in comunità separate e conservare comportamenti incompatibili con le regole fondamentali dell’ordinamento. Al contrario, una temporanea difficoltà lavorativa non dimostra necessariamente il fallimento dell’integrazione quando esistano legami familiari, conoscenza linguistica, formazione e partecipazione alla vita sociale.
Occorre quindi una valutazione complessiva e periodica, fondata su criteri verificabili.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio dalla necessità di superare sia la visione economicista sia quella esclusivamente securitaria. Chi arriva non può essere considerato utile soltanto finché svolge un lavoro richiesto dal mercato, né può essere valutato esclusivamente quando emerge un problema di ordine pubblico. Deve essere inserito in un percorso che comprenda lavoro, lingua, rispetto delle regole e partecipazione alla comunità.
Quando questo percorso produce un’effettiva integrazione, lo Stato deve riconoscerlo e consolidarlo. Quando, invece, vengono meno i presupposti della permanenza o l’integrazione viene sistematicamente rifiutata, deve esistere una politica di ReImmigrazione individualizzata, legale ed effettiva.
La riflessione di Andrea Zhok individua dunque una parte decisiva del problema: l’Italia non può continuare a esportare lavoratori qualificati e importare manodopera povera per sostenere un sistema produttivo fondato su bassi salari e scarsa innovazione.
Ma la risposta non può fermarsi alla politica industriale.
Serve una nuova strategia economica capace di trattenere i giovani italiani, aumentare le retribuzioni e favorire i settori ad alto valore aggiunto. Parallelamente, occorre un sistema migratorio che programmi gli ingressi, misuri l’integrazione e assicuri una conclusione effettiva a ogni percorso.
Zhok interviene sulle cause economiche. Il compito del tecnico è aggiungere che, senza una riforma giuridica e istituzionale, anche il migliore modello industriale lascerebbe irrisolti i problemi del soggiorno, dell’integrazione e della ReImmigrazione.
La politica industriale può ridurre la necessità di importare lavoro povero. Solo una vera politica migratoria può evitare che le persone continuino a essere trattate come semplice manodopera e poi abbandonate quando non servono più al mercato.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Negli ultimi decenni il diritto dell’immigrazione è stato modificato decine di volte.
Sono cambiate le procedure, i permessi di soggiorno, le forme di protezione, i sistemi di accoglienza e perfino la disciplina europea.
Eppure una domanda continua a rimanere senza risposta:
esiste, nell’ordinamento italiano, un vero dovere di integrazione?
Nel corso della diretta ho lanciato una proposta che considero soprattutto una provocazione culturale e giuridica: aprire il dibattito sull’inserimento del dovere di integrazione nella Costituzione italiana.
La nostra Costituzione tutela i diritti fondamentali della persona, garantisce il diritto di difesa, afferma il principio di uguaglianza e riconosce numerosi diritti inviolabili.
Ma se una persona sceglie liberamente di vivere stabilmente in Italia, non dovrebbe assumere anche il dovere di integrarsi nella comunità che la accoglie?
Naturalmente non si tratterebbe di imporre un modello culturale o di limitare la libertà personale.
Il dovere di integrazione dovrebbe essere inteso come impegno al rispetto delle regole fondamentali della Repubblica, della lingua italiana, dei principi costituzionali e della convivenza civile.
In altre parole, non un obbligo di rinunciare alla propria identità, ma il dovere di condividere le regole comuni che rendono possibile la vita in una società democratica.
È questo il principio sul quale si fonda il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Prima ancora delle singole norme, serve una base valoriale chiara.
Una Costituzione non disciplina ogni dettaglio della vita pubblica, ma indica i principi sui quali si costruisce l’intero ordinamento.
Per questo motivo ritengo che il tema dell’integrazione meriti ormai una riflessione anche a livello costituzionale.
Non è una proposta che pretende risposte immediate.
È un invito ad aprire un dibattito che, probabilmente, l’Italia dovrà affrontare nei prossimi anni.
Nel corso della diretta approfondisco questa riflessione e spiego perché ritengo che il dovere di integrazione possa diventare uno dei principi fondamentali delle future politiche migratorie. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dal 1° settembre 2026 la Svezia applica una disciplina molto più severa dell’espulsione conseguente a reato. Secondo la decisione del Riksdag, diventa regola generale che una condanna a una sanzione più grave della sola pena pecuniaria possa condurre all’allontanamento dello straniero. Non si tratta di un automatismo assoluto, ma di un netto spostamento dell’equilibrio: l’espulsione…
Il confronto politico sull’immigrazione continua a oscillare tra due estremi. Da una parte, la pretesa che l’accoglienza possa essere separata da qualsiasi verifica successiva; dall’altra, l’idea che il problema possa essere risolto attraverso allontanamenti indiscriminati o criteri fondati sull’appartenenza. Entrambe le impostazioni rinunciano a governare davvero il fenomeno. La prima trascura i doveri connessi alla…
Più di cento persone espulse dagli Stati Uniti in dieci giorni, tre voli dell’Immigration and Customs Enforcement e otto destinazioni africane: Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Eswatini, Liberia, Ruanda e Sierra Leone. Il dato emerge da documenti governativi interni ottenuti da CBS News, nell’inchiesta aggiornata il 30 agosto 2026. Nessuno dei destinatari, provenienti tra…
L’Italia invecchia, le famiglie hanno sempre più bisogno di assistenza e il numero dei lavoratori disponibili nel settore domestico non cresce con la stessa rapidità. Non si tratta di un fenomeno occasionale, ma di una trasformazione strutturale destinata ad accompagnare il Paese nei prossimi decenni.
Secondo le stime richiamate da Assindatcolf, il fabbisogno del comparto potrebbe raggiungere circa 29 mila lavoratori domestici non comunitari ogni anno. Colf, badanti e assistenti familiari non rappresentano più un segmento marginale del mercato del lavoro: costituiscono ormai una componente essenziale del sistema italiano di cura, soprattutto in presenza di anziani non autosufficienti, persone con disabilità e famiglie che non possono contare su servizi pubblici sufficienti.
Il dato deve essere letto insieme a quello emerso in occasione del decreto flussi 2026. Per il settore dell’assistenza familiare sono state attribuite 13.600 quote, mentre le domande precaricate avrebbero superato le 48 mila unità. La sproporzione non dimostra soltanto che le quote sono insufficienti. Dimostra soprattutto che il sistema continua a utilizzare uno strumento rigido e occasionale per rispondere a un fabbisogno permanente.
Il decreto flussi nasce come strumento di programmazione degli ingressi per lavoro. Nella pratica, però, è diventato una corsa telematica nella quale il diritto di assumere un lavoratore dipende spesso dalla velocità di trasmissione della domanda, dalla funzionalità del portale e dalla capacità del datore di lavoro di affidarsi tempestivamente a intermediari qualificati.
Il click day non seleziona il lavoratore più adatto. Non individua la famiglia che ha maggiore necessità. Non misura l’effettività del rapporto di lavoro. Premia semplicemente chi riesce a presentare per primo la domanda.
Per il lavoro domestico questa impostazione è particolarmente irrazionale.
Il bisogno di una badante non nasce secondo il calendario del Governo. Può sorgere improvvisamente dopo una malattia, un ricovero, una caduta o una perdita di autonomia. La famiglia non può attendere il successivo decreto, il periodo di precaricamento, il click day e i successivi mesi necessari per ottenere il nulla osta, il visto e l’ingresso del lavoratore.
Assindatcolf ha segnalato che, soprattutto nelle grandi città, può trascorrere anche un anno prima che il lavoratore richiesto attraverso il decreto flussi diventi concretamente operativo. In un settore fondato sulla necessità immediata di assistenza, un’attesa di questo genere rende la procedura sostanzialmente inadeguata.
Il risultato è prevedibile. Le famiglie cercano soluzioni alternative, mentre una parte del lavoro domestico continua a essere svolta irregolarmente. Lo Stato programma ingressi futuri senza riuscire a governare pienamente il lavoro già esistente sul territorio e senza offrire alle famiglie un canale amministrativo stabile, rapido e comprensibile.
Anche il canale sperimentale fuori quota, che consente ogni anno fino al 2028 diecimila ingressi destinati all’assistenza di persone con disabilità, grandi anziani e bambini fino a sei anni, rappresenta un correttivo utile ma ancora insufficiente. La previsione riconosce implicitamente che il settore domestico non può essere assoggettato integralmente alle ordinarie quote annuali, ma mantiene un limite numerico che continua a non dipendere dall’effettivo fabbisogno delle famiglie.
È quindi necessario compiere un passo ulteriore.
Il settore dell’assistenza familiare dovrebbe uscire progressivamente dalla logica del click day ed essere governato mediante un canale permanente, aperto durante tutto l’anno e fondato sulla verifica concreta del rapporto di lavoro.
Questo non significa aprire indiscriminatamente le frontiere o rinunciare ai controlli. Significa sostituire una selezione casuale con una selezione giuridica e sostanziale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” offre la cornice per questa trasformazione.
L’ingresso dovrebbe essere autorizzato quando esiste un datore di lavoro identificato, un bisogno assistenziale verificabile, un contratto conforme al contratto collettivo nazionale, un alloggio adeguato e un percorso formativo e linguistico già programmato. Il permesso di soggiorno non dovrebbe costituire l’atto conclusivo della procedura, ma l’inizio di un percorso di integrazione misurabile.
Il lavoratore dovrebbe conoscere i propri diritti e doveri, ricevere una formazione minima per l’assistenza alla persona, apprendere la lingua italiana e poter dimostrare nel tempo la regolarità contributiva, la continuità dell’occupazione e l’effettivo inserimento sociale.
Anche il datore di lavoro dovrebbe essere sostenuto e responsabilizzato. Le famiglie non possono essere trattate come grandi imprese dotate di uffici amministrativi. Occorrono procedure semplificate, assistenza istituzionale, costi fiscalmente sostenibili e tempi certi.
L’integrazione, infatti, non dipende soltanto dal comportamento dello straniero. Richiede che lo Stato costruisca condizioni realistiche affinché la legalità sia concretamente praticabile.
Quando il percorso lavorativo e di integrazione riesce, la permanenza deve potersi consolidare. Quando invece il rapporto dichiarato è fittizio, il lavoratore non prende servizio, vengono violate sistematicamente le condizioni dell’ingresso o manca qualsiasi reale inserimento, lo Stato deve poter intervenire rapidamente.
È qui che si colloca la seconda componente del paradigma: la ReImmigrazione.
La ReImmigrazione non è una risposta indiscriminata contro la presenza straniera. È la conseguenza giuridica del fallimento o dell’inesistenza del percorso che aveva giustificato l’ingresso. Deve operare nel rispetto delle garanzie individuali, della vita familiare, della protezione internazionale e delle condizioni personali, ma deve anche evitare che un’autorizzazione concessa per lavoro diventi automaticamente una permanenza priva di rapporto con la finalità originaria.
Il lavoro domestico può quindi diventare il primo laboratorio di una nuova politica migratoria.
Al posto delle quote rigide, un canale permanente legato al fabbisogno. Al posto del click day, una valutazione sostanziale. Al posto di procedure che durano un anno, tempi amministrativi certi. Al posto di un ingresso privo di seguito, un percorso di integrazione verificabile. E, quando mancano le condizioni per proseguire legalmente la permanenza, un percorso ordinato di ReImmigrazione.
L’Italia non può ignorare di avere bisogno di lavoratori stranieri. Ma non deve neppure limitarsi ad aumentare periodicamente il numero delle quote senza modificare il sistema.
Il decreto flussi può essere ampliato, corretto e semplificato. Resterà tuttavia uno strumento inadeguato finché continuerà a subordinare un bisogno permanente a una finestra amministrativa occasionale.
Le famiglie non hanno bisogno di un click day.
Hanno bisogno di lavoratori affidabili, formati e regolarmente assunti. I lavoratori hanno bisogno di diritti, stabilità e regole comprensibili. Lo Stato ha bisogno di sapere chi entra, perché entra e quale percorso è chiamato a compiere.
È esattamente questa la funzione del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: trasformare l’immigrazione da emergenza amministrativa in una politica pubblica fondata su responsabilità, verifica e reciprocità.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
España ha convertido el arraigo en uno de los instrumentos más relevantes de su política migratoria. A 31 de marzo de 2026, 423.606 personas extranjeras tenían una autorización de residencia en vigor por esta vía, y durante 2025 se concedieron 221.802 autorizaciones. Ya no estamos, por tanto, ante una figura marginal o excepcional en sentido…
Il 26 agosto 2026, Analisi Difesa ha pubblicato un articolo di Giusy Calabrò, dal titolo «Migrazioni irregolari, radicalizzazione minorile e il rischio terrorismo», nel quale viene affrontato un fenomeno che, pur collocandosi naturalmente all’interno del dibattito sulla sicurezza, finisce inevitabilmente per porre una questione assai più ampia, perché la presenza di giovani radicalizzati appartenenti alle…
Il 14 luglio 2026, quando il dibattito pubblico italiano sembrava ancora sostanzialmente disinteressato alle conseguenze europee della regolarizzazione straordinaria promossa dal Governo spagnolo, ReImmigrazione.com aveva posto una questione precisa: può uno Stato membro adottare una misura di tale portata senza valutare adeguatamente gli effetti prodotti sull’intero spazio Schengen?
La domanda non era politica, né propagandistica. Era una domanda giuridica.
Avevo evidenziato che la regolarizzazione decisa dal Governo Sánchez non poteva essere considerata un fatto esclusivamente interno alla Spagna. In un’Unione europea fondata sull’assenza dei controlli sistematici alle frontiere interne e sulla fiducia reciproca tra gli Stati membri, ogni decisione nazionale capace di incidere sulla presenza e sulla mobilità di un numero eccezionalmente elevato di cittadini stranieri produce inevitabilmente conseguenze che superano i confini dello Stato che l’ha adottata.
Oggi quella riflessione acquista un significato ancora più concreto.
Secondo quanto riportato il 30 luglio da Nicolaporro.it, sulla base di notizie attribuite all’ANSA e a fonti di Palazzo Chigi, il Governo italiano starebbe valutando la sospensione di Schengen nei rapporti con la Spagna. Si tratta, allo stato, di un’indiscrezione che richiede conferme ufficiali e che non deve essere trasformata prematuramente in una decisione già assunta. Tuttavia, il solo fatto che una simile ipotesi sia entrata nel dibattito istituzionale dimostra la gravità della crisi di fiducia che si sta determinando.
La situazione di Ceuta rappresenta il detonatore immediato. Nelle ultime due settimane di luglio sarebbero giunte nell’enclave spagnola circa 1.500 persone, molte delle quali attraverso pericolosi tentativi di ingresso a nuoto dal territorio marocchino. Il presidente della città autonoma ha descritto una situazione di estrema gravità, con strutture sottoposte a una pressione difficilmente sostenibile.
Sarebbe però metodologicamente scorretto affermare che gli ingressi a Ceuta siano stati causati direttamente dalla regolarizzazione spagnola. Le dinamiche della frontiera ispano-marocchina sono complesse e dipendono anche dai rapporti diplomatici con Rabat, dall’attività delle organizzazioni criminali, dalle condizioni dei Paesi di origine e dalla capacità operativa delle autorità di frontiera.
Il punto politico e giuridico è un altro.
La regolarizzazione di massa, la difficoltà nel controllo della frontiera esterna e la crescente pressione sulle strutture di accoglienza concorrono a trasmettere la medesima immagine: quella di uno Stato che amplia considerevolmente le possibilità di permanenza mentre manifesta difficoltà nel governare gli ingressi e nel costruire un percorso credibile di integrazione.
È questa combinazione a mettere in discussione la fiducia degli altri Stati membri.
Schengen non è soltanto libertà di circolazione. È un sistema fondato sulla responsabilità reciproca. Ogni Stato rinuncia ai controlli ordinari alle proprie frontiere interne perché confida nel fatto che gli altri Stati proteggano efficacemente le frontiere esterne, controllino la regolarità della permanenza e adottino politiche migratorie compatibili con l’interesse comune europeo.
Quando quella fiducia viene meno, il sistema entra inevitabilmente in crisi.
Nel mio articolo del 14 luglio avevo richiamato il principio di leale cooperazione previsto dall’articolo 4, paragrafo 3, del Trattato sull’Unione europea. Tale principio impone agli Stati membri non soltanto di collaborare con le istituzioni europee, ma anche di astenersi dall’adozione di misure capaci di compromettere il conseguimento degli obiettivi comuni.
Avevo inoltre richiamato l’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, secondo cui la politica dell’immigrazione deve essere governata dalla solidarietà e dall’equa ripartizione delle responsabilità.
Ma la solidarietà non può operare in una sola direzione.
Non può essere invocata soltanto quando uno Stato chiede agli altri Paesi europei di condividere gli oneri dell’accoglienza. Solidarietà significa anche responsabilità preventiva: significa valutare le conseguenze europee delle proprie decisioni prima di adottarle.
Madrid conserva certamente un margine di autonomia nella disciplina dei titoli di soggiorno. Una regolarizzazione non è, di per sé, vietata dal diritto dell’Unione. Ma l’autonomia nazionale non può trasformarsi nel diritto di produrre conseguenze sovranazionali senza coordinamento, senza verifica e senza un’assunzione chiara di responsabilità.
Il vero errore del Governo Sánchez è aver confuso la regolarizzazione amministrativa con l’integrazione.
Attribuire un documento di soggiorno significa rendere regolare una posizione giuridica. Integrare significa verificare la conoscenza della lingua, l’autonomia lavorativa, il rispetto delle leggi, l’inserimento sociale, l’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento e l’adempimento dei doveri connessi alla permanenza.
Sono due dimensioni diverse.
La Spagna ha scelto di regolarizzare prima e, forse, integrare dopo. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone esattamente il contrario: la stabilità della permanenza deve essere progressivamente collegata alla riuscita di un percorso di integrazione serio, verificabile e sottoposto a controlli periodici.
Chi si integra deve poter consolidare la propria permanenza.
Chi rifiuta sistematicamente tale percorso, pur non avendo titolo alla protezione internazionale o ad altre forme inderogabili di tutela, deve essere accompagnato verso la ReImmigrazione, attraverso strumenti giuridici effettivi e, ove possibile, programmi dignitosi di ritorno assistito.
La possibile reazione italiana conferma quindi ciò che ReImmigrazione.com aveva già denunciato: una politica migratoria nazionale priva di coordinamento europeo e di autentici criteri di integrazione può arrivare a compromettere il funzionamento di Schengen.
Il ripristino dei controlli interni, tuttavia, non può essere considerato la soluzione definitiva. Può rappresentare una misura temporanea di tutela, ma costituisce anche la certificazione del fallimento della politica comune europea.
La risposta strutturale deve venire dalla Commissione.
Occorre verificare la compatibilità della scelta spagnola con il principio di leale cooperazione, con la solidarietà tra Stati membri e con il corretto funzionamento dello spazio Schengen. Qualora emergessero violazioni del diritto dell’Unione, non dovrebbe essere esclusa l’attivazione della procedura d’infrazione prevista dall’articolo 258 TFUE.
Il 14 luglio avevo formulato questa richiesta quando il problema appariva ancora astratto.
Oggi Schengen entra apertamente nel dibattito.
L’Europa può continuare a rincorrere le emergenze oppure può finalmente riconoscere che la politica migratoria non può essere governata soltanto attraverso ingressi, regolarizzazioni e rimpatri. Tra l’ingresso e il rimpatrio esiste una fase decisiva: l’integrazione.
È lì che si determina il successo o il fallimento della permanenza.
Ed è lì che deve intervenire il diritto.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Depuis le 1er janvier 2026, la France a renforcé les conditions d’accès à la nationalité. Pour une naturalisation ou une réintégration, le demandeur doit désormais justifier d’un niveau B2 de français, à l’écrit comme à l’oral, et réussir un examen civique de quarante questions, portant notamment sur les principes de la République, les institutions, les…
A Comment on the Decision of the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section, 10 July 2026 Fabio Loscerbo Abstract The decision adopted on 10 July 2026 by the Florence Territorial Commission for International Protection – Livorno Section makes a significant contribution to the interpretation of complementary protection following the amendments introduced by…
Il 30 luglio 2026, migliaia di persone hanno raggiunto in massa Ceuta, enclave spagnola situata sulla costa nordafricana e parte della frontiera esterna dell’Unione europea. Gli ingressi sono avvenuti via mare, aggirando il frangiflutti del Tarajal, e attraverso il superamento delle barriere di confine. Le forze di sicurezza sono state sopraffatte, mentre le strutture di accoglienza della città hanno rapidamente raggiunto la saturazione.
◼️ Ceuta está al límite. El Faro de Ceuta le ofrece una selección de imágenes a modo de resumen de lo que ha pasado este jueves. Ceuta FronteraSur Inmigración
Le immagini non mostrano un normale flusso migratorio. Mostrano uno sfondamento collettivo della frontiera europea, con centinaia, forse migliaia, di persone che avanzano contemporaneamente mentre lo Stato perde, almeno temporaneamente, la capacità di controllare il proprio territorio.
L’enclave spagnola di Ceuta, in Nord Africa, sta affrontando un’emergenza umanitaria e di sicurezza dopo che, nell’ultima settimana, almeno 1.500 migranti hanno raggiunto la città a nuoto provenendo dal Marocco. Centinaia di giovani, muniti di mute e gommoni, come mostrato dalle immagini dell’emittente regionale Faro TV. Ceuta, insieme a Melilla – un’altra città autonoma spagnola situata in Nord Africa – rappresenta l’unico confine terrestre dell’Unione Europea con l’Africa. Entrambe le città sono periodicamente interessate da un aumento dei tentativi di attraversamento da parte di migranti che cercano di raggiungere l’Europa. Video Reuters
Il presidente di Ceuta ha chiesto al Governo spagnolo di riconoscere una situazione di emergenza e di rafforzare drasticamente il dispositivo di sicurezza. Madrid ha respinto la possibilità di dichiarare formalmente l’emergenza nazionale, sostenendo che i flussi migratori non rientrino tra gli eventi contemplati dalla disciplina spagnola di protezione civile.
Il punto politico non può però essere eluso. Pedro Sánchez ha costruito la propria politica migratoria sull’idea che la Spagna abbia bisogno di immigrazione per sostenere la crescita economica, contrastare il declino demografico e finanziare lo Stato sociale. Nell’aprile 2026 il suo Governo ha quindi avviato una regolarizzazione straordinaria destinata, nelle previsioni iniziali, a circa mezzo milione di stranieri irregolarmente presenti nel Paese. Alla scadenza del termine, le domande presentate avevano superato il milione.
Formalmente, la sanatoria riguarda persone già presenti in Spagna prima del 1° gennaio 2026 e non attribuisce alcun diritto a chi entra oggi a Ceuta. Ma una politica migratoria non produce soltanto effetti giuridici: produce anche aspettative.
Quando uno Stato regolarizza in massa chi è entrato o rimasto irregolarmente, il messaggio percepito all’esterno rischia di essere molto semplice: l’irregolarità non è necessariamente il punto terminale del percorso migratorio, ma può diventare l’anticamera di una futura legalizzazione.
Non è possibile sostenere, senza ulteriori prove, che la sanatoria abbia provocato direttamente l’assalto del 30 luglio. Le cause immediate possono comprendere l’attività delle reti criminali, il comportamento delle autorità marocchine e la recente decisione della magistratura spagnola che ha limitato la possibilità dei respingimenti sommari. Ma è altrettanto irresponsabile negare che una regolarizzazione così ampia possa produrre un effetto di richiamo politico e psicologico.
La pressione su Ceuta, del resto, era già in crescita. Nei primi cinque mesi e mezzo del 2026 gli ingressi irregolari terrestri nell’enclave sarebbero aumentati del 215 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La crisi non nasce quindi in una sola giornata: l’assalto rappresenta il punto di rottura di una pressione che si stava accumulando da mesi.
Sánchez ha voluto presentare la Spagna come il volto accogliente dell’Europa. Ma ha dimenticato che l’accoglienza, quando non è accompagnata dalla capacità di selezionare gli ingressi, respingere chi forza la frontiera e rimpatriare chi non ha diritto di restare, viene interpretata come debolezza.
Ceuta non è soltanto un problema spagnolo. È una frontiera dell’Unione europea. Ogni cedimento in quel punto comunica che l’Europa non controlla pienamente l’accesso al proprio territorio e che la determinazione collettiva può prevalere sulle barriere, sulla polizia e sulle regole.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte da una distinzione che Sánchez sembra ignorare. L’immigrazione regolare, selezionata e finalizzata a un percorso verificabile di integrazione può rappresentare una risorsa. L’ingresso irregolare di massa, invece, deve incontrare una risposta immediata: identificazione, esame rapido delle eventuali domande di protezione e rimpatrio effettivo di chi non possiede alcun titolo.
Regolarizzare oltre un milione di persone e, poche settimane dopo, mostrarsi incapaci di proteggere Ceuta significa trasmettere il peggiore dei segnali: l’Europa promette controllo, ma premia l’irregolarità e arretra quando la frontiera viene messa alla prova.
Le immagini di Ceuta dicono con chiarezza ciò che la retorica governativa tenta di nascondere: senza una frontiera effettiva, non esiste politica migratoria. Esiste soltanto la gestione tardiva delle conseguenze.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
Il dibattito apertosi a Venezia intorno alla realizzazione di una moschea e alle dichiarazioni attribuite a Miah Rhitu rischia di essere rapidamente consumato secondo le consuete dinamiche della polemica politica: da una parte chi leggerà quelle parole come la dimostrazione dell’incompatibilità tra Islam e società occidentale, dall’altra chi considererà qualsiasi critica come un tentativo di…
Quattro mesi fa, durante la campagna per le elezioni comunali di Venezia, su queste pagine avevamo scelto deliberatamente di non partecipare alla polemica più semplice. La presenza di numerosi candidati provenienti dalla comunità bengalese poteva essere raccontata in due modi opposti e, a nostro avviso, entrambi insufficienti: come dimostrazione automatica dell’avvenuta integrazione oppure, al contrario,…
«La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazione Ci sono frasi che, soprattutto quando vengono pronunciate da chi ha scelto di partecipare alla vita politica italiana, non possono essere archiviate come semplici provocazioni, né liquidate come espressioni infelici estrapolate dal dibattito pubblico. Se confermate nel loro esatto…
Nelle ultime due settimane oltre 1.500 migranti avrebbero raggiunto Ceuta attraversando a nuoto il tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola. Tra loro vi sono numerosi minori stranieri non accompagnati, mentre le strutture locali di accoglienza risultano sottoposte a una pressione ormai difficilmente sostenibile.
Non siamo più davanti a un episodio isolato, ma a una crisi che pone una domanda politica e giuridica precisa: la necessaria tutela dei minori può comportare, come conseguenza, la sostanziale abolizione della frontiera?
La risposta deve essere negativa.
La tutela del minore è un obbligo, non una politica migratoria
Un minore che raggiunge il territorio europeo deve essere soccorso, identificato e protetto. Su questo non possono esservi ambiguità. La condizione di vulnerabilità impone garanzie rafforzate, un’accoglienza adeguata e una valutazione individuale fondata sul suo superiore interesse.
Ma proprio la gravità di tali obblighi impedisce di trasformare la protezione dei minori in uno strumento generale di gestione dei flussi migratori.
Quando centinaia di ragazzi arrivano in pochi giorni all’interno di un territorio limitato, le strutture si saturano, gli operatori vengono sopraffatti e la protezione rischia di ridursi a una sistemazione materiale d’emergenza. Non basta collocare un minore in un centro per poter affermare che sia stato realmente tutelato.
La tutela richiede accertamento dell’età, identificazione, assistenza sanitaria e psicologica, istruzione, ricerca dei familiari, valutazione della situazione nel Paese d’origine e costruzione di un percorso individuale. Tutto ciò diventa inevitabilmente più difficile quando la capacità amministrativa viene travolta dagli ingressi.
La sentenza sulle riconsegne in mare
La situazione di Ceuta si inserisce inoltre in un quadro giuridico particolarmente delicato.
L’8 luglio 2026 il Tribunale Supremo spagnolo ha affermato che la legislazione vigente non consente le cosiddette “devoluciones en caliente” nei confronti dei migranti che tentano di entrare a nuoto a Ceuta o Melilla. Secondo la Corte, il regime speciale applicabile agli attraversamenti delle recinzioni terrestri non può essere automaticamente esteso agli ingressi via mare.
Si tratta di una decisione che tutela il diritto di ogni persona a un esame individuale della propria posizione. Tuttavia, sarebbe ingenuo ignorare gli effetti che le differenze tra i diversi regimi giuridici possono produrre sulle rotte migratorie.
Quando il trattamento giuridico varia a seconda del punto o della modalità di attraversamento, esiste il rischio che i flussi si spostino verso il percorso considerato più favorevole. E se quel percorso consiste nel gettarsi in mare, la conseguenza paradossale è che una maggiore garanzia procedurale può essere accompagnata da un aumento del pericolo per la vita umana.
Non significa che le garanzie debbano essere eliminate. Significa che la politica non può limitarsi ad aspettare che i giudici intervengano sui singoli casi, senza costruire un sistema coerente di controllo della frontiera.
Una frontiera priva di controllo non protegge nessuno
Presentare il controllo delle frontiere come l’opposto della tutela umanitaria è un errore ideologico.
Una frontiera controllata consente di distinguere chi necessita effettivamente di protezione, chi ha diritto di chiedere asilo, chi può accedere attraverso canali regolari e chi, invece, non possiede alcun titolo per rimanere.
Una frontiera sostanzialmente aperta favorisce invece le reti criminali, incoraggia viaggi pericolosi e scarica sui territori di primo ingresso una responsabilità sproporzionata.
A Ceuta questa contraddizione appare in tutta la sua evidenza. I migranti rischiano di morire in mare; i minori vengono inseriti in strutture sovraffollate; le autorità locali chiedono aiuto; gli Stati europei discutono sulle competenze. Nel frattempo, manca una strategia capace di collegare la protezione individuale al governo complessivo del fenomeno.
Il minore deve essere protetto, ma la famiglia va ricercata
La condizione di minore straniero non accompagnato non dovrebbe determinare automaticamente una permanenza indefinita in Europa.
Dopo il soccorso e l’accoglienza immediata, occorre ricercare la famiglia, verificare le condizioni del Paese d’origine e valutare concretamente quale soluzione risponda al superiore interesse del ragazzo.
In alcuni casi, tale interesse potrà richiedere la permanenza nello Stato europeo. In altri potrà consistere nel ricongiungimento con i genitori o con altri familiari, anche attraverso programmi assistiti e controllati.
Affermare che ogni ricongiungimento nel Paese d’origine sia contrario alla tutela del minore significa confondere la protezione dell’infanzia con una presunzione assoluta secondo cui l’Europa sarebbe sempre e comunque l’unico luogo possibile nel quale crescere.
Non è così. Il superiore interesse del minore deve essere valutato individualmente e non utilizzato come formula astratta per neutralizzare qualsiasi politica di frontiera.
Integrazione o ReImmigrazione
Il caso di Ceuta conferma la necessità di superare tanto l’illusione dell’accoglienza senza limiti quanto la risposta meramente repressiva.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte da un principio semplice: chi entra e possiede i presupposti per rimanere deve essere inserito in un percorso serio, verificabile e misurabile di integrazione. Chi non possiede tali presupposti deve essere accompagnato verso il rimpatrio o verso un diverso progetto di vita nel Paese di origine.
Per i minori, questo metodo deve essere applicato con tutte le cautele imposte dalla loro vulnerabilità, ma senza rinunciare a una valutazione reale delle alternative.
Tutelare i minori non significa abolire la frontiera. Significa evitare che siano costretti a raggiungerla a nuoto, impedire che diventino strumenti nelle mani dei trafficanti e garantire loro una soluzione stabile, anziché una permanenza indefinita dentro un sistema emergenziale.
L’Europa deve tornare a governare le frontiere. Non per cancellare i diritti, ma per renderli concretamente esercitabili. Perché quando tutto viene qualificato come accoglienza, ma nessuno è più realmente accolto, a perdere sono prima di tutto le persone più vulnerabili.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
Deutschland steht bei der Rückkehr syrischer Schutzberechtigter vor einer Grundsatzfrage, die weit über Syrien hinausweist. Seit dem Sturz des Assad-Regimes hat sich die Entscheidungspraxis des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge deutlich verändert. Nach aktuellen Berichten werden Asylanträge häufiger abgelehnt und bereits gewährte Schutzstatus vermehrt überprüft. Gerade jetzt entscheidet sich, ob Deutschland Rückkehrpolitik als rechtsstaatliche Einzelfallprüfung…
A Comment on the Decree of the Tribunal of Bologna, Specialised Section for Immigration, International Protection and the Free Movement of European Union Citizens, 3 August 2026, Case No. 12455/2024 Fabio Loscerbo Abstract The decree issued by the Tribunal of Bologna on 3 August 2026 offers a significant contribution to the interpretation of complementary protection…
Un reportage pubblicato il 29 agosto dal Times of Israel documenta che l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione sta riportando in primo piano fascicoli di richiedenti asilo etiopi rimasti pendenti anche per anni. L’Autorità indica 1.334 domande ancora da decidere; per chi riceve un diniego, l’esito può tradursi nell’ordine di lasciare il Paese e,…
Il commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, Magnus Brunner, sostiene che non vi siano più ragioni sufficienti per mantenere i controlli italiani alla frontiera con la Slovenia. Secondo Bruxelles, la riduzione degli attraversamenti irregolari e la possibilità di ricorrere a misure di polizia meno invasive renderebbero necessario il graduale ritorno alla piena libertà di circolazione nello spazio Schengen.
La posizione della Commissione arriva, tuttavia, in un momento politicamente singolare. Il 12 giugno 2026 è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, presentato proprio come lo strumento attraverso il quale l’Unione dovrebbe finalmente riprendere il controllo degli ingressi, rafforzare le frontiere esterne, registrare gli arrivi irregolari e contrastare i movimenti secondari tra gli Stati membri.
Il Patto introduce procedure comuni di screening, identificazione e registrazione delle persone che attraversano irregolarmente le frontiere esterne. Prevede inoltre procedure più rapide per l’asilo e il rimpatrio, nuove regole sulla responsabilità degli Stati e un meccanismo di solidarietà destinato ad assistere i Paesi maggiormente esposti.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione.
Se il nuovo sistema europeo è davvero in grado di controllare gli ingressi, impedire i movimenti secondari e stabilire con certezza quale Stato debba esaminare una domanda di protezione, la Commissione dovrebbe dimostrare che tali strumenti funzionano già concretamente. Non basta affermare che i controlli interni sono incompatibili con Schengen: occorre garantire che l’abolizione di quei controlli non trasformi nuovamente l’Italia nel punto terminale degli spostamenti lungo la rotta balcanica.
La frontiera con la Slovenia è certamente una frontiera interna dell’Unione. Ma è anche il luogo nel quale diventano visibili le insufficienze del controllo esercitato a monte. Se le persone attraversano più Stati membri senza essere identificate, senza che venga determinato lo Stato competente e senza che gli accordi di riammissione trovino effettiva applicazione, significa che il sistema europeo non sta ancora funzionando come promesso.
Brunner non può sostenere, da una parte, che il Patto restituisca all’Europa la capacità di decidere chi entra, chi resta e chi deve essere rimpatriato e, dall’altra, chiedere all’Italia di rinunciare ai propri controlli senza offrire garanzie sull’effettività dei nuovi meccanismi.
Il problema non è difendere controlli permanenti alle frontiere interne. Schengen deve rimanere uno spazio di libera circolazione. Ma la libera circolazione presuppone che le frontiere esterne siano realmente controllate e che le regole comuni siano applicate da tutti gli Stati.
A meno di due mesi dall’entrata in applicazione del Patto, Bruxelles chiede dunque all’Italia un atto di fiducia. Ma la fiducia non può sostituire i risultati.
Prima di contestare i controlli italiani, Brunner dovrebbe spiegare quanti ingressi siano stati registrati attraverso le nuove procedure, quanti movimenti secondari siano stati impediti, quante riammissioni siano state eseguite e quanti rimpatri siano stati concretamente realizzati.
Altrimenti resta una domanda inevitabile: se l’Italia non può controllare la frontiera con la Slovenia e il Patto europeo non è ancora capace di impedire gli spostamenti irregolari all’interno dell’Unione, chi decide davvero chi entra in Europa?
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
Il 28 agosto, durante una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è stato comunicato un dato che misura la pressione migratoria dal lato meno osservato: nei primi otto mesi del 2026 quasi 200.000 persone sono state ricondotte forzatamente ad Haiti. Secondo la ricostruzione ufficiale dell’ONU, l’aumento è del 10 per cento rispetto…
Il 28 agosto la giudice federale Noël Wise, del Northern District of California, ha dichiarato incostituzionale l’impiego di alcune disposizioni dell’Immigration and Nationality Act per revocare visti e avviare procedure di espulsione contro stranieri legalmente presenti a causa di opinioni politiche protette. La decisione, resa in Stanford Daily Publishing Corporation v. Rubio, riguarda la campagna…
Elon Musk è tornato a intervenire sul rapporto tra immigrazione, sicurezza e coesione sociale, sostenendo che una società incapace di controllare i propri confini e di integrare chi arriva rischia di produrre fratture sempre più profonde. Nel corso di una recente intervista con The Economist, l’imprenditore ha difeso tre principi che considera essenziali: confini sicuri, città sicure e una gestione pubblica responsabile. Ha inoltre ribadito il timore che nel Regno Unito possa maturare, nel lungo periodo, una grave resa dei conti sociale legata alla presenza di gruppi portatori di valori incompatibili con quelli occidentali.
La previsione di una possibile guerra civile è certamente eccessiva e non può essere presentata come una conclusione scientificamente dimostrata. Musk aveva già utilizzato una formula analoga durante i disordini britannici del 2024, suscitando forti critiche per avere alimentato una rappresentazione estrema del conflitto sociale.
Sarebbe però altrettanto sbagliato utilizzare il carattere provocatorio delle sue dichiarazioni per ignorare la questione sostanziale. L’integrazione non è un processo automatico e la semplice permanenza sul territorio non garantisce la condivisione delle regole fondamentali della comunità ospitante.
Una società può accogliere nuovi lavoratori, riconoscere titoli di soggiorno e garantire diritti, ma se non verifica ciò che accade dopo l’ingresso rischia di favorire la formazione di comunità separate, unite al proprio interno ma sempre più distanti dal resto della popolazione. La separazione linguistica, culturale, abitativa e sociale non produce necessariamente violenza, ma può indebolire la fiducia reciproca, aumentare la percezione di insicurezza e alimentare conflitti identitari.
Il punto corretto della riflessione di Musk è dunque questo: l’immigrazione ha bisogno di regole comuni.
Lo Stato liberale non può imporre alle persone di abbandonare la propria religione, la propria cultura o la propria identità. Può e deve, tuttavia, pretendere il rispetto dell’ordinamento costituzionale, della dignità della persona, dell’uguaglianza tra uomo e donna, della libertà religiosa, dell’orientamento sessuale altrui e del rifiuto della violenza.
L’integrazione non consiste nell’uniformità culturale, ma nell’accettazione di un limite preciso: nessuna tradizione, convinzione religiosa o appartenenza comunitaria può essere utilizzata per comprimere i diritti fondamentali degli altri.
Il problema è che la politica europea continua spesso a considerare sufficiente l’inserimento lavorativo. Un immigrato che lavora, paga le tasse e dispone di un’abitazione viene generalmente ritenuto integrato. Sono elementi importanti, ma non conclusivi.
Una persona può essere economicamente autonoma e continuare a vivere in un ambiente completamente separato dalla società circostante. Può rispettare formalmente la legge ma educare i propri figli al rifiuto delle regole comuni. Può partecipare al mercato del lavoro senza riconoscere pari dignità alle donne, alle persone omosessuali o a chi abbandona una religione.
Questi aspetti non possono essere verificati attraverso un controllo sulle opinioni private, che sarebbe incompatibile con uno Stato democratico. Possono però essere valutati attraverso i comportamenti, la partecipazione sociale, la conoscenza della lingua, il rispetto delle istituzioni e l’assenza di condotte intimidatorie, discriminatorie o violente.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente dalla necessità di trasformare l’integrazione da formula retorica a politica pubblica misurabile.
Chi arriva deve poter accedere a percorsi linguistici, formativi, lavorativi e civici. Lo Stato, a sua volta, deve verificare periodicamente se tali percorsi producano un inserimento effettivo. Quando emergono difficoltà superabili, deve intervenire con strumenti di sostegno. Quando invece le regole comuni vengono sistematicamente rifiutate, la permanenza non può essere considerata un diritto privo di condizioni.
Anche il controllo dei confini deve essere letto in questa prospettiva. Musk non sostiene sempre una posizione semplicemente contraria all’immigrazione: in passato ha difeso l’ingresso di lavoratori altamente qualificati e ha distinto tra immigrazione regolare e irregolare.
Il problema, dunque, non è chiudere ogni ingresso, ma governarlo. Significa stabilire chi entra, per quale ragione, con quali requisiti e all’interno di quale percorso di integrazione. Un sistema che perde il controllo delle frontiere e, nello stesso tempo, rinuncia a verificare l’integrazione trasferisce inevitabilmente il costo delle proprie omissioni sulla società.
La formula della guerra civile resta sproporzionata. Ma la coesione sociale può certamente deteriorarsi quando una parte della popolazione percepisce che le regole non vengono applicate in modo uniforme, che alcune comunità rifiutano i principi comuni o che lo Stato evita di affrontare i problemi per timore di essere accusato di discriminazione.
Il conflitto sociale non nasce soltanto dalla presenza degli immigrati. Nasce anche dall’incapacità delle istituzioni di stabilire regole chiare, farle rispettare e distinguere chi si integra da chi rifiuta consapevolmente il patto di convivenza.
Elon Musk utilizza toni estremi, ma pone una domanda che l’Europa non può continuare a eludere: che cosa tiene insieme società sempre più diverse?
La risposta non può essere soltanto il mercato del lavoro e non può essere soltanto la repressione. Servono confini governati, percorsi di integrazione reali, verifiche periodiche e conseguenze giuridiche quando le condizioni della permanenza vengono meno.
Senza regole comuni, la diversità non produce automaticamente arricchimento. Può produrre separazione, sfiducia e conflitto.
È per evitare questo esito che l’integrazione deve finalmente diventare una responsabilità concreta dello Stato e di chi sceglie di vivere nella nostra comunità.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Per molti anni il dibattito economico sull’immigrazione è stato dominato da una convinzione quasi indiscutibile: le economie occidentali, segnate dall’invecchiamento della popolazione e dalla diminuzione della forza lavoro, avrebbero necessariamente bisogno di aumentare gli ingressi dall’estero per continuare a crescere.
Un recente intervento pubblicato dal Financial Times ha rimesso in discussione questa impostazione. L’articolo, firmato dall’economista statunitense Oren Cass, sostiene che l’immigrazione di massa non possa essere considerata la soluzione automatica alla carenza di lavoratori e che un’offerta continua di manodopera a basso costo possa produrre effetti negativi sui salari, sul potere contrattuale dei lavoratori e sugli incentivi delle imprese a investire nell’innovazione. Non si tratta di una nuova posizione ufficiale del quotidiano, ma dell’apertura di un confronto che fino a pochi anni fa sarebbe stato molto più difficile ospitare in una testata economica di tale rilievo.
Il valore di questo dibattito non consiste nell’affermare che ogni forma di immigrazione danneggi l’economia. Una simile conclusione sarebbe troppo semplice e non terrebbe conto delle differenze tra settori produttivi, qualifiche professionali, territori e modelli di ingresso. Lo stesso Financial Times ha pubblicato una replica secondo cui i lavoratori stranieri possono integrare, anziché sostituire, quelli già presenti, consentendo a questi ultimi di spostarsi verso occupazioni più qualificate.
Il punto decisivo è un altro: l’immigrazione non è una variabile economicamente neutrale e non può più essere presentata come una risposta universalmente vantaggiosa a qualsiasi carenza di personale.
Occorre domandarsi chi tragga beneficio dagli ingressi, quali lavoratori subiscano una maggiore concorrenza, quali settori economici vengano sostenuti e quali costi siano trasferiti sulla collettività. Il vantaggio immediato di un’impresa che reperisce facilmente personale non coincide necessariamente con l’interesse generale del Paese.
Quando la disponibilità di lavoratori a basso costo diventa permanente, le imprese possono essere meno incentivate ad aumentare le retribuzioni, migliorare le condizioni occupazionali, investire nella formazione o sostituire processi arretrati con tecnologie più efficienti. La scarsità di manodopera, infatti, non rappresenta soltanto un problema: può costringere il sistema produttivo a innovare, aumentare la produttività e valorizzare maggiormente il lavoro.
La questione riguarda direttamente l’Italia. Il nostro sistema continua a programmare gli ingressi attraverso il decreto flussi partendo principalmente dalle richieste quantitative delle imprese. Si stabilisce quanti lavoratori siano necessari nell’agricoltura, nell’edilizia, nel turismo, nella logistica o nell’assistenza familiare, ma si presta molta meno attenzione alla qualità del lavoro proposto e alle conseguenze sociali della presenza successiva.
Il lavoratore straniero viene considerato nel momento in cui serve all’impresa. Raramente viene seguito nel percorso che dovrebbe condurlo verso una reale autonomia economica e un’integrazione stabile.
Questo limite era già evidente nella struttura del decreto flussi, che collega l’ingresso a una proposta lavorativa ma non costruisce intorno ad essa un progetto organico di integrazione linguistica, abitativa, sociale e civica. Quando il rapporto di lavoro non si perfeziona, termina rapidamente o si rivela fittizio, la persona può scivolare nell’irregolarità, nel lavoro nero e nella marginalità.
Il vecchio sistema parte da una domanda troppo limitata: quanti immigrati servono all’economia?
Un nuovo sistema dovrebbe porre domande molto più complesse. Quali professionalità sono realmente necessarie? Per quanto tempo? Con quali salari e contratti? In quali territori? Esistono abitazioni accessibili, scuole, servizi pubblici e percorsi linguistici adeguati? L’ingresso sostiene un settore innovativo oppure consente a un comparto poco produttivo di sopravvivere grazie al basso costo del lavoro?
Soprattutto, occorre domandarsi quale sia l’esito del percorso migratorio dopo alcuni anni.
Il lavoro è una condizione essenziale dell’integrazione, ma non ne costituisce la prova definitiva. Una persona può essere occupata e continuare a vivere in una condizione di isolamento linguistico e sociale. Può contribuire alla produzione economica senza sviluppare alcun rapporto stabile con la comunità nella quale risiede. La visione puramente economicista riduce l’immigrato a forza lavoro e dimentica che l’ingresso di una persona produce conseguenze familiari, scolastiche, abitative, sanitarie e sociali.
Per questo serve un sistema nel quale il fabbisogno delle imprese rappresenti soltanto uno degli elementi della programmazione migratoria.
Gli ingressi dovrebbero essere collegati alla qualità dell’occupazione, alla capacità di assorbimento dei territori e alla previsione di un percorso di integrazione verificabile. Lo Stato dovrebbe controllare periodicamente non soltanto l’esistenza formale del contratto, ma la stabilità lavorativa, la conoscenza della lingua, la condizione abitativa, il rispetto delle regole e l’effettiva partecipazione alla vita della comunità.
Quando il percorso produce integrazione, la presenza deve essere consolidata e valorizzata. Quando invece vengono meno i presupposti della permanenza o l’inserimento fallisce definitivamente, deve esistere una politica di ReImmigrazione effettiva, individualizzata e rispettosa delle garanzie.
Il confronto aperto dal Financial Times dimostra che anche una parte del mondo economico comincia a comprendere l’insufficienza delle vecchie categorie. Non basta aumentare il prodotto interno lordo se la crescita dipende da salari stagnanti, bassa produttività e progressiva debolezza contrattuale dei lavoratori. Non basta coprire un posto vacante se il sistema non è capace di governare ciò che accade dopo l’ingresso.
L’immigrazione non deve essere né demonizzata né utilizzata come scorciatoia per evitare le riforme economiche. Deve essere programmata in funzione di una strategia nazionale che tenga insieme sviluppo industriale, salari, innovazione, sostenibilità territoriale e integrazione.
Il vero cambiamento consiste nel passare da un sistema che importa manodopera a un sistema che governa persone e percorsi.
È questo il nuovo dibattito che il Financial Times ha contribuito ad aprire. Ed è su questo terreno che l’Italia dovrebbe costruire una politica migratoria finalmente adulta.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Ogni volta che si verifica un grave fatto di cronaca si torna a parlare di immigrazione.
Si propone una nuova stretta, un nuovo decreto, un nuovo intervento emergenziale.
Poi, passata l’emergenza, tutto rimane sostanzialmente invariato.
Forse il problema è proprio questo.
Continuiamo a modificare le singole norme senza cambiare il paradigma sul quale si fonda l’intero sistema.
Nel corso della diretta ho sostenuto che il diritto dell’immigrazione italiano continua ad essere costruito attorno a una domanda: come far entrare o come espellere una persona?
A mio avviso, la domanda dovrebbe essere diversa.
Come si misura l’integrazione di chi vive stabilmente nel nostro Paese?
È da questa semplice domanda che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non si tratta di sostituire l’attuale legislazione con un’altra completamente diversa.
Si tratta di cambiare prospettiva.
L’ingresso, il lavoro, il rinnovo del permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare, la cittadinanza e perfino il welfare dovrebbero essere letti attraverso un unico principio: l’integrazione della persona nella comunità nazionale.
Se questo principio diventasse il centro delle politiche migratorie, molte delle contrapposizioni che oggi dividono il dibattito pubblico perderebbero significato.
Non esisterebbero più soltanto politiche di apertura o politiche di chiusura.
Esisterebbero politiche orientate a verificare se il percorso di integrazione abbia avuto successo oppure no.
È questo, a mio avviso, il cambiamento culturale prima ancora che giuridico di cui l’Italia e l’Europa hanno bisogno.
Per questo motivo parlo di paradigma e non semplicemente di una proposta di legge.
Un paradigma cambia il modo di osservare un fenomeno.
E prima di cambiare le norme, occorre cambiare il modo di guardare al fenomeno migratorio.
Nel corso della diretta approfondisco questa riflessione e spiego perché ritengo che il futuro del diritto dell’immigrazione dipenda soprattutto dalla capacità di costruire un nuovo paradigma. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il 28 agosto Immigration, Refugees and Citizenship Canada ha confermato che le due vie speciali verso la residenza permanente destinate ai cittadini di Hong Kong cesseranno di accettare nuove domande il 31 agosto 2026. Le istanze ricevute entro la scadenza continueranno a essere esaminate. Secondo l’avviso ufficiale di IRCC, al 30 giugno erano state presentate…
La U.S. Immigration and Customs Enforcement ha arrestato il commentatore britannico Milo Yiannopoulos all’aeroporto Louis Armstrong di New Orleans. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha riferito che l’uomo era entrato legalmente negli Stati Uniti nel maggio 2019, aveva superato il periodo di permanenza autorizzato e si trovava già destinatario di un ordine definitivo di…
Il 28 agosto il governo spagnolo ha chiesto formalmente alla Commissione europea il sostegno di Frontex per identificare e registrare le persone ancora presenti a Ceuta dopo l’ingresso di massa del 30 luglio. La richiesta del ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska comprende dieci agenti aggiuntivi. Secondo le autorità, nella città autonoma restano tra 5.000 e 8.000…
La Russia è impegnata da anni in una guerra di logoramento contro l’Ucraina, sostiene costi umani elevatissimi e continua a cercare nuovi uomini da impiegare direttamente o indirettamente nello sforzo bellico. In un simile contesto, si potrebbe pensare che Mosca abbia interesse a trattenere sul proprio territorio il maggior numero possibile di giovani stranieri, soprattutto quando si tratta dei figli dei lavoratori immigrati che sono cresciuti nel Paese, ne conoscono la lingua e hanno già sviluppato relazioni sociali e scolastiche.
La nuova disciplina approvata dalla Duma va invece nella direzione opposta.
I figli dei lavoratori stranieri possono soggiornare in Russia come familiari a carico soltanto durante la minore età e per la durata del titolo lavorativo dei genitori. Una volta compiuti diciotto anni, devono acquisire un autonomo fondamento giuridico per restare, per esempio ottenendo il proprio titolo lavorativo. In mancanza, sono tenuti a lasciare il territorio russo entro trenta giorni. Non si tratta quindi di un’espulsione automatica di ogni figlio maggiorenne, ma della cessazione della possibilità di continuare a soggiornare esclusivamente in forza della posizione del genitore.
La misura è particolarmente significativa perché interviene mentre la Russia utilizza contemporaneamente la cittadinanza, il permesso di soggiorno e il servizio militare come strumenti strettamente collegati.
Già nel gennaio 2024, Vladimir Putin aveva accelerato l’accesso alla cittadinanza per gli stranieri che sottoscrivono un contratto con le Forze armate russe. La procedura semplificata consente ai militari stranieri e, in determinate condizioni, ai loro familiari di ottenere lo status russo senza dover rispettare tutti i requisiti ordinariamente previsti. La finalità è evidente: ampliare la platea dei reclutabili e rendere l’arruolamento più attrattivo attraverso la promessa della cittadinanza.
Nel novembre 2025, il Cremlino ha inoltre approvato una nuova procedura temporanea relativa alla cittadinanza degli stranieri partecipanti alla cosiddetta “operazione militare speciale”. Secondo le ricostruzioni disponibili, per molti uomini stranieri che chiedono la residenza permanente o la cittadinanza, la sottoscrizione di un contratto con l’esercito o con strutture statali assimilate è diventata una via privilegiata, e in alcuni casi una condizione sostanziale, per ottenere il titolo richiesto.
A prima vista, le due politiche sembrano contraddirsi.
Da una parte, la Russia offre la cittadinanza allo straniero disposto a combattere; dall’altra, nega che il figlio maggiorenne di un lavoratore possa continuare a soggiornare soltanto perché è cresciuto nel Paese e appartiene a un nucleo familiare stabilmente presente. Da una parte, Mosca ha bisogno di soldati, lavoratori e popolazione attiva; dall’altra, impone ai giovani stranieri di ottenere rapidamente un autonomo titolo o di partire.
In realtà, non vi è una vera incoerenza. Esiste un preciso modello politico.
La Russia non considera l’immigrazione come un processo destinato a trasformarsi automaticamente in permanenza definitiva. Non ritiene che il semplice trascorrere del tempo, la presenza familiare o la crescita sul territorio producano necessariamente un diritto a restare. Al compimento della maggiore età, il giovane straniero deve dimostrare una propria funzione autonoma agli occhi dello Stato.
Può essere una funzione lavorativa. Può essere economica. Può essere militare.
È la logica della permanenza condizionata all’utilità.
Lo straniero che sottoscrive un contratto con l’esercito può essere ammesso rapidamente alla cittadinanza perché assume un rischio immediatamente utile allo Stato. Il figlio del lavoratore immigrato, invece, non viene considerato automaticamente parte della comunità nazionale soltanto perché vi ha trascorso l’infanzia. Deve trasformare la propria presenza familiare in una posizione giuridica autonoma.
Si tratta di un modello autoritario, nel quale lo Stato attribuisce valore alla persona principalmente in ragione della funzione che essa può svolgere. La cittadinanza non rappresenta necessariamente il riconoscimento finale di una piena integrazione civile e sociale, ma può diventare una forma di compensazione per il servizio prestato all’apparato militare.
Da questo punto di vista, il sistema russo non deve essere assunto come modello giuridico dall’Europa.
Gli ordinamenti europei sono fondati sulla tutela della vita privata e familiare, sul principio di proporzionalità e sulla necessità di valutare individualmente la posizione dello straniero. Un giovane nato o cresciuto nel territorio non può essere trattato come se, al compimento dei diciotto anni, la sua storia personale venisse improvvisamente cancellata.
La durata della permanenza, la scolarizzazione, la conoscenza della lingua, i rapporti familiari, l’inserimento sociale e l’assenza di legami effettivi con il Paese di origine sono elementi che devono essere considerati prima di disporre un allontanamento.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare la scelta russa senza coglierne il significato politico.
Persino uno Stato impegnato in una guerra, bisognoso di uomini e alle prese con un evidente problema demografico, non ritiene che ogni immigrazione debba trasformarsi automaticamente in stabilizzazione definitiva. Mosca distingue tra ingresso, soggiorno, permanenza e cittadinanza. Pretende che, raggiunta la maggiore età, la posizione dello straniero venga ridefinita.
L’Europa, al contrario, ha spesso seguito una logica diversa. L’ingresso temporaneo tende progressivamente a trasformarsi in permanenza; la permanenza diventa radicamento; il radicamento viene poi invocato come ostacolo all’allontanamento. Il trascorrere del tempo finisce così per produrre effetti giuridici sempre più difficilmente reversibili, anche quando l’integrazione non è mai stata effettivamente verificata.
È proprio questo il problema che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione intende affrontare.
La permanenza non dovrebbe essere né automaticamente negata al compimento dei diciotto anni, come rischia di accadere nel modello russo, né automaticamente consolidata per il solo decorso del tempo, come troppo spesso avviene nel dibattito europeo.
Dovrebbe dipendere da una valutazione individuale, periodica e verificabile.
Un giovane cresciuto nel Paese, che conosce la lingua, studia, lavora, rispetta le regole e partecipa alla vita della comunità, deve poter consolidare il proprio soggiorno. Sarebbe irragionevole e contrario ai principi di proporzionalità interrompere un percorso di integrazione riuscito soltanto perché è terminata la dipendenza formale dal titolo del genitore.
Al tempo stesso, la presenza familiare non può diventare uno strumento attraverso cui ogni verifica viene definitivamente esclusa. La maggiore età segna l’acquisizione della piena responsabilità individuale e può legittimamente rappresentare il momento nel quale lo Stato valuta la posizione autonoma della persona.
La differenza fondamentale riguarda i criteri utilizzati.
La Russia sembra chiedere al giovane straniero soprattutto di dimostrare la propria utilità economica o istituzionale. Il paradigma europeo dovrebbe invece chiedere di dimostrare l’integrazione, intesa come rispetto delle leggi, autonomia, conoscenza linguistica, adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento e partecipazione effettiva alla società.
La guerra rende ancora più evidente questa distinzione.
Mosca è disponibile ad accelerare la cittadinanza quando lo straniero è disposto a combattere, ma non riconosce automaticamente la permanenza a chi è semplicemente cresciuto nel Paese. Il messaggio è netto: l’appartenenza non deriva dalla sola presenza, ma da una prestazione resa allo Stato.
L’Europa non può adottare questa visione militarizzata e utilitaristica della cittadinanza. Può però comprendere una lezione più generale: nessun titolo migratorio dovrebbe essere considerato, sin dall’origine, come il primo passaggio inevitabile verso una permanenza irreversibile.
Ingresso, soggiorno, integrazione e cittadinanza sono fasi diverse. Devono essere collegate, ma non confuse.
La Russia utilizza il servizio militare come strumento di selezione e regolarizzazione. L’Europa deve utilizzare criteri civili, costituzionali e sociali. Ma deve comunque selezionare, verificare e decidere.
La permanenza non può essere concessa perché una persona è semplicemente presente. Deve essere riconosciuta quando il percorso di integrazione dimostra che quella persona è divenuta parte effettiva della comunità.
Quando questo percorso riesce, lo Stato deve consolidarlo.
Quando non viene intrapreso o fallisce gravemente, la temporaneità del soggiorno deve poter produrre conseguenze reali, nel rispetto delle garanzie fondamentali.
La nuova legge russa è dunque troppo rigida se pretende di interrompere automaticamente il soggiorno di giovani realmente radicati. Ma pone una domanda che l’Europa continua a evitare: perché il compimento della maggiore età, la fine della dipendenza familiare o il mutamento delle condizioni originarie non dovrebbero mai determinare una nuova verifica della permanenza?
La risposta non può essere l’espulsione automatica. Ma non può essere nemmeno la permanenza automatica.
La risposta deve essere l’integrazione misurata.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Un recente approfondimento pubblicato da Il Primato Nazionale, dal titolo “L’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci? Contro l’economia delle braccia”, pone una questione che merita di essere sviluppata: l’immigrazione rischia di diventare la risposta automatica attraverso cui il sistema economico italiano evita di affrontare salari insufficienti, bassa produttività, carenze formative e mancata innovazione.
Quando un settore non trova lavoratori, la risposta politica è quasi sempre la stessa: aumentare gli ingressi. Quando le imprese segnalano una carenza di personale, si interviene sulle quote. Quando la popolazione attiva diminuisce, si afferma che l’immigrazione debba necessariamente compensare lo squilibrio demografico.
In questo modo, però, il fenomeno migratorio viene ridotto a una questione di approvvigionamento della forza lavoro.
L’articolo de Il Primato Nazionale coglie correttamente il rischio di una vera e propria “economia delle braccia”: un sistema che preferisce immettere nuova manodopera, spesso più vulnerabile e meno capace di contrattare, anziché aumentare i salari, migliorare le condizioni di lavoro, investire nella formazione o modernizzare i processi produttivi.
Il problema non riguarda soltanto le imprese. Riguarda soprattutto il modello giuridico e politico con cui l’Italia governa l’immigrazione per lavoro: il decreto flussi.
Da anni il decreto flussi viene presentato come lo strumento ordinario attraverso cui programmare gli ingressi sulla base dei fabbisogni produttivi. In realtà, proprio questa impostazione dimostra il fallimento del sistema. Le persone vengono ammesse perché servono in un determinato momento, in un determinato settore e per una determinata funzione economica. Il migrante viene considerato prima di tutto come un fattore produttivo da collocare nel mercato.
Come ho già sostenuto nell’articolo “Il decreto flussi come politica industriale: quando l’immigrazione diventa logistica”, il meccanismo trasforma l’immigrazione in una variabile della politica industriale. La persona entra dove serve, resta finché serve e diventa giuridicamente fragile quando il fabbisogno economico cambia. Il lavoro non costituisce più soltanto un elemento del percorso migratorio, ma diventa il fondamento quasi esclusivo della presenza sul territorio.
È precisamente questo modello che deve essere superato.
Non basta rendere il decreto flussi più efficiente, aumentare le quote, anticipare le domande o velocizzare le procedure. Il problema non è soltanto amministrativo. È strutturale. Il sistema non funziona perché tenta di governare un fenomeno umano e sociale complesso attraverso una pianificazione annuale o pluriennale dei fabbisogni di manodopera.
Le richieste delle imprese possono essere contingenti. Il diritto di soggiorno, invece, produce conseguenze durature. Un lavoratore può essere richiesto oggi e non servire più domani. Un settore può espandersi per alcuni anni e poi entrare in crisi. Un datore di lavoro può cessare l’attività, ridurre il personale o sostituire il lavoratore. Quando ciò avviene, il sistema espone lo straniero al rischio di perdere la stabilità giuridica e di scivolare verso l’irregolarità.
Non si tratta di un’anomalia occasionale. È la conseguenza naturale di un modello costruito sul fabbisogno economico.
Il decreto flussi promette programmazione, ma produce precarietà. Promette regolarità, ma crea le condizioni per nuova irregolarità. Promette incontro tra domanda e offerta, ma troppo spesso si traduce in procedure lente, rapporti di lavoro mai iniziati, datori irreperibili, nulla osta inutilizzabili e lavoratori che arrivano in Italia senza trovare la concreta occupazione per la quale erano stati autorizzati.
Inoltre, il sistema incentiva una rappresentazione distorta dell’immigrazione: lo straniero è ritenuto utile quando lavora e problematico quando perde il lavoro. Questa impostazione è giuridicamente debole e politicamente miope. La permanenza non può dipendere esclusivamente dall’andamento del mercato, perché la persona, una volta entrata, costruisce relazioni, legami sociali, percorsi linguistici e familiari che non possono essere accesi o spenti sulla base delle esigenze aziendali.
Occorre quindi uscire dalla logica delle quote e costruire un diverso modello di ingresso.
Superare il decreto flussi non significa rinunciare alla regolazione. Significa sostituire una programmazione quantitativa e burocratica con una valutazione selettiva, individuale e progressiva. Gli ingressi dovrebbero essere fondati su requisiti trasparenti, sulla concreta capacità di inserirsi nel territorio e sull’avvio di un percorso di integrazione verificabile.
Il lavoro deve restare un elemento importante, ma non può essere l’unico. Devono assumere rilievo la conoscenza della lingua, la qualificazione professionale, l’autonomia economica, il rispetto delle regole, la condizione abitativa, la sostenibilità territoriale e la capacità di costruire un rapporto stabile con la comunità.
In altri termini, non dovrebbe essere l’impresa a determinare, da sola, chi entra e perché entra. Deve essere lo Stato a valutare quale percorso migratorio sia sostenibile, tenendo insieme esigenze economiche, capacità di integrazione e interesse generale.
Questa diversa impostazione consentirebbe anche di affrontare con maggiore serietà il tema del lavoro povero.
Quando un’impresa dichiara di non trovare personale, lo Stato dovrebbe verificare innanzitutto le condizioni offerte. La carenza di candidati non dimostra automaticamente la mancanza di lavoratori. Può dipendere da retribuzioni troppo basse, orari incompatibili con una vita dignitosa, stagionalità esasperata, assenza di prospettive o mancanza di investimenti.
Importare manodopera non può diventare il modo più semplice per evitare queste domande.
L’immigrazione, in tale contesto, non crea necessariamente il lavoro povero, ma può consentire al lavoro povero di sopravvivere. La maggiore vulnerabilità dello straniero, soprattutto nelle fasi iniziali del soggiorno, può indebolirne il potere contrattuale e rendere più facile l’accettazione di condizioni che altri lavoratori rifiutano.
Il risultato è un sistema nel quale le imprese meno innovative vengono protette dalla necessità di cambiare. Invece di automatizzare, formare, aumentare i salari o riorganizzare la produzione, si continua a cercare nuova manodopera disponibile.
A pagarne il costo sono tutti.
Lo paga il lavoratore straniero, che rischia sfruttamento, precarietà e dipendenza dal datore di lavoro.
Lo paga il lavoratore italiano, che vede indebolirsi la propria capacità contrattuale.
Lo paga lo Stato, che deve sostenere i costi sociali e amministrativi di un’integrazione non programmata.
Lo pagano i territori, chiamati a garantire abitazioni, scuola, sanità, trasporti e sicurezza senza che la capacità di assorbimento sia stata realmente valutata.
Per questa ragione non è sufficiente chiedere un’immigrazione “più selettiva” all’interno del vecchio decreto flussi. È necessario cambiare paradigma.
Il sistema delle quote va sostituito con un modello nel quale l’ingresso sia l’avvio di un percorso giuridico e non la semplice risposta a una richiesta produttiva. La permanenza deve essere progressivamente consolidata quando l’integrazione riesce e rimessa in discussione quando essa fallisce in modo grave e duraturo, nel rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali.
È questo il significato del paradigma Integrazione o ReImmigrazione.
L’Italia non ha bisogno di importare ogni anno nuova manodopera per sostenere un’economia incapace di innovare. Ha bisogno di salari adeguati, maggiore produttività, formazione, tecnologia e una politica migratoria finalmente autonoma dalle esigenze contingenti delle filiere produttive.
Il decreto flussi ha trasformato l’immigrazione in logistica. Ha trattato le persone come quote, numeri e fabbisogni. Ha legato la regolarità a rapporti economici instabili e ha prodotto un sistema nel quale il mercato orienta il diritto anziché esserne regolato.
Continuare a correggerlo non basta.
Occorre superarlo e costruire un modello nel quale la domanda fondamentale non sia più soltanto “quanti lavoratori servono?”, ma “quali persone possono entrare, attraverso quale percorso e con quali concrete prospettive di integrazione?”.
L’immigrazione non deve servire a conservare il lavoro povero. E il diritto dell’immigrazione non può restare subordinato alla politica industriale.
Prima vengono l’innovazione, i salari e la formazione. Poi viene una politica degli ingressi fondata sulla selezione e sulla sostenibilità. Infine viene la verifica dell’integrazione.
Tutto il resto è gestione amministrativa del fallimento.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Quando si parla di integrazione, spesso si commette un errore: si pensa che sia un dovere esclusivamente dello straniero.
Non è così.
Nel corso della diretta ho spiegato che l’integrazione è un rapporto reciproco.
Da un lato, il cittadino straniero ha il dovere di imparare la lingua italiana, rispettare le leggi, condividere i principi fondamentali della nostra convivenza civile e partecipare attivamente alla vita della comunità.
Dall’altro, anche lo Stato ha delle responsabilità.
Non può limitarsi a rilasciare un permesso di soggiorno e attendere che il tempo risolva ogni problema. Deve predisporre strumenti concreti: corsi di lingua, educazione civica, percorsi di orientamento, verifiche periodiche e un’amministrazione capace di accompagnare il cittadino lungo il suo percorso di inserimento.
Per troppo tempo abbiamo considerato l’integrazione come un fatto spontaneo.
La realtà dimostra che non è così.
L’integrazione richiede regole, organizzazione e responsabilità da entrambe le parti.
È proprio questo il senso del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Lo Stato offre gli strumenti necessari per integrarsi.
Il cittadino straniero assume l’impegno di utilizzarli e di dimostrare, nel tempo, la volontà di diventare parte della comunità nazionale.
Solo se entrambe le parti rispettano i propri doveri il percorso può dirsi realmente compiuto.
In caso contrario, non si tratta del fallimento dello Stato o dello straniero, ma del fallimento del progetto di integrazione. Ed è proprio in quel momento che può trovare applicazione la ReImmigrazione, non come sanzione collettiva, ma come conseguenza di una valutazione individuale.
È una visione che supera tanto l’assistenzialismo quanto la semplice logica repressiva.
L’integrazione diventa un vero e proprio patto di responsabilità reciproca.
Nel corso della diretta approfondisco questo tema e spiego perché ritengo che il futuro delle politiche migratorie debba fondarsi proprio su questo equilibrio tra diritti e doveri. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
America’s asylum system now contains a striking contradiction: the longer a case remains pending, the more the applicant can be required to pay simply because the case is still pending. The new Annual Asylum Fee, currently $102 for 2026, applies to many Form I-589 cases that remain unresolved for a year or more. At the…
C’è un dato nell’ultima rilevazione pubblicata il 28 agosto 2026 da Termometro Politico che meriterebbe di essere letto con maggiore attenzione rispetto alla consueta discussione sulle percentuali dei partiti: l’immigrazione continua a occupare uno spazio rilevante tra le preoccupazioni degli italiani. Il dato, naturalmente, non autorizza a sostenere che il Paese sia diventato improvvisamente contrario…
C’è qualcosa di profondamente significativo nella crisi politica che attraversa oggi la Germania, perché il Paese che per molti anni ha rappresentato uno dei principali laboratori europei dell’immigrazione concepita come risposta alle esigenze economiche e demografiche si trova contemporaneamente a registrare una crescita di Alternative für Deutschland che, in alcune aree orientali, ha ormai raggiunto…
Gli Stati Uniti stanno sperimentando una politica migratoria che merita di essere osservata anche in Europa: incentivare economicamente la partenza volontaria degli stranieri irregolarmente presenti, invece di affidarsi esclusivamente alle più costose e complesse procedure di espulsione forzata.
Il programma, denominato Project Homecoming, offre a chi aderisce il viaggio gratuito verso il Paese di origine e un contributo economico. Il Dipartimento per la sicurezza interna statunitense indica attualmente un incentivo di 2.600 dollari, accessibile attraverso l’applicazione governativa CBP Home.
Secondo i dati riportati da Axios, il programma potrebbe concorrere a oltre 200.000 partenze. Il costo amministrativo stimato di ciascun auto-rimpatrio sarebbe di circa 2.500 dollari, oltre al contributo riconosciuto allo straniero, mentre un allontanamento coattivo costerebbe mediamente oltre 18.000 dollari. Le autorità americane prevedono, conseguentemente, un risparmio complessivo nell’ordine di miliardi di dollari. Si tratta, tuttavia, di stime governative che devono essere valutate con prudenza, anche perché non tutti i dati ufficiali sull’effettiva partecipazione al programma sono stati pubblicati in forma completa.
Il dato economico pone una questione che anche l’Italia dovrebbe affrontare senza pregiudizi ideologici. L’espulsione forzata non consiste semplicemente nell’acquisto di un biglietto aereo. Richiede l’identificazione dello straniero, il rilascio dei documenti da parte del consolato, il trattenimento nei centri per il rimpatrio, l’impiego delle forze di polizia, l’organizzazione della scorta e, spesso, un complesso contenzioso giudiziario.
Quando ne ricorrono i presupposti, la partenza volontaria assistita può quindi risultare meno onerosa, meno conflittuale e più efficace. Non rappresenta un premio all’immigrazione irregolare, ma l’applicazione di un principio elementare di buona amministrazione: tra due strumenti capaci di raggiungere il medesimo risultato, lo Stato deve scegliere quello che comporta costi inferiori e maggiori possibilità di esecuzione.
Questa impostazione si avvicina al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che non identifica nella ReImmigrazione una politica autonoma o esclusivamente espulsiva. Il paradigma propone un sistema complessivo nel quale lo Stato deve distinguere tra chi costruisce un percorso effettivo di integrazione e chi, invece, non possiede più un titolo per permanere nel territorio nazionale.
In tale prospettiva, il rimpatrio volontario assistito rappresenta uno degli strumenti della ReImmigrazione. Prima dell’impiego della coercizione, lo straniero privo di titolo dovrebbe poter aderire a un programma organizzato di ritorno, ricevendo assistenza per il viaggio e, quando opportuno, un sostegno finalizzato al reinserimento nel Paese di origine. Qualora rifiuti la partenza e non sussistano ragioni giuridiche che ne impediscano l’allontanamento, lo Stato deve però essere concretamente in grado di eseguire il rimpatrio.
Nel sistema italiano, la gestione di tali programmi potrebbe rientrare tra le competenze di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, la cui istituzione costituisce uno dei dieci pilastri del paradigma. Oggi le competenze sull’immigrazione risultano frammentate tra diversi ministeri, prefetture, questure, enti territoriali e strutture amministrative. Manca un’autorità politica specificamente responsabile dell’intero percorso migratorio.
Il nuovo Ministero dovrebbe coordinare le politiche di integrazione, la verifica periodica dei relativi percorsi, i programmi di rimpatrio volontario, gli accordi di riammissione e le iniziative di reinserimento nei Paesi di origine. Dovrebbe inoltre raccogliere e pubblicare dati attendibili sui costi, sui risultati e sulla reale efficacia delle misure adottate.
Integrazione e ReImmigrazione, infatti, non sono due politiche incompatibili. Sono le due possibili conclusioni di un medesimo percorso amministrativo. Lo Stato deve investire seriamente su chi lavora, rispetta le regole, partecipa alla vita della comunità e costruisce un legame stabile con il Paese. Deve però anche predisporre strumenti concreti per il ritorno di chi non ha diritto di rimanere.
Naturalmente, ogni programma di partenza assistita deve rispettare precise garanzie. Non può essere utilizzato per indurre alla rinuncia chi abbia diritto alla protezione internazionale, né può prescindere dalla tutela dei minori, delle vittime di tratta e delle persone vulnerabili. L’adesione deve essere consapevole e accompagnata da informazioni chiare sulle conseguenze giuridiche della partenza e sull’eventuale possibilità di un futuro ingresso regolare.
L’esperienza americana non deve dunque essere copiata meccanicamente. Deve essere studiata, verificata e adattata al sistema europeo. Ma il principio di fondo è difficilmente contestabile: uno Stato serio non misura la propria autorità dal numero delle espulsioni annunciate, bensì dalla capacità di adottare decisioni realistiche e di eseguirle.
Se il rimpatrio volontario assistito consente di ottenere più partenze, con costi inferiori e minore impiego della coercizione, esso deve diventare parte di una politica migratoria razionale. La vera alternativa non è tra accoglienza indiscriminata ed espulsione di massa. È tra un’immigrazione lasciata all’improvvisazione e un sistema fondato su una scelta chiara: Integrazione o ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Le dichiarazioni del regista tedesco Uwe Boll, pubblicate dopo l’attacco contro le celebrazioni del Pride di Berlino, sono volutamente estreme. Boll accusa la comunità LGBTQ e la sinistra occidentale di sostenere politicamente quegli stessi ambienti islamisti che negano radicalmente la libertà sessuale, la parità tra uomo e donna e il diritto di vivere apertamente la propria identità.
Espressa in questi termini, la sua tesi è evidentemente generalizzante. Non esiste una comunità LGBTQ politicamente uniforme, così come non esiste una sinistra europea riconducibile a un’unica posizione sull’immigrazione, sull’islam o sul fondamentalismo religioso. Boll trasforma quindi una contraddizione politica reale in una contrapposizione assoluta, nella quale intere categorie sociali vengono trattate come blocchi omogenei.
Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato liquidare le sue parole come una semplice provocazione cinematografica.
L’attacco di Berlino non è stato un episodio privo di connotazione ideologica. Secondo le autorità tedesche, gli elementi raccolti indicano la matrice del terrorismo islamista. Il responsabile, già noto per la radicalizzazione e per i suoi collegamenti con l’ambiente estremista, avrebbe deliberatamente colpito le persone riunite in occasione del Christopher Street Day, provocando una vittima e numerosi feriti. Il ministro dell’Interno tedesco ha parlato apertamente di un sospetto attentato terroristico islamista e di un’aggressione contro la società libera e aperta.
Questo dato impone una riflessione che l’Europa continua troppo spesso a evitare: l’islamismo politico e radicale non è soltanto un problema di sicurezza pubblica, ma rappresenta un progetto culturale e sociale incompatibile con alcuni principi fondamentali dell’ordinamento europeo.
Non si tratta dell’islam come religione, né della generalità dei cittadini musulmani, molti dei quali vivono, lavorano e partecipano pienamente alle nostre comunità. L’islamismo è qualcosa di diverso: è l’utilizzazione politica della religione per costruire un ordinamento nel quale la legge religiosa prevale sulla legge civile, la libertà individuale viene subordinata all’appartenenza comunitaria e i diritti delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti e delle minoranze sono tollerati soltanto finché non mettono in discussione il potere religioso.
Proprio per questo appare sempre più difficile comprendere la posizione di una parte del progressismo europeo, che considera ogni critica all’islamismo come una manifestazione di intolleranza, razzismo o discriminazione. La difesa delle persone musulmane dalle discriminazioni è doverosa. La rimozione del problema islamista è invece un grave errore politico.
La contraddizione emerge soprattutto quando gli stessi ambienti che rivendicano la centralità dei diritti LGBTQ, della libertà sessuale e dell’autodeterminazione individuale evitano di affrontare apertamente il rapporto tra tali diritti e le concezioni religiose fondamentaliste presenti in alcune comunità.
Si difendono giustamente i Pride dalle aggressioni dell’estrema destra, ma si fatica a denunciare con la stessa chiarezza l’omofobia religiosa. Si condanna, correttamente, ogni discriminazione contro i musulmani, ma si evita di discutere delle pressioni sociali esercitate contro donne, omosessuali, apostati e giovani appartenenti alle famiglie più radicalizzate. Si parla continuamente di inclusione, ma molto meno delle condizioni culturali e giuridiche necessarie affinché l’inclusione non diventi accettazione passiva di valori incompatibili con l’ordinamento costituzionale.
Il caso di Berlino dimostra che questa ambiguità non può continuare.
La libertà di religione è un diritto fondamentale, ma non comprende il diritto di imporre precetti religiosi agli altri. Il pluralismo culturale è una componente delle democrazie europee, ma non può trasformarsi nel riconoscimento di ordinamenti morali paralleli. La tutela delle minoranze è essenziale, ma non può impedire allo Stato di contrastare ideologie che negano i diritti delle altre minoranze.
Il punto, dunque, non è stabilire se Uwe Boll abbia ragione in ogni sua affermazione. Non ce l’ha quando attribuisce alla totalità della comunità LGBTQ o della sinistra una complicità consapevole con l’islamismo. Non ce l’ha quando descrive come inevitabile una futura conquista islamista dell’Europa. Si tratta di affermazioni prive di una sufficiente base empirica e costruite per esasperare il conflitto.
Ma Boll intercetta un problema reale quando denuncia l’incapacità di una parte della cultura politica occidentale di riconoscere il conflitto tra islamismo e libertà individuali.
L’Europa ha spesso trattato l’integrazione come un processo automatico. Si è ritenuto che l’accesso alla scuola, al lavoro, all’assistenza sociale e alla cittadinanza sarebbe stato sufficiente a produrre una progressiva adesione ai valori costituzionali. I fatti dimostrano che non è sempre così. Una persona può nascere o crescere in Europa, frequentare le sue scuole e beneficiare delle sue libertà senza riconoscerne pienamente i fondamenti.
L’integrazione non può quindi essere misurata soltanto attraverso il reddito, il titolo di soggiorno o gli anni di residenza. Deve comprendere anche il rispetto effettivo della dignità della donna, della libertà religiosa, della libertà di espressione, dell’uguaglianza tra le persone e del diritto di ciascuno a vivere la propria identità senza violenze o intimidazioni.
Il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente da questa constatazione. L’integrazione non può più essere semplicemente presunta: deve essere verificata nel tempo attraverso criteri oggettivi, individuali e giuridicamente controllabili. Quando tale percorso riesce, lo Stato deve riconoscerlo e consolidarlo. Quando fallisce gravemente, soprattutto in presenza di radicalizzazione, violenza o rifiuto sistematico dell’ordinamento democratico, lo Stato deve adottare le conseguenze previste dalla legge, comprese l’espulsione e il rimpatrio degli stranieri pericolosi, nel rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali.
Questa impostazione protegge anche i musulmani integrati, che sono spesso le prime vittime dell’islamismo. Protegge le donne costrette a subire controlli familiari e comunitari. Protegge i giovani che intendono emanciparsi. Protegge le persone omosessuali di origine musulmana, costrette talvolta a vivere una doppia clandestinità. Protegge infine la libertà religiosa, perché impedisce che una fede venga identificata con la sua degenerazione politica e violenta.
Dopo Berlino, la risposta non può essere né la generalizzazione contro tutti i musulmani né la negazione ideologica della matrice islamista. Entrambe le posizioni impediscono di comprendere il fenomeno.
La prima alimenta la discriminazione collettiva e indebolisce la collaborazione con le comunità integrate. La seconda espone la società a nuovi rischi e abbandona proprio le persone che sostiene di voler difendere.
Dietro la provocazione di Uwe Boll esiste dunque una contraddizione europea che non può più essere nascosta: non è possibile proclamare la difesa incondizionata dei diritti LGBTQ e, nello stesso tempo, rifiutarsi di affrontare con fermezza le ideologie religiose e politiche che quei diritti intendono cancellare.
L’Europa deve scegliere di difendere la propria libertà. Non contro una religione o contro un’intera popolazione, ma contro ogni progetto politico che pretende di subordinare la persona, la legge e la democrazia a un’ideologia totalizzante.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha accreditato tre eventi formativi organizzati dallo Studio Legale Avv. Fabio Loscerbo, dedicati alle principali trasformazioni in corso nel diritto dell’immigrazione, dell’asilo e della protezione dei diritti fondamentali.
Il ciclo formativo si svolgerà tra settembre e novembre 2026 e sarà articolato in tre incontri, ciascuno della durata di due ore e con il riconoscimento di due crediti formativi per gli avvocati partecipanti.
Il primo appuntamento, previsto per il 25 settembre 2026, dalle ore 15.00 alle ore 17.00, sarà dedicato a “Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo”. L’incontro affronterà il nuovo quadro normativo europeo, le procedure di frontiera, il riparto delle responsabilità tra gli Stati membri e le conseguenze che il Patto produrrà sull’attività amministrativa e giudiziaria.
Il secondo evento, fissato per il 23 ottobre 2026, dalle ore 15.00 alle ore 17.00, avrà per oggetto “La nuova procedura di protezione internazionale”. Saranno esaminate le modifiche intervenute nella presentazione, registrazione e formalizzazione della domanda, le procedure accelerate, i termini, le competenze delle autorità coinvolte e le garanzie riconosciute al richiedente.
Il terzo incontro, programmato per il 27 novembre 2026, dalle ore 15.00 alle ore 17.00, sarà dedicato a “Integrazione, protezione complementare e art. 8 CEDU”. L’appuntamento approfondirà il rapporto tra radicamento sociale, vita privata e familiare, percorso lavorativo e tutela convenzionale, con particolare attenzione all’evoluzione della protezione complementare e alla giurisprudenza relativa all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
L’accreditamento è stato deliberato dalla Commissione competente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna nell’adunanza del 15 luglio 2026 e formalmente comunicato il 21 luglio 2026.
L’iniziativa nasce dall’esigenza di offrire una formazione su un settore che sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Il diritto dell’immigrazione non può più essere affrontato attraverso una lettura frammentaria delle singole disposizioni, perché le nuove regole europee, le riforme nazionali e la giurisprudenza interna e sovranazionale impongono una visione sistematica, capace di coniugare il controllo dei flussi, l’effettività delle garanzie e la misurazione dei percorsi di integrazione.
I tre appuntamenti intendono quindi fornire agli avvocati strumenti teorici e operativi per interpretare il nuovo quadro normativo e per affrontare consapevolmente le questioni che già oggi emergono nella pratica professionale.
Il dibattito sull’immigrazione ha una caratteristica che merita di essere osservata con attenzione: ogni volta che qualcuno prova a spostare l’attenzione dagli ingressi alla permanenza, e dunque dalla gestione immediata dei flussi alla questione assai più complessa di ciò che accade quando milioni di persone costruiscono stabilmente la propria vita all’interno delle società europee, emerge…
Il titolo scelto per uno dei confronti dell’Etna Forum 2026, svoltosi a Ragalna il 27 agosto, contiene già tre parole che descrivono efficacemente il modo nel quale una parte importante della politica italiana continua a guardare alla posizione della Sicilia nel Mediterraneo: difesa, sviluppo, immigrazione. Il panel, significativamente intitolato “La Sicilia confine d’Europa”, ha riunito…
Per molti anni una parte consistente dell’elettorato omosessuale europeo ha identificato la sinistra come il principale riferimento politico per la difesa dei diritti civili, il contrasto alle discriminazioni e il riconoscimento delle libertà personali. Oggi questo rapporto appare meno scontato. Non si può ancora parlare di uno spostamento compatto del “voto gay” verso destra, perché le persone omosessuali non costituiscono un blocco sociale ed elettorale omogeneo. Tuttavia, in diversi Paesi europei si osserva una crescente disponibilità, soprattutto tra alcuni segmenti dell’elettorato maschile, a sostenere partiti conservatori, nazionalisti o radicali.
La sicurezza e l’immigrazione sembrano avere un ruolo importante in questa trasformazione.
Le destre europee hanno progressivamente compreso che la difesa delle libertà individuali può diventare uno degli argomenti con cui contestare le politiche migratorie della sinistra. Alcuni partiti si presentano oggi come garanti dello stile di vita occidentale, della libertà sessuale e dell’uguaglianza tra uomo e donna di fronte a comunità provenienti da contesti nei quali l’omosessualità è ancora considerata illegale, immorale o socialmente inaccettabile.
Questa strategia viene spesso definita, nel dibattito accademico, “omonazionalismo”: l’utilizzo dei diritti delle persone omosessuali per costruire una contrapposizione identitaria tra una società occidentale ritenuta libera e popolazioni immigrate rappresentate come culturalmente incompatibili. Gli studi mostrano che questo linguaggio può contribuire ad avvicinare una parte degli elettori LGBT alle destre anti-immigrazione, anche se il rapporto tra orientamento sessuale e voto rimane complesso e fortemente differenziato.
Liquidare il fenomeno come semplice propaganda sarebbe però un errore. Esiste un problema reale che la sinistra europea tende spesso ad affrontare con imbarazzo: la tutela delle minoranze non può essere selettiva.
Difendere gli immigrati dalle discriminazioni è un dovere democratico. Ma lo stesso principio impone di riconoscere che all’interno di alcune comunità possono sopravvivere concezioni incompatibili con la libertà delle donne, con l’autodeterminazione personale e con il rispetto delle persone omosessuali. Una ricerca comparativa sui cittadini di origine musulmana in Francia, Germania e Paesi Bassi ha rilevato, per esempio, posizioni mediamente più conservatrici sull’adozione da parte di coppie dello stesso sesso, pur in presenza di atteggiamenti non uniformi sulle altre questioni sociali.
Non significa che ogni immigrato o ogni musulmano sia ostile alle persone LGBT. Una simile generalizzazione sarebbe falsa, ingiusta e giuridicamente inaccettabile. Significa, però, che l’integrazione non può essere misurata soltanto attraverso il lavoro, il reddito, la residenza o il pagamento delle imposte.
Una persona può essere economicamente inserita e continuare a rifiutare alcuni principi fondamentali della società nella quale vive.
Lo Stato liberale non può pretendere che ogni individuo approvi moralmente l’omosessualità. Può e deve, tuttavia, esigere il rispetto della libertà altrui. Nessuna convinzione religiosa, familiare o culturale può giustificare minacce, violenze, intimidazioni, imposizioni matrimoniali, discriminazioni o tentativi di limitare la vita privata di un’altra persona.
È su questo terreno che la sinistra rischia di perdere credibilità. Quando riconduce ogni critica a determinate pratiche culturali alla xenofobia, lascia senza rappresentanza chi chiede contemporaneamente tutela dei diritti LGBT e maggiore controllo dell’immigrazione. Una parte di questi elettori può allora rivolgersi a forze politiche che offrono risposte più nette sul piano della sicurezza, anche quando quelle stesse forze mantengono posizioni contraddittorie o arretrate su altri diritti civili.
La crescita generale delle destre radicali in Europa è ormai un fenomeno strutturale. Secondo una recente ricerca comparativa, quasi un quarto degli elettori europei sostiene oggi partiti collocati nell’area della destra radicale, con una crescita particolarmente significativa negli ultimi anni. L’immigrazione non è l’unica causa, ma rappresenta uno dei temi principali attraverso i quali queste forze ampliano il proprio consenso.
Anche l’opinione pubblica europea mostra una crescente domanda di controllo. Un’indagine YouGov condotta in Francia, Germania, Italia, Spagna, Danimarca e Polonia ha rilevato un sostegno molto elevato a politiche di forte riduzione dei nuovi ingressi e, in molti casi, anche al ritorno di una parte degli immigrati arrivati negli anni più recenti.
In questo contesto, il comportamento elettorale delle persone omosessuali può diventare meno legato all’identità politica tradizionale e più influenzato dalla percezione concreta della sicurezza. Chi ritiene che la propria libertà sia minacciata nei quartieri, nei luoghi pubblici o persino all’interno della propria comunità difficilmente si accontenterà di dichiarazioni astratte sui diritti.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” offre una risposta diversa sia dalla rimozione della sinistra sia dalla generalizzazione identitaria di una parte della destra.
Non occorre giudicare le persone in base alla nazionalità o alla religione. Occorre valutare i comportamenti e misurare l’integrazione anche rispetto all’adesione concreta alle regole fondamentali della convivenza. Il rispetto delle persone omosessuali, dell’uguaglianza tra uomo e donna, della libertà religiosa e dell’autonomia individuale deve entrare tra gli indicatori attraverso i quali lo Stato verifica l’esito del percorso migratorio.
Chi rispetta le leggi, accetta la libertà altrui e partecipa alla vita della comunità deve essere riconosciuto come parte integrante della società, indipendentemente dalla propria origine. Chi invece pretende di imporre con la violenza o con l’intimidazione modelli incompatibili con i principi costituzionali dimostra un fallimento dell’integrazione che lo Stato non può ignorare.
La sinistra europea non sta necessariamente perdendo in blocco il voto gay. Sta però perdendo il monopolio politico sulla rappresentanza delle persone omosessuali, perché una parte di quell’elettorato non considera più sufficiente la sola proclamazione dei diritti.
Chiede che quei diritti siano concretamente protetti.
E quando immigrazione e sicurezza entrano in conflitto con le libertà personali, la risposta non può essere il silenzio, la negazione del problema o l’accusa automatica di xenofobia.
L’integrazione si misura anche dalla capacità di rispettare la libertà di chi vive, ama e sceglie diversamente.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Bologna rivendica da anni un ruolo centrale nell’accoglienza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale. Il sistema metropolitano dispone di centinaia di strutture distribuite sul territorio e nel 2025 ha accolto complessivamente 1.797 persone nella categoria ordinaria, 139 persone con disagio sanitario o mentale e 515 minori stranieri non accompagnati. Si tratta di 2.451 persone coinvolte, nell’arco dell’anno, nei diversi percorsi del Sistema di accoglienza e integrazione.
Sono numeri che confermano la dimensione del modello bolognese. Un modello che l’amministrazione comunale presenta come avanzato, diffuso e capace di coniugare assistenza, accompagnamento sociale e integrazione.
Quando, però, il dibattito si sposta dall’accoglienza al rimpatrio degli stranieri che non hanno diritto di rimanere, la disponibilità istituzionale sembra arrestarsi.
Nel febbraio 2026, di fronte all’ipotesi avanzata dal Ministero dell’interno di realizzare un Centro di permanenza per i rimpatri a Bologna o comunque in Emilia-Romagna, il sindaco Matteo Lepore ha espresso una netta contrarietà. Ha definito sbagliata la proposta, sostenendo che il sistema dei CPR non funziona e che alla città servirebbero piuttosto agenti, volanti e maggiori mezzi per la sicurezza. Ha inoltre qualificato l’eventuale struttura come un ulteriore spreco di denaro.
Sul piano giuridico occorre essere precisi. Il sindaco non dispone i rimpatri, non decide il trattenimento amministrativo e non individua autonomamente le strutture destinate a tale funzione. Si tratta di competenze statali, sottoposte alle garanzie previste dalla legge e al controllo dell’autorità giudiziaria.
La questione, dunque, è eminentemente politica.
Lepore non ha dichiarato che nessuno straniero irregolare debba mai essere rimpatriato. Ha però respinto lo strumento territoriale attraverso il quale, nell’attuale ordinamento, lo Stato tenta di rendere materialmente eseguibili una parte dei provvedimenti di espulsione.
È qui che emerge la contraddizione del modello bolognese.
Il Comune chiede risorse, strutture, servizi e collaborazione istituzionale quando si tratta di accogliere. Rivendica il proprio ruolo nella gestione dei richiedenti asilo, dei rifugiati, delle famiglie e dei minori stranieri non accompagnati. Ma quando la politica migratoria affronta il momento opposto, quello dell’allontanamento di chi non possiede più un titolo per restare, la risposta diventa un rifiuto preventivo.
Una politica migratoria seria non può occuparsi soltanto dell’ingresso e della permanenza. Deve contemplare anche l’esito negativo del percorso.
Non tutte le domande di protezione vengono accolte. Non tutti gli stranieri presenti sul territorio acquisiscono un diritto stabile alla permanenza. Alcuni ricevono un provvedimento di espulsione; altri perdono il titolo di soggiorno; altri ancora, dopo una valutazione individuale e nel rispetto delle garanzie giurisdizionali, devono lasciare il territorio nazionale.
Affermare questo non significa criminalizzare l’immigrazione. Significa riconoscere la distinzione elementare tra immigrazione regolare e permanenza irregolare.
Se ogni decisione negativa rimane ineseguita, il sistema perde credibilità. La procedura amministrativa e giurisdizionale diventa una costruzione puramente formale: lo Stato esamina la domanda, decide che non esiste un diritto alla permanenza, emette un provvedimento di allontanamento, ma non riesce a eseguirlo.
Il risultato è un paradosso. Chi rispetta le procedure, attende il visto, presenta la documentazione necessaria e accede regolarmente al territorio viene sottoposto a condizioni precise. Chi invece rimane dopo un diniego definitivo può contare, molto spesso, sull’incapacità materiale del sistema di eseguire il rimpatrio.
I CPR presentano certamente problemi seri. Le condizioni di trattenimento devono rispettare la dignità della persona. La tutela legale deve essere effettiva. La durata della restrizione non può essere arbitraria. La gestione delle strutture deve essere trasparente e rigorosamente controllata. Né può essere ignorato il problema della loro reale efficacia, richiamato dallo stesso Lepore nel motivare la propria opposizione.
Ma dalle criticità di uno strumento non discende che la funzione del rimpatrio possa essere eliminata.
La domanda da rivolgere al sindaco è allora molto semplice: se il CPR non va bene, quale alternativa concreta propone Bologna per rendere effettivi i provvedimenti di espulsione?
Non è sufficiente chiedere più agenti e più volanti. Le forze di polizia possono presidiare il territorio, prevenire i reati e assicurare le persone responsabili di condotte illecite. Ma non possono sostituire una struttura amministrativa destinata all’identificazione, all’organizzazione del viaggio e all’esecuzione del rimpatrio.
Del resto, lo stesso Lepore ha chiesto nel gennaio 2026 un rafforzamento degli interventi di prevenzione e contrasto alla microcriminalità e al disagio sociale nella zona della stazione, sollecitando la convocazione urgente del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
È dunque lo stesso Comune a riconoscere che Bologna presenta problemi di sicurezza, marginalità e degrado che richiedono un intervento più incisivo dello Stato.
Naturalmente sarebbe scorretto sovrapporre automaticamente immigrazione irregolare e criminalità. La maggioranza degli stranieri non commette reati e una parte consistente della popolazione immigrata lavora, paga le tasse e partecipa alla vita della città.
Ma sarebbe altrettanto scorretto negare che l’irregolarità protratta, l’assenza di lavoro, la precarietà abitativa e la marginalità possano alimentare situazioni di vulnerabilità, sfruttamento e insicurezza.
Una politica responsabile deve tenere insieme accoglienza, integrazione, controllo e rimpatrio. Non può selezionare soltanto le fasi compatibili con la propria identità ideologica.
Anche all’interno del centrosinistra la posizione di Lepore non è apparsa scontata. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha sostenuto la necessità di mantenere aperto il dialogo con il Governo e ha osservato che le città sono maggiormente gravate dalle tensioni rispetto al resto del territorio.
La differenza è significativa.
De Pascale ha riconosciuto che il tema non può essere liquidato con un rifiuto aprioristico. Lepore, invece, ha trasformato il “no al CPR” in un elemento della propria posizione politica, scaricando sul Governo la responsabilità del fallimento dei rimpatri e dell’accoglienza.
Ma una città non può pretendere di essere protagonista soltanto quando si distribuiscono diritti, servizi e risorse.
Deve assumersi anche la responsabilità politica di spiegare cosa accade quando una persona, dopo tutte le verifiche e le garanzie previste dall’ordinamento, non ha diritto di rimanere.
Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione nasce esattamente da questa esigenza.
Chi ha titolo per restare deve essere accompagnato verso un’integrazione reale, misurabile e fondata sulla reciprocità. Chi lavora, rispetta le regole e partecipa alla comunità deve essere valorizzato. Chi si trova in una condizione di vulnerabilità deve ricevere una protezione effettiva.
Ma chi non possiede un titolo per la permanenza deve essere rimpatriato, nel rispetto della dignità personale, del diritto di difesa, del principio di non-refoulement e delle garanzie previste dalla legge.
Non si tratta di scegliere tra umanità e fermezza. Una politica migratoria priva di umanità è ingiusta. Una politica priva di effettività è semplicemente inesistente.
Il modello Lepore, invece, sembra fermarsi alla prima metà del problema: accogliere, assistere e includere. Quando arriva il momento di riconoscere che alcuni percorsi possono concludersi con il ritorno nel Paese di origine, il Comune alza un muro politico.
Bologna non può essere la città dell’accoglienza senza essere anche la città della legalità.
Accogliere chi ha diritto e rimpatriare chi non lo ha non sono politiche contraddittorie. Sono le due componenti indispensabili di un sistema credibile.
La vera contraddizione è pretendere di governare l’immigrazione rifiutando una delle sue conseguenze inevitabili.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID:https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il rimpatrio al Cairo di ventitré cittadini egiziani, eseguito il 28 agosto attraverso un volo charter organizzato dall’Italia nell’ambito delle operazioni coordinate da Frontex, potrebbe essere letto come una delle tante notizie che periodicamente accompagnano il dibattito sull’immigrazione irregolare: un certo numero di persone raggiunge il territorio nazionale senza avere successivamente titolo per rimanervi, viene…
Il dibattito che si sta sviluppando in Francia attorno alla proposta di Marine Le Pen di sottoporre direttamente agli elettori una profonda revisione delle regole costituzionali in materia di immigrazione merita di essere osservato con attenzione anche dall’Italia, non perché il modello elaborato dal Rassemblement National debba essere automaticamente trasferito nel nostro ordinamento, né perché…
Un giudice federale della California ha dichiarato illegittima la regola con cui il Dipartimento del Lavoro aveva ridotto i salari minimi collegati ai visti agricoli temporanei H‑2A. La decisione, depositata il 26 agosto e resa pubblica il 27, non cancella però subito la disciplina: il giudice Kirk Sherriff l’ha rinviata all’amministrazione, ordinando di costruire rapidamente…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Negli ultimi anni il dibattito sulla cittadinanza si è concentrato quasi esclusivamente su una domanda: chi può diventare cittadino italiano?
Molto meno ci si interroga, invece, su un altro aspetto: è davvero opportuno mantenere due cittadinanze quando si sceglie di appartenere stabilmente a uno Stato?
Nel corso della diretta ho espresso una riflessione che certamente può essere discussa, ma che ritengo meriti di entrare nel dibattito pubblico.
A mio avviso, la piena integrazione implica anche una piena appartenenza.
La cittadinanza non è soltanto un insieme di diritti. È anche un rapporto di fedeltà verso lo Stato, le sue istituzioni e la sua comunità nazionale.
Per questa ragione mi domando se, nel lungo periodo, sia coerente mantenere contemporaneamente due diversi vincoli di cittadinanza.
Naturalmente si tratta di un tema complesso, che coinvolge accordi internazionali, legislazioni nazionali e situazioni personali molto differenti.
Non propongo soluzioni semplicistiche.
Propongo però una riflessione.
Se il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” pone al centro il concetto di integrazione, allora anche il tema della cittadinanza dovrebbe essere affrontato sotto questa prospettiva.
L’obiettivo non è limitare diritti, ma comprendere quale debba essere il significato dell’appartenenza ad una comunità politica.
Essere cittadini significa soltanto possedere un passaporto?
Oppure significa condividere stabilmente un’identità istituzionale, giuridica e civile?
Sono domande che, prima o poi, anche l’Europa dovrà affrontare.
Nel corso della diretta approfondisco questo tema e spiego perché ritengo che il rapporto tra cittadinanza e integrazione rappresenti una delle sfide più importanti del futuro diritto dell’immigrazione. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
L’Eswatini ha ricevuto il 27 agosto altri due cittadini di Paesi terzi deportati dagli Stati Uniti. Il governo del piccolo regno dell’Africa australe non ne ha indicato la nazionalità, precisando soltanto che provengono dall’America Latina. Con questo trasferimento, le persone inviate da Washington in Eswatini dall’avvio dell’intesa bilaterale sono ormai più di trenta. Il numero…
Dall’America all’Europa, torna lo Stato sull’immigrazione. Ma manca l’integrazione Le notizie che arrivano nelle ultime settimane dai principali Paesi occidentali sembrano indicare un cambiamento abbastanza netto. Dopo anni nei quali il dibattito migratorio è stato dominato soprattutto dall’accoglienza, dalla protezione internazionale e dalla gestione degli ingressi, gli Stati stanno tornando a rivendicare con maggiore decisione…
La Malaysia ha fissato al 29 settembre il rientro in Myanmar di 1.476 persone, prima fase di un programma che dovrebbe riguardare 5.000 cittadini birmani. Il ministero dell’Interno ha comunicato il 27 agosto che il gruppo sarà trasportato con due navi da guerra e una nave ospedale della Marina del Myanmar. Non è un annuncio…
Tre donne di 19, 24 e 36 anni sono state accoltellate nella tarda mattinata del 27 luglio, nei pressi di Porte de Clichy, nel XVII arrondissement di Parigi. L’aggressore, armato di due coltelli da cucina, è stato fermato da un agente di polizia libero dal servizio. Due delle vittime hanno riportato ferite gravi, sebbene, secondo le prime comunicazioni delle autorità francesi, nessuna sarebbe in pericolo di vita.
La dinamica è impressionante, ma le informazioni disponibili impongono prudenza. L’uomo arrestato non aveva documenti con sé, la sua identità era ancora in corso di accertamento e le dichiarazioni rese al momento del fermo sono state definite incoerenti. In un filmato circolato sui social si sentirebbe un riferimento ad Allah, ma le autorità francesi non hanno attribuito all’episodio una matrice terroristica e il movente resta, al momento, da chiarire.
Proprio questa incertezza rende necessario evitare le due reazioni opposte che ormai accompagnano quasi automaticamente ogni episodio di violenza urbana. Da una parte vi è chi trasforma immediatamente ogni aggressione compiuta da una persona presumibilmente straniera in una prova generale contro l’immigrazione. Dall’altra vi è chi rifiuta persino di interrogarsi sul percorso personale, giuridico, sociale e sanitario dell’autore, come se porre una domanda significasse già formulare una condanna collettiva.
Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati. Il primo perché sostituisce i fatti con il pregiudizio. Il secondo perché trasforma la prudenza in rimozione.
Il caso di Parigi ripropone, su scala europea, la stessa domanda sollevata dopo l’aggressione avvenuta a Milano, dove una giovane donna era stata sfregiata da uno sconosciuto: esiste un rapporto, non automatico né generalizzabile, tra determinati percorsi migratori, marginalità sociale, isolamento, disagio psichico e rischio di comportamenti violenti?
Non si tratta di sostenere che i migranti siano maggiormente inclini alla violenza o che la malattia mentale conduca inevitabilmente al crimine. Una simile affermazione sarebbe falsa, discriminatoria e scientificamente infondata. La grande maggioranza delle persone affette da disturbi psichici non è violenta; spesso, al contrario, è maggiormente esposta al rischio di subire violenze, sfruttamento ed esclusione.
Il problema è diverso e più complesso. Bisogna chiedersi che cosa accada quando una persona attraversa traumi precedenti alla partenza, violenze durante il viaggio, perdita dei legami familiari, precarietà giuridica, disoccupazione, dipendenze, solitudine e assenza di accesso effettivo ai servizi sanitari. Bisogna capire che cosa accada quando questi fattori non vengono mai valutati nel loro insieme e quando il soggetto scompare progressivamente dai sistemi di accoglienza, dai servizi sociali e dalle strutture sanitarie, rimanendo visibile soltanto alla polizia nel momento in cui commette un reato.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha rilevato che, tra rifugiati e migranti, alcune condizioni come depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress e rischio suicidario possono presentarsi con maggiore frequenza rispetto alle popolazioni dei Paesi ospitanti. In alcuni contesti è stata osservata anche una maggiore incidenza delle psicosi, collegata non alla provenienza etnica in quanto tale, ma all’accumulo di svantaggi sociali prima, durante e dopo il percorso migratorio.
Questo dato deve essere interpretato con rigore. Non dimostra un rapporto diretto tra migrazione e criminalità. Dimostra, però, che la migrazione può diventare un fattore di vulnerabilità psicologica quando si combina con traumi, marginalità e assenza di assistenza. Anche la ricerca sull’isolamento sociale dei rifugiati trasferiti nei Paesi ad alto reddito evidenzia una correlazione con depressione, stress post-traumatico e sofferenza psicologica, mentre gli interventi specificamente destinati a contrastare la solitudine restano limitati.
Il vero fallimento europeo consiste nel considerare l’integrazione quasi esclusivamente attraverso indicatori formali. Si verifica se una persona possiede un permesso di soggiorno, se ha frequentato un corso di lingua, se ha sottoscritto un contratto di lavoro o se risulta iscritta al servizio sanitario. Molto più raramente si misura la stabilità effettiva del suo percorso, la capacità di mantenere relazioni sociali, la presenza di dipendenze, il deterioramento psichico, il grado di isolamento o l’eventuale progressiva perdita di contatto con le istituzioni.
L’Unione europea dispone di programmi sull’integrazione e l’inclusione, finanzia progetti attraverso fondi dedicati e riconosce l’importanza dell’accesso alla salute, all’istruzione, all’alloggio e al lavoro. Tuttavia, manca ancora una valutazione sistematica e periodica dell’integrazione individuale che consenta di individuare precocemente le situazioni di grave fragilità.
L’integrazione viene concepita come una procedura amministrativa da completare, non come una condizione sociale da verificare nel tempo. Una volta rilasciato il documento, concluso il progetto di accoglienza o trovato un impiego, le istituzioni presumono spesso che il problema sia risolto. Ma una persona può avere un permesso ed essere completamente isolata; può lavorare e soffrire di una grave patologia psichiatrica; può conoscere la lingua e vivere ai margini della società; può avere attraversato per anni i servizi pubblici senza che nessuno abbia mai ricostruito complessivamente il suo percorso.
Esiste poi un ulteriore ostacolo, rappresentato dalle barriere linguistiche e culturali nell’accesso alla salute mentale. La letteratura scientifica rileva che molti cittadini di Paesi terzi incontrano difficoltà nel comunicare con gli operatori sanitari, comprendere i percorsi terapeutici e accedere a servizi culturalmente adeguati.
A ciò si aggiunge la frammentazione istituzionale. La questura conosce la posizione amministrativa, il Comune conosce forse la situazione abitativa, i servizi sanitari possiedono dati clinici, le strutture di accoglienza conoscono una parte del percorso personale e l’autorità giudiziaria interviene quando il soggetto ha già commesso un illecito. Nessuna istituzione, tuttavia, sembra incaricata di comporre questi elementi in una valutazione complessiva, nel rispetto della riservatezza e delle garanzie individuali.
Il risultato è che l’Europa agisce troppo spesso soltanto dopo il fatto. Dopo l’aggressione si scopre che l’autore era già stato segnalato, che aveva manifestato comportamenti anomali, che viveva in condizioni di estrema marginalità, che aveva abbandonato una struttura o che non seguiva più una terapia. Si apre un’inchiesta, si discute per alcuni giorni e poi il caso scompare, senza produrre un cambiamento strutturale.
Studiare il rapporto tra migrazione, marginalità e disagio psichico significa evitare proprio questa rimozione. Significa raccogliere dati disaggregati e scientificamente attendibili, distinguendo tra migranti economici, richiedenti asilo, rifugiati, persone irregolari e seconde generazioni. Significa analizzare la durata della permanenza, le condizioni abitative, la presenza di traumi, l’accesso ai servizi, le dipendenze, i precedenti episodi di violenza e l’eventuale interruzione dei percorsi terapeutici.
Significa anche rifiutare l’idea che ogni spiegazione sociale debba necessariamente trasformarsi in una giustificazione. Comprendere le cause di una condotta non significa assolverne l’autore. La responsabilità penale rimane personale e la tutela delle vittime deve restare prioritaria. Ma uno Stato serio non si limita a punire chi ha già agito: deve costruire strumenti capaci di ridurre il rischio che determinate situazioni degenerino.
Occorre quindi introdurre un modello di integrazione verificabile e periodico. Nei casi di particolare vulnerabilità dovrebbero essere previsti controlli multidisciplinari, con il coinvolgimento coordinato di servizi sanitari, assistenti sociali, mediatori culturali e autorità competenti. Quando emergono gravi disturbi psichici, dipendenze, condotte aggressive o totale assenza di riferimenti sociali, lo Stato non può limitarsi a registrare il dato e attendere il successivo episodio.
La risposta deve naturalmente rispettare la dignità della persona, il principio di non discriminazione, il segreto professionale e la protezione dei dati sanitari. Ma questi principi non possono essere utilizzati come un alibi per impedire qualsiasi valutazione del rischio. Tutelare la libertà individuale non significa lasciare una persona gravemente malata e socialmente isolata abbandonata a se stessa, né esporre la collettività alle conseguenze prevedibili dell’inerzia istituzionale.
Nei casi in cui il soggetto straniero rappresenti un pericolo concreto e attuale, la risposta deve inoltre comprendere tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento: trattamento sanitario quando ne ricorrano i presupposti, misure di prevenzione, controllo giudiziario ed eventuale allontanamento dal territorio nei limiti consentiti dalla legge e dagli obblighi internazionali. L’integrazione non può essere ridotta a un diritto unilaterale alla permanenza; comporta anche il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita sociale e la compatibilità della condotta individuale con la sicurezza della comunità ospitante.
Il caso di Parigi non consente ancora di formulare conclusioni sulla condizione giuridica, sulla provenienza o sul movente dell’aggressore. Proprio per questo deve essere raccontato con cautela. Tuttavia, ciò non impedisce di riconoscere che l’Europa si trova davanti a una sequenza crescente di episodi apparentemente incomprensibili, spesso compiuti da persone isolate, prive di riferimenti stabili e affette, secondo le prime ricostruzioni, da disturbi psichici.
Continuare a trattare ogni vicenda come un caso eccezionale significa rinunciare a comprendere il fenomeno. Attribuire automaticamente ogni violenza all’immigrazione sarebbe irresponsabile; escludere per principio che determinati percorsi migratori possano produrre o aggravare condizioni di marginalità e sofferenza psichica lo sarebbe altrettanto.
La questione non riguarda soltanto la sicurezza. Riguarda la credibilità delle politiche europee di integrazione. Una politica che accoglie ma non osserva, regolarizza ma non verifica, finanzia ma non misura e interviene soltanto dopo la violenza non è una politica di integrazione. È una gestione amministrativa dell’immigrazione che lascia irrisolti i problemi più profondi.
Da Milano a Parigi, la domanda non può più essere rinviata. L’Europa deve studiare seriamente il rapporto tra marginalità, migrazione e disagio psichico, non per criminalizzare milioni di persone, ma per proteggere insieme le persone vulnerabili, le potenziali vittime e la sicurezza delle comunità.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il rapporto tra immigrazione e politica industriale merita di essere affrontato con maggiore serietà. È vero che una parte rilevante del sistema produttivo italiano manifesta una crescente necessità di lavoratori stranieri, soprattutto nei settori caratterizzati da forte intensità di manodopera, difficoltà di reperimento del personale e progressivo invecchiamento della popolazione. Da questa constatazione, tuttavia, non può derivare la conclusione che l’immigrazione debba essere governata esclusivamente sulla base delle esigenze delle imprese.
L’errore della politica italiana consiste proprio nell’avere trasformato il fabbisogno di manodopera nel principale criterio di programmazione degli ingressi. Il decreto flussi continua a considerare lo straniero anzitutto come forza lavoro, subordinando l’ingresso all’esistenza di un’offerta occupazionale, ma senza collegare stabilmente la permanenza a un percorso serio e verificabile di integrazione. Non vengono adeguatamente misurate la conoscenza della lingua italiana, la comprensione delle regole fondamentali della convivenza, la qualità dell’inserimento abitativo e sociale o l’effettiva partecipazione alla comunità.
Il lavoro è certamente una componente essenziale dell’integrazione. Garantisce autonomia economica, riduce la dipendenza dal sistema assistenziale e consente allo straniero di contribuire alla produzione della ricchezza collettiva. Ma non è sufficiente. Una persona può lavorare regolarmente e, nello stesso tempo, vivere in una condizione di isolamento linguistico, culturale e sociale. Può essere utile all’economia senza essere realmente inserita nella comunità nazionale.
La visione economicista riduce così l’immigrato a un’unità produttiva intercambiabile. Le imprese valutano legittimamente la necessità immediata di personale; lo Stato deve invece considerare anche gli effetti di lungo periodo degli ingressi autorizzati. Deve interrogarsi sulla stabilità del lavoro, sulla sostenibilità dei salari, sulla disponibilità di abitazioni, sulla capacità delle scuole e dei servizi pubblici, sui ricongiungimenti familiari e sulla coesione sociale dei territori.
Una strategia industriale seria non dovrebbe domandarsi soltanto quanti lavoratori stranieri siano necessari, ma per quali settori, con quali contratti e all’interno di quale progetto di sviluppo. Una parte dell’economia italiana continua infatti a richiedere immigrazione per sostenere attività fondate su bassi salari, scarsa produttività e ridotti investimenti tecnologici. In questo modo, il ricorso alla manodopera straniera rischia di diventare lo strumento con cui si rinvia la modernizzazione del sistema produttivo.
Il problema non è costituito dai lavoratori immigrati, che accettano le opportunità concretamente disponibili, ma da un modello economico che considera inesauribile la possibilità di importare nuova forza lavoro, senza affrontare le proprie debolezze strutturali. Invece di investire in formazione, innovazione, automazione e miglioramento delle condizioni occupazionali, alcuni settori sembrano affidarsi alla disponibilità continua di persone disposte ad accettare lavori poco remunerati e spesso precari.
Questa impostazione produce una doppia distorsione. Da una parte espone gli stranieri al rischio di sfruttamento, lavoro nero e marginalità. Dall’altra trasferisce sulla collettività i costi sociali di ingressi programmati sulla base delle sole esigenze aziendali.
Il decreto flussi rappresenta chiaramente questa contraddizione. L’ingresso viene autorizzato in funzione di un rapporto di lavoro che può rivelarsi inesistente, fragile o di breve durata. Quando il rapporto cessa, il lavoratore può perdere rapidamente la propria stabilità economica e amministrativa, scivolando verso l’irregolarità. Lo Stato, che aveva programmato l’ingresso per soddisfare una necessità produttiva, non dispone poi di un sistema capace di governare l’intero percorso successivo.
Per questo la politica industriale e quella migratoria devono essere coordinate, ma non confuse. Il bisogno delle imprese può costituire uno degli elementi da considerare, non il criterio esclusivo. Gli ingressi dovrebbero essere collegati alla qualità del lavoro offerto, alla capacità di accoglienza dei territori e alla previsione di percorsi obbligatori di integrazione linguistica, civica e sociale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente dalla necessità di superare questa visione riduttiva. L’immigrazione non può essere trattata né come emergenza permanente né come semplice risposta alle esigenze del mercato del lavoro. Chi arriva deve avere la possibilità e il dovere di costruire un percorso effettivo, fondato sul lavoro, sulla lingua e sul rispetto delle regole.
Quando tale percorso procede positivamente, lo Stato deve riconoscerlo e sostenerlo. Quando, invece, viene rifiutato o si dimostra definitivamente fallito, deve esistere una politica di ReImmigrazione legale, individualizzata ed effettiva.
La vera questione, dunque, non è scegliere tra crescita economica e controllo dell’immigrazione. È comprendere che un’economia che utilizza lavoratori stranieri senza costruire integrazione genera precarietà anziché sviluppo.
Una nuova strategia industriale è necessaria, ma non sarà sufficiente finché continuerà a considerare l’immigrazione soltanto come una riserva di manodopera.
L’Italia non ha bisogno semplicemente di più lavoratori. Ha bisogno di persone realmente integrate in un sistema produttivo moderno, stabile e capace di guardare oltre le convenienze immediate.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
La scelta del governo argentino di istituire unità specializzate in materia migratoria merita un’analisi più tecnica di quella suggerita dai titoli giornalistici sulle “retate” e sullo stop alle cure gratuite. Il punto centrale, infatti, non è soltanto l’inasprimento dei controlli, ma il tentativo di riorganizzare il rapporto tra amministrazione migratoria, forze di sicurezza e controllo del territorio.
L’Argentina non ha creato una vera e propria ICE sul modello statunitense. Ha istituito unità di sicurezza migratoria all’interno di diversi corpi federali, rafforzando il coordinamento tra polizia, controllo delle frontiere e amministrazione competente sull’immigrazione. Si tratta quindi di un modello fondato sulla specializzazione di reparti già esistenti, non sulla nascita di un unico Corpo autonomo.
La differenza rispetto agli Stati Uniti è significativa. L’ICE è un’agenzia federale con competenze molto ampie in materia di identificazione, arresto, trattenimento ed esecuzione degli allontanamenti. Il modello argentino resta invece distribuito tra più forze, con il rischio che la specializzazione non elimini del tutto la frammentazione delle responsabilità.
Anche l’Italia dispone già di strutture specializzate, a partire dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere e dagli Uffici immigrazione delle Questure. Tuttavia, questi ultimi continuano a svolgere contemporaneamente funzioni amministrative e operative: gestiscono permessi di soggiorno, notifiche, espulsioni, accompagnamenti e una quantità enorme di procedimenti documentali. È proprio questa sovrapposizione a ridurre l’efficacia del sistema.
La proposta di una vera Polizia dell’Immigrazione italiana nasce da qui. Non dovrebbe essere una copia dell’ICE americana e neppure la semplice riproduzione delle unità argentine. Dovrebbe essere un Corpo specializzato, con una funzione prevalentemente operativa, incaricato del controllo dell’immigrazione irregolare, del contrasto alle reti criminali, del rintraccio dei destinatari di provvedimenti di allontanamento e dell’esecuzione dei rimpatri.
Il vantaggio di un Corpo unitario sarebbe quello di concentrare competenze oggi disperse, assicurare formazione uniforme e attribuire una responsabilità chiara sull’esito dei procedimenti. Oggi, infatti, un provvedimento può essere formalmente corretto e tuttavia restare ineseguito, perché nessuna struttura segue l’intero percorso fino alla sua conclusione.
Il modello argentino conferma dunque una tendenza internazionale: l’immigrazione viene sempre più considerata una materia che richiede apparati specializzati, intelligence, cooperazione internazionale e capacità operativa. La lezione, però, deve essere recepita con attenzione.
La specializzazione non può tradursi in controlli indiscriminati fondati sull’aspetto fisico, sulla lingua o sulla presunta origine. Una Polizia dell’Immigrazione italiana dovrebbe operare sulla base di presupposti normativi precisi, provvedimenti individuali, banche dati e controlli sottoposti a garanzie. L’irregolarità amministrativa non equivale automaticamente a pericolosità penale, ma non può nemmeno essere ignorata dallo Stato.
Anche la questione sanitaria deve restare distinta. La decisione argentina di limitare alcune prestazioni gratuite per gli stranieri non residenti permanenti appartiene a un diverso piano politico. La necessità di una Polizia dell’Immigrazione non implica affatto la compressione delle cure urgenti o dei diritti fondamentali, che nell’ordinamento italiano trovano tutela costituzionale.
Il confronto mostra quindi tre modelli diversi. Gli Stati Uniti hanno scelto un’agenzia federale autonoma e fortemente accentrata. L’Argentina ha creato unità specializzate all’interno di più corpi. L’Italia continua ad affidare funzioni amministrative e operative a strutture spesso sovraccariche e frammentate.
La proposta italiana dovrebbe collocarsi tra questi modelli, ma con una propria identità: un Corpo autonomamente organizzato, specializzato, rispettoso delle garanzie e inserito nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La vera lezione di Milei non è che servano retate indiscriminate. È che un fenomeno strutturale richiede istituzioni strutturali.
L’Argentina lo ha compreso affidandosi a unità specializzate. L’Italia dovrebbe compiere un passo ulteriore e istituire una vera Polizia dell’Immigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il caso Ridha Rahmouni mostra con chiarezza uno dei principali limiti del sistema italiano di gestione dell’immigrazione.
Rahmouni, cittadino tunisino arrivato a Lampedusa nel 2023, era stato identificato più volte dalle autorità italiane, risultava censito anche con un alias e, dopo il diniego del permesso di soggiorno, era stato destinatario di un obbligo di rimpatrio rimasto ineseguito. Successivamente è stato indicato dagli investigatori come presunto responsabile dell’omicidio del giornalista salernitano Luigi “Luca” Esposito.
Le responsabilità penali dovranno naturalmente essere accertate dall’autorità giudiziaria. Tuttavia, la sua posizione amministrativa pone già una domanda precisa: come può una persona identificata, conosciuta dalle banche dati, destinataria di un diniego e di un provvedimento di rimpatrio continuare a vivere sul territorio fino a diventare un “invisibile”?
La risposta è semplice: l’Italia non dispone di una regia unica capace di seguire il percorso migratorio dall’ingresso fino alla sua conclusione.
Oggi le competenze sono distribuite tra Ministero dell’interno, Questure, Prefetture, Commissioni territoriali, Comuni, servizi sociali, scuole, INPS, autorità giudiziaria e rappresentanze consolari. Ogni amministrazione conosce una parte della storia dello straniero, ma nessuna è realmente responsabile dell’esito complessivo.
Lo Stato sa quando una persona è entrata, se ha presentato una domanda di protezione, se possiede un titolo di soggiorno, se lavora, se ha una residenza, se ha riportato condanne e se è stata destinataria di un’espulsione. Queste informazioni, però, restano frammentate e vengono utilizzate soltanto quando un singolo ufficio deve adottare un determinato atto.
Manca un’autorità politica che si assuma la responsabilità di verificare se il percorso migratorio abbia prodotto integrazione, irregolarità permanente oppure la necessità di un ritorno.
È per colmare questo vuoto che propongo l’istituzione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.
Non un dicastero simbolico e non un nuovo livello burocratico, ma un’amministrazione centrale incaricata di governare l’intero ciclo dell’immigrazione: ingresso, soggiorno, integrazione, verifica periodica e ReImmigrazione.
L’immigrazione non è più un’emergenza temporanea. Riguarda stabilmente il lavoro, la scuola, la casa, la sicurezza, la sanità, la previdenza e la convivenza civile. Continuare a gestirla quasi esclusivamente attraverso il Ministero dell’interno significa affrontarla soprattutto come questione di documenti, frontiere e ordine pubblico.
Questi aspetti sono essenziali, ma non bastano.
Il problema centrale è che in Italia si parla continuamente di integrazione senza stabilire chi debba misurarla, con quali criteri e con quali conseguenze.
L’integrazione non può essere presunta soltanto perché una persona vive da molti anni nel Paese, possiede un contratto di lavoro o ha figli iscritti a scuola. Deve essere valutata attraverso una pluralità di elementi: conoscenza della lingua italiana, lavoro regolare, stabilità abitativa, formazione, rispetto delle regole, partecipazione alla vita sociale e capacità di costruire relazioni effettive con la comunità.
Il nuovo Ministero dovrebbe definire indicatori nazionali, raccogliere i dati già disponibili presso le diverse amministrazioni e verificare periodicamente l’andamento dei percorsi.
Quando emergano difficoltà superabili, lo Stato dovrebbe intervenire con corsi linguistici, formazione professionale, sostegno all’inserimento lavorativo ed educazione civica. L’integrazione deve essere una responsabilità condivisa tra la persona e le istituzioni.
Quando, invece, non sussistano più le condizioni per la permanenza o il percorso venga rifiutato, lo Stato deve essere capace di organizzare la ReImmigrazione.
Il rimpatrio non può ridursi all’adozione di un decreto. Un provvedimento non eseguito lascia la persona sul territorio senza titolo, senza prospettive regolari e spesso senza alcun controllo effettivo.
La ReImmigrazione richiede accordi con i Paesi di origine, identificazione consolare, documenti di viaggio, programmi di ritorno volontario assistito, sostegno al reinserimento e, quando necessario, esecuzione coattiva nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.
Anche queste funzioni oggi sono disperse tra più amministrazioni. Per questo i provvedimenti possono essere formalmente adottati ma sostanzialmente inefficaci.
Il caso Ridha dimostra precisamente questa distanza tra l’atto e il risultato. Lo Stato conosceva la persona, aveva esaminato la sua posizione e aveva disposto il rimpatrio. Tuttavia, nessuna autorità era responsabile dell’intero percorso e della sua conclusione concreta.
Un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione dovrebbe colmare questa frattura, coordinando le amministrazioni, misurando gli esiti e riferendo annualmente al Parlamento non soltanto quanti permessi siano stati rilasciati o quanti decreti di espulsione siano stati adottati, ma quanti percorsi si siano realmente conclusi con l’integrazione oppure con il ritorno.
La politica migratoria non può continuare a essere giudicata sulla quantità degli atti prodotti. Deve essere valutata sui risultati.
Chi ha diritto di restare e dimostra un percorso effettivo di integrazione deve essere sostenuto e riconosciuto come parte della comunità. Chi non possiede più i requisiti per la permanenza, dopo il rispetto di tutte le garanzie, deve essere accompagnato verso una ReImmigrazione effettiva e dignitosa.
Tra queste due prospettive non può continuare a esistere una zona grigia nella quale persone perfettamente conosciute dallo Stato diventano invisibili sul territorio.
Dall’ingresso al rimpatrio deve esistere una responsabilità politica unitaria.
Per questo l’Italia ha bisogno di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il caso di Ridha Rahmouni non dimostra soltanto che un provvedimento di rimpatrio può rimanere ineseguito. Dimostra qualcosa di più profondo: l’Italia continua a governare l’immigrazione attraverso un apparato nel quale le funzioni amministrative, le attività di controllo, la gestione delle pratiche di soggiorno e l’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento si sovrappongono, senza che esista un Corpo specializzato incaricato di intervenire operativamente quando la permanenza sul territorio non è più consentita.
Le responsabilità penali relative all’omicidio del giornalista Luigi “Luca” Esposito dovranno naturalmente essere accertate dall’autorità giudiziaria, nel rispetto della presunzione di innocenza e di tutte le garanzie processuali. La posizione amministrativa dell’indagato, tuttavia, consente già di porre una questione distinta, che riguarda l’effettiva capacità dello Stato di applicare le proprie decisioni in materia di immigrazione.
Secondo quanto ricostruito dagli organi di informazione, Ridha Rahmouni era stato fotosegnalato dopo il suo arrivo a Lampedusa, successivamente identificato da un’altra Questura, censito anche attraverso un alias e infine destinatario del diniego del permesso di soggiorno e di un obbligo di rimpatrio che non sarebbe stato concretamente eseguito.
Non si trattava, dunque, di una persona ignota alle autorità. Lo Stato disponeva delle impronte, delle informazioni anagrafiche, dei precedenti accertamenti e di una decisione amministrativa sulla sua permanenza. Eppure, dopo l’adozione del provvedimento, l’interessato avrebbe continuato a vivere sul territorio, fino a essere descritto come uno dei tanti “invisibili”.
Questa vicenda mostra la distanza che può aprirsi tra la conoscenza formale di una persona e l’effettiva capacità di controllarne la posizione.
Un cittadino straniero non diventa invisibile perché manca una pratica amministrativa. Può diventarlo, al contrario, dopo che quella pratica è stata istruita, il permesso è stato negato e il rimpatrio è stato disposto, quando nessuna struttura riesce a tradurre la decisione adottata in un’attività operativa effettiva.
Il problema nasce anche dalla configurazione degli attuali Uffici immigrazione delle Questure, ai quali sono attribuite funzioni profondamente diverse. Essi gestiscono il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno, le richieste di protezione, i ricongiungimenti familiari, le convocazioni, le notifiche, l’acquisizione dei documenti e i rapporti con le altre amministrazioni. Nello stesso tempo dovrebbero contribuire ai controlli sul territorio, alla verifica della regolarità del soggiorno, ai trattenimenti e all’esecuzione delle espulsioni.
Questa sovrapposizione produce un limite organizzativo evidente. Una struttura quotidianamente assorbita da centinaia di migliaia di procedimenti amministrativi non può essere, contemporaneamente e con la stessa efficacia, anche una forza operativa dedicata al rintraccio degli irregolari e all’esecuzione degli allontanamenti.
Gli Uffici immigrazione sono divenuti, inevitabilmente, soprattutto grandi articolazioni amministrative. Gli operatori sono impegnati nella gestione delle pratiche, degli appuntamenti e della documentazione, mentre le attività operative occupano uno spazio necessariamente più limitato. È una conseguenza strutturale, non una responsabilità individuale degli uffici o degli agenti.
Proprio per questa ragione, da tempo propongo l’istituzione di un vero Corpo di Polizia dell’Immigrazione.
Non un semplice potenziamento degli attuali Uffici immigrazione e nemmeno un nuovo sportello incaricato di trattare documenti. La proposta riguarda un Corpo specializzato, nazionale o eventualmente articolato su base regionale, destinato in via prevalente alle attività operative: controllo del territorio in materia migratoria, individuazione degli stranieri irregolari, verifica del rispetto delle condizioni di soggiorno, contrasto alle reti che favoriscono l’immigrazione illegale, esecuzione dei provvedimenti di allontanamento e cooperazione con le autorità consolari e con gli altri Stati.
La separazione tra funzioni amministrative e funzioni operative costituisce il punto centrale della proposta.
Gli Uffici immigrazione dovrebbero poter continuare a occuparsi delle procedure relative ai permessi, alla protezione internazionale, ai ricongiungimenti e agli altri titoli di soggiorno, liberandosi però dal peso di attività operative che richiedono organizzazione, formazione e strumenti differenti. La Polizia dell’Immigrazione dovrebbe invece concentrarsi sul controllo e sull’esecuzione, garantendo che le decisioni assunte dalle autorità competenti non rimangano semplici documenti inseriti in un fascicolo.
Il confronto con altri ordinamenti dimostra che la specializzazione delle funzioni non rappresenta un’idea eccentrica. Negli Stati Uniti opera l’Immigration and Customs Enforcement, affiancata dalla Customs and Border Protection per il controllo delle frontiere. Nel Regno Unito l’Immigration Enforcement svolge attività operative, controlli nei luoghi di lavoro, rintraccio degli irregolari ed esecuzione degli allontanamenti. In Francia la Police aux Frontières esercita competenze sul controllo delle frontiere, sull’immigrazione irregolare e sulle espulsioni. In Spagna operano le Brigadas de Extranjería y Fronteras all’interno della Policía Nacional. Pur presentando modelli differenti, questi sistemi condividono la scelta di distinguere, almeno in parte, la gestione amministrativa dalle funzioni operative.
Il riferimento all’ICE statunitense non significa che l’Italia debba riprodurre il modello americano in modo meccanico. Gli Stati Uniti hanno una struttura costituzionale, territoriale e amministrativa diversa dalla nostra. Anche il rapporto tra autorità federale, polizie locali e controllo delle frontiere presenta caratteristiche che non possono essere semplicemente trasferite nell’ordinamento italiano.
Tuttavia, il confronto con l’ICE dimostra un principio difficilmente contestabile: quando un fenomeno diventa strutturale, complesso e transnazionale, lo Stato deve dotarsi di un apparato altrettanto strutturale e specializzato.
La Polizia dell’Immigrazione italiana dovrebbe essere costruita nel rispetto della Costituzione, del diritto dell’Unione europea, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle garanzie giurisdizionali previste per l’adozione e l’esecuzione dei provvedimenti di allontanamento. Non dovrebbe essere una copia dell’ICE, ma una risposta italiana a un problema italiano.
Occorre inoltre chiarire che la Polizia dell’Immigrazione non sarebbe una generica polizia degli stranieri.
Il suo compito non sarebbe intervenire in ogni vicenda di cronaca nella quale risulti coinvolto un cittadino non italiano. Un’aggressione, una rissa, un furto o una situazione di pericolo restano materie di ordine e sicurezza pubblica, attribuite alle forze di polizia ordinariamente competenti. La cittadinanza dell’autore non trasforma automaticamente un fatto di ordine pubblico in una questione di immigrazione.
La competenza del nuovo Corpo dovrebbe dipendere dalla natura migratoria della vicenda: ingresso, identificazione, irregolarità del soggiorno, rispetto delle condizioni del titolo, espulsione, rintraccio, accompagnamento, frontiera, reti criminali e cooperazione internazionale.
È precisamente per questo motivo che il caso Ridha appare direttamente pertinente. La vicenda è caratterizzata da una sequenza interamente riconducibile alla materia dell’immigrazione: ingresso, fotosegnalamento, identificazioni successive, uso di alias, diniego del titolo e obbligo di rimpatrio rimasto ineseguito. È in questa successione che emerge l’assenza di una struttura operativa specificamente incaricata di dare seguito alle decisioni assunte.
Altre vicende, anche molto gravi, che coinvolgono cittadini stranieri possono invece riguardare esclusivamente l’ordine pubblico, le modalità di un intervento di polizia o l’accertamento di responsabilità penali. Confondere i due piani significherebbe trasformare la proposta della Polizia dell’Immigrazione in qualcosa che non è e che non deve diventare.
Un ulteriore segnale della necessità di corpi specializzati è venuto proprio da Salerno con l’istituzione del Nucleo Operativo Sicurezza della Polizia locale. Quel Nucleo non rappresenta una Polizia dell’Immigrazione e non potrebbe sostituire le competenze statali in materia di ingresso, soggiorno ed espulsione. Tuttavia, la sua nascita conferma che anche sul piano locale si avverte l’esigenza di personale formato per affrontare fenomeni complessi nei quali degrado urbano, abusivismo, sicurezza e irregolarità migratoria possono intrecciarsi.
Il limite delle iniziative locali è evidente: nessun Comune può gestire le procedure di rimpatrio, i rapporti consolari, le banche dati internazionali o gli accompagnamenti alla frontiera. Proprio per questo l’esperienza salernitana deve essere letta come il sintomo di un vuoto nazionale, non come la sua soluzione.
Il caso Ridha permette inoltre di comprendere perché la Polizia dell’Immigrazione costituisca uno strumento indispensabile per il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La ReImmigrazione non può ridursi al momento finale del rimpatrio. Per essere giuridicamente seria e concretamente attuabile, deve essere preceduta da una capacità dello Stato di conoscere e verificare nel tempo il percorso dello straniero. Occorre sapere se la persona lavora, studia, conosce la lingua, rispetta le regole, mantiene una posizione abitativa regolare e partecipa alla vita della comunità. Occorre, allo stesso tempo, essere in grado di individuare chi vive stabilmente nell’irregolarità, utilizza false generalità, viola le condizioni di soggiorno o si sottrae ai provvedimenti adottati.
Senza controlli effettivi, senza monitoraggio e senza una struttura operativa specializzata, ogni discorso sulla ReImmigrazione resta inevitabilmente incompleto.
Non basta stabilire in astratto che chi non possiede un titolo debba lasciare il territorio. Occorre disporre del personale, degli strumenti investigativi, delle relazioni internazionali e della capacità operativa necessari per rendere effettiva la decisione. È per questa ragione che senza una Polizia dell’Immigrazione la ReImmigrazione rischia di restare uno slogan.
Allo stesso modo, il nuovo Corpo non dovrebbe occuparsi soltanto della fase terminale dell’allontanamento. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” richiede che lo Stato sappia distinguere, attraverso criteri oggettivi e verificabili, chi ha costruito un percorso di integrazione da chi permane fuori dalle regole o rifiuta sistematicamente tale percorso.
La Polizia dell’Immigrazione dovrebbe quindi rappresentare il braccio operativo di una politica migratoria fondata sulla conoscenza reale delle persone e non soltanto sulla gestione documentale. Dovrebbe collaborare con enti locali, servizi sociali, scuole, centri per l’impiego e autorità giudiziarie, senza sostituirsi agli organismi competenti nella valutazione amministrativa, ma fornendo gli elementi necessari per controllare la veridicità delle situazioni dichiarate e il rispetto delle condizioni stabilite dalla legge.
Il caso Ridha dimostra che il problema italiano non consiste soltanto nella scarsità dei rimpatri. Il problema è che tra il provvedimento e la sua esecuzione può aprirsi uno spazio nel quale la persona rimane sul territorio senza titolo, senza controllo e senza una prospettiva giuridicamente definita.
Questa zona grigia danneggia la sicurezza collettiva, indebolisce l’autorevolezza dello Stato e penalizza gli stessi cittadini stranieri regolari, che rispettano le regole e compiono ogni giorno un percorso serio di integrazione.
La responsabilità di un eventuale reato rimane sempre personale. Sarebbe scorretto attribuire automaticamente allo Stato la responsabilità penale per le azioni commesse da un singolo. Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare che un sistema incapace di eseguire le proprie decisioni produce condizioni di disordine, marginalità e perdita di controllo.
La Polizia dell’Immigrazione non eliminerebbe automaticamente tutte queste criticità. I rimpatri dipendono anche dalla collaborazione dei Paesi di origine, dal rilascio dei documenti consolari, dagli accordi bilaterali, dalla disponibilità dei collegamenti e dal rispetto delle garanzie previste dalla legge.
Tuttavia, il nuovo Corpo consentirebbe di separare chiaramente le funzioni amministrative da quelle operative e di affidare a personale specializzato il controllo dell’immigrazione irregolare e l’esecuzione degli allontanamenti. Gli attuali Uffici immigrazione potrebbero così concentrarsi sui procedimenti amministrativi, mentre la nuova struttura potrebbe dedicarsi alle attività per le quali oggi le risorse appaiono insufficienti.
Il caso Ridha dimostra che conoscere l’identità di una persona, respingerne la domanda di soggiorno e disporne il rimpatrio non è sufficiente.
Uno Stato credibile deve essere capace di trasformare le proprie decisioni in fatti.
Per farlo non basta moltiplicare le norme, aumentare le sanzioni o pronunciare nuovi annunci sui rimpatri. Occorre costruire un Corpo specializzato, dotato di personale formato, competenze operative e una missione precisa nel controllo dell’immigrazione.
Quel Corpo è la Polizia dell’Immigrazione.
Senza di essa, altri provvedimenti potranno essere adottati, altri ordini di rimpatrio potranno essere emessi e altri fascicoli potranno essere aggiornati. Ma continuerà a esistere il rischio che persone perfettamente conosciute dalle banche dati dello Stato diventino, nella realtà del territorio, nuovi invisibili.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il caso di Ridha Rahmouni, il cittadino tunisino di 26 anni indicato dagli investigatori come presunto responsabile dell’omicidio del giornalista salernitano Luigi “Luca” Esposito, non può essere letto soltanto come un grave fatto di cronaca. Le responsabilità penali personali dovranno essere accertate nelle sedi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza, ma la ricostruzione della sua presenza in Italia pone già oggi una questione politica e amministrativa alla quale lo Stato non può sottrarsi.
Rahmouni non era uno sconosciuto alle autorità italiane. Secondo quanto emerso, era stato sottoposto a fotosegnalamento a Lampedusa il 13 agosto 2023 e nuovamente identificato dalla Questura di Savona il 16 ottobre dello stesso anno. Gli accertamenti avrebbero inoltre evidenziato l’utilizzo di un diverso alias e una denuncia per occupazione abusiva di un’abitazione. Nel dicembre 2024 la Questura di Salerno aveva respinto la sua richiesta di permesso di soggiorno e nei suoi confronti risultava un obbligo di rimpatrio che non sarebbe stato concretamente eseguito.
Questi elementi dimostrano che definire Rahmouni un “invisibile” è corretto soltanto fino a un certo punto. Egli non era invisibile per le banche dati, non era invisibile per gli uffici di polizia e non era invisibile per l’amministrazione che aveva esaminato e respinto la sua domanda di soggiorno. Lo Stato conosceva la sua esistenza, ne aveva rilevato le impronte, ne aveva registrato la presenza e aveva formalmente stabilito che non sussistevano le condizioni per la permanenza regolare in Italia.
È diventato invisibile nel momento successivo, quello nel quale l’amministrazione avrebbe dovuto trasformare le proprie decisioni in azioni concrete.
Il vero fallimento, dunque, non consiste nella mancanza di informazioni, ma nell’incapacità di utilizzare le informazioni disponibili per governare effettivamente la presenza dello straniero sul territorio. Lo Stato identifica, registra, fotosegnala, respinge una domanda di permesso e dispone il rimpatrio, ma poi lascia che la persona continui a vivere in Italia senza documenti, senza un percorso di integrazione, senza una posizione lavorativa regolare e senza che il provvedimento di allontanamento venga eseguito.
È in questo spazio, aperto tra il provvedimento amministrativo e la sua mancata attuazione, che nasce l’invisibilità.
Una persona irregolare non scompare fisicamente dal territorio nazionale soltanto perché un ufficio ha adottato un diniego o perché un’autorità ha disposto il rimpatrio. Continua a vivere, a spostarsi, a cercare un alloggio e fonti di sostentamento. Quando lo Stato non è in grado né di regolarizzarne la posizione né di eseguire l’allontanamento, quella persona viene progressivamente consegnata al lavoro nero, all’occupazione abusiva, alle reti informali e, nei casi più gravi, ai circuiti della marginalità e della criminalità.
Un decreto di rimpatrio rimasto sulla carta non rappresenta una politica migratoria. Rappresenta soltanto un atto amministrativo privo di conseguenze reali.
Da anni il dibattito italiano sull’immigrazione oscilla tra due posizioni altrettanto insufficienti. Da una parte vi è chi ritiene che sia sufficiente accogliere e concedere opportunità, senza verificare concretamente gli esiti dei percorsi di integrazione. Dall’altra vi è chi invoca espulsioni e rimpatri come se fosse sufficiente pronunciare quelle parole per rendere effettivo l’allontanamento.
Il caso Ridha dimostra che entrambe le impostazioni sono incapaci di governare la realtà.
L’integrazione non può ridursi a una dichiarazione di principio, né può essere presunta per il solo fatto che una persona si trovi da alcuni anni in Italia. Deve diventare un percorso concreto, sottoposto a verifiche periodiche e fondato su elementi misurabili: conoscenza della lingua italiana, disponibilità di un’abitazione lecita, partecipazione al mercato del lavoro regolare, rispetto delle norme, assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile e costruzione di relazioni sociali effettive con la comunità ospitante.
Allo stesso modo, quando la permanenza non può essere autorizzata e non sussistono ostacoli giuridici all’allontanamento, il rimpatrio deve essere eseguito. Non può esistere una terza condizione permanente nella quale lo straniero riceve un diniego, viene formalmente destinatario di un provvedimento di rimpatrio e, nello stesso tempo, rimane indefinitamente sul territorio senza che nessuna autorità sia realmente responsabile della sua situazione.
Naturalmente, l’esecuzione dei rimpatri incontra difficoltà reali. Sono necessari l’identificazione certa della persona, la collaborazione del Paese di origine, il rilascio dei documenti di viaggio, la disponibilità dei collegamenti e il rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione, dal diritto dell’Unione europea e dalle convenzioni internazionali. Questi ostacoli non possono essere negati.
Proprio per questo, però, la politica deve smettere di limitarsi agli annunci e costruire strumenti amministrativi in grado di affrontarli. Servono accordi bilaterali effettivi con i Paesi di origine, procedure rapide di identificazione, un coordinamento stabile tra Questure, prefetture, autorità consolari e amministrazioni centrali, nonché un sistema capace di seguire la persona dal momento dell’ingresso fino alla definizione della sua posizione.
Il punto non è chiedere meno garanzie. Il punto è pretendere più Stato.
Più Stato significa esaminare rapidamente le domande di soggiorno e di protezione, riconoscere tempestivamente i diritti di chi possiede i requisiti, accompagnare l’integrazione di chi può rimanere e intervenire concretamente quando la permanenza non è più giuridicamente consentita. Significa evitare che migliaia di persone rimangano per anni sospese tra un’espulsione non eseguita e una regolarizzazione che non arriverà mai.
Questa zona grigia danneggia tutti. Danneggia i cittadini, che percepiscono l’incapacità delle istituzioni di controllare il territorio. Danneggia gli stranieri regolarmente soggiornanti e realmente integrati, che finiscono per essere associati alle conseguenze prodotte da un sistema inefficiente. Danneggia infine le stesse persone irregolari, abbandonate in una condizione che favorisce sfruttamento, precarietà e marginalità.
Occorre inoltre evitare una pericolosa confusione. Affermare che lo Stato avrebbe dovuto eseguire un provvedimento di rimpatrio non significa attribuire automaticamente all’amministrazione la responsabilità penale per ciò che sarebbe successivamente avvenuto. La responsabilità di un eventuale reato rimane personale. Significa, però, riconoscere che le politiche pubbliche hanno il compito di ridurre le condizioni nelle quali illegalità, marginalità e assenza di controllo possono svilupparsi.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente da questa consapevolezza. Non propone espulsioni collettive, automatismi fondati sull’origine nazionale o compressioni indiscriminate dei diritti fondamentali. Propone che ogni presenza migratoria venga governata attraverso una decisione individuale, verificabile e coerente.
Chi rispetta le regole, lavora, costruisce una famiglia, partecipa alla vita sociale e dimostra un’effettiva integrazione deve poter trovare stabilità e prospettive nel nostro Paese. Chi non possiede più un titolo per rimanere, dopo che siano state rispettate tutte le garanzie previste dalla legge, deve essere accompagnato verso un percorso di ritorno effettivo, dignitoso e legalmente organizzato.
Quello che non può più essere accettato è il sistema attuale, nel quale lo Stato produce documenti ma non governa le persone, emette provvedimenti ma non li esegue, conosce formalmente la presenza dello straniero ma non sa dove viva e in quali condizioni.
Ridha non sarebbe diventato invisibile perché privo di un fascicolo amministrativo. Al contrario, il suo fascicolo esisteva ed era alimentato da identificazioni, controlli, alias, dinieghi e provvedimenti di rimpatrio.
È diventato invisibile perché nessuna di quelle informazioni si è trasformata in una politica pubblica effettiva.
La vicenda di Salerno dovrebbe quindi imporre una riflessione seria, lontana sia dalle strumentalizzazioni sia dalle rimozioni ideologiche. Non basta proclamare l’accoglienza e non basta ordinare il rimpatrio. Bisogna costruire un’amministrazione capace di seguire ogni percorso migratorio fino alla sua conclusione giuridica e sostanziale.
Lo Stato deve scegliere e deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni: integrare realmente chi possiede le condizioni per restare oppure eseguire il rimpatrio di chi non ha più diritto alla permanenza.
Continuare a lasciare migliaia di persone in mezzo a queste due alternative significa produrre nuovi invisibili. E ogni invisibile rappresenta la prova concreta di uno Stato che ha rinunciato a governare il proprio territorio.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Nel dibattito pubblico si tende spesso a far coincidere due concetti molto diversi: cittadinanza e integrazione.
Ma ottenere la cittadinanza significa davvero essere integrati?
Nel corso della diretta ho sostenuto che la risposta è no.
La cittadinanza è uno status giuridico, attribuito al ricorrere dei presupposti previsti dalla legge. L’integrazione, invece, è un percorso che riguarda il modo in cui una persona vive all’interno della comunità nazionale.
Le due cose possono certamente coincidere.
Ma non sempre coincidono.
È possibile essere perfettamente integrati senza essere ancora cittadini italiani. Allo stesso modo, è possibile acquisire la cittadinanza senza aver sviluppato un reale senso di appartenenza ai valori, alle regole e alle istituzioni del Paese.
Per questo motivo ritengo che le future politiche migratorie non possano limitarsi a discutere delle modalità di acquisto della cittadinanza.
La vera domanda dovrebbe essere un’altra:
come possiamo misurare l’effettiva integrazione di una persona?
È proprio da questa riflessione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La cittadinanza rappresenta il punto di arrivo di un percorso giuridico.
L’integrazione dovrebbe rappresentarne il presupposto sostanziale.
Solo costruendo strumenti capaci di verificare l’effettivo inserimento nella comunità nazionale sarà possibile affrontare il tema della cittadinanza in modo meno ideologico e più coerente con gli interessi dello Stato e della collettività.
Nel corso della diretta approfondisco questo tema e spiego perché, a mio avviso, il dibattito pubblico dovrebbe smettere di contrapporre cittadinanza e sicurezza, iniziando invece a ragionare sul concetto di integrazione come elemento centrale delle future politiche migratorie.
Se vuoi conoscere il ragionamento completo, ti invito a guardare la diretta su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”. Questa serie di articoli nasce proprio per sviluppare, un tema alla volta, le idee presentate durante quell’incontro.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
The latest Home Office figures show that Britain has sharply reduced the volume of work migration after the post-Brexit surge. In the year ending June 2026, 120,105 Worker visas were granted, including dependants, 30% fewer than a year earlier and 76% below the peak recorded in the year ending December 2023. Of those grants, 49,205…
I dati e le iniziative che arrivano in queste settimane da Regno Unito, Sudafrica e Malaysia mostrano che il tema del ritorno sta assumendo un peso crescente nelle politiche migratorie. Ma proprio il confronto internazionale impone una distinzione essenziale: una politica di ReImmigrazione non può essere confusa con una politica di espulsioni generalizzate. Il Regno…
L’attacco compiuto a Berlino durante le celebrazioni del Christopher Street Day impone all’Europa di abbandonare definitivamente ogni ambiguità. Un veicolo ha investito la folla nei pressi del Tiergarten, provocando una vittima e numerosi feriti. Le autorità tedesche hanno identificato come sospettato un soggetto conosciuto negli ambienti islamisti della capitale, mentre sono ancora in corso gli accertamenti necessari per ricostruire il movente, la dinamica completa e le responsabilità individuali. La prudenza giudiziaria è indispensabile; la paralisi politica, invece, non è più accettabile.
Quanto accaduto non autorizza accuse indiscriminate contro i musulmani e non può trasformarsi nel pretesto per colpire una religione. Impone però di pronunciare una verità che per troppo tempo è stata evitata: l’islamismo è incompatibile con la società occidentale quando pretende di subordinare la legge civile, le libertà personali e la sovranità democratica a un progetto politico-religioso totalizzante.
Islam e islamismo non sono la stessa cosa. L’Islam è una religione professata da milioni di persone che vivono, lavorano e crescono i propri figli nel rispetto delle leggi europee. L’islamismo è invece un’ideologia politica che utilizza la religione per costruire un ordine alternativo a quello costituzionale, nel quale la libertà di coscienza, la parità tra uomo e donna, il diritto di cambiare religione, la libertà sessuale e il pluralismo vengono subordinati a precetti religiosi imposti alla collettività.
La distinzione deve essere netta proprio perché la lotta all’islamismo tutela, prima di tutto, i musulmani integrati. Sono loro a pagare uno dei prezzi più elevati dell’indulgenza europea verso gli estremisti: le donne che rifiutano il controllo familiare; i giovani che vogliono scegliere liberamente il proprio stile di vita; gli omosessuali appartenenti a famiglie musulmane; coloro che cambiano religione o decidono di non professarne alcuna; gli imam e le associazioni che riconoscono il primato della Costituzione e vengono accusati di tradimento dagli ambienti radicali.
Quando lo Stato arretra, non cresce la libertà religiosa. Cresce il potere informale delle comunità più organizzate, dei predicatori più aggressivi e di coloro che trasformano l’identità religiosa in uno strumento di controllo sociale. La tolleranza verso l’islamismo non protegge i musulmani: li consegna agli islamisti.
L’Europa deve quindi smettere di confondere il rispetto della fede con la rinuncia a difendere il proprio ordinamento. Una democrazia liberale non è obbligata a restare neutrale davanti a chi vuole abolirne i presupposti. Può e deve essere pluralista nei confronti delle convinzioni religiose, ma non può esserlo rispetto alla violenza, alla propaganda terroristica, all’istigazione all’odio, al reclutamento, al finanziamento delle organizzazioni radicali e alla costruzione di ordinamenti comunitari paralleli.
Dire che l’Europa deve “colpire gli islamisti” non significa invocare persecuzioni, espulsioni collettive o provvedimenti fondati sulla semplice appartenenza religiosa. Significa utilizzare con determinazione gli strumenti dello Stato di diritto: indagini patrimoniali, controllo dei finanziamenti provenienti dall’estero, chiusura delle organizzazioni che sostengono il terrorismo, espulsione degli stranieri pericolosi quando giuridicamente possibile, revoca dei titoli di soggiorno nei casi previsti dalla legge, repressione penale della propaganda e del reclutamento, sorveglianza dei soggetti concretamente pericolosi e cooperazione effettiva tra polizia, intelligence, magistratura, autorità dell’asilo ed Europol.
Il rapporto europeo sul terrorismo pubblicato da Europol nel luglio 2026 conferma che il terrorismo e l’estremismo violento restano una minaccia concreta per l’Unione. La stessa Unione europea ha recentemente ampliato i criteri della propria lista terroristica e gli strumenti sanzionatori destinati a individui e organizzazioni coinvolti nel terrorismo o nell’estremismo violento. Gli strumenti, dunque, esistono. Ciò che spesso manca è la volontà politica di applicarli prima che la minaccia si trasformi in un attentato.
Vi è poi un problema specifico che riguarda il diritto d’asilo. L’Europa deve riconoscere apertamente che non tutti coloro che vengono perseguitati nei Paesi d’origine sono perseguitati perché democratici, liberali o rispettosi dei diritti umani. In alcuni casi, una persona può essere perseguitata da un regime autoritario perché appartenente a un movimento islamista ancora più radicale, perché coinvolta in organizzazioni violente o perché promotrice di un progetto politico incompatibile anche con i valori europei.
La persecuzione subita non trasforma automaticamente il perseguitato in un democratico. E non può essere sufficiente, da sola, per stabilire che quella persona abbia diritto a essere protetta dall’Europa.
Il diritto dell’Unione già contempla clausole di esclusione dalla protezione internazionale per chi abbia commesso determinati crimini gravi, atti contrari ai fini e ai principi delle Nazioni Unite o condotte riconducibili al terrorismo. Il nuovo quadro europeo sulla qualificazione dei beneficiari della protezione, applicabile dal 2026, conserva la necessità di verificare individualmente tanto il bisogno di protezione quanto l’eventuale sussistenza di cause di esclusione.
Il problema è che questa verifica richiede informazioni attendibili, personale specializzato e collaborazione tra apparati che troppo spesso operano separatamente. L’autorità chiamata a esaminare la domanda d’asilo deve conoscere non soltanto il rischio che il richiedente correrebbe nel Paese di origine, ma anche le ragioni della persecuzione, le organizzazioni alle quali abbia eventualmente aderito, il ruolo svolto, i collegamenti internazionali e la sua condotta successiva all’ingresso in Europa.
Non è sufficiente sapere che una persona è ricercata o condannata da un regime straniero. Occorre stabilire perché lo sia. Un oppositore democratico, un giornalista, una donna che rifiuta un matrimonio forzato e un militante di un’organizzazione jihadista possono essere tutti perseguitati, ma evidentemente non pongono la stessa questione giuridica e politica.
L’asilo deve continuare a proteggere chi fugge dalla tortura, dalla guerra e dalla persecuzione. Ma non può diventare lo strumento mediante il quale l’Europa offre sicurezza e libertà operativa a chi intende utilizzare quella stessa libertà per combattere la società che lo ha accolto.
Naturalmente le clausole di esclusione non possono essere applicate sulla base di sospetti generici, dell’origine nazionale o della fede religiosa. Servono seri motivi, fatti individuali, informazioni verificabili e una decisione sottoposta al controllo del giudice. È precisamente questa la differenza tra uno Stato di diritto e un sistema fondato sulla vendetta collettiva.
Ma le garanzie non possono diventare alibi per non decidere. Il garantismo esige prove e proporzionalità; non impone di ignorare le prove quando esistono.
Occorre inoltre affrontare il tema delle seconde generazioni e della radicalizzazione interna. Non tutti gli estremisti arrivano dall’estero. Alcuni sono nati, cresciuti o formati nelle città europee. Ciò dimostra che il controllo delle frontiere, pur necessario, non è sufficiente. L’Europa deve verificare che l’integrazione non sia ridotta alla semplice presenza sul territorio, alla frequenza scolastica o al possesso di un lavoro.
Una persona può parlare perfettamente la lingua, possedere la cittadinanza e, nello stesso tempo, rifiutare radicalmente i principi della società nella quale vive. È per questo che l’integrazione deve essere considerata anche come adesione sostanziale al patto costituzionale: rispetto della legge civile, riconoscimento della parità tra i sessi, accettazione del pluralismo, libertà di orientamento sessuale, libertà religiosa e rifiuto della violenza politica.
Il Pride di Berlino rappresenta, sotto questo profilo, un bersaglio simbolico. Colpire una manifestazione dedicata alla libertà sessuale significa colpire uno degli aspetti che maggiormente distinguono una società liberale da un ordinamento teocratico. Ma la risposta europea non può limitarsi a illuminare i monumenti con i colori dell’arcobaleno, organizzare commemorazioni e pronunciare dichiarazioni solenni.
La libertà deve essere difesa anche quando difenderla impone decisioni difficili.
Significa dichiarare incompatibili con la presenza legittima nello spazio europeo non le persone in quanto musulmane, ma le condotte e le organizzazioni che promuovono il terrorismo, la violenza religiosa e l’abbattimento dell’ordine democratico. Significa impedire che associazioni apparentemente culturali o assistenziali diventino strumenti di finanziamento, propaganda o controllo ideologico. Significa pretendere trasparenza sui fondi provenienti da Stati e organizzazioni straniere. Significa sostenere concretamente le componenti musulmane liberali e integrate, anziché abbandonarle alla pressione degli estremisti.
Significa, infine, riconoscere che il diritto di soggiornare in Europa non può trasformarsi in un’immunità permanente rispetto a ogni successiva valutazione della pericolosità. Quando emergano adesioni a organizzazioni terroristiche, condotte violente o minacce concrete alla sicurezza, gli Stati devono riesaminare i titoli di soggiorno e gli status di protezione nei limiti consentiti dal diritto europeo, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dal principio di non-refoulement.
Vi sono casi nei quali, nonostante la pericolosità, il rimpatrio non può essere eseguito perché la persona rischierebbe la tortura o trattamenti inumani. Questa è una difficoltà reale e non deve essere nascosta. Ma il divieto di rimpatrio verso la tortura non equivale al diritto di essere lasciati incontrollati. In tali situazioni devono operare gli strumenti penali, preventivi e amministrativi consentiti dall’ordinamento, con controlli giurisdizionali effettivi.
L’Europa è arrivata a un bivio. Può continuare a reagire dopo ogni attentato con le stesse formule rituali, oppure può comprendere che la difesa della libertà richiede una politica preventiva, selettiva e rigorosa.
Non serve accusare milioni di musulmani. Serve isolare gli islamisti.
Non serve sospendere lo Stato di diritto. Serve applicarlo fino in fondo.
Non serve scegliere tra la sicurezza e l’integrazione. La sicurezza è la condizione dell’integrazione, mentre la lotta all’islamismo è anche una forma di protezione dei musulmani che hanno scelto l’Europa, ne rispettano le leggi e ne condividono le libertà.
Berlino deve segnare la fine dell’ambiguità. Una società libera ha il dovere di accogliere chi cerca protezione, ma possiede anche il diritto di difendersi da chi utilizza quella protezione contro di essa.
L’Europa deve colpire gli islamisti con la forza della legge, della prevenzione e della democrazia. Perché una civiltà che non difende i propri principi finisce inevitabilmente per consegnarli ai propri nemici.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
La sera del 25 luglio 2026, mentre Berlino celebrava il Christopher Street Day, uno dei più grandi eventi europei dedicati ai diritti delle persone LGBT, un furgone bianco è entrato nel parco Tiergarten e ha travolto numerose persone, provocando la morte di una donna e il ferimento di almeno altre sedici. Il veicolo ha terminato la propria corsa contro un albero, mentre il conducente si è allontanato dal luogo dell’attacco. La polizia tedesca ha successivamente identificato un sospettato già conosciuto negli ambienti islamisti della capitale, precisando tuttavia che il movente, la dinamica completa dei fatti e il ruolo individuale dell’uomo devono ancora essere definitivamente accertati.
Questa necessaria prudenza investigativa non può però trasformarsi nell’ennesima prudenza politica. La responsabilità penale è personale e dovrà essere dimostrata nelle sedi competenti, ma la questione pubblica posta dall’attacco è già evidente: nel cuore di una capitale europea, una manifestazione simbolo della libertà individuale e dell’uguaglianza è stata colpita da una violenza che le autorità stanno esaminando anche nella sua possibile matrice estremista.
Il sindaco di Berlino Kai Wegner ha definito quanto accaduto un attacco contro una società libera e cosmopolita. È una dichiarazione corretta, ma incompleta. Una società non difende la propria libertà limitandosi a proclamarla dopo ogni attentato. Deve prima domandarsi se abbia realmente preteso da chiunque viva al suo interno il rispetto dei principi sui quali quella libertà si fonda.
Per anni l’Europa ha confuso l’integrazione con la semplice presenza fisica sul territorio. Ha contato gli ingressi, i permessi di soggiorno, le persone inserite nei corsi di lingua, i contratti di lavoro e, talvolta, le cittadinanze concesse. Ha invece evitato la domanda più difficile: chi vive nelle società europee riconosce davvero la libertà religiosa, la parità tra uomo e donna, la dignità delle persone omosessuali, il pluralismo politico e il primato della legge civile sulle appartenenze comunitarie o religiose?
L’integrazione non consiste soltanto nel conoscere una lingua, percepire un reddito o non avere precedenti penali. Questi elementi sono importanti, ma non sufficienti. L’integrazione presuppone l’adesione concreta al nucleo essenziale dell’ordinamento costituzionale nel quale si è scelto di vivere. Non significa rinunciare alla propria origine, alla propria fede o alle proprie tradizioni. Significa riconoscere che nessuna identità culturale o religiosa può giustificare la violenza contro chi esercita una libertà riconosciuta dalla legge.
Il Pride rappresenta uno dei punti nei quali questa contraddizione diventa più evidente. Le istituzioni europee celebrano giustamente i diritti delle minoranze sessuali, ma troppo spesso evitano di affrontare il conflitto che può emergere quando una parte delle comunità immigrate conserva una concezione radicalmente incompatibile con quei diritti. Affermare questa realtà non significa accusare indiscriminatamente i musulmani, gli immigrati o i richiedenti asilo. Significa rifiutare l’idea, ingenua e ormai pericolosa, secondo cui ogni differenza culturale sarebbe automaticamente conciliabile con l’ordinamento europeo.
Non tutte le culture attribuiscono lo stesso valore alla libertà individuale. Non tutte le concezioni religiose accettano nello stesso modo la parità tra i sessi, la libertà di orientamento sessuale o il diritto di abbandonare una fede. Una politica migratoria seria deve partire da questa constatazione, anziché nasconderla dietro la retorica dell’inclusione.
Il problema non è l’immigrazione in quanto tale. Il problema è l’immigrazione priva di una verifica dell’integrazione. Quando lo Stato concede il diritto di soggiornare, lavorare e costruire il proprio futuro in Europa, deve contemporaneamente pretendere un percorso effettivo di inserimento civile. Tale percorso non può esaurirsi in un attestato conseguito una volta per tutte, ma deve essere osservato nel tempo attraverso indicatori verificabili: conoscenza della lingua, partecipazione sociale, rispetto della legalità, autonomia economica, adesione ai principi costituzionali, comportamento nei confronti delle donne, delle minoranze e delle istituzioni.
Naturalmente nessun indice potrebbe prevedere ogni forma di radicalizzazione, così come nessun sistema di sicurezza potrebbe eliminare completamente il rischio terroristico. Ma l’assenza di strumenti perfetti non giustifica l’assenza di qualsiasi misurazione. Oggi gli Stati europei raccolgono quantità enormi di dati sugli ingressi, sull’occupazione, sulla previdenza e sulla criminalità, mentre continuano a non disporre di una vera politica pubblica destinata a verificare la qualità dell’integrazione.
È proprio questo vuoto che alimenta due risposte opposte e ugualmente insufficienti. Da una parte vi è chi nega il problema, sostenendo che parlare di incompatibilità culturali significhi automaticamente discriminare. Dall’altra vi è chi propone la remigrazione come soluzione generale, trasformando milioni di persone in una categoria indistinta da espellere o allontanare. Entrambe le posizioni rinunciano a distinguere.
Il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” nasce invece dalla necessità di operare quella distinzione. Chi si integra realmente, rispetta l’ordinamento, partecipa alla società e riconosce i suoi valori fondamentali deve poter costruire stabilmente il proprio futuro in Europa. Chi, al contrario, rifiuta in modo grave e persistente tali principi, sostiene ideologie violente o considera la società di accoglienza un nemico da combattere, non può pretendere che il soggiorno sia considerato un diritto irreversibile e sottratto a ogni valutazione.
Naturalmente ogni decisione dovrà rispettare le garanzie dello Stato di diritto, il principio di proporzionalità, il divieto di discriminazione, la tutela della vita familiare e gli obblighi internazionali in materia di asilo e diritti fondamentali. Ma garantire i diritti non significa rinunciare a pretendere doveri. Uno Stato che non verifica l’integrazione non è più garantista: è semplicemente assente.
L’attacco di Berlino non deve diventare il pretesto per una condanna collettiva. Sarebbe ingiusto e politicamente miope. Deve però impedire che, ancora una volta, il dibattito venga chiuso attraverso formule rituali: solidarietà alle vittime, condanna dell’odio, appello alla tolleranza e rapido ritorno alla normalità.
La normalità è precisamente il problema. È diventato normale che l’Europa intervenga soltanto dopo la radicalizzazione, quando la polizia deve inseguire un sospettato, quando le ambulanze raccolgono i feriti e quando le autorità promettono che i responsabili saranno puniti. Non è invece ancora normale verificare in anticipo se le politiche di integrazione stiano funzionando, se le seconde generazioni condividano realmente i principi costituzionali e se all’interno di alcune comunità si stiano consolidando forme di separazione culturale, ostilità o radicalizzazione.
Berlino ci ricorda che non basta proclamarsi una società aperta. Una società aperta deve anche essere capace di difendere le condizioni che la rendono possibile. La tolleranza non può essere imposta soltanto alla società europea, mentre si evita di pretenderla da chi entra a farne parte.
Il fallimento dell’integrazione non può più essere nascosto, perché il prezzo di quel fallimento non viene pagato dalle teorie politiche, ma dalle persone. Lo pagano le vittime degli attentati, le donne sottoposte a controllo familiare, i giovani costretti a scegliere tra la propria libertà e la comunità di appartenenza, gli insegnanti lasciati soli, le forze dell’ordine chiamate a intervenire quando ogni prevenzione è ormai fallita e, infine, gli stessi immigrati realmente integrati, che rischiano di essere confusi con chi rifiuta apertamente le regole della società europea.
La scelta non è tra accoglienza e odio, né tra frontiere aperte ed espulsioni indiscriminate. La scelta è tra continuare a fingere che l’integrazione avvenga automaticamente oppure iniziare finalmente a misurarla, sostenerla e, quando fallisce in modo grave e irreversibile, trarne le conseguenze previste dallo Stato di diritto.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Quando si parla di integrazione, molti la considerano un obiettivo politico o sociale.
In realtà, l’integrazione è già oggi una categoria giuridica.
Lo dimostra un istituto poco conosciuto dal grande pubblico: la protezione complementare.
Nel corso della diretta ho ricordato che, in numerosi procedimenti, il giudice è chiamato a valutare proprio il livello di integrazione raggiunto dal cittadino straniero in Italia.
Non si tratta di una valutazione astratta.
Vengono esaminati elementi concreti: il lavoro, la conoscenza della lingua italiana, la stabilità abitativa, i rapporti familiari, la partecipazione alla vita sociale e, più in generale, il grado di inserimento nella comunità nazionale.
Questo significa che il nostro ordinamento conosce già il concetto di integrazione.
Ciò che manca è un diverso modo di utilizzarlo.
Oggi l’integrazione viene valutata quasi esclusivamente quando si discute di una domanda di protezione complementare.
La mia proposta è diversa.
Se l’integrazione è così importante da poter incidere sul rilascio di un titolo di soggiorno in questi procedimenti, perché non dovrebbe diventare il criterio generale sul quale fondare tutte le politiche migratorie?
È proprio da questa riflessione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non occorre inventare un concetto nuovo.
Occorre estendere un principio che il diritto italiano già conosce e applica, trasformandolo nel fondamento dell’intero sistema.
L’integrazione non dovrebbe essere un’eccezione valutata in alcuni procedimenti.
Dovrebbe diventare la regola.
Nel corso della diretta approfondisco questo collegamento tra protezione complementare e integrazione e spiego perché ritengo che proprio da qui possa partire una profonda riforma del diritto dell’immigrazione. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il Regno Unito misura l’immigrazione. Ma misura l’integrazione? Il 27 agosto 2026 il Home Office ha pubblicato le nuove statistiche sul sistema migratorio britannico relative all’anno terminato a giugno 2026. È un apparato statistico imponente: ingressi, visti per lavoro, studio e famiglia, rotte irregolari, asilo, decisioni, trattenimento, rimpatri, insediamento e cittadinanza. I numeri consentono di…
La Malaysia ha definito la prima fase di un programma di rimpatrio volontario che riguarda cittadini del Myanmar. Il 29 settembre dovrebbero rientrare 1.476 persone, parte di un gruppo complessivo di 5.000 destinatari del programma concordato con le autorità birmane. Al 15 agosto, nei centri di detenzione per immigrazione malesi risultavano presenti 10.388 cittadini del…
Il Sudafrica ha chiuso il 27 agosto il Temporary Repatriation Processing Centre di Musina, struttura attivata il 26 giugno per affrontare una pressione migratoria eccezionale nell’area di Beitbridge. In appena due mesi il centro ha processato 48.948 cittadini stranieri: 46.744, pari al 95,5%, erano stati classificati come persone entrate al di fuori dei valichi ufficiali.…
Il Sudafrica ha chiuso il 27 agosto 2026 il Temporary Repatriation Processing Centre di Musina, aperto appena due mesi prima per fronteggiare una pressione migratoria eccezionale al confine con lo Zimbabwe. In quel breve periodo, secondo i dati diffusi dal Governo sudafricano, sono stati processati 48.948 cittadini stranieri. Di questi, 46.744, pari al 95,5%, erano…
Il dato pubblicato oggi dal Home Office britannico merita attenzione perché porta il dibattito sulla ReImmigrazione fuori dal terreno degli slogan e dentro quello, molto più difficile, della capacità concreta dello Stato di eseguire le proprie decisioni. Alla fine di giugno 2026 risultavano 21.294 foreign national offenders soggetti a deportazione ma monitorati nella comunità. Un…
In Polonia il calendario sta per produrre un effetto giuridico immediato. Entro il 31 agosto 2026 una parte dei cittadini ucraini titolari di numero PESEL con status UKR deve confermare la propria identità davanti a un ufficio comunale. Chi non lo farà vedrà lo status UKR sostituito, dal 1° settembre, con la sigla NUE e…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Per decenni il diritto dell’immigrazione si è concentrato su una domanda: chi può entrare in Italia?
Forse è arrivato il momento di iniziare a porcene un’altra.
Chi può rimanere stabilmente in Italia?
Non è una provocazione, ma una questione giuridica destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale.
Oggi il rilascio e il rinnovo dei titoli di soggiorno sono legati soprattutto alla presenza di determinati requisiti amministrativi: un contratto di lavoro, un reddito, l’assenza di cause ostative previste dalla legge.
Ma tutto questo basta davvero per dimostrare che una persona si è integrata nella comunità nazionale?
Nel corso della diretta ho sostenuto che il diritto dell’immigrazione dovrebbe evolvere verso un principio diverso: la permanenza stabile dovrebbe essere fondata sull’effettiva integrazione della persona.
Non significa introdurre valutazioni arbitrarie.
Al contrario, significa costruire criteri chiari e verificabili: conoscenza della lingua italiana, rispetto delle leggi, partecipazione alla vita civile, autonomia lavorativa e adesione ai principi fondamentali della nostra convivenza.
L’integrazione non dovrebbe essere un concetto astratto o uno slogan politico.
Dovrebbe diventare un requisito giuridico, verificabile nel tempo, sul quale fondare il rapporto tra lo Stato e il cittadino straniero.
È questa la logica del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Prima lo Stato offre gli strumenti per integrarsi.
Poi verifica, con procedure trasparenti e garantite, se quel percorso abbia avuto successo.
Solo quando l’integrazione fallisce può aprirsi il tema della ReImmigrazione.
In questo modo il dibattito si sposta finalmente dagli slogan ai criteri oggettivi.
Non più una contrapposizione tra favorevoli e contrari all’immigrazione, ma una riflessione su quale debba essere il fondamento giuridico della permanenza nel territorio nazionale.
Nel corso della diretta approfondisco questa proposta e spiego perché ritengo che il futuro delle politiche migratorie europee passerà sempre più dalla capacità di misurare l’integrazione. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il dato che arriva dalla Grecia è netto: nel primo semestre del 2026 le nuove domande per il Golden Visa sono diminuite del 44%, passando da 4.553 a 2.551. Nello stesso tempo, il programma continua però a rappresentare uno degli strumenti attraverso i quali capitali stranieri entrano nel mercato immobiliare greco. Il punto interessante non…
Il dato che arriva dalla Grecia è netto: nel primo semestre del 2026 le nuove domande per il Golden Visa sono diminuite del 44%, passando da 4.553 a 2.551. Nello stesso tempo, il sistema continua però a trascinarsi dietro oltre 7.000 pratiche arretrate degli anni precedenti. Il segnale è importante, perché mostra due fenomeni distinti:…
Nei primi sette mesi del 2026 la Baviera ha registrato circa 5.800 nuovi richiedenti asilo, il 35 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025 e il 69 per cento in meno rispetto al 2024. Nello stesso arco temporale il Ministero dell’Interno del Land ha contato 10.261 cessazioni della permanenza, attraverso partenze volontarie…
Il 27 agosto il Home Office ha certificato che, nei dodici mesi conclusi a giugno 2026, il Regno Unito ha concesso 199.628 titoli di settlement, il 24 per cento in più rispetto all’anno precedente e il livello più alto dal 2011. Si tratta dell’Indefinite Leave to Remain o to Enter, la posizione che consente di…
Il 27 agosto il Joint Committee on Human Rights del Parlamento britannico ha ricostruito un conto che Londra non può ancora chiudere. Negli anni in cui il Home Office collocava minori stranieri non accompagnati negli hotel destinati all’asilo, 472 ragazzi furono dichiarati scomparsi; 432 sono stati successivamente rintracciati, mentre di 40 non si conosce ancora…
Il 27 agosto l’Australia ha visto cambiare in poche ore la cifra più politica del proprio programma umanitario. L’ufficio del ministro dell’Interno Tony Burke aveva confermato alla stampa che, dal prossimo esercizio finanziario, i posti sarebbero scesi da 20.000 a 13.750. Poi è intervenuto il primo ministro Anthony Albanese: nessuna riduzione, il livello di 20.000…
Il cosiddetto “decreto anti-maranza” nasce da un problema reale, che sarebbe irresponsabile negare o ridurre a una costruzione propagandistica: la diffusione di aggressioni, rapine, danneggiamenti, porto di coltelli e altre forme di violenza commesse da gruppi giovanili, spesso nei luoghi della movida, nelle stazioni e nelle periferie urbane.
Occorre però partire da una precisazione giuridica. Non esiste, formalmente, un unico provvedimento denominato “decreto anti-maranza”. Sotto questa formula giornalistica vengono riuniti interventi diversi: alcune disposizioni sono già contenute nel decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, mentre altre appartengono ai disegni di legge approvati dal Consiglio dei ministri il 14 e il 23 luglio 2026 e dovranno quindi essere esaminate dal Parlamento. Il Governo ha, in particolare, proposto nuove misure contro la violenza giovanile e una modifica della disciplina dell’imputabilità dei minorenni tra i quattordici e i diciotto anni.
La distinzione non è soltanto terminologica. Un decreto-legge produce effetti immediati, salvo successiva conversione parlamentare; un disegno di legge, invece, esprime per il momento un indirizzo politico e normativo, suscettibile di modifiche anche rilevanti durante l’esame delle Camere. Presentare tutte le misure come definitivamente vigenti alimenta confusione e impedisce una valutazione seria del loro contenuto.
Il punto centrale dell’ultimo intervento governativo riguarda l’articolo 98 del codice penale. Nel sistema tradizionale italiano il minore che ha compiuto quattordici anni, ma non ancora diciotto, è imputabile soltanto quando possedeva, al momento del fatto, la capacità di intendere e di volere. La proposta approvata dal Consiglio dei ministri introduce invece una presunzione relativa di imputabilità: il minore ultratredicenne dovrebbe essere considerato capace, salvo che risulti il contrario.
Non viene abbassata la soglia dell’imputabilità e non si stabilisce che ogni minore debba essere automaticamente condannato. Cambia, tuttavia, il punto di partenza dell’accertamento. Lo Stato non dovrebbe più muovere dalla necessità di dimostrare positivamente la maturità del ragazzo, ma dalla presunzione che egli sia in grado di comprendere il significato delle proprie azioni.
È una scelta politicamente comprensibile. La giovane età non può trasformarsi in una zona di irresponsabilità, soprattutto davanti a condotte violente, organizzate e ripetute. Una rapina, un’aggressione commessa in gruppo o il porto di un coltello non diventano meno gravi perché l’autore ha sedici o diciassette anni. La società ha il diritto di difendersi e le vittime hanno diritto a una risposta effettiva delle istituzioni.
Ma proprio qui emerge il limite dell’impostazione governativa. Lo Stato interviene nel momento in cui il problema è ormai entrato nel processo penale. Punisce la conseguenza finale, senza essersi preventivamente chiesto come e perché il percorso d’integrazione sia fallito.
La devianza minorile non nasce normalmente nel momento in cui compare un coltello. Prima di quel gesto possono esservi anni di assenteismo scolastico, dispersione, isolamento familiare, marginalità abitativa, rifiuto dell’autorità, dipendenza dal gruppo, mancata acquisizione delle regole della convivenza e perdita del rapporto fiduciario con le istituzioni.
Questi segnali non producono necessariamente criminalità e non riguardano soltanto i ragazzi di origine straniera. Sarebbe scorretto e discriminatorio associare automaticamente immigrazione e devianza. Tuttavia, quando il fenomeno coinvolge minori nati o cresciuti in famiglie immigrate, esso pone una domanda che le politiche pubbliche continuano a eludere: che cosa intendiamo realmente per integrazione?
Per troppo tempo si è ritenuto che la presenza prolungata sul territorio, la frequenza scolastica o la conoscenza della lingua italiana fossero sufficienti a dimostrare l’integrazione. Ma un ragazzo può essere nato in Italia, parlare perfettamente italiano, frequentare una scuola italiana e, nello stesso tempo, non riconoscere come propri i limiti fondamentali posti dall’ordinamento.
L’integrazione non è una condizione anagrafica. Non coincide con il luogo di nascita, con il tempo trascorso nel Paese o con il possesso di un documento. È un processo sostanziale, che riguarda la conoscenza delle regole, il rispetto della dignità altrui, il rapporto con la scuola, la famiglia, il lavoro e le istituzioni.
Il paradosso del provvedimento è evidente. Prima lo Stato presume che il tempo e la residenza producano automaticamente integrazione. Successivamente, quando il minore commette un reato, presume che abbia raggiunto la maturità necessaria per esserne pienamente responsabile.
Si presume l’integrazione quando si dovrebbero misurare i risultati delle politiche pubbliche. Si presume l’imputabilità quando quei risultati non sono stati raggiunti e il fallimento è ormai divenuto materia penale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte esattamente da questa contraddizione. Non propone di sostituire il giudice con l’assistente sociale, né di giustificare la violenza attraverso il disagio. Sostiene, al contrario, che diritti e responsabilità debbano procedere insieme e che l’integrazione debba essere verificata prima che il suo fallimento venga certificato da una sentenza penale.
Occorrerebbe misurare periodicamente la frequenza scolastica, l’abbandono dei percorsi formativi, la collaborazione tra famiglia e scuola, la partecipazione sociale, l’inserimento lavorativo, il rapporto con i servizi territoriali e l’eventuale coinvolgimento in gruppi violenti. Non per schedare i minori stranieri o costruire categorie sospette, ma per valutare l’efficacia delle politiche comunali, scolastiche e sociali.
La repressione è necessaria quando il reato è stato commesso. Ma una politica pubblica seria non può cominciare dal commissariato e terminare nel tribunale per i minorenni. Deve intervenire prima, individuando i segnali di esclusione e responsabilizzando anche le famiglie, le scuole, i servizi sociali e le amministrazioni locali.
Il decreto-legge n. 23 del 2026 ha già introdotto misure contro la violenza giovanile, l’uso di armi e strumenti da taglio e altri fenomeni connessi alla sicurezza pubblica. Il successivo disegno di legge amplia questa impostazione, prevedendo ulteriori strumenti preventivi e repressivi.
La questione, però, non può essere affrontata soltanto aumentando le sanzioni o ampliando i poteri di controllo. Le norme penali possono contenere il fenomeno, ma non possono ricostruire da sole il rapporto tra un ragazzo e la società nella quale vive.
Occorre anche evitare che il termine “maranza” diventi una categoria sostitutiva del diritto. “Maranza” non è una nozione giuridica né criminologica. È un’etichetta sociale, spesso legata all’abbigliamento, al linguaggio, alla periferia o all’origine familiare. La legge deve colpire comportamenti determinati, non identità estetiche, culturali o sociali.
Il rischio è che una formula comunicativamente efficace finisca per confondere la prevenzione del reato con la profilazione di una categoria di giovani. Sarebbe un errore giuridico e politico. La sicurezza si tutela attraverso presupposti verificabili, provvedimenti motivati e responsabilità personali, non attraverso stereotipi.
Anche la parola ReImmigrazione deve essere utilizzata con precisione. Molti dei giovani coinvolti possono essere cittadini italiani, nati in Italia o comunque non allontanabili. Nei loro confronti la risposta può essere educativa, sociale e, quando necessario, penale. Non può essere un’espulsione giuridicamente impossibile.
Per gli stranieri, la ReImmigrazione non può tradursi in una deportazione collettiva o in una risposta fondata sull’origine etnica. Deve indicare, invece, la conseguenza giuridica individuale di un grave e persistente rifiuto delle condizioni fondamentali della convivenza, nei casi e nei limiti consentiti dalla Costituzione, dal diritto dell’Unione europea, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla tutela della vita familiare.
Questa distinzione separa il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” dalla remigrazione propagandistica. Non si promettono espulsioni indiscriminate, ma si afferma che la permanenza stabile deve essere accompagnata da un processo reale di integrazione, fondato su diritti, doveri e verifiche oggettive.
Il Governo ha dunque ragione su un punto: la minore età non può diventare un lasciapassare per la violenza. Chi commette reati deve essere responsabilizzato secondo la propria età, la propria maturità e la gravità concreta della condotta.
Ma il Governo interviene troppo tardi. Quando un ragazzo entra stabilmente nel circuito penale, l’integrazione ha spesso già incontrato difficoltà profonde. Limitarsi a modificare la presunzione di imputabilità significa agire sull’ultimo anello della catena senza esaminare quelli precedenti.
Lo Stato punisce il fallimento dell’integrazione, ma ancora non lo misura e non lo previene.
Finché l’Italia continuerà a oscillare tra un’accoglienza considerata sufficiente in sé e una repressione che interviene soltanto dopo il reato, il problema resterà irrisolto. L’alternativa non è tra impunità e carcere, né tra accoglienza indiscriminata ed espulsione collettiva.
L’alternativa è tra un’integrazione concreta, verificabile e responsabilizzante e il progressivo fallimento della convivenza. È precisamente in questo spazio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” deve costruire la propria proposta.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Le politiche pubbliche devono partire dai dati, non dagli slogan.
Ma proprio leggendo questo tipo di analisi emerge una domanda che continua a rimanere senza risposta.
Dove sono gli indicatori dell’integrazione?
Conosciamo quanti sono gli stranieri, quanto lavorano, quanto guadagnano, quante tasse pagano, quali settori occupano e quali difficoltà incontrano. Disponiamo di un’enorme quantità di statistiche economiche e sociali.
Quello che ancora manca è una misurazione sistematica dell’integrazione.
È questo il vero vuoto delle politiche migratorie italiane ed europee.
Da anni analizziamo l’immigrazione attraverso indicatori economici, demografici e assistenziali, ma non abbiamo costruito un sistema capace di valutare se il percorso di integrazione stia realmente funzionando.
Ed è proprio da questa constatazione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’integrazione non può restare uno slogan politico né un auspicio sociale.
Deve diventare un parametro oggettivo, periodicamente verificabile e fondato su indicatori concreti: partecipazione al lavoro regolare, conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole, autonomia economica, inserimento nella comunità e adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
Solo attraverso una misurazione seria dell’integrazione sarà possibile valutare se una politica migratoria abbia realmente avuto successo.
Altrimenti continueremo a discutere soltanto di numeri: quanti arrivano, quanti lavorano, quanti pagano le tasse, quanti ricevono prestazioni sociali.
Sono dati importanti, ma descrivono il fenomeno.
Non ne misurano il risultato.
Ed è proprio questa la grande sfida che il dibattito europeo continua a rinviare.
Non raccogliere più statistiche sull’immigrazione.
Ma iniziare finalmente a misurare, con criteri chiari e trasparenti, il livello di integrazione raggiunto.
Perché solo ciò che viene misurato può essere realmente governato.
È una riflessione che contiene un elemento condivisibile.
Le politiche sulla sicurezza non possono essere costruite sull’emotività del singolo fatto di cronaca. Hanno bisogno di dati, programmazione e visione di lungo periodo.
Tuttavia, affermare che non esista un problema di sicurezza rischia di essere una semplificazione opposta e altrettanto fuorviante.
La vera questione è comprendere che cosa intendiamo per sicurezza.
Se la riduciamo esclusivamente al numero dei reati denunciati, il dibattito resterà inevitabilmente limitato.
La sicurezza è anche coesione sociale, fiducia nelle istituzioni, capacità dello Stato di governare i fenomeni migratori e di prevenire situazioni di marginalità che possono trasformarsi in conflitto.
Ed è proprio su questo terreno che il sistema italiano mostra le sue maggiori debolezze.
Da anni il confronto politico oscilla tra interventi emergenziali e slogan contrapposti, senza affrontare il tema decisivo: l’assenza di un modello capace di misurare l’integrazione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa constatazione.
Una politica della sicurezza non può limitarsi ad aumentare le pene né a negare l’esistenza dei problemi.
Deve invece chiedersi se chi vive stabilmente sul territorio stia realmente costruendo un rapporto con la comunità nazionale attraverso il lavoro, la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole e la partecipazione alla vita civile.
Quando questo percorso funziona, aumenta anche la sicurezza.
Quando invece fallisce e lo Stato continua a ignorarlo, il problema non scompare: si sposta semplicemente più avanti, fino a manifestarsi sotto forma di tensione sociale, devianza o conflitto.
Per questo motivo il vero errore non è soltanto fare “misure a caso”.
L’errore è continuare a discutere di sicurezza e immigrazione come due temi separati.
Sono, invece, due aspetti dello stesso problema: la capacità dello Stato di costruire un modello di integrazione serio, verificabile e capace di intervenire quando quel percorso non si realizza.
È su questo terreno che dovrebbe misurarsi il dibattito pubblico, ben oltre la contrapposizione tra allarmismo e negazionismo.
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Quando si sente parlare di ReImmigrazione, il dibattito si concentra quasi sempre sul rimpatrio.
È un errore.
Nel paradigma che ho proposto, infatti, la ReImmigrazione non rappresenta il punto di partenza della politica migratoria, ma il suo punto di arrivo.
Prima viene tutto il resto.
Prima viene la possibilità di entrare regolarmente nel Paese.
Prima viene il percorso di integrazione.
Prima vengono l’apprendimento della lingua italiana, il lavoro, la conoscenza delle istituzioni, il rispetto delle leggi e dei principi fondamentali della nostra convivenza civile.
Solo dopo aver offerto alla persona una concreta possibilità di integrarsi diventa legittimo verificare se quel percorso abbia avuto successo oppure no.
È proprio questa la differenza rispetto alle proposte che dominano oggi il dibattito politico.
Molto spesso si parla soltanto di espulsioni e rimpatri.
Io ritengo invece che il vero tema sia costruire un sistema che favorisca l’integrazione e che, solo in caso di fallimento, preveda la ReImmigrazione come conseguenza naturale del procedimento amministrativo.
Questo approccio presenta un vantaggio importante.
Consente di superare la contrapposizione tra chi sostiene l’accoglienza indiscriminata e chi propone esclusivamente misure di allontanamento.
L’integrazione diventa il criterio oggettivo sul quale fondare la permanenza.
La ReImmigrazione, invece, diventa l’esito di una valutazione individuale, non una misura collettiva.
È questo il cuore del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non una politica costruita sulla paura.
Non una politica costruita sull’assistenzialismo.
Ma una politica fondata sulla responsabilità reciproca tra lo Stato e il cittadino straniero.
Nel corso della diretta approfondisco questo passaggio, spiegando perché ritengo che la ReImmigrazione possa essere giuridicamente sostenibile soltanto se inserita all’interno di un vero percorso di integrazione. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il 26 agosto 2026 l’Ufficio statistico bavarese ha fotografato una trasformazione che il dibattito sull’immigrazione continua spesso a osservare soltanto quando diventa emergenza. Nel 2025, in Baviera, le persone inserite nella formazione professionale duale erano 215.416 e quasi una su cinque possedeva esclusivamente una cittadinanza straniera. Nello stesso anno sono stati conclusi 81.712 nuovi contratti…
L’Arabia Saudita ha diffuso il 26 agosto 2026 i risultati raggiunti nel primo semestre dalla piattaforma Musaned, il sistema digitale del Ministero delle Risorse umane e dello sviluppo sociale che governa una parte decisiva del lavoro domestico straniero. I numeri descrivono una macchina amministrativa ormai vasta: oltre 122.000 richieste di trasferimento dei servizi, più di…
Abstract Il contributo esamina la protezione complementare come possibile criterio di selezione della permanenza dello straniero, superando tanto la logica della regolarizzazione indiscriminata quanto quella dell’allontanamento automatico conseguente al diniego della protezione internazionale. La permanenza non dovrebbe derivare dalla mera presenza sul territorio o dal semplice decorso del tempo, ma dalla costruzione di un rapporto…
España ha dado un paso que merece ser tomado en serio. El Plan de Integración y Ciudadanía 2026-2030, presentado el 30 de junio, moviliza 505 millones de euros en su primer año, se articula en cuatro grandes ejes, dieciséis medidas y diez objetivos para 2030, y habla expresamente de orden, regularidad, trabajo, derechos, obligaciones y…
C’è una domanda che continuiamo a sfiorare ogni volta che un episodio di cronaca coinvolge una persona straniera in evidente stato di alterazione, salvo poi abbandonarla non appena l’attenzione mediatica si sposta altrove: chi arriva davvero in Europa attraverso determinati percorsi migratori e quanto conosciamo delle condizioni psichiche, sociali e comportamentali delle persone che successivamente…
Le notizie di questi giorni sulle difficoltà economiche di alcune realtà che operano nell’accoglienza, conseguenti alla diminuzione delle presenze nei centri, riportano alla luce una questione che in Italia viene generalmente affrontata attraverso due rappresentazioni contrapposte: da una parte la denuncia del cosiddetto “business dell’accoglienza”, dall’altra la difesa indistinta di un sistema nel quale cooperative…
Il Comune di Bologna ha scelto da tempo di presentarsi come uno dei principali laboratori italiani dell’accoglienza diffusa. Con l’amministrazione del sindaco Matteo Lepore questa impostazione è diventata una vera e propria identità politica: più servizi, più progetti, più collaborazione con il Terzo settore, maggiore accessibilità alle prestazioni e una crescente sovrapposizione tra politiche migratorie, inclusione sociale e antidiscriminazione.
Il problema non è che Bologna investa nell’accoglienza. Il problema è che un’amministrazione pubblica non può valutare il successo delle proprie politiche contando soltanto i servizi attivati, i posti disponibili e le persone prese in carico. Deve misurare anche i risultati ottenuti.
Al 31 dicembre 2024, nel Comune di Bologna risultavano residenti 61.601 cittadini stranieri, pari al 15,7% della popolazione complessiva. Quasi un residente ogni sei ha quindi cittadinanza straniera. La comunità più numerosa è quella romena, con 9.657 residenti, seguita da quella bengalese, con 4.894 persone, e da quella filippina, con 4.602 residenti. Gli stessi dati comunali indicano, per il 2024, un tasso di occupazione degli stranieri pari al 58,8%, oltre 5.800 imprese straniere attive e una quota di laureati vicina al 13%.
Questi numeri dimostrano che l’immigrazione è ormai una componente strutturale della città e che una parte significativa della popolazione straniera lavora, produce reddito e partecipa alla vita economica. Proprio per questo non è più sufficiente celebrare genericamente l’inclusione. Occorre verificare chi raggiunge davvero l’autonomia, chi rimane dipendente dai servizi pubblici, quali percorsi producono lavoro stabile e quali si esauriscono senza risultati duraturi.
Bologna dispone inoltre di uno dei più grandi sistemi SAI d’Italia. Nel 2024 il Comune indicava 2.110 posti di accoglienza destinati ad adulti, minori e persone vulnerabili. Il report relativo al 2025 ha poi registrato 1.797 persone accolte nella categoria ordinari, 139 nei percorsi destinati al disagio sanitario o mentale e 515 minori stranieri non accompagnati. Complessivamente, il sistema ha coinvolto 2.451 persone nell’arco dell’anno.
Sono dati importanti, ma descrivono la quantità dell’intervento, non la sua efficacia.
Il Comune rende noto quante persone entrano nel sistema, la loro età, la composizione familiare e i Paesi di provenienza. Molto meno chiaro è ciò che accade quando il percorso termina.
Quante persone conservano un lavoro regolare dopo dodici o ventiquattro mesi? Quante raggiungono una reale autonomia abitativa? Quante continuano a dipendere dai servizi sociali? Quante acquisiscono una conoscenza adeguata della lingua italiana? Quanti minori completano regolarmente il percorso scolastico? Qual è il costo medio necessario per accompagnare un beneficiario dall’accoglienza all’autonomia?
Queste sono le domande che permettono di misurare l’integrazione.
Il limite del modello Lepore consiste proprio nell’equivoco tra accesso ai servizi e integrazione. Facilitare l’orientamento, semplificare le procedure e costruire percorsi individualizzati è certamente utile. Ma i servizi sono strumenti, non risultati. Una persona può essere correttamente presa in carico e frequentare corsi senza riuscire, al termine del progetto, a trovare un lavoro stabile o un’abitazione. Può uscire dall’accoglienza e rientrare poco dopo nel circuito della fragilità sociale.
L’integrazione, inoltre, non può essere concepita come un rapporto unilaterale. La comunità pubblica deve garantire diritti, opportunità e strumenti, ma alla persona devono essere richiesti impegni concreti: apprendere la lingua italiana, partecipare ai percorsi formativi, rispettare l’obbligo scolastico dei figli, cercare attivamente un lavoro, osservare le regole della convivenza e riconoscere i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.
Senza reciprocità, l’integrazione rischia di trasformarsi in assistenza permanente.
Affermare che il modello Lepore abbia fallito non significa sostenere che gli stranieri presenti a Bologna non siano integrati. I dati sul lavoro, sull’impresa e sull’istruzione dimostrano che molti lo sono. Il fallimento riguarda il metodo politico e amministrativo: il Comune investe, amplia i servizi e rivendica il carattere inclusivo della città, ma non accompagna questa politica con una misurazione pubblica, sistematica e indipendente degli esiti.
Non basta sapere quante persone vengono accolte. Bisogna sapere quante diventano autonome.
Non basta contare i corsi. Bisogna verificare quanti partecipanti raggiungono realmente un livello linguistico adeguato.
Non basta registrare gli inserimenti lavorativi. Bisogna verificare quanti rapporti durano nel tempo e consentono di uscire dall’assistenza.
Bologna dovrebbe pubblicare ogni anno un rapporto sull’integrazione distinto dalla semplice rendicontazione dell’accoglienza, indicando le risorse impiegate, la durata media dei progetti, la condizione occupazionale e abitativa a sei, dodici e ventiquattro mesi, il livello linguistico raggiunto e l’eventuale permanenza nei servizi sociali.
È questa la differenza tra il modello Lepore e il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione.
Il primo tende a considerare l’ampliamento dei servizi come prova del successo della politica comunale. Il secondo pretende che ogni percorso venga giudicato sulla base dell’autonomia raggiunta, della reciprocità, del rispetto delle regole e della sostenibilità per la comunità residente.
Bologna non ha bisogno di finanziare indefinitamente l’immigrazione.
Ha bisogno di governarla.
E governarla significa misurare finalmente l’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Nel dibattito sull’immigrazione si sente spesso affermare che la presenza degli stranieri rappresenti un costo per il welfare.
È un’affermazione che merita una riflessione più approfondita.
La vera domanda, infatti, dovrebbe essere un’altra: quanto inciderebbe un’integrazione realmente efficace sulla riduzione di quel costo?
Nel corso della diretta ho sostenuto che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non riguarda soltanto la sicurezza o il controllo dei flussi migratori. Riguarda anche la sostenibilità del sistema di welfare.
Una persona che si integra, trova un’occupazione stabile, conosce la lingua italiana, acquisisce autonomia economica e partecipa alla vita della comunità avrà inevitabilmente un rapporto diverso con i servizi pubblici rispetto a chi rimane ai margini della società.
Lo stesso vale per il nucleo familiare.
Una buona integrazione può contribuire a ridurre il ricorso agli interventi dei servizi sociali, al sostegno abitativo, ai percorsi di emergenza educativa e a molte altre prestazioni assistenziali.
Per questo motivo ritengo che l’integrazione non debba essere considerata un costo, ma un investimento.
Naturalmente non basta affermarlo.
Occorre misurarla.
Se lo Stato introduce strumenti capaci di verificare periodicamente il livello di integrazione raggiunto, diventa possibile anche valutare l’efficacia delle politiche pubbliche e comprendere quali percorsi producono risultati concreti.
È una prospettiva diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il dibattito degli ultimi decenni.
Anziché discutere soltanto di quanti immigrati entrano o escono dal Paese, dovremmo iniziare a chiederci quanti riescono realmente a diventare cittadini pienamente integrati nella comunità nazionale.
È questa, probabilmente, la vera sfida del futuro.
Nel corso della diretta approfondisco questo tema e spiego perché ritengo che la misurazione dell’integrazione possa diventare anche uno strumento per rendere più efficiente il nostro sistema di welfare. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il 26 agosto 2026, intervenendo al Meeting di Rimini, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha affrontato il tema dell’immigrazione attraverso una formula destinata inevitabilmente a essere ripresa nel dibattito pubblico: «Le persone prima dei confini». Nello stesso intervento ha sostenuto che l’Europa può proteggere le proprie frontiere senza rinunciare ai propri valori, tentando…
La polizia di Istanbul ha fatto irruzione il 26 agosto 2026 in un’abitazione di Bakırköy dopo una segnalazione su donne straniere alle quali sarebbero stati sottratti i passaporti e imposto di lavorare. L’operazione della sezione competente per il contrasto al traffico di migranti e per le frontiere ha liberato 14 donne e portato al fermo…
Il primo ministro australiano Anthony Albanese ha escluso il 26 agosto 2026 che i giovani britannici titolari di un Working Holiday visa siano obbligati a lavorare nelle aree regionali per prolungare il soggiorno. L’ipotesi era stata valutata dal Governo nel più ampio tentativo di ridurre la migrazione netta, ma si è fermata davanti a un…
Un charter partito da Lipsia/Halle ha riportato a Kabul 23 cittadini afghani destinatari di provvedimenti di allontanamento. L’operazione, conclusa il 25 agosto 2026 e ricostruita dalla testata pubblica regionale BR24, ha coinvolto sei Länder. Il Ministero federale dell’Interno ha precisato che la maggioranza dei rimpatriati era stata condannata per reati gravi, tra cui violenze sessuali…
La Germania ha effettuato il 25 agosto un nuovo volo charter da Lipsia/Halle a Kabul con 23 cittadini afghani destinatari di provvedimenti di allontanamento. Secondo le informazioni diffuse successivamente dal Ministero federale dell’Interno, gli uomini coinvolti erano persone che avevano avuto rilevanza penale; tra i reati richiamati dalle fonti figurano condotte gravi. È inoltre noto…
Il presidente federale Frank-Walter Steinmeier ha pronunciato il 25 agosto una frase destinata a riassumere una parte importante del dibattito tedesco: “Abbiamo bisogno dell’immigrazione come Paese, ne abbiamo bisogno se vogliamo funzionare”. Ha richiamato ospedali, case di riposo, assistenza e ampi settori dell’economia privata nei quali il contributo dei lavoratori provenienti dall’estero è ormai rilevante.…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Chi si occupa oggi dell’integrazione degli stranieri in Italia?
La risposta, probabilmente, è il primo problema.
Le competenze sono distribuite tra Ministero dell’Interno, Ministero del Lavoro, Ministero dell’Istruzione, Regioni, Prefetture, Questure, Comuni e numerosi altri enti pubblici. Ognuno interviene su un singolo aspetto, ma manca un’amministrazione che abbia una responsabilità complessiva sul percorso di integrazione.
È per questo motivo che, nel corso della diretta, ho proposto l’istituzione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione.
Non si tratterebbe semplicemente di aggiungere un nuovo Ministero.
L’obiettivo sarebbe concentrare in un’unica struttura le funzioni di programmazione, coordinamento e verifica dell’intero percorso di integrazione.
Se davvero vogliamo che l’integrazione diventi il criterio fondamentale della permanenza nel territorio nazionale, non possiamo continuare ad affidarne la gestione a una pluralità di uffici che spesso operano senza un coordinamento effettivo.
Un Ministero dedicato potrebbe definire standard uniformi, monitorare i risultati, coordinare le politiche pubbliche e verificare l’efficacia degli strumenti già previsti dall’ordinamento, come l’Accordo di integrazione.
Ma avrebbe anche un’altra funzione.
La ReImmigrazione, nel paradigma che propongo, non rappresenta una misura eccezionale o uno slogan politico. È la conseguenza amministrativa del fallimento di un percorso di integrazione accertato attraverso procedure trasparenti e garantite.
Per questo motivo le due funzioni non possono essere separate.
L’integrazione e la ReImmigrazione sono due momenti dello stesso percorso amministrativo: la seconda ha senso soltanto se la prima è stata realmente costruita, sostenuta e verificata.
È questa la ragione per cui ritengo che il nostro ordinamento abbia bisogno non soltanto di nuove norme, ma anche di una diversa organizzazione istituzionale.
Nel corso della diretta approfondisco questa proposta e spiego quale potrebbe essere il ruolo di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione all’interno di una riforma complessiva delle politiche migratorie. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
La nuova edizione de “L’essentiel de l’immigration”, pubblicata il 25 agosto dalla Direction générale des étrangers en France, non parla soltanto di visti, asilo e immigrazione irregolare. Contiene un capitolo specifico sull’integrazione e sull’accesso alla cittadinanza, ed è probabilmente proprio questa la parte più interessante per il dibattito italiano. Nel 2025 sono stati sottoscritti in…
Nel luglio 2026 l’U.S. Immigration and Customs Enforcement ha effettuato 49.571 arresti, il dato mensile più alto del secondo mandato Trump. Secondo i dati analizzati negli Stati Uniti, l’incremento è del 15 per cento rispetto a giugno e molto più consistente rispetto ai primi mesi dell’anno. L’elemento che merita maggiore attenzione, tuttavia, non è soltanto…
Il Department of Homeland Security statunitense ha pubblicato il 25 agosto una proposta destinata a produrre un impatto enorme sul principale canale americano per l’ingresso di lavoratori stranieri altamente qualificati. Il progetto prevede una tassa aggiuntiva di 103.265 dollari per ogni petition H-1B soggetta al tetto annuale, da pagare al momento della presentazione e in…
Dal prossimo ottobre il Giappone aumenterà in modo molto significativo le tasse amministrative applicate agli stranieri per il rinnovo o il cambiamento dello status di soggiorno e, soprattutto, per l’accesso alla residenza permanente. Il regolamento adottato dal Governo il 25 agosto prevede importi differenziati in base alla durata del titolo: 10.000 yen per soggiorni fino…
L’Australia sta affrontando un problema che nei prossimi anni riguarderà sempre più Paesi occidentali: come ridurre la pressione dell’immigrazione temporanea senza privare l’economia della manodopera straniera di cui continua ad avere bisogno. Il Governo australiano ha indicato come obiettivo una riduzione della net overseas migration dagli attuali circa 300.000 ingressi netti a 225.000 entro il…
Il Sudafrica offre in queste ore un caso particolarmente istruttivo per comprendere quanto sia insufficiente discutere di immigrazione soltanto in termini di norme, quote e dichiarazioni politiche. Il Parlamento sudafricano ha reso noto che il Department of Home Affairs ha sostenuto circa 341 milioni di rand di spese collegate all’intensificazione dei controlli, delle espulsioni e…
Quando si discute del costo dell’immigrazione, si commette spesso un errore di prospettiva: si fotografa la situazione esistente in un determinato momento e si pretende di ricavarne una conclusione valida per il futuro. Si calcolano le imposte versate, i contributi previdenziali, il valore prodotto dai lavoratori stranieri e, dall’altra parte, le spese sostenute per la sanità, la scuola, l’assistenza sociale, l’accoglienza e la sicurezza. Alla fine si costruisce un saldo e si stabilisce se l’immigrazione costituisca, in quel momento, un costo oppure una risorsa.
Ma l’immigrazione non è un fenomeno statico e neppure l’integrazione del cittadino straniero può essere considerata una condizione acquisita una volta per tutte.
Nell’articolo “Quanto costa davvero l’immigrazione? Il problema che nessuno misura è il fallimento dell’integrazione”, pubblicato il 20 luglio 2026 su reimmigrazione.com, ho sostenuto che non sia sufficiente calcolare genericamente il costo della presenza straniera. È necessario distinguere il costo dell’immigrazione dal costo della mancata integrazione, perché un cittadino straniero stabilmente occupato, autonomo, inserito nella società e rispettoso delle regole produce un impatto economico e sociale profondamente diverso rispetto a chi rimane per anni nel lavoro irregolare, nella marginalità abitativa o nella dipendenza strutturale dall’assistenza pubblica.
Quel ragionamento deve però essere portato oltre. Non basta verificare se il cittadino straniero sia integrato oggi. Occorre accertare se continui a esserlo nel corso del tempo.
Una persona può avere oggi un lavoro regolare, un reddito adeguato, un’abitazione stabile, una buona conoscenza della lingua italiana e un rapporto corretto con le istituzioni. Questi elementi possono tuttavia modificarsi negli anni. Il lavoro può essere perduto, la condizione economica può deteriorarsi, il rapporto con la comunità può indebolirsi e una situazione inizialmente positiva può trasformarsi in marginalità permanente.
Può verificarsi anche il percorso opposto. Un cittadino straniero giunto in Italia in condizioni di particolare fragilità può inizialmente trovarsi in una situazione di dipendenza economica o sociale, ma successivamente imparare la lingua, trovare un’occupazione stabile, costruire una famiglia autonoma e consolidare il proprio inserimento. Una valutazione compiuta soltanto all’inizio della permanenza non sarebbe quindi sufficiente né corretta.
L’integrazione deve essere considerata per quello che realmente è: un processo dinamico, progressivo e reversibile. Può consolidarsi, migliorare, arrestarsi oppure regredire. Per questa ragione non può essere trasformata in un certificato rilasciato una volta e destinato a valere automaticamente per i successivi dieci o vent’anni.
Anche il costo dell’immigrazione cambia nel tempo. Un cittadino straniero giovane può inizialmente versare contributi senza utilizzare in misura significativa il sistema sanitario o previdenziale. Con il trascorrere degli anni, tuttavia, può maturare diritti pensionistici, ricongiungere il proprio nucleo familiare e diventare, come qualsiasi altra persona stabilmente residente, destinatario di una quota crescente di servizi pubblici.
Questo non costituisce di per sé un problema. Chi lavora, versa le imposte e partecipa alla vita della comunità ha diritto ad accedere ai servizi e alle prestazioni previste dall’ordinamento. Il punto è un altro: la sostenibilità economica e sociale della presenza straniera dipende anche dalla continuità del percorso di integrazione.
Un cittadino straniero che mantiene nel tempo un’occupazione regolare, versa contributi, conserva autonomia economica, accompagna correttamente il percorso scolastico dei figli e rispetta le regole fondamentali della convivenza civile produce un impatto diverso rispetto a chi, dopo un iniziale inserimento, scivola progressivamente nella marginalità, nel lavoro sommerso, nella dipendenza assistenziale o nel rifiuto delle norme.
Per questa ragione l’integrazione non può essere data per scontata sulla base di un risultato raggiunto in un determinato momento. Essere integrati oggi non significa esserlo automaticamente per i prossimi dieci anni. La permanenza stabile dovrebbe presupporre una continuità effettiva dell’inserimento economico, sociale e civile.
La verifica periodica dovrebbe concentrarsi proprio su questa continuità. Non sarebbe sufficiente accertare che il cittadino straniero abbia avuto un contratto di lavoro o abbia raggiunto un certo livello linguistico in passato. Occorrerebbe valutare se quei risultati siano stati mantenuti, se l’autonomia economica sia ancora reale, se la posizione lavorativa sia stabile, se il nucleo familiare sia inserito, se i figli frequentino regolarmente la scuola e se il rapporto con l’ordinamento rimanga corretto.
Naturalmente, non ogni difficoltà può essere interpretata come fallimento dell’integrazione. La perdita temporanea del lavoro, una malattia, una crisi familiare o una fase di difficoltà economica non cancellano automaticamente il percorso compiuto. Occorre distinguere tra una situazione momentanea e una regressione strutturale.
Il punto decisivo è la persistenza. Una difficoltà transitoria può essere superata. Una condizione di marginalità protratta nel tempo, accompagnata dal disimpegno rispetto al lavoro regolare, all’autonomia economica, alla formazione linguistica, alla frequenza scolastica dei figli e al rispetto delle regole, pone invece una questione diversa.
L’integrazione richiede infatti una partecipazione attiva del cittadino straniero. Non può essere ridotta alla mera presenza fisica sul territorio né alla titolarità formale di un permesso di soggiorno. Essa implica un rapporto concreto con la società, fondato sul lavoro, sulla lingua, sulla responsabilità familiare, sull’osservanza delle norme e sulla capacità di contribuire alla comunità.
Per questo la stabilità giuridica non può essere confusa con l’immutabilità della condizione personale. Un titolo di soggiorno stabile non può trasformarsi nella presunzione che il cittadino straniero rimanga integrato indipendentemente da ciò che accade negli anni successivi.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” muove esattamente da questa considerazione. La permanenza non può essere valutata una sola volta, perché anche l’integrazione può regredire. La ReImmigrazione non dovrebbe mai dipendere dalla sola origine straniera, ma dalla verifica individuale di un fallimento grave, persistente e ormai consolidato del percorso di inserimento.
Per accertare un simile fallimento è necessario osservare l’evoluzione della persona nel tempo. Una sola fotografia non basta. Occorre valutare la continuità della posizione lavorativa, dell’autonomia economica, della stabilità abitativa, della conoscenza linguistica, del percorso scolastico dei figli e del rispetto delle regole.
Il principio dovrebbe essere chiaro: l’integrazione non si presume per sempre. Si costruisce, si mantiene e si dimostra nel tempo.
Questa impostazione non penalizza il cittadino straniero realmente integrato. Al contrario, consente di distinguere chi ha consolidato il proprio rapporto con il Paese da chi si limita a conservare una presenza formale senza partecipare effettivamente alla vita economica e sociale.
Il costo dell’immigrazione non è quindi una cifra fissa. Cambia con l’età, il lavoro, il reddito, la composizione familiare, il percorso scolastico dei figli e la capacità del cittadino straniero di mantenere nel tempo la propria autonomia e il proprio inserimento.
Dare per raggiunta oggi l’integrazione e smettere di verificarla per i successivi dieci anni significa trasformare una condizione dinamica in un riconoscimento definitivo. Ma la realtà è diversa: una persona può integrarsi, può migliorare, può attraversare una fase di difficoltà oppure può allontanarsi progressivamente dalla società nella quale vive.
Per questo l’integrazione deve essere verificata periodicamente. Non per negare diritti acquisiti in modo arbitrario, ma per accertare se il percorso che giustifica una permanenza stabile continui realmente a esistere.
Soltanto così sarà possibile comprendere non soltanto quanto costa l’immigrazione oggi, ma quanto potrà costare domani. E soprattutto sarà possibile distinguere tra il cittadino straniero che mantiene nel tempo un rapporto responsabile con la comunità e chi, al contrario, abbandona progressivamente ogni percorso di integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
L’operazione condotta negli Stati Uniti, che ha portato in una sola settimana all’incriminazione di 478 persone per reati collegati all’immigrazione irregolare lungo il confine tra Texas, Arizona e California, è stata presentata come una dimostrazione della determinazione dell’amministrazione americana nel contrastare gli ingressi illegali, il traffico di esseri umani e il fenomeno dei reingressi dopo l’espulsione. È un dato che colpisce per le sue dimensioni e che conferma come gli Stati Uniti continuino a investire enormi risorse nell’attività investigativa, nell’azione penale e nel controllo delle frontiere.
Ma proprio questo episodio offre anche l’occasione per porsi una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
È davvero questo il momento in cui uno Stato dovrebbe iniziare a controllare il percorso migratorio di una persona?
La risposta, a mio avviso, è negativa.
L’intervento repressivo rappresenta infatti la fase conclusiva di un processo che, nella maggior parte dei casi, avrebbe dovuto essere monitorato molto prima. Quando il sistema arriva ad arrestare centinaia di persone in pochi giorni significa che il controllo si è concentrato quasi esclusivamente sull’ingresso irregolare e sulla repressione delle violazioni, trascurando completamente ciò che accade durante la permanenza dello straniero nel territorio nazionale.
È una criticità che non riguarda soltanto gli Stati Uniti.
Anche in Europa il dibattito politico continua a ruotare attorno agli stessi temi: rafforzamento delle frontiere esterne, contrasto ai trafficanti, procedure accelerate, rimpatri e cooperazione con i Paesi di origine. Tutti strumenti certamente necessari, ma accomunati da una caratteristica: intervengono quando il problema è già emerso oppure cercano di impedirne l’ingresso, senza interrogarsi seriamente su ciò che accade dopo.
Il vero punto debole delle moderne politiche migratorie è proprio questo.
L’ordinamento dedica grande attenzione alle condizioni per entrare e alle procedure per espellere, ma dedica pochissima attenzione alla verifica dell’integrazione di chi rimane. Eppure è durante gli anni della permanenza che si determina il successo o il fallimento di una politica migratoria.
Uno straniero che vive regolarmente in un Paese non dovrebbe essere valutato esclusivamente sulla base della validità del proprio titolo di soggiorno. Occorrerebbe verificare anche se abbia realmente intrapreso un percorso di integrazione: se partecipa al mercato del lavoro, se conosce la lingua, se rispetta le regole dell’ordinamento, se contribuisce fiscalmente, se partecipa alla vita della comunità e se dimostra una concreta volontà di costruire il proprio futuro nel Paese ospitante.
Questi elementi, oggi, rimangono quasi sempre estranei alle decisioni giuridiche sulla permanenza.
È proprio questo il vuoto normativo che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende colmare.
L’obiettivo non è sostituire i controlli di polizia né limitare il diritto degli Stati di reprimere i reati legati all’immigrazione clandestina. Al contrario, si tratta di spostare il baricentro dell’intervento pubblico da una logica esclusivamente repressiva a una logica preventiva, nella quale l’integrazione diventi un elemento giuridicamente rilevante e periodicamente verificabile.
In questo modello il controllo non inizierebbe quando una persona viene arrestata o quando commette una violazione, ma accompagnerebbe l’intero percorso di soggiorno. Lo Stato avrebbe il dovere di offrire strumenti concreti per favorire l’integrazione, ma avrebbe anche il diritto di verificare che tali opportunità siano state effettivamente colte.
In questo modo la permanenza sul territorio non dipenderebbe soltanto dal possesso di un documento amministrativo, ma anche dalla concreta adesione ai valori fondamentali della comunità che accoglie.
I 478 arresti effettuati negli Stati Uniti dimostrano certamente l’efficienza di un apparato repressivo. Ma dimostrano anche qualcosa di ancora più importante: quando il controllo dello Stato inizia soltanto davanti a un reato o a una violazione amministrativa, significa che il momento decisivo è già stato superato.
Le politiche migratorie del futuro dovranno certamente continuare a difendere le frontiere e a contrastare l’immigrazione irregolare. Tuttavia, se vogliono realmente incidere sulla sicurezza e sulla coesione sociale, dovranno imparare a valutare anche ciò che accade dopo l’ingresso. L’integrazione non può più essere considerata un semplice obiettivo politico o una dichiarazione di principio. Deve diventare un requisito giuridico della permanenza, verificabile nel tempo e idoneo a orientare le decisioni dell’autorità pubblica.
Solo allora il controllo non arriverà quando l’integrazione è già fallita, ma contribuirà concretamente a impedirne il fallimento.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID:https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Nella Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia-Erzegovina, nei primi sette mesi del 2026 sono stati rilasciati 2.874 permessi di lavoro a cittadini stranieri: 2.007 per nuove assunzioni e 867 per rinnovi. Nello stesso periodo, attraverso l’Ufficio per l’impiego, hanno trovato lavoro 9.589 residenti iscritti. Il dato, diffuso il 26 agosto dall’agenzia locale FENA,…
La proposta avanzata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara al Meeting di Rimini merita di essere presa sul serio. L’idea di prevedere lo studio obbligatorio dell’italiano per i genitori degli studenti stranieri che incontrano difficoltà scolastiche interviene infatti su uno dei punti più delicati e più spesso elusi del dibattito sull’immigrazione: l’integrazione non può essere ridotta…
La crisi di Ceuta non può essere letta come un fulmine a ciel sereno. Il Governo di Pedro Sánchez ha scelto negli ultimi mesi una linea migratoria molto precisa: una regolarizzazione straordinaria di dimensioni eccezionali, accompagnata da una comunicazione politica fortemente orientata all’apertura e all’inclusione. Il risultato amministrativo è stato enorme: al termine della procedura,…
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha accreditato tre eventi formativi organizzati dallo Studio Legale Avv. Fabio Loscerbo, dedicati alle principali trasformazioni in corso nel diritto dell’immigrazione, dell’asilo e della protezione dei diritti fondamentali.
Il ciclo formativo si svolgerà tra settembre e novembre 2026 e sarà articolato in tre incontri, ciascuno della durata di due ore e con il riconoscimento di due crediti formativi per gli avvocati partecipanti.
Il primo appuntamento, previsto per il 25 settembre 2026, dalle ore 15.00 alle ore 17.00, sarà dedicato a “Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo”. L’incontro affronterà il nuovo quadro normativo europeo, le procedure di frontiera, il riparto delle responsabilità tra gli Stati membri e le conseguenze che il Patto produrrà sull’attività amministrativa e giudiziaria.
Il secondo evento, fissato per il 23 ottobre 2026, dalle ore 15.00 alle ore 17.00, avrà per oggetto “La nuova procedura di protezione internazionale”. Saranno esaminate le modifiche intervenute nella presentazione, registrazione e formalizzazione della domanda, le procedure accelerate, i termini, le competenze delle autorità coinvolte e le garanzie riconosciute al richiedente.
Il terzo incontro, programmato per il 27 novembre 2026, dalle ore 15.00 alle ore 17.00, sarà dedicato a “Integrazione, protezione complementare e art. 8 CEDU”. L’appuntamento approfondirà il rapporto tra radicamento sociale, vita privata e familiare, percorso lavorativo e tutela convenzionale, con particolare attenzione all’evoluzione della protezione complementare e alla giurisprudenza relativa all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
L’accreditamento è stato deliberato dalla Commissione competente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna nell’adunanza del 15 luglio 2026 e formalmente comunicato il 21 luglio 2026.
L’iniziativa nasce dall’esigenza di offrire una formazione su un settore che sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Il diritto dell’immigrazione non può più essere affrontato attraverso una lettura frammentaria delle singole disposizioni, perché le nuove regole europee, le riforme nazionali e la giurisprudenza interna e sovranazionale impongono una visione sistematica, capace di coniugare il controllo dei flussi, l’effettività delle garanzie e la misurazione dei percorsi di integrazione.
I tre appuntamenti intendono quindi fornire agli avvocati strumenti teorici e operativi per interpretare il nuovo quadro normativo e per affrontare consapevolmente le questioni che già oggi emergono nella pratica professionale.
Il 26 agosto 2026 il Canada apre il nuovo contingente annuale del Francophone Minority Communities Student Pilot: Immigration, Refugees and Citizenship Canada potrà accettare fino a 2.970 domande di permesso di studio entro il 25 agosto 2027. Non si tratta di 2.970 residenze promesse e neppure di un ingresso generalizzato: le istanze eccedenti il tetto…
La vicenda di una famiglia russa residente in Finlandia, apertamente contraria alla guerra e impegnata nel sostegno all’Ucraina, pone una questione che dovrebbe rappresentare il limite invalicabile di qualsiasi politica seria dei rimpatri: uno Stato può certamente pretendere che chi non possiede un titolo per rimanere lasci il territorio, ma può farlo soltanto quando il…
Dal 22 agosto 2026 un permesso di lavoro non basta più per lavorare legalmente in Polonia se il cittadino straniero è entrato nel Paese beneficiando dell’esenzione dal visto. La nuova disciplina riguarda i cittadini di Colombia, Georgia e Venezuela ed è stata richiamata il 25 agosto dall’Ufficio del lavoro di Varsavia con un avviso rivolto…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Quando si parla di immigrazione si pensa quasi sempre alle norme.
Molto meno si parla, invece, dell’organizzazione dello Stato chiamata ad applicarle.
Eppure è proprio qui che, spesso, emergono le maggiori criticità.
Nel corso della diretta ho avanzato una proposta che considero fondamentale: istituire una Polizia dell’Immigrazione, composta da personale altamente specializzato e dedicato esclusivamente alla gestione delle procedure in materia di soggiorno, integrazione e ReImmigrazione.
Oggi le competenze sono distribuite tra diversi uffici e diverse forze di polizia. Il risultato è che, in molte situazioni, gli operatori che intervengono sul territorio non dispongono degli strumenti necessari per verificare nell’immediato la posizione amministrativa dello straniero.
Pensiamo a un controllo effettuato in orario notturno.
Molto spesso l’identificazione amministrativa viene rinviata al giorno successivo, quando riaprono gli uffici competenti. È un sistema che rallenta le procedure e rende meno efficace l’azione dello Stato.
Una struttura specializzata potrebbe invece garantire maggiore uniformità, maggiore rapidità e una migliore conoscenza di una normativa che, negli ultimi anni, è diventata sempre più complessa anche per effetto del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
Naturalmente non si tratterebbe di creare una nuova forza di polizia con funzioni repressive.
L’obiettivo sarebbe diverso: concentrare competenze altamente specialistiche in un unico organismo capace di seguire l’intero percorso amministrativo dello straniero, dall’ingresso fino all’eventuale conclusione del percorso di integrazione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non richiede soltanto nuove regole.
Richiede anche una pubblica amministrazione organizzata per applicarle in modo efficiente, uniforme e rispettoso delle garanzie previste dall’ordinamento.
Nel corso della diretta approfondisco questa proposta e spiego perché ritengo che una Polizia dell’Immigrazione rappresenti uno dei tasselli necessari per costruire un sistema moderno di gestione dei fenomeni migratori. Ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha assicurato davanti all’Assemblea nazionale che gli istigatori e gli autori delle violenze contro gli immigrati saranno arrestati e perseguiti. La promessa, pronunciata il 25 agosto 2026, arriva però dopo mesi di mobilitazioni, aggressioni e partenze forzate. E soprattutto non contiene una scadenza: polizia e apparato di sicurezza, ha spiegato…
Il Dipartimento di Stato americano ha sospeso e rinviato colloqui per i visti d’immigrazione nelle sedi consolari di tutto il mondo, mentre avvia una formazione approfondita dei funzionari incaricati di valutare il rischio che i richiedenti diventino un onere per l’assistenza pubblica. La misura, comunicata agli interessati attraverso email di riprogrammazione degli appuntamenti, non ha…
Il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato il 25 agosto 2026, in prima lettura, due anteprogetti destinati a riscrivere una parte decisiva del governo dell’immigrazione: una nuova legge sull’asilo e una riforma della Ley Orgánica 4/2000 sui diritti e le libertà degli stranieri. L’obiettivo dichiarato è adeguare l’ordinamento nazionale al Patto europeo su migrazione e…
Le débat français sur l’immigration de travail a retrouvé une place centrale depuis que François Ruffin s’est déclaré « hostile à l’immigration pour le travail », en contestant notamment l’idée que la France puisse répondre aux pénuries de main-d’œuvre en faisant appel à des travailleurs étrangers. La formule est volontairement brutale, mais elle oblige à…
Il presidente colombiano Abelardo De La Espriella ha ordinato che inizino questa settimana operazioni coordinate tra Migración Colombia e Polizia nazionale per individuare e deportare gli stranieri privi di posizione regolare. La priorità dichiarata riguarda chi commette reati; subito dopo, però, il presidente ha incluso tutti coloro che non hanno regolarizzato il soggiorno. La svolta…
Un messaggio interno inviato lunedì 24 agosto 2026 rivela che gli ufficiali di immigrazione della Fraud Detection and National Security Directorate sono stati assegnati a tempo pieno a due iniziative considerate prioritarie: il controllo dei rifugiati provenienti dal Sudafrica e la ricerca di presunti elettori non cittadini. Secondo l’inchiesta del Guardian, lo spostamento impedisce a…
La remigrazione, così come viene oggi proposta nel dibattito politico, non costituisce un modello organico di governo dell’immigrazione. È soprattutto una risposta che si concentra sulla fase finale del fenomeno migratorio, senza affrontarne il vero nodo: l’integrazione.
Ma fermarsi a dire che la remigrazione non funziona non basta.
Occorre indicare quale sia l’alternativa.
Per troppo tempo il confronto politico si è sviluppato tra due posizioni contrapposte: da un lato chi ritiene che l’immigrazione rappresenti soprattutto una risorsa economica, dall’altro chi individua nella remigrazione la soluzione principale. Entrambe le impostazioni trascurano la questione decisiva.
L’Italia non ha bisogno né di slogan né di contrapposizioni ideologiche.
Ha bisogno di un modello giuridico che stabilisca con chiarezza cosa significhi integrarsi, quali siano i diritti riconosciuti a chi intraprende con successo questo percorso e quali conseguenze derivino, invece, dal suo fallimento.
È proprio da questa esigenza che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La permanenza sul territorio non può dipendere soltanto dall’ingresso, dal lavoro o dal semplice decorso del tempo. Deve essere collegata a un’integrazione effettiva e verificabile, fondata sul rispetto delle regole, sulla partecipazione alla vita della comunità e sull’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
Se questo percorso riesce, la permanenza trova la propria giustificazione.
Se invece fallisce in modo stabile e accertato, anche la prosecuzione del progetto migratorio deve essere rimessa in discussione attraverso strumenti giuridici adeguati.
La vera questione, quindi, non è stabilire se la remigrazione risolva o meno i problemi dell’Italia.
La vera questione è che, dopo decenni di politiche migratorie, l’Italia e l’Europa non hanno ancora costruito un sistema capace di misurare l’integrazione e di farne il criterio centrale delle proprie decisioni.
È su questo terreno che dovrebbe svilupparsi il dibattito pubblico, superando finalmente la sterile contrapposizione tra chi difende l’attuale modello e chi propone la remigrazione come unica risposta.
Al di là del merito delle diverse posizioni, colpisce il tono con cui viene affrontata una proposta che, condivisibile o meno, nasce dal tentativo di offrire una risposta a un problema reale.
Nel dibattito pubblico si può e si deve dissentire. Si possono contestare i presupposti giuridici, politici o culturali di una proposta. Ciò che impoverisce il confronto è invece la derisione dell’interlocutore o dell’idea che rappresenta.
Personalmente non condivido la genesi né l’impostazione della remigrazione così come viene oggi proposta nel dibattito politico. Proprio da questa critica è nato il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che si fonda su presupposti giuridici profondamente diversi e pone al centro l’integrazione come criterio verificabile della permanenza sul territorio.
Ma non ho mai ritenuto utile ridicolizzare chi sostiene idee differenti.
Le grandi questioni che riguardano l’immigrazione meritano un confronto serio, perché incidono sulla sicurezza, sulla coesione sociale, sui diritti fondamentali e sul futuro delle nostre comunità.
Se una proposta è giuridicamente debole, va confutata con argomenti. Se è incompatibile con l’ordinamento, va dimostrato attraverso il diritto. Se esistono modelli migliori, vanno costruiti e messi a confronto.
La derisione, invece, non convince nessuno. Contribuisce soltanto ad alimentare la polarizzazione di un dibattito che avrebbe bisogno, oggi più che mai, di rigore, rispetto reciproco e capacità di elaborare soluzioni nuove.
Gli immigrati che vivono e lavorano in Italia versano ogni anno una quantità rilevante di imposte. Secondo i dati diffusi il 29 giugno 2026 dalla Fondazione Leone Moressa, nel nostro Paese si contano circa cinque milioni di contribuenti immigrati, i quali hanno dichiarato complessivamente 87,9 miliardi di euro di redditi e versato 12,6 miliardi di euro di Irpef. Si tratta dei valori più elevati mai registrati e di un risultato che, negli ultimi dieci anni, ha conosciuto una crescita significativa.
Questi numeri devono essere riconosciuti senza esitazioni. Il cittadino straniero che svolge un’attività lavorativa regolare, dichiara il proprio reddito e paga le imposte contribuisce concretamente al finanziamento della sanità, della scuola, della sicurezza, dell’amministrazione e degli altri servizi pubblici. Non è un soggetto estraneo al sistema, ma una persona che partecipa alla sua sostenibilità economica.
Il pagamento dell’Irpef rappresenta quindi un indicatore importante di integrazione economica. Dimostra che il cittadino straniero è entrato nel circuito legale del lavoro e della fiscalità, assume obblighi nei confronti della collettività e contribuisce, almeno sotto questo profilo, al funzionamento dello Stato.
Ma proprio qui occorre evitare una conclusione troppo semplice. Pagare le tasse non basta, da solo, a dimostrare che l’integrazione sia stata pienamente raggiunta.
L’Irpef fotografa il reddito prodotto e dichiarato in un determinato periodo. Non misura la stabilità del lavoro, la qualità dell’occupazione, il livello della retribuzione, la continuità contributiva, la condizione abitativa, la conoscenza della lingua italiana, la partecipazione alla vita sociale, il percorso scolastico dei figli e il rispetto complessivo delle regole della convivenza civile.
Un cittadino straniero può versare l’Irpef e, nello stesso tempo, trovarsi in una condizione lavorativa estremamente fragile. Può essere assunto con contratti brevi, percepire una retribuzione insufficiente, subire lunghi periodi di disoccupazione o rimanere confinato nei settori meno qualificati e con minori possibilità di crescita professionale.
I dati Istat mostrano, del resto, che gli stranieri occupati risultano più frequentemente coinvolti in rapporti a tempo determinato o in forme di part-time involontario: queste condizioni riguardano il 29 per cento degli occupati stranieri, contro il 17 per cento degli italiani dalla nascita. L’Istat rileva inoltre una marcata concentrazione dei lavoratori stranieri in un numero limitato di professioni, spesso meno qualificate, e una persistente difficoltà nel valorizzare i titoli di studio posseduti.
Il gettito fiscale prodotto dagli immigrati è dunque reale, ma proviene da un mercato del lavoro nel quale permangono significative condizioni di precarietà e segregazione professionale.
Anche i dati generali sull’occupazione impongono prudenza. Nel 2024 il tasso di occupazione dei cittadini stranieri tra i venti e i sessantaquattro anni è stato pari al 66,2 per cento, poco al di sotto del 67,2 per cento registrato tra gli italiani. Il tasso di disoccupazione degli stranieri, tuttavia, ha raggiunto il 10,1 per cento, contro il 6,1 per cento degli autoctoni.
Ciò significa che la partecipazione dei cittadini stranieri al mercato del lavoro è consistente, ma non elimina automaticamente le condizioni di vulnerabilità economica. Il semplice fatto di risultare occupati o di avere versato una quota di Irpef non dimostra che il percorso di inserimento sia stabile e destinato a consolidarsi.
Questa distinzione è fondamentale perché, nel dibattito pubblico, il gettito fiscale viene spesso utilizzato come prova definitiva del successo dell’immigrazione. Si afferma che gli immigrati producono reddito, pagano le imposte e contribuiscono al prodotto interno lordo; da ciò si ricava la conclusione che il loro inserimento sarebbe già compiuto e che ogni ulteriore valutazione sarebbe inutile o discriminatoria.
Ma l’integrazione non coincide con la sola utilità economica.
Un lavoratore straniero può essere necessario all’impresa e contribuire al gettito fiscale, senza per questo aver raggiunto una piena autonomia personale e familiare. Può pagare l’Irpef e avere comunque bisogno di sostegni abitativi, servizi sociali o altre forme di assistenza, perché il salario percepito non è sufficiente a sostenere il costo della vita. Può lavorare regolarmente senza conoscere adeguatamente la lingua italiana oppure senza partecipare effettivamente alla vita della comunità.
Il pagamento delle imposte dimostra l’adempimento di un dovere, ma non esaurisce il contenuto dell’integrazione.
L’integrazione è un processo più ampio, che riguarda la capacità del cittadino straniero di mantenere nel tempo un rapporto stabile con il lavoro, di raggiungere autonomia economica, di rispettare le norme, di assumersi responsabilità familiari e di partecipare alla società nella quale ha scelto di vivere.
Per questa ragione i 12,6 miliardi di Irpef non devono essere né minimizzati né assolutizzati. Non devono essere minimizzati da chi considera ogni presenza straniera un costo, perché dimostrano che milioni di immigrati contribuiscono concretamente alle entrate pubbliche. Ma non devono neppure essere trasformati nella prova che l’integrazione sia automaticamente riuscita.
Il dato fiscale dovrebbe piuttosto rappresentare il punto di partenza per una valutazione più approfondita. Occorrerebbe chiedersi quanti contribuenti immigrati dispongano di un lavoro stabile, quanti abbiano visto crescere il proprio reddito nel tempo, quanti siano riusciti a migliorare la propria qualificazione professionale e quanti mantengano autonomamente il nucleo familiare senza una dipendenza strutturale dall’assistenza pubblica.
Occorrerebbe inoltre verificare se il contributo economico prodotto dalla prima generazione si traduca in un’effettiva mobilità sociale per i figli. Se le seconde generazioni rimangono confinate negli stessi settori meno qualificati, se abbandonano precocemente la scuola o se non riescono ad accedere alle professioni corrispondenti alle proprie capacità, il pagamento dell’Irpef da parte dei genitori non può essere considerato sufficiente a dimostrare il successo complessivo dell’integrazione.
Il tema centrale diventa quindi la qualità del contributo fiscale e la sua continuità nel tempo.
Versare imposte per un anno dimostra che, in quell’anno, il cittadino straniero ha prodotto un reddito imponibile. Non garantisce che continuerà a farlo nei successivi dieci anni. Il lavoro può essere perduto, il reddito può diminuire, la condizione familiare può cambiare e una situazione inizialmente positiva può trasformarsi in marginalità.
Allo stesso modo, una persona che inizialmente versa poche imposte può migliorare la propria posizione, acquisire nuove competenze, trovare un’occupazione meglio retribuita e aumentare progressivamente il proprio contributo economico.
L’integrazione non è una fotografia. È un percorso.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte proprio da questa considerazione. Il cittadino straniero non può essere giudicato esclusivamente sulla base della sua origine, ma nemmeno soltanto sulla base del fatto che in un determinato momento abbia avuto un lavoro e abbia versato l’Irpef. Occorre valutare la continuità del suo inserimento, la capacità di mantenere l’autonomia e il rapporto effettivo costruito con la società.
Pagare le tasse è importante. Dimostra responsabilità economica e partecipazione al finanziamento della collettività. Ma l’integrazione richiede anche lingua, stabilità, rispetto delle regole, responsabilità familiare e partecipazione civile.
Un cittadino straniero che versa regolarmente le imposte, mantiene la propria famiglia, consolida la posizione lavorativa e partecipa correttamente alla vita sociale dimostra un’integrazione che merita di essere riconosciuta. Un cittadino straniero che abbia pagato le tasse in passato, ma successivamente abbandoni ogni percorso di inserimento, entri stabilmente nella marginalità o rifiuti le regole della convivenza, non può continuare a essere considerato integrato soltanto sulla base di un dato fiscale ormai superato.
Per questo l’integrazione deve essere verificata nel tempo. Anche il contributo fiscale deve essere letto nella sua evoluzione e non trasformato in un certificato definitivo.
I 12,6 miliardi di Irpef versati dagli immigrati rappresentano una notizia positiva per l’Italia. Dimostrano che la presenza straniera non è composta soltanto da destinatari di servizi pubblici, ma anche da milioni di contribuenti che partecipano al finanziamento del sistema.
La conclusione, tuttavia, non può essere che il problema dell’integrazione sia risolto.
La conclusione corretta è un’altra: il lavoro regolare e il pagamento delle imposte costituiscono una parte essenziale dell’integrazione, ma non la esauriscono. Sono indicatori importanti, che devono essere accompagnati dalla valutazione della stabilità economica, della responsabilità sociale e della continuità del percorso individuale.
Gli immigrati versano miliardi di Irpef. È un dato che deve essere riconosciuto. Ma pagare le tasse dimostra che si è contribuenti. Per dimostrare di essere realmente integrati occorre qualcosa di più: costruire e mantenere nel tempo un rapporto stabile, responsabile e leale con la comunità nella quale si vive.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Nel suo editoriale “L’immigrazione che serve all’economia del Nordest”, pubblicato il 20 luglio 2026 su Il Nord Est, Francesco Jori affronta una questione che il dibattito politico continua troppo spesso a eludere: il Nordest ha bisogno di lavoratori stranieri. Le imprese faticano a reperire manodopera, interi settori produttivi denunciano carenze strutturali di personale e il declino demografico rende sempre più difficile mantenere in equilibrio il rapporto tra occupati, pensionati e sistema previdenziale.
Negare questa realtà sarebbe inutile. L’economia italiana, e quella del Nordest in particolare, utilizza già da anni il lavoro degli immigrati nei settori della manifattura, dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica, del turismo, dell’assistenza familiare e dei servizi. In molte attività produttive, l’assenza di lavoratori stranieri determinerebbe difficoltà immediate, riduzione della capacità operativa e perdita di competitività.
Il punto, tuttavia, è che il bisogno delle imprese non può diventare l’unico criterio attraverso il quale costruire una politica migratoria. L’economia può indicare quanti lavoratori servono oggi, ma non è in grado, da sola, di stabilire se quelle persone riusciranno a inserirsi stabilmente nella società, se conserveranno nel tempo la propria autonomia economica e se il loro percorso migratorio resterà sostenibile negli anni.
Il rischio è quello di considerare il cittadino straniero esclusivamente come forza lavoro. Finché esiste un posto disponibile, l’immigrazione viene presentata come necessaria. Quando il rapporto di lavoro termina, il settore entra in crisi oppure il lavoratore non è più immediatamente funzionale al sistema produttivo, emerge una questione che in precedenza era stata ignorata: che cosa rimane del percorso di integrazione?
Il lavoro è certamente uno degli elementi principali dell’integrazione, ma non coincide con essa. Un contratto di lavoro dimostra che, in un determinato momento, il cittadino straniero è inserito in un’attività produttiva. Non dice necessariamente se percepisca un reddito sufficiente, se disponga di un’abitazione stabile, se conosca adeguatamente la lingua italiana, se sia in grado di mantenere autonomamente la propria famiglia e se i figli partecipino regolarmente alla vita scolastica.
Non dice, soprattutto, se quel risultato verrà mantenuto nel tempo.
Una politica migratoria costruita soltanto sulle esigenze immediate delle imprese rischia di produrre un’immigrazione economicamente utile nel breve periodo, ma socialmente fragile nel lungo periodo. Il lavoratore può essere necessario oggi e diventare marginale domani, specialmente quando viene collocato nei settori meno qualificati, caratterizzati da salari bassi, contratti discontinui, limitate possibilità di crescita professionale e maggiore esposizione alle crisi economiche.
In queste condizioni, il lavoro non diventa sempre uno strumento di emancipazione. Può trasformarsi in una forma di permanenza precaria, sufficiente a soddisfare temporaneamente il bisogno dell’impresa ma non a garantire una reale autonomia della persona. Se il salario non consente di sostenere il costo dell’abitazione, mantenere la famiglia e affrontare i normali bisogni della vita quotidiana, il cittadino straniero rimane formalmente occupato ma sostanzialmente vulnerabile.
È proprio qui che la lettura economica dell’immigrazione deve essere completata. Le imprese hanno il diritto di chiedere la manodopera necessaria alla produzione, ma la società ha il diritto di domandarsi quale tipo di presenza straniera si stia costruendo e quali saranno le sue conseguenze nel medio e lungo periodo.
Il bisogno produttivo non può essere confuso con l’integrazione. Il fatto che una persona lavori non significa automaticamente che sia integrata; allo stesso modo, il fatto che l’economia abbia bisogno di quella persona non garantisce che il suo percorso rimanga sostenibile quando il lavoro cambia, termina o non assicura più un reddito adeguato.
Questa distinzione è decisiva perché il costo dell’immigrazione non coincide soltanto con il momento dell’ingresso. Si manifesta nel tempo e dipende dalla capacità del cittadino straniero di mantenere la propria autonomia, di consolidare la propria posizione lavorativa, di partecipare alla vita sociale e di evitare una dipendenza strutturale dall’assistenza pubblica.
Un lavoratore giovane e regolarmente occupato può inizialmente produrre un saldo economico positivo, versando contributi e utilizzando in misura limitata i servizi pubblici. Ma il quadro può cambiare se, negli anni successivi, il rapporto di lavoro diventa discontinuo, il reddito rimane insufficiente, il nucleo familiare cresce senza raggiungere una reale autonomia o i figli non riescono a compiere un adeguato percorso scolastico e professionale.
Per questa ragione il fabbisogno delle imprese rappresenta soltanto il punto di partenza. Non può essere la prova definitiva della sostenibilità dell’immigrazione e nemmeno dell’integrazione della persona.
L’integrazione richiede continuità. Il cittadino straniero non può essere considerato pienamente integrato soltanto perché, al momento dell’ingresso o del rinnovo del permesso di soggiorno, dispone di un contratto di lavoro. Occorre verificare se il percorso compiuto produca effettiva autonomia economica, stabilità abitativa, conoscenza della lingua, responsabilità familiare, partecipazione scolastica dei figli e rispetto delle regole della convivenza civile.
Soprattutto, questi elementi non possono essere verificati una sola volta. Una persona può essere integrata oggi e non esserlo più tra dieci anni. Può perdere il lavoro, abbandonare ogni percorso di miglioramento, entrare stabilmente nel lavoro sommerso o dipendere in modo permanente dagli interventi assistenziali. Al contrario, una persona inizialmente fragile può migliorare, qualificarsi professionalmente e costruire nel tempo un rapporto sempre più solido con la società.
L’integrazione è dunque un processo dinamico. Si raggiunge, si mantiene e può anche regredire.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” muove proprio da questa consapevolezza. L’ingresso può essere giustificato dal bisogno economico, ma la permanenza stabile deve trovare fondamento nella continuità dell’integrazione. Non basta che il cittadino straniero sia stato utile all’impresa in un determinato momento; occorre verificare se abbia mantenuto nel tempo un rapporto responsabile con la comunità nella quale vive.
Questo non significa negare la centralità del lavoro né sottovalutare le esigenze produttive. Significa, al contrario, attribuire al lavoro il suo valore autentico: non soltanto strumento per coprire un posto vacante, ma primo passaggio di un percorso più ampio di autonomia, partecipazione e responsabilità.
Il Nordest ha bisogno di lavoratori stranieri, ma non ha bisogno di importare nuova marginalità. Ha bisogno di persone capaci di costruire nel tempo una posizione stabile, di contribuire alla produzione, di mantenere autonomamente la propria famiglia e di partecipare alla vita sociale.
Se il cittadino straniero viene considerato soltanto per ciò che produce oggi, si commette un errore tanto economico quanto politico. Si utilizza il suo lavoro senza interrogarsi sul futuro della sua presenza. Ma quando l’integrazione fallisce, il costo non rimane a carico dell’impresa che aveva richiesto manodopera: ricade sulla società, sui servizi sociali, sulla scuola, sul sistema sanitario, sul mercato abitativo e sulla convivenza civile.
È quindi necessario superare la contrapposizione tra chi sostiene che gli immigrati siano indispensabili e chi vorrebbe chiudere ogni ingresso. La questione vera non è soltanto quanti lavoratori stranieri servano, ma quale integrazione si pretenda da chi viene chiamato a vivere stabilmente nel Paese.
L’economia può dire quanti immigrati servono al Nordest. Non può però garantire che saranno integrati.
Per questo il bisogno delle imprese deve essere accompagnato da una valutazione più ampia e duratura della posizione del cittadino straniero. Il lavoro apre la porta dell’integrazione, ma non la conclude. E soprattutto non può trasformarsi in un lasciapassare definitivo, valido indipendentemente da ciò che accadrà negli anni successivi.
Un’immigrazione economicamente necessaria può essere anche socialmente sostenibile, ma soltanto quando l’integrazione non viene presunta sulla base del primo contratto di lavoro e viene invece dimostrata, mantenuta e verificata nel tempo.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il dibattito pubblico sull’immigrazione continua a oscillare tra due rappresentazioni opposte e ugualmente insufficienti. Da una parte si sostiene che l’immigrazione costituisca necessariamente una risorsa economica, perché gli stranieri lavorano, versano contributi e partecipano alla produzione della ricchezza nazionale. Dall’altra si afferma che essa rappresenti prevalentemente un costo, a causa delle spese sostenute dallo Stato per l’accoglienza, la sanità, la scuola, l’assistenza sociale, la sicurezza e l’amministrazione della giustizia.
Entrambe le posizioni colgono una parte del problema, ma nessuna delle due riesce a descriverlo davvero. La domanda corretta, infatti, non è se gli immigrati siano complessivamente un costo oppure una risorsa. La domanda corretta è quanto costi un’immigrazione non governata e, soprattutto, quanto incidano sui conti pubblici i fallimenti dei processi di integrazione.
Nel contributo intitolato “I costi dell’immigrazione: quello che non sempre si racconta”, pubblicato il 20 luglio 2026 sulla rivista Il Timone, Renzo Puccetti prende in esame i dati economici utilizzati per sostenere che l’immigrazione produrrebbe un saldo positivo per lo Stato e invita a considerare anche le voci di spesa che spesso rimangono ai margini della narrazione pubblica. Il riferimento è, in particolare, ai costi sostenuti per l’istruzione, la sanità, l’assistenza sociale, l’accoglienza, la sicurezza e gli altri servizi pubblici utilizzati dalla popolazione straniera.
La questione sollevata dall’autore non può essere liquidata come propaganda. L’immigrazione produce anche costi pubblici, alcuni immediatamente visibili e altri distribuiti nel tempo. È quindi sbagliato presentare il fenomeno migratorio come se fosse automaticamente vantaggioso per lo Stato, limitandosi a indicare il valore delle imposte e dei contributi versati dagli stranieri senza ricostruire integralmente la spesa necessaria per garantire servizi, prestazioni e interventi pubblici.
Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto superficiale attribuire ogni costo alla semplice presenza degli immigrati. Una parte considerevole della spesa pubblica dipende infatti non dall’immigrazione in sé, ma dalle condizioni nelle quali le persone straniere vengono lasciate vivere e lavorare: precarietà occupazionale, salari insufficienti, lavoro sommerso, marginalità abitativa, dispersione scolastica, dipendenza prolungata dai servizi assistenziali, irregolarità amministrativa e mancata conoscenza della lingua italiana.
Un lavoratore straniero stabilmente occupato, che percepisce un reddito adeguato, versa imposte e contributi, vive in un’abitazione regolare e mantiene autonomamente la propria famiglia, produce un impatto economico completamente diverso rispetto a una persona costretta per anni a muoversi tra disoccupazione, lavoro nero, accoglienza emergenziale e servizi sociali. Inserire entrambe le situazioni nella stessa categoria statistica significa rinunciare a comprendere il fenomeno.
Il vero dato assente dalle analisi economiche sull’immigrazione è dunque il livello di integrazione. Si calcolano gli occupati, i contribuenti, i beneficiari delle prestazioni sociali e i costi dei servizi pubblici, ma quasi mai si verifica in modo sistematico quali risultati abbiano prodotto le politiche di integrazione e quale rapporto esista tra tali risultati e la spesa sostenuta dallo Stato.
Eppure il collegamento è evidente. Quando l’integrazione fallisce, aumentano le probabilità che una persona rimanga intrappolata nel lavoro irregolare, abbia bisogno di sostegno economico, viva in condizioni abitative precarie, non riesca ad accedere autonomamente ai servizi e trasmetta alle generazioni successive le medesime condizioni di marginalità. In questi casi il costo non è semplicemente il costo dell’immigrazione: è il costo di una politica pubblica che ha rinunciato a fissare obiettivi, controllare i risultati e intervenire quando tali risultati non vengono raggiunti.
Il welfare è uno dei settori nei quali questa relazione appare più chiaramente. Una persona realmente integrata tende ad avere maggiore stabilità reddituale e abitativa, minore dipendenza dalle misure di emergenza e una più elevata capacità di contribuire al finanziamento dei servizi pubblici. Al contrario, la mancata integrazione determina una pressione crescente sui sostegni al reddito, sui servizi sociali comunali, sugli interventi per l’emergenza abitativa, sui percorsi di formazione professionale e sulle misure di contrasto alla dispersione scolastica.
La scuola rappresenta un altro punto decisivo. Un minore che acquisisce pienamente la lingua italiana, frequenta con continuità, raggiunge risultati adeguati e prosegue gli studi ha maggiori possibilità di inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro. Quando questo percorso fallisce, il problema non rimane confinato nell’aula scolastica, ma si traduce negli anni successivi in disoccupazione, marginalità, conflittualità sociale e maggiore dipendenza dall’assistenza pubblica.
Anche il mercato del lavoro viene spesso letto attraverso indicatori troppo generici. Il numero degli stranieri occupati non dice, da solo, se esista una vera integrazione economica. Bisognerebbe conoscere la durata dei rapporti di lavoro, il livello delle retribuzioni, la continuità contributiva, l’incidenza del lavoro sommerso e le concrete possibilità di crescita professionale. Un’occupazione povera e intermittente può impedire l’autonomia economica anche quando formalmente la persona risulta occupata.
La questione abitativa è altrettanto rilevante. L’assenza di un alloggio stabile ostacola il rinnovo dei documenti, l’accesso ai servizi, la frequenza scolastica dei figli e la possibilità di mantenere un rapporto di lavoro continuativo. Anche in questo caso, ciò che inizialmente viene considerato un problema individuale finisce per trasformarsi in un costo collettivo.
Per questa ragione il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di superare tanto la retorica dell’accoglienza senza condizioni quanto quella dell’espulsione generalizzata. Lo Stato deve stabilire che la permanenza stabile sul territorio non può essere separata da un percorso concreto di integrazione, verificabile attraverso parametri seri e trasparenti.
Non si tratta di pretendere un’assimilazione culturale assoluta né di negare la dignità delle persone straniere. Si tratta di riconoscere che l’integrazione deve diventare un obiettivo giuridico e amministrativo, non una formula retorica. Conoscenza linguistica, autonomia economica, regolarità lavorativa, rispetto delle norme, partecipazione scolastica e assenza di dipendenza strutturale dall’assistenza pubblica devono essere valutati nel tempo, mettendo lo Stato in condizione di capire dove le politiche funzionano e dove, invece, stanno fallendo.
Naturalmente, la responsabilità dell’integrazione non può essere scaricata integralmente sullo straniero. Lo Stato non può contestare la mancata conoscenza della lingua quando non abbia garantito corsi effettivamente accessibili; non può pretendere autonomia economica quando le procedure amministrative impediscono per mesi l’accesso regolare al lavoro; non può invocare la stabilità abitativa quando il mercato delle locazioni e le discriminazioni rendono quasi impossibile trovare un alloggio. Misurare l’integrazione significa valutare tanto il comportamento individuale quanto l’efficacia delle opportunità concretamente offerte dalle istituzioni.
Oggi questo controllo sostanzialmente non esiste. Le amministrazioni verificano la presenza di requisiti formali, ma raramente misurano l’effettivo inserimento sociale ed economico. Il risultato è che il dibattito rimane prigioniero di cifre aggregate, utilizzate alternativamente per dimostrare che l’immigrazione conviene sempre oppure che costa sempre troppo.
La verità è più scomoda. Un’immigrazione accompagnata da percorsi efficaci di integrazione può produrre un contributo economico e sociale significativo. Un’immigrazione lasciata alla spontaneità, al lavoro povero e alla marginalità può invece determinare costi elevati e tensioni destinate ad accumularsi nel tempo.
Prima di chiedere quanto costi l’immigrazione, bisognerebbe quindi domandarsi quanto costi non avere mai costruito un sistema capace di misurare l’integrazione. È questa la voce che continua a mancare nei bilanci pubblici e nel confronto politico.
Finché non verrà introdotto un modello serio di valutazione, continueremo a discutere di numeri senza comprenderne le cause. E continueremo, soprattutto, a pagare il prezzo economico e sociale di un fallimento che nessuno ha ancora avuto il coraggio di misurare.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Per molti anni il dibattito politico sull’immigrazione è rimasto imprigionato in una contrapposizione tanto semplice quanto insufficiente: da una parte chi rivendicava l’accoglienza come valore assoluto, dall’altra chi riteneva che la risposta dovesse essere affidata quasi esclusivamente al controllo delle frontiere, ai rimpatri e alla lotta all’immigrazione irregolare. In questo schema, l’integrazione è stata spesso evocata come obiettivo, raramente come criterio di valutazione e mai come elemento giuridicamente determinante per la permanenza dello straniero nello Stato ospitante.
Per questo motivo merita attenzione quanto emerso durante gli European Awareness Days organizzati dall’ECR Party a Catania. Intervenendo nel dibattito, il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, ha affermato che «nel nostro Paese non bisogna discriminare chi è integrato, ha accettato le nostre regole e porta un contributo al lavoro. Vogliamo mantenere la differenza rispetto a chi è irregolare».
Si tratta di un’affermazione che, pur nella sua semplicità, rappresenta un elemento di novità nel dibattito politico europeo. Per la prima volta, infatti, il concetto di integrazione non viene utilizzato soltanto come finalità delle politiche migratorie, ma come parametro per distinguere situazioni profondamente diverse. È un passaggio che merita di essere valorizzato perché riconosce implicitamente che non tutti gli stranieri regolarmente soggiornanti presentano il medesimo grado di inserimento nella società che li ospita.
Tuttavia, proprio in questo punto emerge anche il limite dell’attuale impostazione politica. L’integrazione continua infatti ad essere descritta come una qualità apprezzabile, come un valore sociale o morale, ma non assume alcuna rilevanza giuridica. In altre parole, viene riconosciuta sul piano del discorso politico, ma resta sostanzialmente irrilevante sul piano delle conseguenze normative.
Ed è qui che si colloca il vero nodo della questione.
Oggi l’ordinamento europeo distingue principalmente tra cittadini europei, cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti e cittadini irregolari. La permanenza sul territorio dipende essenzialmente dal possesso dei requisiti formali previsti dalla normativa sull’immigrazione: un permesso di soggiorno valido, un rapporto di lavoro, il ricongiungimento familiare, la protezione internazionale o altre condizioni previste dalla legge. Nessuna disposizione, però, prevede una valutazione complessiva e periodica del livello di integrazione effettivamente raggiunto dalla persona.
Questo significa che due stranieri perfettamente regolari possono trovarsi in situazioni completamente diverse: uno può lavorare stabilmente, conoscere la lingua italiana, rispettare le regole, partecipare alla vita della comunità e contribuire fiscalmente al sistema; l’altro può limitarsi a conservare formalmente il proprio titolo di soggiorno senza intraprendere alcun reale percorso di inserimento sociale. Dal punto di vista giuridico, tuttavia, le due posizioni rimangono sostanzialmente equivalenti.
È una lacuna che il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non affronta.
Le riforme europee hanno dedicato enorme attenzione ai controlli alle frontiere, alle procedure accelerate, ai rimpatri, alla cooperazione con i Paesi terzi e ai meccanismi di solidarietà tra Stati membri. Sono tutti aspetti importanti, ma nessuno risponde alla domanda fondamentale: come si misura l’integrazione di chi rimane in Europa? E soprattutto: quali conseguenze produce una mancata integrazione?
Finché queste domande rimarranno senza risposta, il sistema continuerà a concentrarsi quasi esclusivamente sul momento dell’ingresso, trascurando ciò che accade negli anni successivi. Eppure è proprio in quella fase che si decide il successo o il fallimento delle politiche migratorie.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente dall’esigenza di colmare questo vuoto normativo. L’obiettivo non è sostituire le attuali regole sull’ingresso o sui rimpatri, ma completarle introducendo un principio finora assente: l’integrazione deve diventare un requisito giuridicamente rilevante della permanenza.
Ciò significa immaginare un sistema nel quale lo Stato sia chiamato, da un lato, a offrire strumenti concreti per favorire l’inserimento linguistico, lavorativo, civico e sociale dello straniero e, dall’altro, possa verificare periodicamente il raggiungimento di standard minimi di integrazione. La permanenza non dipenderebbe soltanto dalla regolarità amministrativa, ma anche dall’effettiva partecipazione alla comunità nazionale.
Una simile impostazione consentirebbe di superare l’attuale contrapposizione ideologica tra accoglienza indiscriminata e remigrazione generalizzata. Premierebbe chi dimostra di voler costruire il proprio futuro nel rispetto delle regole dello Stato ospitante e renderebbe coerente il sistema giuridico con l’obiettivo, spesso proclamato ma raramente perseguito, dell’integrazione.
Le parole di Carlo Fidanza rappresentano, dunque, un segnale interessante perché mostrano che anche nell’area dei Conservatori europei il tema dell’integrazione inizia ad assumere una centralità politica. Ma il passo decisivo deve ancora essere compiuto. Finché l’integrazione resterà soltanto un valore da evocare nei discorsi pubblici e non diventerà un criterio giuridico capace di incidere sulla permanenza dello straniero, il vero problema dell’immigrazione continuerà a rimanere irrisolto.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID:https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il 24 agosto 2026 il ministero dell’Interno saudita ha richiamato gli stranieri al rispetto delle regole che vietano di lavorare per proprio conto fuori dal quadro autorizzato. La sanzione cresce con la recidiva: secondo la ricostruzione pubblicata dalla Saudi Gazette e approfondita da Gulf News, si può arrivare a 50.000 riyal di multa, sei mesi…
Un giornalista britannico ha pagato 1.400 euro, si è infiltrato nella rete dei trafficanti sulla costa francese ed è salito su un gommone con altre 35 persone diretto verso il Regno Unito. L’inchiesta di Christian Drogan, pubblicata il 25 agosto, racconta che alcuni uomini indicati come membri dell’organizzazione avrebbero chiesto di essere recuperati durante la…
L’Indonesia non vuole più limitarsi a mandare lavoratori in Giappone: vuole prepararli per i posti che esistono davvero e seguirne il percorso fino al ritorno. Nel seminario conclusivo della cooperazione 2023-2026, tenuto a Giacarta il 24 agosto e reso pubblico oggi dal Ministero indonesiano del Lavoro, Kemnaker e JICA hanno presentato una matrice dei fabbisogni…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Tra le proposte che hanno suscitato maggiore curiosità durante la diretta c’è quella di prevedere una cauzione per il cittadino straniero che intende trasferirsi in Italia.
È una proposta che, letta soltanto nel titolo, rischia di essere fraintesa.
Non si tratta di “far pagare un biglietto d’ingresso” né di introdurre un ostacolo economico all’immigrazione.
L’idea nasce da una domanda molto semplice: chi deve sostenere il costo dell’integrazione?
Se riteniamo che l’integrazione debba diventare il pilastro delle future politiche migratorie, allora dobbiamo anche costruire un sistema capace di finanziarla.
Imparare la lingua italiana, frequentare corsi di educazione civica, conoscere il funzionamento delle istituzioni e ricevere un accompagnamento durante il percorso di inserimento comporta inevitabilmente dei costi.
Oggi questi costi ricadono quasi interamente sulla collettività.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” ho proposto una riflessione diversa.
La cauzione potrebbe diventare uno strumento destinato esclusivamente a finanziare il percorso di integrazione del cittadino straniero. Non una tassa, ma una somma vincolata alla realizzazione di servizi che lo Stato mette a disposizione proprio per favorire il suo inserimento nella comunità nazionale.
Naturalmente una proposta di questo tipo dovrebbe essere costruita con attenzione, prevedendo eventuali esenzioni o modalità differenziate nei casi di particolare vulnerabilità.
Il punto, però, rimane lo stesso: se chiediamo allo Stato di organizzare un serio percorso di integrazione, dobbiamo anche interrogarci su come renderlo economicamente sostenibile.
Nel corso della diretta spiego questa proposta in modo più ampio, inserendola all’interno di una riforma complessiva delle politiche migratorie.
Se vuoi approfondire il tema e conoscere il ragionamento completo, ti invito a guardare la diretta su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”. Da quella conversazione nasce questa serie di articoli dedicati al nuovo paradigma dell’immigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha accreditato tre eventi formativi organizzati dallo Studio Legale Avv. Fabio Loscerbo, dedicati alle principali trasformazioni in corso nel diritto dell’immigrazione, dell’asilo e della protezione dei diritti fondamentali. Il ciclo formativo si svolgerà tra settembre e novembre 2026 e sarà articolato in tre incontri, ciascuno della durata di…
Dal 24 agosto 2026 la Nuova Zelanda ha cambiato il principale canale di accesso alla residenza per i lavoratori qualificati. Accanto al percorso ordinario a punti sono entrate in vigore due nuove vie: una fondata sull’esperienza professionale e una destinata a mestieri tecnici e specializzati. È un’apertura reale, ma costruita secondo una logica precisa: la…
La Danimarca ha deciso di spingersi ancora più avanti nella politica di espulsione degli stranieri condannati per reati gravi, ponendo però una questione che supera ampiamente i confini nazionali e riguarda direttamente il futuro del rapporto tra sovranità statale, sicurezza pubblica e tutela europea dei diritti fondamentali: fino a quale punto uno Stato può rendere…
Come spesso accade, il dibattito si è rapidamente trasformato in uno scontro tra chi denuncia un privilegio e chi difende una misura di inclusione sociale.
Ma entrambe le posizioni rischiano di affrontare soltanto una parte del problema.
La domanda non dovrebbe essere se uno straniero possa beneficiare o meno di un abbonamento gratuito.
La vera domanda è: quel beneficio è inserito in un percorso di integrazione oppure rappresenta una prestazione assistenziale priva di obiettivi verificabili?
È questa la distinzione che oggi manca nel dibattito italiano.
Uno strumento di welfare può essere pienamente giustificato se serve a favorire la frequenza di un corso di lingua italiana, l’accesso a un lavoro, la partecipazione a un percorso formativo o ad altre attività funzionali all’integrazione.
In questo caso il beneficio non è un costo, ma un investimento.
Diverso è il caso in cui il sostegno pubblico venga erogato senza alcun collegamento con un progetto di integrazione e senza alcuna verifica dei risultati.
In questa ipotesi il welfare rischia di perdere la propria funzione promozionale e di trasformarsi in un sistema di assistenza permanente.
È proprio da questa riflessione che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il problema non è essere favorevoli o contrari ai benefici sociali.
Il problema è collegare ogni misura pubblica a un percorso concreto di integrazione, fondato su diritti ma anche su responsabilità.
Un abbonamento gratuito ai mezzi pubblici può essere uno strumento utile.
Ma deve essere parte di una politica dell’integrazione, non il suo surrogato.
L’articolo di BolognaToday descrive una polemica che probabilmente si esaurirà nel confronto politico di questi giorni.
La questione di fondo, invece, resterà aperta.
Lo Stato deve limitarsi a erogare prestazioni oppure deve utilizzare il welfare come leva per costruire integrazione?
È da questa scelta che dipende l’efficacia delle politiche migratorie e, più in generale, la capacità di trasformare l’accoglienza in un reale percorso di partecipazione alla comunità nazionale.
I CPR pongono questioni serie sul piano della dignità della persona, delle condizioni di trattenimento, dell’effettività dei rimpatri e del rapporto tra libertà personale ed esigenze di controllo dell’immigrazione. È quindi naturale che vi sia un confronto pubblico acceso.
Tuttavia, il dibattito continua a fermarsi a metà.
Dire “no ai CPR” significa contestare uno strumento.
Ma quale alternativa si propone quando una persona non ha titolo per rimanere sul territorio o quando un percorso di integrazione è definitivamente fallito?
È questa la domanda che troppo spesso rimane senza risposta.
Negli ultimi anni il confronto si è polarizzato tra chi considera i CPR indispensabili e chi ne chiede la chiusura. In mezzo, però, manca una riflessione sul modello complessivo di governo dell’immigrazione.
Se l’integrazione fosse realmente il criterio centrale della permanenza, molte situazioni di irregolarità potrebbero essere affrontate molto prima della fase del trattenimento.
Il CPR rappresenta infatti l’ultimo segmento della politica migratoria, quando tutte le fasi precedenti hanno già fallito.
Per questo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare il baricentro del sistema.
Non è il CPR il fulcro della politica migratoria.
Il fulcro deve essere la costruzione di un percorso di integrazione giuridicamente verificabile. Se quel percorso riesce, il problema del rimpatrio non si pone. Se invece fallisce, la conseguenza non può essere una permanenza indefinita nell’irregolarità, ma l’attivazione di un percorso di ReImmigrazione, fondato su procedure chiare, garanzie giuridiche e cooperazione con i Paesi di origine.
In questa prospettiva, il CPR dovrebbe rappresentare una misura davvero residuale e non il principale strumento attraverso cui lo Stato cerca di rimediare al fallimento delle proprie politiche migratorie.
L’articolo di Avvenire coglie il crescente dissenso verso i CPR.
Ma il vero interrogativo è un altro.
Se non si vogliono i Centri per il rimpatrio, quale modello si propone per gestire i casi in cui l’integrazione non si realizza?
Finché questa domanda resterà senza risposta, il dibattito continuerà a contrapporre favorevoli e contrari ai CPR, senza affrontare il nodo fondamentale: costruire una politica migratoria che sappia distinguere tra chi si integra e chi, invece, deve concludere il proprio progetto migratorio attraverso un percorso di ReImmigrazione.
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Una delle proposte che suscita più discussione è quella del deposito del passaporto da parte del cittadino straniero durante il percorso di integrazione.
Spesso questa idea viene interpretata come una misura punitiva.
In realtà, il suo significato è molto diverso.
Nel corso della diretta ho ricordato un aspetto poco conosciuto: in alcune procedure previste dall’attuale ordinamento italiano il passaporto viene già depositato presso la Questura. Non si tratta quindi di un istituto estraneo al nostro sistema giuridico.
La proposta è quella di valorizzare questo strumento all’interno del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Perché?
Per una ragione molto semplice.
Se lo Stato decide di fondare la permanenza sul buon esito di un percorso di integrazione, deve anche essere in grado di dare concreta esecuzione alle proprie decisioni.
Se, al termine di un percorso durato anni, emerge che la persona non ha rispettato gli obblighi fondamentali di integrazione o ha tenuto comportamenti incompatibili con la permanenza nel territorio nazionale, il rimpatrio non può rimanere soltanto una previsione teorica.
Il deposito del passaporto rappresenterebbe, quindi, uno strumento amministrativo di garanzia, non una sanzione.
Naturalmente, una misura di questo tipo dovrebbe operare nel pieno rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, con decisioni motivate, possibilità di difesa e controllo giurisdizionale.
Il punto centrale, infatti, non è il passaporto.
Il punto centrale è un altro: se vogliamo che l’integrazione diventi il criterio sul quale si fonda la permanenza, dobbiamo anche costruire strumenti giuridici che rendano effettive le decisioni dello Stato.
È questo il senso della proposta illustrata nel corso della diretta.
Se vuoi approfondire il ragionamento e conoscere come questa idea si inserisce nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il Giappone ha scelto di far pagare molto di più agli stranieri il costo della propria stabilità. Il 25 agosto il Governo ha adottato l’ordinanza che, dal 1° ottobre, sostituirà l’attuale tariffa uniforme di 6.000 yen per il rinnovo o il cambiamento dello status di soggiorno con importi graduati secondo la durata del permesso: 10.000…
Prima la scelta politica di procedere a una vasta regolarizzazione degli stranieri presenti irregolarmente in Spagna. Poi, alla fine di luglio, circa 80.000 persone attraversano in due giorni la frontiera di Ceuta. Adesso Madrid cerca la solidarietà europea per affrontare le conseguenze economiche, sociali e amministrative di una crisi che la piccola città autonoma non…
La crisi di Ceuta ha riportato l’Europa dentro una discussione che conosciamo fin troppo bene. Da una parte chi invoca il controllo delle frontiere e i rimpatri. Dall’altra chi ricorda che tra coloro che attraversano irregolarmente una frontiera possono esserci minori, richiedenti asilo e persone vulnerabili titolari di precise garanzie giuridiche. José Borrell ha scelto…
La notizia che arriva dalla Francia non riguarda soltanto l’immigrazione. Riguarda qualcosa di molto più profondo: il diritto di una comunità nazionale di decidere quale politica migratoria perseguire e, se necessario, di scriverne i principi fondamentali nella propria Costituzione. Gabriel Attal, già primo ministro e ormai pienamente proiettato verso la competizione presidenziale del 2027, propone…
Il Dipartimento di Stato americano si prepara a revocare, su base progressiva, i visti turistici e d’affari B1 e B2 di un numero potenzialmente vicino a 200.000 stranieri che, dopo essere entrati negli Stati Uniti, hanno presentato domanda d’asilo. La misura, rivelata il 24 agosto dall’Associated Press sulla base di documenti interni e confermata nelle…
Bologna si presenta come una città accogliente, interculturale e capace di includere una popolazione sempre più diversificata. Ma l’integrazione non può essere valutata soltanto attraverso dichiarazioni politiche, progetti finanziati o iniziative simboliche. Deve essere verificata osservando come la popolazione si distribuisce sul territorio, quali differenze economiche emergono e se alcune zone della città concentrano in…
Al di là della verifica dei fatti – che è doverosa e che deve precedere ogni giudizio politico – il dibattito mette in luce una questione più profonda.
Da anni il confronto sull’immigrazione si concentra quasi esclusivamente sulle prestazioni che lo Stato deve garantire: trasporti, casa, assistenza, servizi sociali, sostegni economici.
Molto meno si discute, invece, di ciò che lo Stato dovrebbe pretendere in cambio.
Ed è questa la vera debolezza del modello italiano.
Il welfare non dovrebbe essere concepito soltanto come un insieme di diritti, ma anche come uno strumento per favorire un percorso di integrazione. Le politiche pubbliche hanno certamente il compito di rimuovere gli ostacoli all’inserimento sociale, ma devono anche essere orientate a risultati concreti e verificabili.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte proprio da questa idea.
Il problema non è concedere un beneficio quando esso è funzionale all’integrazione. Un abbonamento ai mezzi pubblici, ad esempio, può favorire l’accesso al lavoro, alla formazione linguistica o ai servizi essenziali.
Il punto è un altro.
Quale progetto di integrazione accompagna quel beneficio?
Se il sostegno pubblico è inserito in un percorso che conduce all’autonomia, alla partecipazione e al rispetto delle regole, esso rappresenta un investimento.
Se invece diventa una misura priva di obiettivi e di verifiche, rischia di trasformarsi in una forma di assistenza permanente che non favorisce né l’integrazione né la coesione sociale.
Il dibattito, quindi, non dovrebbe limitarsi a stabilire se il bus sia gratuito oppure no.
La domanda dovrebbe essere più ampia: le politiche di welfare per gli immigrati sono realmente costruite per misurare e favorire l’integrazione oppure si limitano a erogare prestazioni?
È da questa risposta che dipende la credibilità dell’intero sistema.
Perché il vero tema non è il costo di un abbonamento.
Il vero tema è se lo Stato continui a finanziare l’integrazione come semplice speranza oppure decida finalmente di farne un percorso giuridico concreto, misurabile e, se necessario, anche condizione della permanenza sul territorio.
Il dibattito sull’immigrazione continua a essere dominato da due posizioni contrapposte: chi considera l’immigrazione una necessità economica e chi, invece, ritiene che la soluzione consista esclusivamente nel limitarla o bloccarla.
In questo confronto manca spesso una domanda fondamentale: come si misura l’integrazione?
Negli ultimi giorni, intervenendo sulle dichiarazioni di Roberto Saviano, ho sostenuto che il vero nodo non è soltanto il numero degli ingressi, ma la capacità dello Stato di costruire un modello fondato sull’integrazione, sul rispetto delle regole e su percorsi chiari per chi sceglie di vivere stabilmente in Italia.
L’idea è semplice: una politica migratoria non può essere valutata soltanto dal numero degli ingressi o dei rimpatri. Deve interrogarsi su ciò che accade dopo l’arrivo dello straniero.
L’integrazione non può rimanere uno slogan politico. Deve diventare un criterio giuridico, fondato su indicatori oggettivi e verificabili, capace di misurare il reale inserimento della persona nella società italiana.
Solo in questo modo è possibile superare l’attuale contrapposizione tra accoglienza indiscriminata e chiusura indiscriminata, costruendo un sistema che colleghi diritti, doveri e responsabilità reciproche.
È proprio questo l’obiettivo del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che continuerò a sviluppare attraverso studi, proposte e approfondimenti pubblicati su www.reimmigrazione.com.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, ha dichiarato oggi, 24 agosto 2026, che cinque Stati membri dell’Unione europea, oltre all’Italia, stanno lavorando a progetti ispirati al modello Albania, con l’obiettivo di realizzare in Paesi terzi strutture destinate alle pratiche, all’identificazione e all’espulsione degli immigrati irregolari. È un segnale politico importante: ciò che…
Il titolo scelto da il manifesto è destinato a circolare: «Papa Leone: le persone prima dei confini». La frase è reale. Leone XIV, intervenendo il 22 agosto al Meeting di Rimini, ha affermato che «prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone». Ma trasformare queste parole nell’ennesima contrapposizione tra umanità e frontiere…
Per molti anni l’integrazione è stata trattata come una conseguenza quasi automatica del tempo trascorso nel territorio. Ma vivere a lungo in un Paese non significa necessariamente condividerne le regole, impararne la lingua o partecipare responsabilmente alla vita collettiva. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di riportare l’integrazione dal terreno delle dichiarazioni a quello dei…
Il caso della diciassettenne, cittadina italiana nata in Egitto e cresciuta in Lombardia, sottoposta a misura cautelare nell’ambito di un’indagine per terrorismo internazionale di matrice jihadista, non può essere liquidato come un episodio isolato di radicalizzazione online. Al contrario, rappresenta un’occasione per interrogarsi su una delle questioni più delicate che l’Europa continua a rinviare: il rapporto tra seconde generazioni e integrazione.
Il dibattito pubblico tende spesso a dividere il fenomeno migratorio in due categorie contrapposte. Da una parte vi è chi ritiene che il semplice trascorrere del tempo, la frequenza della scuola italiana o l’acquisizione della cittadinanza siano elementi sufficienti a garantire l’integrazione. Dall’altra vi è chi riduce ogni problema a una questione di ordine pubblico o di sicurezza. Entrambe le impostazioni, tuttavia, rischiano di cogliere soltanto una parte del problema.
Il caso di cronaca dimostra che nascere o crescere in Italia non equivale automaticamente a condividere i valori costituzionali, il principio di uguaglianza tra uomo e donna, la libertà religiosa, il rifiuto della violenza politica e il rispetto delle istituzioni democratiche. L’integrazione non è un fatto anagrafico, ma un processo complesso, che richiede tempo, strumenti e soprattutto criteri di valutazione.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha investito ingenti risorse nel controllo delle frontiere, nella registrazione degli ingressi, nello scambio di informazioni tra autorità di polizia e nello sviluppo di sistemi informatici sempre più sofisticati. Tutto ciò è certamente importante. Manca però una riflessione altrettanto approfondita su come misurare il successo o il fallimento dell’integrazione di chi vive stabilmente nei Paesi europei.
Il problema emerge con particolare evidenza nelle seconde generazioni. Si tratta di giovani che spesso parlano perfettamente l’italiano, frequentano le scuole del nostro Paese e condividono gli stessi spazi dei loro coetanei. Eppure, in alcuni casi, sviluppano percorsi di radicalizzazione che dimostrano l’esistenza di una frattura profonda tra integrazione formale e integrazione sostanziale.
Naturalmente sarebbe un grave errore generalizzare. La stragrande maggioranza delle seconde generazioni conduce una vita pienamente inserita nella società italiana e contribuisce quotidianamente alla crescita economica, culturale e sociale del Paese. Proprio per questo, però, i casi di radicalizzazione devono essere studiati con attenzione, senza slogan e senza pregiudizi, per comprendere quali fattori abbiano consentito l’insorgere di simili percorsi.
La vera domanda, allora, non è se l’integrazione sia necessaria. Lo è. La domanda è un’altra: come si accerta che essa sia realmente avvenuta? Quali indicatori possono dimostrare che una persona ha effettivamente condiviso i principi fondamentali dell’ordinamento democratico? E quali strumenti devono essere previsti quando tale percorso fallisce?
Continuare a considerare l’integrazione come un obiettivo meramente politico o culturale significa lasciare privo di contenuto uno degli aspetti centrali delle politiche migratorie. Ogni sistema giuridico serio dovrebbe invece interrogarsi sulla possibilità di individuare criteri oggettivi e verificabili, capaci di valutare il livello di inserimento nella comunità nazionale e di intervenire tempestivamente quando emergono segnali di radicalizzazione o di rifiuto dei principi fondamentali dell’ordinamento.
È proprio da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come slogan, ma come proposta di riflessione giuridica. L’obiettivo non è sostituire le politiche di sicurezza né alimentare contrapposizioni ideologiche, bensì affermare un principio semplice: l’integrazione non può essere soltanto proclamata, deve poter essere valutata. Solo se diventa un elemento concretamente verificabile può trasformarsi nel presupposto di una politica migratoria capace di coniugare diritti, sicurezza e coesione sociale.
Il caso della diciassettenne non dimostra il fallimento delle seconde generazioni. Dimostra, piuttosto, il fallimento di un modello che ha dato per scontata l’integrazione senza mai interrogarsi su come costruirla, accompagnarla e verificarla nel tempo. Ed è proprio da questa riflessione che dovrebbe ripartire il dibattito pubblico, in Italia e in Europa.
Avv. Fabio Loscerbo Avvocato e Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
L’integrazione è una condizione che si acquisisce una volta per tutte oppure deve essere verificata nel corso degli anni?
È una domanda che raramente entra nel dibattito pubblico, ma che ritengo fondamentale per costruire una politica migratoria moderna.
Oggi, una volta ottenuto un titolo di soggiorno di lungo periodo, si tende a dare per scontato che il percorso di integrazione sia definitivamente concluso.
Ma è davvero così?
Nel corso della diretta ho sostenuto che l’integrazione non è uno stato permanente, ma un processo dinamico.
Una persona può essere perfettamente integrata oggi e, per le ragioni più diverse, allontanarsi progressivamente dai valori e dalle regole della comunità nella quale vive. Allo stesso modo, chi inizialmente incontra difficoltà può invece rafforzare nel tempo il proprio percorso di inserimento.
Per questo motivo ritengo che l’integrazione debba essere misurata periodicamente.
La proposta è semplice: utilizzare il momento del rinnovo del titolo di soggiorno, o comunque verifiche periodiche previste dalla legge, per valutare l’effettiva evoluzione del percorso di integrazione.
Non si tratterebbe di creare un sistema punitivo.
Al contrario, significherebbe accompagnare il cittadino straniero lungo tutto il suo percorso di permanenza in Italia, verificando elementi concreti come la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, l’inserimento lavorativo, la partecipazione alla vita della comunità e l’assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile.
È questa una delle idee centrali del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’obiettivo non è cercare motivi per allontanare le persone, ma evitare che l’integrazione venga considerata un semplice adempimento burocratico, privo di qualsiasi controllo successivo.
Solo un’integrazione realmente verificata può diventare il fondamento di una permanenza stabile e consapevole.
Nella diretta su YouTube approfondisco questa proposta e spiego come potrebbe essere realizzata senza modificare i principi fondamentali del nostro ordinamento. Se vuoi conoscere il ragionamento completo, ti invito a guardare “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il 24 agosto il Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti ha depositato una proposta di regolamento che aggiungerebbe una tariffa di 103.265 dollari alle domande H-1B soggette al tetto annuale. Il documento, pubblicato in anteprima dal Federal Register e destinato alla pubblicazione formale il 25 agosto, aprirà una consultazione di trenta giorni. La misura,…
Die Bundesregierung hat dem Bundestag am 17. August 2026 neue Zahlen zu Abschiebungen und freiwilligen Ausreisen vorgelegt. Im ersten Halbjahr 2026 wurden 9.663 Abschiebungen vollzogen. Gleichzeitig verließen 9.276 Personen Deutschland über das Bund-Länder-Programm REAG/GARP freiwillig mit finanzieller Unterstützung. Hinzu kommt eine Zahl, die für die praktische Leistungsfähigkeit des Systems besonders aufschlussreich ist: 734 Abschiebungen wurden…
Israele ha scelto di sostituire rapidamente una parte decisiva della manodopera palestinese con lavoratori provenienti dall’estero. Dopo il 7 ottobre 2023, agricoltura, edilizia, assistenza e servizi hanno dovuto colmare un vuoto improvviso: oggi nel Paese si contano circa 250.000 lavoratori stranieri, regolari e irregolari, e il sistema si prepara ad arrivare a 330.000. Il problema…
In Australia, il partito che ha costruito una parte decisiva della propria crescita sulla promessa di ridurre l’immigrazione si è trovato a dover spiegare che cosa significhi davvero il numero simbolo della sua campagna. Il deputato di One Nation David Farley ha indicato un obiettivo di 130.000 unità di migrazione netta, aggiungendo però almeno altri…
I controlli tedeschi alla frontiera con la Polonia continuano a produrre conseguenze che vanno ben oltre il rapporto tra Berlino e Varsavia. La gestione dell’immigrazione irregolare e dei movimenti secondari sta infatti riportando al centro dell’Europa qualcosa che Schengen avrebbe dovuto progressivamente rendere eccezionale: il controllo delle frontiere interne. La questione merita di essere osservata…
A Comment on the Judgment of the Tribunal of Venice, Specialised Immigration Section, 31 July 2026, Case No. 23163/2024 Fabio Loscerbo Abstract The judgment delivered by the Tribunal of Venice on 31 July 2026 provides an important opportunity to examine complementary protection not only as an instrument safeguarding the fundamental rights of foreign nationals, but…
Con l’entrata in applicazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il Commissario europeo per gli Affari interni e la Migrazione, Magnus Brunner, ha illustrato in più occasioni quella che considera la nuova filosofia dell’Unione europea in materia migratoria. «Saremo noi a decidere chi entra, chi può restare e chi deve lasciare l’Europa», ha dichiarato in occasione dell’avvio operativo del Patto. Successivamente ha ribadito che le nuove regole renderanno le procedure di asilo più rapide ed efficienti, ha elogiato l’Italia per i progressi compiuti nell’attuazione della riforma e ha sostenuto che il nuovo approccio europeo starebbe già producendo risultati nella riduzione degli ingressi irregolari.
Sono dichiarazioni pienamente coerenti con l’impostazione del nuovo Patto. Il problema è che, considerate nel loro insieme, sembrano confermare una visione del fenomeno migratorio che continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla gestione dell’ingresso, delle procedure amministrative, della ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri e dei rimpatri, lasciando sullo sfondo quella che, invece, dovrebbe rappresentare la questione centrale di qualsiasi politica migratoria destinata a produrre effetti duraturi: comprendere come valutare l’integrazione delle persone che, concluse le procedure previste dal diritto dell’Unione, ottengono il diritto di vivere stabilmente nel territorio europeo.
Questa constatazione appare ancora più significativa se si esaminano i documenti ufficiali della stessa Commissione europea.
Nella Comunicazione COM(2026) 196 final dell’8 maggio 2026, dedicata allo stato di avanzamento dell’attuazione del Patto sulla migrazione e l’asilo, la Commissione afferma espressamente che il nuovo sistema rappresenta «una tappa fondamentale nello sviluppo di un approccio globale in materia di migrazione, asilo, gestione delle frontiere e integrazione». L’integrazione, dunque, non costituisce un tema estraneo al Patto, bensì uno degli elementi che, secondo la stessa Commissione, dovrebbero caratterizzarne l’impostazione complessiva.
Se questa è la premessa, è inevitabile interrogarsi sul contenuto del primo rapporto di monitoraggio pubblicato il 16 luglio 2026.
Il documento valuta la preparazione amministrativa degli Stati membri, il funzionamento delle nuove procedure di registrazione delle domande, il meccanismo di individuazione dello Stato competente, la cooperazione tra le amministrazioni nazionali, il sistema dei trasferimenti e gli strumenti di solidarietà previsti dal nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione. Si tratta di aspetti certamente essenziali, perché nessuna riforma può funzionare senza un’organizzazione amministrativa efficiente.
Ciò che sorprende è, piuttosto, ciò che nel rapporto non compare.
Non viene preso in considerazione alcun indicatore idoneo a misurare l’effettiva integrazione delle persone che, al termine di quelle procedure, rimarranno legittimamente nel territorio dell’Unione europea. Non vengono valutati il grado di inserimento lavorativo, la stabilità economica, la conoscenza della lingua del Paese ospitante, il livello di partecipazione alla vita della comunità, il radicamento sociale e familiare o qualsiasi altro parametro che consenta di comprendere se la permanenza dello straniero abbia dato luogo a un reale percorso di integrazione.
Naturalmente, non si tratta di imputare alla Commissione una lacuna metodologica del rapporto, poiché quel documento aveva un oggetto ben delimitato. Tuttavia, proprio la scelta degli indicatori utilizzati dimostra come, anche dopo l’entrata in vigore del Patto, l’attenzione delle istituzioni europee continui a concentrarsi prevalentemente sulla gestione amministrativa del fenomeno migratorio, mentre il tema dell’integrazione rimane privo di strumenti giuridici di valutazione.
Ed è proprio su questo punto che, a mio avviso, il diritto vivente ha già iniziato a percorrere una strada diversa.
La giurisprudenza italiana, infatti, attribuisce ormai un rilievo sempre maggiore all’integrazione quale elemento determinante nella valutazione delle domande di protezione complementare. I tribunali, e il Tribunale di Bologna rappresenta uno degli esempi più significativi, valorizzano sistematicamente la continuità dell’attività lavorativa, il radicamento sociale e familiare, l’autonomia economica, la stabilità abitativa e l’effettività del percorso di inserimento nella comunità nazionale, considerandoli elementi essenziali nel giudizio comparativo richiesto dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Anche la Corte di cassazione, con l’Ordinanza n. 13955 del 13 maggio 2026, pronunciata in un procedimento originato da un ricorso da me patrocinato, si inserisce in questa evoluzione giurisprudenziale, confermando come il tema dell’integrazione abbia ormai assunto una rilevanza giuridica che va ben oltre il semplice dibattito politico. Quel ricorso era stato proposto prima ancora che il Patto europeo entrasse in applicazione e poneva già al centro una questione che oggi appare sempre più evidente: il diritto dell’immigrazione non può limitarsi a disciplinare l’ingresso e l’allontanamento dello straniero, ma deve necessariamente confrontarsi con la qualità del percorso di integrazione realizzato durante la permanenza nel territorio dello Stato.
Non appare allora casuale che, a poche settimane dall’entrata in vigore del nuovo Patto, il presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Bologna, Luca Minniti, abbia prospettato possibili questioni di legittimità costituzionale relative ad alcune delle nuove disposizioni europee. Indipendentemente dall’esito di quel futuro confronto, le sue dichiarazioni dimostrano come il dibattito giuridico sia già entrato in una fase molto più complessa rispetto alla semplice organizzazione delle nuove procedure amministrative.
È proprio per questa ragione che ritengo insufficiente l’impostazione illustrata dal Commissario Brunner. Continuare a discutere esclusivamente di chi entra, di chi deve lasciare l’Europa e dell’efficienza delle procedure significa affrontare soltanto una parte del fenomeno migratorio. La vera sostenibilità del sistema dipenderà, invece, dalla capacità dell’ordinamento europeo di elaborare un modello giuridico dell’integrazione fondato su criteri oggettivi, verificabili e predeterminati, che consentano di valutare il percorso concretamente realizzato da chi è autorizzato a rimanere.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente da questa esigenza. Non si propone di sostituire il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, ma di completarlo, colmando quella che oggi rappresenta la sua principale lacuna. Finché l’integrazione continuerà a essere richiamata come un obiettivo politico privo di parametri giuridici, il sistema europeo sarà inevitabilmente destinato a misurare l’efficienza delle proprie procedure senza poter valutare il risultato finale delle proprie politiche migratorie. Ed è proprio su questo terreno che, con ogni probabilità, si svilupperà il diritto dell’immigrazione europeo nei prossimi anni.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea ID: 280782895721-36 ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il 12 giugno 2026 è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, presentato dalle istituzioni europee come la più importante riforma del sistema comune di asilo dagli anni del Regolamento Dublino.
A distanza di poche settimane, tuttavia, il dibattito giuridico sembra essersi già spostato su un terreno diverso.
Da un lato, la Commissione europea ha pubblicato il primo rapporto sull’attuazione del Patto, valutando la preparazione degli Stati membri ad applicare le nuove procedure sulla gestione delle domande di protezione internazionale e sul meccanismo di solidarietà. Dall’altro, il presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Bologna, Luca Minniti, ha dichiarato in un’intervista a il manifesto che alcune disposizioni del nuovo sistema potrebbero sollevare questioni di legittimità costituzionale e che il confronto con la Corte costituzionale appare tutt’altro che improbabile.
Queste due notizie, lette insieme, dimostrano che il Patto europeo è entrato nella sua fase applicativa accompagnato da interrogativi giuridici di primaria importanza.
Ma vi è un elemento che, a mio avviso, precede entrambe le vicende.
Quella decisione non riguardava il nuovo Patto europeo. Riguardava la protezione complementare. Eppure affrontava un tema destinato a diventare sempre più centrale: il ruolo dell’integrazione nella valutazione del diritto dello straniero a permanere in Italia.
Già in quel ricorso avevo sostenuto che l’integrazione non potesse essere considerata un semplice obiettivo politico o sociale, ma dovesse assumere una precisa rilevanza giuridica nella valutazione della posizione individuale dello straniero.
La successiva ordinanza della Corte di cassazione si inserisce in un orientamento giurisprudenziale che attribuisce un peso crescente al percorso di integrazione, alla stabilità lavorativa, ai legami familiari, al radicamento sociale e alla tutela della vita privata prevista dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Non si tratta di un caso isolato.
Il Tribunale di Bologna, così come numerosi altri tribunali italiani, nelle controversie in materia di protezione complementare valuta ormai abitualmente questi elementi per stabilire se il rimpatrio comporti una lesione sproporzionata della vita privata e familiare del richiedente.
In altre parole, mentre il legislatore europeo continua a concentrare la propria attenzione soprattutto sulle procedure amministrative, la giurisprudenza italiana ha già iniziato a costruire un vero e proprio diritto dell’integrazione.
Ed è qui che emerge, a mio avviso, il principale limite dell’attuale dibattito europeo.
L’8 maggio 2026, nella Comunicazione COM(2026) 196 final sullo stato di avanzamento dell’attuazione del Patto, la Commissione europea ha definito il nuovo sistema come parte di un «approccio globale in materia di migrazione, asilo, gestione delle frontiere e integrazione».
L’integrazione, dunque, viene indicata come uno dei pilastri del nuovo modello europeo.
Eppure il primo rapporto pubblicato il 16 luglio 2026 valuta esclusivamente il funzionamento delle procedure amministrative: registrazione delle domande, individuazione dello Stato competente, trasferimenti tra Stati membri, cooperazione amministrativa e meccanismo di solidarietà.
Non vi è alcun indicatore dedicato all’effettiva integrazione delle persone che, al termine di quelle stesse procedure, rimarranno legittimamente nel territorio dell’Unione europea.
Non vengono misurati il lavoro, l’autonomia economica, il radicamento sociale, la conoscenza della lingua, la partecipazione alla vita della comunità o altri elementi che la stessa giurisprudenza considera ormai centrali.
Naturalmente, il rapporto della Commissione aveva un oggetto specifico e non era destinato a valutare questi profili. Tuttavia, proprio questa circostanza evidenzia una distanza crescente tra il legislatore europeo e il diritto vivente.
Da una parte, la Commissione continua a misurare l’efficienza delle procedure.
Dall’altra, i giudici valutano sempre più frequentemente il successo o il fallimento del percorso di integrazione.
Le recenti dichiarazioni del presidente Minniti dimostrano che il nuovo Patto dovrà probabilmente confrontarsi anche con importanti questioni di compatibilità costituzionale.
Ma, al di là di quel dibattito, rimane aperta una domanda ancora più ampia.
Se l’integrazione è davvero uno dei pilastri del nuovo approccio europeo alla migrazione, come afferma la stessa Commissione, perché continua a essere disciplinata quasi esclusivamente dalla giurisprudenza e non da criteri legislativi chiari, oggettivi e verificabili?
Forse è proprio questa la sfida che attende il diritto europeo dell’immigrazione nei prossimi anni: trasformare l’integrazione da principio politico a vero criterio giuridico, capace di orientare tanto le decisioni amministrative quanto quelle giudiziarie.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea ID: 280782895721-36 ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
La Commissione europea ha pubblicato il primo rapporto sull’applicazione del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026. La notizia, rilanciata anche da AISE – Agenzia Internazionale Stampa Estero, rappresenta il primo momento di verifica dell’attuazione concreta della più importante riforma europea in materia di asilo degli ultimi decenni.
Per comprendere la portata del documento è però necessario chiarire cosa la Commissione abbia realmente valutato.
Il rapporto del 16 luglio 2026 non esprime un giudizio complessivo sul Patto né sui risultati delle politiche migratorie europee. Esso riguarda esclusivamente il nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione (Asylum and Migration Management Regulation – AMMR), destinato a sostituire il sistema Dublino nella ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri.
L’obiettivo della Commissione è verificare se gli Stati siano pronti ad applicare le nuove procedure: registrazione delle domande, individuazione dello Stato competente, trasferimento dei richiedenti asilo, funzionamento del meccanismo di solidarietà e cooperazione amministrativa tra le autorità nazionali.
Sotto questo profilo, il giudizio sull’Italia è sostanzialmente positivo. Bruxelles riconosce il significativo lavoro svolto dalle amministrazioni italiane nella preparazione del nuovo sistema, pur evidenziando la necessità di ulteriori interventi affinché il meccanismo possa funzionare in maniera pienamente efficace.
Si tratta, tuttavia, di un monitoraggio limitato ad uno specifico segmento del Patto.
Ed è proprio questo aspetto che merita una riflessione.
Pochi mesi prima, l’8 maggio 2026, la stessa Commissione europea aveva pubblicato la Comunicazione COM(2026) 196 final sullo stato di avanzamento dell’attuazione del Patto. In quel documento, la Commissione definisce il Patto sulla migrazione e l’asilo come «una tappa fondamentale nello sviluppo di un approccio globale in materia di migrazione, asilo, gestione delle frontiere e integrazione».
L’integrazione, dunque, non viene presentata come un tema estraneo al Patto, bensì come uno dei pilastri dell’intera strategia europea.
Proprio per questo il primo rapporto di monitoraggio suscita una domanda.
Tra gli indicatori utilizzati dalla Commissione figurano l’efficienza delle amministrazioni, la rapidità delle procedure, la capacità di effettuare i trasferimenti, il coordinamento tra gli Stati membri e il funzionamento del nuovo sistema di solidarietà.
Non compare, invece, alcun indicatore relativo all’integrazione delle persone che, al termine di quelle stesse procedure, ottengono il diritto di soggiornare nel territorio dell’Unione europea.
Non vengono valutati il livello di occupazione, l’autonomia economica, la conoscenza della lingua, il radicamento sociale, la partecipazione alla vita della comunità o altri elementi che consentano di comprendere se il percorso migratorio si sia tradotto in una reale integrazione.
Naturalmente, non si tratta di una critica metodologica al rapporto. Il documento aveva un oggetto ben preciso: verificare l’avvio operativo del nuovo sistema di gestione della responsabilità tra gli Stati membri.
Tuttavia, se la Commissione considera l’integrazione parte integrante dell’approccio complessivo del Patto, appare legittimo domandarsi se, nelle future relazioni annuali, possano essere sviluppati anche strumenti capaci di misurarne concretamente i risultati.
La questione assume particolare rilievo anche alla luce dell’evoluzione della giurisprudenza italiana.
I tribunali italiani, e il Tribunale di Bologna rappresenta uno degli esempi più significativi, attribuiscono ormai un ruolo centrale all’integrazione nelle controversie relative alla protezione complementare. Il lavoro stabile, il radicamento familiare, l’inserimento sociale, la continuità abitativa e l’autonomia economica costituiscono elementi che i giudici valutano abitualmente nel giudizio comparativo richiesto dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
In altre parole, mentre il legislatore europeo continua a misurare prevalentemente l’efficienza delle procedure amministrative, la giurisprudenza ha già iniziato a misurare gli effetti concreti dell’integrazione.
Forse è proprio questa la prossima sfida del diritto europeo dell’immigrazione: affiancare agli indicatori che valutano la gestione dei flussi migratori strumenti capaci di verificare anche il successo dei percorsi di integrazione.
Perché un sistema migratorio non può dirsi pienamente efficace soltanto quando riesce ad amministrare correttamente gli ingressi e le domande di asilo. Deve essere in grado anche di comprendere se coloro che rimangono abbiano realmente costruito un percorso di integrazione stabile nella società europea.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea ID: 280782895721-36 ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il 17 luglio 2026 il manifesto ha pubblicato un’intervista dal titolo «Il giudice Luca Minniti: “Le nuove norme Ue a rischio incostituzionalità”», nella quale il presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Bologna evidenzia le possibili criticità costituzionali del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.
Le questioni sollevate sono di indubbio rilievo giuridico. Il rapporto tra l’art. 10 della Costituzione e le nuove procedure europee, il ricorso ai Paesi terzi sicuri e il ruolo del giudice nazionale nell’esercizio del controllo di legittimità sono temi destinati con ogni probabilità ad arrivare all’attenzione della Corte costituzionale e della Corte di giustizia dell’Unione europea.
Si tratta di un confronto necessario. Tuttavia, il rischio è che ancora una volta il dibattito si concentri esclusivamente sull’ingresso, sulle procedure di asilo, sui rimpatri e sulle garanzie processuali, lasciando irrisolta la domanda fondamentale: cosa accade dopo che uno straniero è entrato e rimane stabilmente sul territorio?
Da decenni il diritto dell’immigrazione disciplina in modo dettagliato l’ingresso, il soggiorno, l’espulsione e la protezione internazionale. Esiste una normativa articolata sulle procedure e sui diritti. Manca invece una disciplina altrettanto rigorosa dell’integrazione.
In realtà, la giurisprudenza ha già iniziato a colmare questo vuoto. Proprio il Tribunale di Bologna, insieme ad altri tribunali italiani, nelle controversie relative alla protezione complementare valuta sempre più frequentemente il grado di integrazione raggiunto dal richiedente. L’attività lavorativa, la stabilità dell’occupazione, i rapporti familiari, la rete sociale, la conoscenza della lingua italiana, il radicamento sul territorio e il rispetto delle regole sono elementi che vengono già presi in considerazione nel giudizio comparativo richiesto dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Ciò dimostra che il diritto dell’integrazione esiste già, ma vive quasi esclusivamente nelle aule dei tribunali. È affidato all’elaborazione giurisprudenziale anziché essere disciplinato in modo organico dal legislatore.
È questo il vero vuoto normativo.
Finché la permanenza dipenderà quasi esclusivamente dall’esistenza di un titolo di soggiorno e non anche dall’effettiva integrazione nella comunità nazionale, il dibattito continuerà a dividersi tra chi propone un’accoglienza senza condizioni e chi individua nella remigrazione l’unica risposta possibile.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di compiere il passo successivo: trasformare ciò che oggi i giudici valutano caso per caso in un criterio giuridico generale, oggettivo e predeterminato. Lavoro stabile, autonomia economica, rispetto delle regole, conoscenza della lingua italiana, partecipazione alla vita della comunità e assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile dovrebbero diventare indicatori normativamente definiti, capaci di orientare le decisioni amministrative e giurisdizionali.
Paradossalmente, mentre il dibattito pubblico continua a contrapporre integrazione e remigrazione come se fossero concetti alternativi, la giurisprudenza dimostra che l’integrazione è già oggi uno dei principali criteri utilizzati per decidere sulla permanenza dello straniero in Italia. Manca soltanto il passaggio decisivo: fare di quel criterio giurisprudenziale una scelta legislativa chiara e coerente.
Le questioni di costituzionalità evidenziate dal giudice Minniti meritano certamente di essere affrontate. Ma, parallelamente, il legislatore dovrebbe interrogarsi anche sull’altra grande assenza del diritto dell’immigrazione europeo e nazionale: l’inesistenza di un sistema normativo che definisca quando un percorso di integrazione possa dirsi realmente compiuto e quali conseguenze giuridiche ne derivino.
Solo così il dibattito potrà spostarsi dalla gestione dell’ingresso alla costruzione di una politica migratoria fondata su diritti, doveri e responsabilità reciproche.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea ID: 280782895721-36 ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Ferghane Azihari sostiene che i principali responsabili delle trasformazioni che stanno interessando le società europee non siano gli immigrati, ma gli stessi governi che, negli ultimi decenni, hanno gestito le politiche migratorie. È un’affermazione destinata a suscitare consenso e dissenso, ma che contiene una domanda alla quale la politica europea continua a non dare una risposta convincente: qual è la responsabilità dello Stato quando l’integrazione non produce i risultati attesi?
Per troppo tempo il dibattito si è sviluppato lungo due direttrici opposte. Da una parte chi attribuisce ogni criticità esclusivamente all’immigrazione. Dall’altra chi considera l’integrazione una conseguenza quasi automatica dell’ingresso e della permanenza nel territorio nazionale. Entrambe queste letture trascurano un elemento essenziale: il ruolo delle istituzioni.
L’integrazione non è un fenomeno spontaneo. È il risultato di politiche pubbliche, di regole chiare, di diritti e doveri reciproci, di strumenti amministrativi adeguati e, soprattutto, della capacità dello Stato di verificare se gli obiettivi perseguiti siano stati realmente raggiunti.
È proprio su questo punto che l’Europa mostra oggi la propria maggiore debolezza.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha investito risorse sempre più consistenti nel controllo delle frontiere, nell’identificazione delle persone, nella cooperazione tra gli Stati membri e nel contrasto dell’immigrazione irregolare. Sono strumenti indispensabili, ma riguardano prevalentemente la fase dell’ingresso.
Molto meno sviluppati sono, invece, gli strumenti destinati a verificare ciò che accade dopo.
Non esiste un sistema europeo capace di misurare periodicamente il livello di integrazione delle persone che vivono stabilmente nei Paesi membri. Eppure è proprio questa verifica che consentirebbe di comprendere se le politiche pubbliche stiano funzionando oppure no.
Da questo punto di vista, la riflessione di Azihari merita attenzione. Se i governi rivendicano la responsabilità di progettare le politiche migratorie, devono assumersi anche la responsabilità di valutarne i risultati. Non è sufficiente disciplinare gli ingressi. Occorre verificare se il percorso di integrazione produca effettivamente partecipazione alla vita della comunità, autonomia economica, conoscenza della lingua, rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento e condivisione dei valori costituzionali.
È proprio questa la proposta del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’integrazione non può essere affidata a presunzioni o a valutazioni puramente ideologiche. Deve diventare un processo misurabile attraverso indicatori oggettivi: inserimento lavorativo, regolarità fiscale e contributiva, autonomia abitativa, partecipazione ai percorsi formativi, frequenza scolastica dei figli, conoscenza della lingua e progressivo consolidamento del rapporto con la comunità nazionale.
Solo disponendo di dati verificabili lo Stato può distinguere tra percorsi di integrazione riusciti, situazioni che richiedono ulteriori interventi di sostegno e casi nei quali, nel pieno rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea, potranno essere valutati percorsi individualizzati di ReImmigrazione.
La provocazione di Ferghane Azihari, dunque, può essere letta in una prospettiva diversa da quella puramente politica. Se l’integrazione rappresenta un obiettivo delle politiche pubbliche, i governi non possono limitarsi a proclamarla. Devono dimostrare di essere in grado di governarla e, soprattutto, di misurarne i risultati. È questa la sfida che l’Europa continua a rinviare e che, prima o poi, sarà chiamata ad affrontare.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Il 24 agosto il Financial Times ha rivelato che, negli ultimi giorni del suo governo, Keir Starmer aveva valutato un piano per consentire ogni anno l’ingresso nel Regno Unito di fino a 100.000 giovani cittadini dell’Unione europea attraverso un regime reciproco di mobilità. Sul tavolo figurava anche l’accesso degli studenti europei alle tariffe universitarie riservate…
Per anni, nel dibattito pubblico bolognese, parlare insieme di immigrazione e sicurezza è stato considerato quasi un cedimento alla propaganda. L’amministrazione comunale ha preferito ricondurre la criminalità alla marginalità sociale, alla povertà, alle dipendenze, alla carenza di personale delle forze dell’ordine e alle responsabilità del Governo. Sono tutti fattori reali. Ma non esauriscono il problema.…
Per molti anni la Svezia è stata considerata, nel dibattito europeo, uno dei Paesi simbolo di una politica migratoria particolarmente aperta, fondata su un ampio riconoscimento della protezione internazionale, su una concezione generosa dell’accoglienza e su una progressiva stabilizzazione della presenza straniera nel territorio; oggi, però, quello stesso Paese sta modificando in profondità la propria…
An invitation to watch the YouTube live discussion “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe”
Immigration has shaped political debate across Europe for more than a decade. Governments continue to discuss border security, asylum procedures, deportations, legal migration and labour shortages. Yet despite continuous legislative reforms, public confidence in immigration policy remains fragile.
Perhaps the problem is not simply the answers Europe has given.
Perhaps it is the question itself.
For years, the debate has focused almost entirely on who should be allowed to enter a country and who should be required to leave. Far less attention has been given to what happens after lawful entry.
How do we determine whether integration has actually succeeded?
This is the central question explored in my recent YouTube live discussion, “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe.”
Although the discussion took place in Italy, the issues it raises concern every European democracy, including the United Kingdom.
As an Italian immigration lawyer, I have spent many years working within one of Europe’s most complex immigration systems. Throughout that experience, I reached a simple conclusion.
Our legal systems have become increasingly sophisticated in regulating visas, residence permits, asylum procedures and citizenship.
What they have not developed is an equally robust legal framework for evaluating integration itself.
Yet integration is ultimately what determines whether immigration strengthens or weakens social cohesion.
This observation led me to develop what I call the “Integration or ReImmigration” paradigm.
The proposal begins with a straightforward principle.
A person who lawfully enters a country should be given every genuine opportunity to become part of the national community. Learning the language, respecting the rule of law, understanding constitutional values, participating in civic life and achieving economic independence should not be secondary objectives. They should form the very foundation of immigration policy.
Only after those opportunities have genuinely been provided does another question arise.
Has integration actually taken place?
If the answer is yes, long-term residence becomes stronger and more legitimate.
If the answer is no, following an individual legal assessment conducted under the rule of law, ReImmigration may become the lawful consequence of a failed integration process.
This approach differs fundamentally from the increasingly popular political concept of “remigration.”
It is not based on collective removal.
It is not based on nationality or ethnicity.
It is based on individual responsibility, measurable integration and legal certainty.
I believe this discussion is particularly relevant for the United Kingdom.
Although Brexit fundamentally changed Britain’s relationship with the European Union, it did not eliminate the challenge of integration. Border control is only one part of immigration policy. Building cohesive communities remains an equally important task.
That is why I believe the next stage of the immigration debate should move beyond the simple question of controlling migration flows.
It should begin asking how democratic societies can objectively assess successful integration.
That is precisely the discussion I invite you to join.
I warmly invite lawyers, academics, policymakers, journalists and everyone interested in the future of immigration policy to watch the full YouTube live discussion.
Although the conversation is in Italian, the legal ideas it explores are relevant far beyond Italy.
Europe may continue debating immigration.
Perhaps it is finally time to start debating integration.
Watch the full YouTube live discussion: “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe”
Fabio Loscerbo Attorney at Law – Immigration Lawyer Registered Lobbyist in the European Union Transparency Register (No. 280782895721-36) for Migration and Asylum Policy ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dal 24 agosto 2026 la Nuova Zelanda ha cambiato uno dei meccanismi centrali con cui seleziona gli immigrati destinati alla residenza stabile. La Skilled Migrant Category non scompare e il percorso a punti resta in vigore, ma non è più l’unica via: entrano in funzione due nuovi canali, lo Skilled Work Experience pathway e il…
Il 23 agosto sono emersi nuovi dettagli sulla strategia con cui Nuova Delhi vuole trasformare il corridoio di Siliguri, il sottile passaggio terrestre che collega il resto dell’India agli otto Stati del Nord-Est, in una vera infrastruttura di sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Amit Shah ha chiesto alle amministrazioni centrali e statali di rafforzare la…
La riforma canadese dell’asilo era stata presentata come uno strumento per rendere il sistema più rapido, sostenibile e governabile. Ora emerge però una contraddizione che Ottawa non può liquidare come un semplice problema processuale: le nuove regole del Bill C-12 hanno generato un numero tale di ricorsi costituzionali da spingere la Corte federale a sottoporli…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Ogni volta che si parla di integrazione sembra che si debba inventare qualcosa di completamente nuovo.
In realtà, uno strumento esiste già.
Si chiama Accordo di integrazione ed è previsto dall’ordinamento italiano ormai da diversi anni. Quando uno straniero entra regolarmente nel nostro Paese sottoscrive un impegno a rispettare una serie di doveri: imparare la lingua italiana, conoscere i principi della Costituzione, rispettare le leggi, partecipare alla vita della comunità.
Sulla carta è un istituto importante.
Nella pratica, però, è rimasto quasi del tutto inutilizzato.
Nel corso della diretta ho osservato che, nella mia esperienza professionale, non ho mai visto un permesso di soggiorno negato per il mancato rispetto dell’Accordo di integrazione.
Ed è proprio qui che emerge una delle principali criticità del sistema.
Se lo Stato ritiene davvero che l’integrazione sia un valore fondamentale, non basta prevederla in una norma. Occorre verificarne l’effettiva realizzazione.
Per questo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non propone di creare un nuovo istituto giuridico, ma di dare concreta attuazione a uno strumento che esiste già.
L’Accordo di integrazione potrebbe diventare il parametro attraverso il quale valutare, nel tempo, il percorso compiuto da ciascun cittadino straniero.
Non si tratta di introdurre nuove sanzioni, ma di rendere effettivo un principio semplice: chi sceglie di vivere stabilmente in Italia deve dimostrare, nel tempo, di voler far parte della comunità nazionale.
Le leggi non producono risultati soltanto perché vengono approvate.
Producono risultati quando vengono applicate con continuità e coerenza.
È da questa constatazione che nasce una parte importante della proposta che ho illustrato durante la diretta.
Se vuoi approfondire questo tema e conoscere il ragionamento completo, ti invito a guardare la diretta su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”. Questa serie di articoli nasce proprio per sviluppare, un tema alla volta, le idee presentate nel corso dell’incontro.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il Sudafrica ha trasformato in costo operativo quello che fino a pochi giorni fa presentava soprattutto come salto tecnologico. Dal 23 agosto è entrata concretamente nella fase applicativa la tariffa di 500 rand per la gestione elettronica dell’Electronic Travel Authorisation, il sistema digitale con cui Pretoria vuole sostituire progressivamente una parte consistente delle procedure tradizionali…
L’Oman sta tornando al limite dei sessant’anni per i lavoratori stranieri. Secondo The Arabian Stories, dal 22 agosto il Ministero del Lavoro non starebbe più rilasciando né rinnovando permessi di lavoro agli expatriates che hanno superato quella soglia; diversi datori di lavoro avrebbero già ricevuto dinieghi nelle ultime settimane e una fonte istituzionale di alto…
Il 23 agosto un nuovo provvedimento della giustizia federale argentina ha colpito uno dei passaggi più delicati del DNU 366/2025, con cui il governo aveva irrigidito anche il regime della cittadinanza per naturalizzazione. Il Juzgado Federal de Esquel ha dichiarato inapplicabile al caso concreto la modifica che richiede due anni continuativi di residenza “legale”. Il…
Il 23 agosto, nel National Day Rally, il primo ministro di Singapore Lawrence Wong ha affrontato senza formule di comodo uno dei nodi che molti governi preferiscono separare: crisi demografica, fabbisogno di lavoratori stranieri e tenuta dell’integrazione appartengono allo stesso problema politico. Wong ha riconosciuto che il tasso di fecondità resterà molto al di sotto…
On August 21, 2026, a federal judge in Manhattan vacated the State Department policy that had suspended immigrant visa issuance for nationals of 75 countries. The ruling did not declare that the federal government is powerless to control legal immigration, nor did it deny that Washington may legitimately consider self-sufficiency, fiscal impact, security, or compliance…
Dal 22 agosto la Malesia ha trasferito interamente online le domande per l’assunzione di lavoratori stranieri attraverso il Foreign Workers Centralised Management System, il FWCMS. Il Ministero delle Risorse Umane ha presentato la misura come un intervento di semplificazione e trasparenza: niente più deposito manuale o accessi ripetuti agli uffici, tempi più prevedibili e un…
Franco Lodige, in un recente articolo (https://www.nicolaporro.it/politicoquotidiano/flotilla-toc-toc-silvia-salis-te-ne-starai-zitta-zitta/) sostiene che il problema dell’immigrazione possa essere spiegato in poche parole. La sua analisi coglie certamente un aspetto reale del fenomeno: per troppo tempo il dibattito politico europeo ha affrontato l’immigrazione come una questione prevalentemente numerica, concentrandosi sugli sbarchi, sulle quote di ingresso, sui rimpatri e sulla sicurezza.
A mio avviso, però, il problema è ancora più profondo.
Da almeno trent’anni la politica europea pronuncia continuamente una parola: integrazione. La ritroviamo nei programmi elettorali, nelle direttive europee, nei documenti della Commissione, nei progetti finanziati con fondi pubblici e nei discorsi delle istituzioni. Tutti parlano di integrazione, ma nessuno sembra essersi mai posto una domanda fondamentale: perché l’integrazione non è mai diventata un requisito giuridico della permanenza?
Ed è proprio questa, a mio giudizio, la più grande contraddizione delle politiche migratorie occidentali.
Lo Stato verifica l’identità dello straniero, controlla il possesso di determinati requisiti amministrativi, valuta il reddito, la disponibilità di un alloggio e l’assenza di alcune cause ostative. Tuttavia, quasi mai verifica se quella persona abbia realmente intrapreso un percorso di integrazione nella comunità nazionale.
Si continua a considerare l’integrazione come un obiettivo politico, una speranza, un auspicio, ma non come un elemento giuridicamente rilevante.
Eppure dovrebbe essere esattamente il contrario.
La permanenza stabile in uno Stato non può dipendere esclusivamente dal possesso di un titolo di soggiorno formalmente valido. Dovrebbe rappresentare il risultato di un percorso attraverso il quale lo straniero dimostra, nel tempo, di voler entrare a far parte della comunità che lo ospita.
Questo significa conoscere la lingua italiana, rispettare i principi costituzionali, osservare le regole della convivenza civile, partecipare alla vita lavorativa quando possibile, costruire relazioni sociali, contribuire alla collettività e condividere i valori fondamentali dell’ordinamento democratico.
L’integrazione non dovrebbe essere una formula retorica. Dovrebbe costituire il parametro attraverso cui valutare il consolidamento del diritto a permanere nel territorio dello Stato.
È proprio da questa riflessione nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La ReImmigrazione viene spesso interpretata esclusivamente come una politica di rimpatrio. In realtà rappresenta qualcosa di molto diverso.
Il suo presupposto non è l’espulsione, ma l’integrazione.
Lo Stato offre protezione, diritti, opportunità, servizi pubblici e strumenti per costruire un progetto di vita. In cambio, è legittimo chiedere un impegno concreto verso l’integrazione.
Quando questo percorso viene realmente compiuto, la permanenza si rafforza.
Quando, invece, l’integrazione viene sistematicamente rifiutata oppure non si realizza nonostante il tempo e le opportunità offerte, la ReImmigrazione non rappresenta una punizione, ma la naturale conclusione di un rapporto giuridico che non ha raggiunto il proprio scopo.
È questa la differenza sostanziale rispetto al dibattito attuale.
Oggi si discute quasi esclusivamente di ingressi e di rimpatri. Ma entrambe queste fasi rappresentano soltanto l’inizio e la fine del fenomeno migratorio.
Il vero tema è ciò che accade durante la permanenza.
Finché l’integrazione continuerà a essere un concetto privo di conseguenze giuridiche, continueremo a inseguire l’emergenza senza affrontarne la causa.
Per questo ritengo che il futuro delle politiche migratorie europee non risieda semplicemente nell’aumentare i rimpatri o nel ridurre gli ingressi, ma nel costruire un nuovo rapporto tra lo Stato e chi chiede di vivere stabilmente al suo interno.
Un rapporto fondato su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: la permanenza non deve essere garantita automaticamente, ma conquistata attraverso un effettivo percorso di integrazione.
È questa, a mio avviso, la vera riforma che ancora manca all’Europa.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
ho letto con interesse la Sua iniziativa politica a sostegno del Patto per la Remigrazione e la lettera indirizzata al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ritengo che il merito della Sua proposta sia quello di aver riportato al centro del dibattito un tema che, fino a pochi anni fa, sembrava relegato ai margini del confronto politico: la necessità di ripensare radicalmente le politiche migratorie europee.
Su questo terreno esiste certamente una convergenza. Anch’io ritengo che il modello seguito dall’Europa negli ultimi decenni abbia mostrato limiti evidenti e che sia giunto il momento di superare una visione nella quale l’ingresso regolare nel territorio dello Stato finisce, di fatto, per trasformarsi in una permanenza stabile quasi automatica.
Proprio perché condivido l’esigenza di una profonda riforma, mi permetto però di evidenziare una differenza che considero fondamentale.
La remigrazione rappresenta uno strumento. È la risposta finale quando il percorso di permanenza nello Stato ospitante non ha prodotto l’integrazione auspicata oppure quando vengono meno i presupposti che giustificano il soggiorno.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, non si limita a disciplinare l’uscita dallo Stato. Esso ripensa l’intero sistema dell’immigrazione, ponendo l’integrazione al centro del rapporto giuridico tra lo straniero e la comunità nazionale.
La vera innovazione, infatti, non consiste nell’organizzare meglio i rimpatri o nell’incentivare il rientro volontario. La vera innovazione consiste nel riconoscere che la permanenza stabile non può dipendere esclusivamente dalla regolarità formale del titolo di soggiorno, ma deve fondarsi sull’effettiva integrazione della persona.
È proprio questo il passaggio che, a mio avviso, manca ancora nel dibattito politico europeo.
Quando si parla di integrazione, troppo spesso ci si limita a un concetto generico, privo di conseguenze giuridiche. Si afferma che lo straniero dovrebbe integrarsi, ma non si definisce cosa significhi realmente integrarsi né quali effetti produca il mancato raggiungimento di tale obiettivo.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone invece un cambiamento culturale e giuridico.
L’integrazione deve diventare un requisito oggettivo della permanenza. Non un concetto ideologico, ma un parametro valutabile attraverso indicatori chiari: conoscenza della lingua italiana, rispetto dei principi costituzionali, partecipazione alla vita lavorativa e sociale, osservanza delle regole della convivenza civile, autonomia economica quando possibile e adesione ai valori fondamentali dell’ordinamento democratico.
In questa prospettiva, la ReImmigrazione non è una sanzione né una misura eccezionale. È la naturale conseguenza del mancato completamento del percorso di integrazione.
Ecco perché la remigrazione costituisce soltanto l’ultima fase di un sistema molto più ampio.
Prima vengono la selezione degli ingressi, la definizione di un progetto di integrazione, la verifica periodica dei risultati, il sostegno a chi dimostra la volontà di inserirsi stabilmente nella comunità nazionale e la valutazione oggettiva del percorso compiuto.
Solo quando tale percorso fallisce, o viene rifiutato, interviene la ReImmigrazione quale conclusione coerente del rapporto tra individuo e Stato.
Si tratta di un’impostazione che supera la tradizionale contrapposizione tra accoglienza indiscriminata e semplice politica dei rimpatri. L’obiettivo non è aumentare il numero delle espulsioni, ma costruire un sistema nel quale il diritto a permanere sia strettamente collegato all’effettiva appartenenza alla comunità nazionale.
Per questo motivo rivolgo a Lei un invito.
Il dibattito sulla remigrazione rappresenta un’opportunità importante. Potrebbe però diventare ancora più innovativo se fosse inserito all’interno di una riforma organica delle politiche migratorie, fondata sul paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La sfida del futuro non consiste semplicemente nel decidere chi debba lasciare il territorio nazionale. Consiste, prima ancora, nel definire con chiarezza quali siano le condizioni per farne realmente parte.
È su questo terreno che, a mio avviso, può nascere una nuova politica migratoria europea: non fondata soltanto sui flussi o sui rimpatri, ma sul principio secondo cui l’integrazione costituisce il presupposto della permanenza e la ReImmigrazione la conseguenza del suo mancato raggiungimento.
Con spirito di confronto istituzionale, auspico che questo paradigma possa entrare nel dibattito politico nazionale ed europeo, contribuendo a una riflessione più ampia sul futuro delle politiche migratorie.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Eurostat comunica che, al 1° gennaio 2026, la popolazione dell’Unione europea ha raggiunto i 452 milioni di abitanti. Il dato viene presentato come l’ennesima conferma della crescita demografica europea. Eppure, leggendo attentamente le statistiche, emerge un elemento che dovrebbe far riflettere molto più del semplice aumento numerico: da anni il saldo naturale dell’Unione è negativo. In altre parole, i decessi superano le nascite e la crescita della popolazione è sostenuta principalmente dal saldo migratorio.
Si tratta di un dato oggettivo. Meno evidente, invece, è ciò che manca nel dibattito pubblico.
L’Unione europea dispone di statistiche dettagliatissime sul numero degli abitanti, sull’età media, sui flussi migratori, sulla natalità e sulla mortalità. Ma dov’è l’indicatore che misura il livello di integrazione? Dove sono i dati che consentano di comprendere se la crescita della popolazione corrisponda anche a una crescita della coesione sociale?
Quanti immigrati raggiungono una piena autonomia lavorativa? Quanti acquisiscono una conoscenza adeguata della lingua del Paese ospitante? Qual è il livello di partecipazione alla vita civile? Quanto incidono le seconde generazioni sui percorsi di inclusione? In quali territori si registrano i maggiori successi e dove, invece, emergono fenomeni di segregazione sociale?
Sono domande fondamentali, eppure raramente occupano il centro del confronto politico.
Misurare soltanto il numero degli abitanti rischia di offrire una fotografia incompleta. Una politica migratoria non può essere valutata esclusivamente dal numero degli ingressi o dall’aumento della popolazione residente. Deve essere valutata anche in base alla capacità di costruire integrazione, sicurezza, partecipazione e coesione sociale.
Se l’Europa intende governare il fenomeno migratorio in modo realmente sostenibile, dovrebbe affiancare agli indicatori demografici anche indicatori comuni di integrazione, trasparenti, comparabili e verificabili. Solo così sarà possibile comprendere se la crescita della popolazione rappresenti un fattore di rafforzamento delle società europee oppure evidenzi criticità che richiedono nuove politiche.
I numeri di Eurostat raccontano quante persone vivono nell’Unione europea. La domanda che ancora attende una risposta è un’altra: quante di queste persone sono realmente integrate nelle comunità in cui vivono?
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
La notizia dei circa 10.000 arresti effettuati in pochi giorni dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) riporta al centro del dibattito una questione spesso trascurata in Europa: per governare efficacemente l’immigrazione non bastano buone leggi, servono anche strutture amministrative e di polizia specializzate.
L’ICE rappresenta un modello organizzativo costruito intorno a una missione precisa: applicare la normativa in materia di immigrazione, individuare gli stranieri irregolarmente presenti sul territorio, eseguire i provvedimenti di espulsione, contrastare le organizzazioni criminali che favoriscono l’immigrazione clandestina e collaborare con le altre autorità federali.
Al di là delle valutazioni politiche sulle modalità operative adottate negli Stati Uniti, l’esistenza di un corpo specializzato dimostra una scelta istituzionale precisa: l’immigrazione viene considerata una materia che richiede competenze dedicate, personale formato e un’organizzazione autonoma.
L’Italia, invece, continua ad affrontare il fenomeno attraverso una pluralità di uffici e amministrazioni. Le Questure gestiscono il rilascio dei titoli di soggiorno, la Polizia di Frontiera presidia gli ingressi, gli uffici immigrazione svolgono attività amministrative sempre più complesse, mentre Prefetture, Commissioni territoriali, enti locali e autorità giudiziarie intervengono su profili differenti. Si tratta di un sistema che, pur fondato su professionalità di elevato livello, risulta spesso frammentato e sottoposto a un carico di lavoro crescente.
L’attuazione del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo renderà il quadro ancora più complesso. Le nuove procedure di registrazione, i controlli alle frontiere, l’interoperabilità delle banche dati europee, il monitoraggio dei movimenti secondari, l’esecuzione delle decisioni di rimpatrio e la gestione delle procedure accelerate richiederanno una capacità organizzativa superiore a quella attuale.
Per questa ragione è opportuno aprire una riflessione sull’istituzione di una Polizia dell’Immigrazione, quale corpo altamente specializzato all’interno dell’Amministrazione della pubblica sicurezza, con competenze specifiche in materia di controllo dell’immigrazione, esecuzione dei provvedimenti amministrativi, contrasto alle reti criminali transnazionali, cooperazione internazionale e supporto operativo alle procedure previste dalla normativa europea.
Una struttura di questo tipo non avrebbe una funzione esclusivamente repressiva. Al contrario, potrebbe diventare il punto di riferimento operativo dell’intera politica migratoria nazionale, garantendo uniformità di prassi, specializzazione del personale, raccolta dei dati e coordinamento tra le diverse amministrazioni coinvolte.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la proposta di una Polizia dell’Immigrazione si affianca a quella di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione. Il primo avrebbe il compito di assicurare l’effettività delle regole e delle decisioni amministrative; il secondo dovrebbe elaborare, monitorare e valutare le politiche di integrazione, introducendo indicatori oggettivi per misurarne i risultati.
Le due proposte non sono alternative, ma complementari. Una politica migratoria moderna richiede infatti sia la capacità di far rispettare le norme, sia quella di verificare se il percorso di integrazione stia realmente producendo gli effetti attesi.
L’esperienza statunitense dimostra che l’immigrazione viene affrontata anche come una questione di organizzazione amministrativa. L’Italia e l’Europa dovrebbero interrogarsi se l’attuale assetto istituzionale sia ancora adeguato alle sfide poste dai nuovi flussi migratori e dal Patto europeo. Aprire il dibattito sull’istituzione di una Polizia dell’Immigrazione significa affrontare il tema non in termini ideologici, ma sotto il profilo dell’efficienza dello Stato e della capacità delle istituzioni di governare un fenomeno sempre più complesso.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Alice Weidel alza la posta. Se AfD arrivasse al governo federale, la Germania dovrebbe essere pronta a uscire da Schengen. Lo ha ribadito nel Sommerinterview della ZDF del 23 agosto. È una posizione radicale, certamente. Ma sarebbe troppo comodo liquidarla come l’ennesima provocazione della destra tedesca. Il problema sollevato da Weidel esiste indipendentemente da Weidel:…
Il Giappone sta cambiando il proprio approccio all’immigrazione mentre cresce il numero degli stranieri residenti. Il Governo Takaichi ha scelto una formula significativa per descrivere la direzione intrapresa: costruire una “società di coesistenza ordinata con gli stranieri”, rafforzando contemporaneamente gli strumenti di integrazione e quelli di controllo. È proprio questa contemporaneità a rendere interessante l’esperienza…
Una invitación a ver la conferencia en YouTube “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe”
La inmigración se ha convertido en uno de los grandes desafíos políticos de Europa. Cada crisis migratoria reabre el mismo debate: fronteras, asilo, expulsiones, integración, ciudadanía y necesidades del mercado laboral.
Sin embargo, después de décadas de reformas legislativas, el problema sigue sin resolverse.
Quizá la razón sea sencilla.
Europa continúa haciéndose la pregunta equivocada.
La discusión política se centra casi exclusivamente en quién puede entrar en un país y quién debe abandonarlo. Mucho menos se debate sobre una cuestión que, probablemente, determinará el futuro de nuestras democracias:
¿Cómo podemos medir realmente la integración?
Esta es precisamente la idea central de mi reciente conferencia en YouTube, “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe”.
Aunque la conferencia fue realizada en Italia, las cuestiones que plantea afectan a toda Europa, incluida España.
Como abogado especializado en Derecho de Extranjería e Inmigración, llevo años observando una contradicción dentro de nuestros sistemas jurídicos.
Disponemos de normas muy detalladas para autorizar la entrada de extranjeros.
También contamos con procedimientos complejos para el asilo, los permisos de residencia, la reagrupación familiar y la adquisición de la nacionalidad.
Sin embargo, apenas existen mecanismos jurídicos capaces de verificar si una persona ha logrado integrarse verdaderamente en la comunidad nacional.
Y, sin integración, ninguna política migratoria puede considerarse un éxito.
De esta reflexión nace el paradigma que denomino “Integration or ReImmigration”.
Mi propuesta no comienza con las expulsiones.
Comienza con la integración.
Toda persona que entra legalmente en un país debe disponer de una oportunidad real para formar parte de la sociedad que la acoge. Aprender la lengua, respetar el ordenamiento jurídico, conocer las instituciones democráticas, incorporarse al mercado laboral y participar en la vida cívica no deberían ser objetivos secundarios, sino el fundamento mismo de una política migratoria moderna.
Solo cuando ese proceso ha sido verdaderamente ofrecido surge la siguiente pregunta.
¿Ha tenido éxito la integración?
Si la respuesta es afirmativa, la permanencia encuentra una sólida justificación.
Si, por el contrario, la integración fracasa de forma objetiva y tras una evaluación individual respetuosa con el Estado de Derecho, la ReImmigration puede convertirse en la consecuencia jurídica de ese fracaso.
Este planteamiento es muy diferente de las propuestas de “remigración” que actualmente ocupan parte del debate político europeo.
No se trata de expulsiones colectivas.
No se trata de decisiones basadas en el origen nacional o étnico.
Se trata de construir un sistema en el que la permanencia esté vinculada a una integración real, verificable y jurídicamente evaluable.
Estoy convencido de que España afrontará en los próximos años este mismo debate.
La verdadera cuestión ya no consiste únicamente en decidir quién puede entrar.
La cuestión decisiva será determinar cómo construir una integración que pueda medirse, evaluarse y fortalecerse con el paso del tiempo.
Precisamente de eso trata esta conferencia.
Invito a juristas, profesores universitarios, responsables políticos, periodistas y a todas las personas interesadas en el futuro de las políticas migratorias europeas a ver la conferencia completa en YouTube.
Aunque está grabada en italiano, las ideas que desarrolla pertenecen ya al debate europeo.
Tal vez haya llegado el momento de dejar de discutir únicamente sobre inmigración.
Quizá debamos empezar a hablar, de una vez por todas, de integración.
Vea la conferencia completa en YouTube: “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe”
Fabio Loscerbo Abogado especializado en Derecho de Extranjería e Inmigración Lobista inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea (n.º 280782895721-36) en materia de Migración y Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il fermo amministrativo di 45 giorni e la multa di 7.500 euro disposti nei confronti della Sea-Watch 5 riaprono una questione che va oltre il singolo provvedimento. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sostiene che la nave, battente bandiera tedesca, abbia violato gli obblighi previsti durante le operazioni di soccorso e ribadisce che la gestione in…
La Danimarca prepara una nuova stretta sul regime speciale introdotto dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Il 22 agosto il governo ha annunciato l’intenzione di escludere dall’accesso automatico al permesso previsto dalla legge speciale i cittadini provenienti da 14 regioni ucraine considerate meno direttamente colpite dalle operazioni di guerra. Secondo il ministro dell’Immigrazione e dell’Integrazione Morten Bødskov,…
Il Regno Unito prova a correggere uno degli squilibri più visibili del proprio sistema di asilo: la concentrazione dei richiedenti nelle aree meno ricche. Il 23 agosto, un’analisi di The i Paper ha ricostruito il piano del governo di Andy Burnham per distribuire maggiormente l’accoglienza anche nei territori più ricchi. I numeri spiegano il problema:…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Per molti anni si è dato quasi per scontato che il semplice trascorrere del tempo producesse automaticamente integrazione.
L’esperienza degli ultimi anni dimostra che non è così.
Nel corso della diretta ho sostenuto che una parte importante del dibattito pubblico continua a guardare agli sbarchi, mentre il problema più delicato riguarda spesso persone che vivono in Italia da molti anni o che appartengono alle cosiddette seconde generazioni.
È una constatazione che impone una riflessione.
Se un giovane cresce nel nostro Paese ma non sviluppa un reale senso di appartenenza alla comunità nazionale, significa che qualcosa nel percorso di integrazione non ha funzionato.
Per questo motivo ritengo che l’integrazione non possa essere considerata una conseguenza automatica del tempo trascorso in Italia.
Occorre invece costruire un sistema che la favorisca e, soprattutto, che la misuri.
Pensiamo, ad esempio, al ricongiungimento familiare.
Oggi la legge consente al lavoratore straniero di richiamare in Italia il proprio nucleo familiare una volta soddisfatti determinati requisiti amministrativi. Tuttavia, nessuno verifica se il genitore abbia realmente completato un percorso di integrazione tale da poter trasmettere ai figli la conoscenza della lingua, delle istituzioni e dei valori fondamentali della società italiana.
È qui che nasce una delle proposte del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Prima di discutere di cittadinanza o di nuove forme di inclusione, dovremmo chiederci se il percorso di integrazione sia stato effettivamente realizzato.
L’integrazione non può essere presunta.
Deve diventare un obiettivo concreto, sostenuto dallo Stato e verificato nel tempo.
Nel corso della diretta approfondisco questo tema e spiego perché, a mio avviso, proprio le seconde generazioni dimostrano la necessità di ripensare l’intero modello delle politiche migratorie.
Se vuoi ascoltare il ragionamento completo, ti invito a guardare la diretta su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”. Questa serie di articoli nasce proprio da quel confronto.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
L’Unione europea ha costruito l’Entry/Exit System per sapere con maggiore precisione chi entra, chi esce e chi supera il periodo di soggiorno autorizzato nello spazio Schengen. Dal 10 aprile 2026 il sistema è pienamente operativo alle frontiere esterne e, secondo la Commissione, ha già registrato oltre 145 milioni di ingressi e uscite. È una trasformazione…
Nota alla decisione della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Firenze – Sezione di Livorno, 10 luglio 2026 Avv. Fabio Loscerbo Abstract La decisione adottata il 10 luglio 2026 dalla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Firenze – Sezione di Livorno offre un rilevante contributo alla ricostruzione della protezione…
Il Ministero dell’Interno spagnolo ha comunicato che, dopo la massiccia entrata a Ceuta di fine luglio, sono stati finora identificati 2.500 minori. Nelle stesse ore il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha chiesto alla Spagna un accordo per il ritorno dei migranti sopravvissuti e ha collegato anche la presa in carico dei corpi delle…
Nella notte tra il 22 e il 23 agosto si sono verificati gravi scontri nella struttura chiusa per migranti di Sintiki, nell’area di Serres, nel nord della Grecia. Secondo le ricostruzioni della stampa greca, un gruppo di persone ha abbattuto parte di una recinzione interna e lanciato pietre e altri oggetti contro la polizia. Sono…
L’Irlanda sta valutando un ulteriore irrigidimento delle regole per l’accesso alla cittadinanza. Secondo quanto riportato oggi dalla stampa irlandese, tra le ipotesi allo studio figurano la conoscenza della lingua inglese, una verifica più rigorosa della buona condotta, l’autosufficienza economica e un periodo di residenza che potrebbe arrivare fino a otto anni, rispetto ai cinque generalmente…
Un giudice federale di New York ha annullato la politica con cui il Dipartimento di Stato statunitense aveva sospeso il rilascio dei visti di immigrazione ai cittadini di 75 Paesi. La decisione, pronunciata il 21 agosto 2026 dalla giudice Jeannette A. Vargas del Southern District of New York e resa pubblica nelle ultime ore, ha…
Le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Europa deve difendere i propri confini “con umanità ma anche con intransigenza”, riassumono due principi che ogni Stato di diritto è chiamato a perseguire. Da un lato, il rispetto della dignità della persona e degli obblighi internazionali; dall’altro, l’effettività delle regole che disciplinano l’ingresso e il soggiorno degli stranieri.
Si tratta di un equilibrio necessario. Una politica migratoria credibile non può rinunciare né all’umanità né all’applicazione rigorosa delle norme. Tuttavia, il dibattito europeo continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla fase dell’ingresso, mentre dedica un’attenzione molto più limitata a ciò che accade dopo.
È proprio in questo momento che inizia la parte più difficile della politica migratoria.
Una volta che una persona è legittimamente presente nel territorio dell’Unione europea, la questione non riguarda più soltanto il controllo delle frontiere. Diventa essenziale comprendere se il percorso di permanenza stia conducendo a una reale integrazione nella società ospitante.
L’Europa dispone oggi di strumenti sempre più sofisticati per controllare chi entra, identificare le persone, registrare le domande di protezione internazionale, verificare i movimenti attraverso le frontiere esterne e contrastare le organizzazioni criminali che gestiscono l’immigrazione irregolare. Si tratta di investimenti importanti, che rafforzano la capacità degli Stati membri di governare gli ingressi.
Manca però un pilastro altrettanto fondamentale: un sistema europeo capace di misurare l’integrazione.
L’integrazione continua a essere richiamata nei programmi politici e nei documenti istituzionali, ma raramente viene accompagnata da criteri oggettivi che consentano di verificarne l’effettiva realizzazione. In assenza di indicatori misurabili, il rischio è che il dibattito resti affidato alle percezioni, agli episodi di cronaca o alle contrapposizioni ideologiche.
Misurare l’integrazione significa invece valutare elementi concreti: la stabilità lavorativa, la regolarità fiscale e contributiva, la conoscenza della lingua del Paese ospitante, l’autonomia economica, la partecipazione ai percorsi formativi, il rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, la frequenza scolastica dei figli e il progressivo inserimento nella comunità.
Questi indicatori non servono a classificare le persone, ma a consentire alle istituzioni di verificare se le politiche pubbliche stiano producendo i risultati attesi. Un sistema che misura l’integrazione è un sistema che può correggere gli interventi inefficaci, rafforzare quelli che funzionano e prevenire situazioni di marginalità destinate, nel tempo, a trasformarsi in tensione sociale.
È in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La proposta non sostituisce il controllo delle frontiere né mette in discussione la necessità di contrastare l’immigrazione irregolare. Al contrario, aggiunge un elemento oggi assente: il governo della permanenza.
Difendere i confini è il primo compito dello Stato. Governare l’integrazione è il secondo.
Quando il percorso di integrazione è positivo e verificabile, la permanenza dello straniero si consolida progressivamente fino agli istituti più stabili previsti dall’ordinamento. Quando, invece, nonostante il tempo trascorso e le opportunità offerte, l’integrazione risulti oggettivamente fallimentare, l’ordinamento dovrebbe poter valutare, caso per caso e nel pieno rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea, percorsi individualizzati di ReImmigrazione.
Le parole della Presidente del Consiglio richiamano due valori fondamentali: umanità e intransigenza. Per completare davvero una politica migratoria europea serve però un terzo pilastro: la capacità di misurare l’integrazione. Solo così il governo dell’immigrazione potrà estendersi dall’ingresso alla permanenza, trasformando il controllo delle frontiere in una strategia complessiva di gestione del fenomeno migratorio.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Il dibattito australiano sull’immigrazione ha offerto oggi un caso particolarmente significativo. David Farley, deputato di One Nation eletto in un’area rurale del Nuovo Galles del Sud, ha sostenuto che l’obiettivo del partito di ridurre la net overseas migration a 130.000 persone dovrebbe essere letto tenendo conto del fabbisogno di lavoratori qualificati, backpacker e lavoratori del…
The United States is rapidly expanding the scale of interior immigration enforcement. In July 2026, U.S. Immigration and Customs Enforcement arrested approximately 51,000 immigrants, according to figures the Department of Homeland Security provided to Stateline. That was up from roughly 43,000 arrests in June and represented the highest monthly total of President Donald Trump’s second…
Nella serata del 22 agosto Matteo Salvini ha dichiarato che l’Italia, nonostante l’entrata in applicazione delle nuove regole europee, non intende per il momento riprendere dalla Germania i migranti che hanno fatto ingresso nell’Unione attraverso il territorio italiano e si sono poi spostati verso nord. Il vicepresidente del Consiglio ha collegato questa posizione all’attività delle…
Eine Einladung, die YouTube-Live-Diskussion „Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe“ anzusehen.
Migration gehört zu den zentralen politischen Herausforderungen Europas. Kaum ein anderes Thema bestimmt öffentliche Debatten so stark wie Grenzkontrollen, Asylverfahren, Abschiebungen oder der Arbeitskräftemangel.
Doch trotz immer neuer Gesetze scheint das eigentliche Problem ungelöst zu bleiben.
Vielleicht liegt das daran, dass Europa seit Jahren die falsche Frage stellt.
Die politische Diskussion konzentriert sich fast ausschließlich darauf, wer einreisen darf und wer das Land verlassen muss. Viel zu selten wird hingegen gefragt, was nach der Einreise geschieht.
Wie lässt sich Integration tatsächlich messen?
Genau diese Frage steht im Mittelpunkt meiner YouTube-Live-Diskussion „Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe“.
Obwohl die Veranstaltung in Italien stattfand, richtet sich ihre Botschaft an ganz Europa – und insbesondere auch an Deutschland, wo der Begriff „Remigration“ inzwischen zu einem festen Bestandteil der politischen Debatte geworden ist.
Als Rechtsanwalt mit Schwerpunkt Migrationsrecht habe ich viele Jahre erlebt, wie Einreise, Aufenthalt, Asyl und Staatsangehörigkeit rechtlich geregelt werden.
Dabei ist mir eine grundlegende Schwäche unseres Systems aufgefallen.
Wir verfügen über immer detailliertere Vorschriften für die Einreise.
Wir verfügen über umfangreiche Verfahren für Aufenthaltstitel und Asyl.
Doch wir besitzen kaum Instrumente, um festzustellen, ob Integration tatsächlich gelungen ist.
Genau aus dieser Überlegung heraus habe ich das Paradigma „Integration oder ReImmigration“ entwickelt.
Der entscheidende Unterschied besteht darin, dass mein Ansatz nicht mit Rückführung beginnt, sondern mit Integration.
Jeder Mensch, der rechtmäßig in ein Land einreist, sollte die reale Möglichkeit erhalten, Teil der nationalen Gemeinschaft zu werden.
Sprache, Respekt vor der Verfassung, Teilnahme am gesellschaftlichen Leben, wirtschaftliche Eigenständigkeit und die Achtung der Rechtsordnung dürfen keine Nebenaspekte sein. Sie müssen zum eigentlichen Fundament einer langfristigen Aufenthaltspolitik werden.
Erst wenn dieser Integrationsprozess ernsthaft ermöglicht wurde, stellt sich die nächste Frage:
War die Integration erfolgreich?
Ist dies der Fall, wird der dauerhafte Aufenthalt legitimiert und gestärkt.
Scheitert die Integration trotz aller Möglichkeiten dauerhaft, kann die ReImmigration die rechtliche Folge eines individuell geprüften Verfahrens sein.
Gerade hierin unterscheidet sich mein Ansatz grundlegend von den politischen Vorstellungen einer pauschalen „Remigration“.
Es geht nicht um kollektive Maßnahmen.
Es geht nicht um ethnische oder nationale Kriterien.
Es geht um die individuelle Verantwortung jedes Einzelnen und um die Fähigkeit eines demokratischen Rechtsstaates, Integration objektiv zu fördern und zu bewerten.
Ich bin überzeugt, dass Deutschland heute wie kaum ein anderes europäisches Land vor genau dieser Herausforderung steht.
Die eigentliche Zukunftsfrage lautet nicht mehr ausschließlich:
„Wer darf kommen?“
Sondern vielmehr:
„Wie schaffen wir eine Integration, die messbar, überprüfbar und dauerhaft erfolgreich ist?“
Genau diese Fragen diskutiere ich ausführlich in meiner YouTube-Live-Diskussion.
Ich lade Juristen, Wissenschaftler, Politiker, Journalisten und alle am europäischen Migrationsrecht Interessierten herzlich ein, die vollständige Live-Diskussion auf YouTube anzusehen.
Auch wenn die Veranstaltung auf Italienisch geführt wurde, betreffen ihre Inhalte die Zukunft der gesamten Europäischen Union.
Vielleicht sollte Europa endlich aufhören, ausschließlich über Migration zu diskutieren.
Vielleicht ist es an der Zeit, endlich über Integration zu sprechen.
Sehen Sie sich die vollständige YouTube-Live-Diskussion an: „Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe“
Fabio Loscerbo Rechtsanwalt – Fachanwalt für Migrationsrecht Eingetragener Lobbyist im Transparenzregister der Europäischen Union (Nr. 280782895721-36) für Migration und Asyl ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
La politica migratoria europea sta entrando in una fase nella quale sicurezza delle frontiere, procedure più rapide e tutela dei diritti non possono più essere considerate questioni separate. L’applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo ha reso ancora più evidente questa trasformazione: l’Unione cerca di costruire un sistema capace di controllare gli ingressi,…
In the United States, immigration is once again being discussed primarily through the language of enforcement: who may enter, who must leave, what powers the executive branch may exercise, and where the limits imposed by Congress and the courts lie. A federal judge’s decision this week striking down the suspension of immigrant-visa processing for applicants…
Il Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) ha pubblicato oggi, 22 agosto, una nuova selezione per assumere diversi funzionari chiamati a decidere sulle domande di asilo nella sede di Lebach, inserita nella struttura AnkER del Saarland. Gli incarichi, a tempo pieno e della durata di 24 mesi, riguardano direttamente l’attività operativa nel settore dell’asilo e…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Per molti anni le politiche migratorie italiane hanno seguito una logica precisa: valutare l’immigrazione quasi esclusivamente in funzione delle esigenze del mercato del lavoro.
Ma è davvero sufficiente?
Nel corso della diretta ho sostenuto che questa impostazione, ormai consolidata, rappresenta uno dei principali limiti dell’attuale sistema.
Troppo spesso il cittadino straniero viene considerato soltanto come una forza lavoro: quante persone servono per l’agricoltura, quante per l’edilizia, quante per il turismo o per l’assistenza familiare.
È una visione che guarda all’immigrazione da un punto di vista esclusivamente economico.
Ma una persona non è soltanto un lavoratore.
Chi sceglie di vivere stabilmente in Italia entra a far parte di una comunità, con i suoi diritti ma anche con i suoi doveri. Per questo motivo il lavoro rappresenta certamente un elemento importante dell’integrazione, ma non può esserne l’unico parametro.
Occorre chiedersi anche altro.
Conosce la lingua italiana? Rispetta le regole della convivenza civile? Condivide i principi fondamentali della nostra Costituzione? Sta costruendo un reale percorso di inserimento nella società?
Sono queste le domande che, a mio avviso, dovrebbero guidare le future politiche migratorie.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa esigenza: superare una visione puramente economicista e mettere al centro la persona e la sua effettiva capacità di integrarsi.
Non basta occupare un posto di lavoro per potersi considerare integrati.
L’integrazione è un percorso molto più ampio, che riguarda la partecipazione alla vita della comunità nazionale.
Nel corso della diretta approfondisco questo cambio di prospettiva e spiego perché ritengo necessario ripensare l’intero sistema delle politiche migratorie.
Se vuoi approfondire il tema, ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”. Da questa conversazione nasce l’intera serie di articoli che sto dedicando al nuovo paradigma dell’immigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Dal 22 agosto 2026 la Polonia modifica le regole applicabili al lavoro di alcuni cittadini stranieri presenti in regime senza visto. Le nuove disposizioni puntano a collegare in modo più rigoroso la possibilità di lavorare alla regolarità del soggiorno e alla trasparenza del rapporto con il datore di lavoro. Le autorità polacche intendono così ridurre…
Il Regno Unito sta registrando una crescita dell’emigrazione dei propri giovani lavoratori qualificati. Secondo un’analisi pubblicata oggi dal Financial Times, dal 2022 le partenze dei giovani britannici hanno superato i rientri e circa tre persone su quattro tra coloro che lasciano il Paese hanno meno di 35 anni. A spingere verso l’estero sono soprattutto costo…
In Australia torna al centro del dibattito il funzionamento dei visti per partner e coniugi. Secondo quanto riportato oggi da SBS News, l’arretrato delle domande è in crescita e un nuovo sistema di priorità rischia di allungare ulteriormente l’attesa per alcuni cittadini australiani che chiedono di essere raggiunti dal proprio partner. La questione si inserisce…
Ogni volta che il tema dell’immigrazione torna al centro del confronto politico, il dibattito si concentra quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere, sul contrasto all’immigrazione irregolare, sui rimpatri e sulle misure di ordine pubblico. Sono aspetti essenziali, perché la sicurezza rappresenta uno dei doveri fondamentali dello Stato. Tuttavia, limitare la sicurezza alla sola gestione degli ingressi significa affrontare soltanto una parte del problema.
Una politica migratoria efficace non termina quando una persona attraversa la frontiera. Al contrario, è proprio da quel momento che inizia la fase più complessa: quella dell’integrazione.
Se uno straniero è legittimamente presente sul territorio nazionale, lavora, paga le imposte, contribuisce al sistema previdenziale, frequenta percorsi di formazione, conosce la lingua italiana e partecipa alla vita della comunità, l’integrazione non rappresenta soltanto un obiettivo sociale. Diventa anche uno strumento di prevenzione e, quindi, una politica di sicurezza.
La sicurezza non consiste esclusivamente nella repressione dei reati. Comprende anche la capacità dello Stato di ridurre le condizioni che favoriscono marginalità, esclusione sociale, lavoro irregolare e dipendenza economica. Una persona che riesce a inserirsi stabilmente nella società sviluppa un rapporto diverso con le istituzioni, con il mercato del lavoro e con la comunità nella quale vive.
Per questa ragione è riduttivo contrapporre sicurezza e integrazione come se fossero due modelli alternativi. In realtà, si tratta di due componenti della stessa politica pubblica. Il controllo delle frontiere tutela la sicurezza nella fase dell’ingresso; l’integrazione tutela la sicurezza durante la permanenza.
L’Unione europea ha investito risorse considerevoli per rafforzare il controllo delle frontiere esterne, migliorare l’identificazione delle persone e rendere più efficiente lo scambio di informazioni tra gli Stati membri. Si tratta di strumenti indispensabili. Manca però un investimento analogo nella costruzione di un sistema capace di misurare l’integrazione.
Ed è proprio questa la lacuna che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende colmare.
Misurare l’integrazione non significa formulare giudizi politici o culturali sulle persone. Significa adottare criteri oggettivi e verificabili per valutare il percorso di inserimento dello straniero: stabilità lavorativa, regolarità fiscale e contributiva, conoscenza della lingua italiana, autonomia economica, partecipazione ai percorsi formativi, frequenza scolastica dei figli, rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento e progressiva riduzione delle condizioni di marginalità sociale.
Questi indicatori consentono allo Stato di verificare non soltanto il comportamento del singolo, ma anche l’efficacia delle proprie politiche pubbliche. Se l’integrazione produce risultati positivi, la permanenza si consolida e la sicurezza collettiva ne trae beneficio. Se, invece, il percorso risulta oggettivamente fallimentare nonostante il tempo trascorso e le opportunità offerte, l’ordinamento deve poter intervenire con strumenti adeguati, sempre nel rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea.
La sicurezza e l’integrazione non sono quindi due obiettivi contrapposti. Sono due momenti della stessa strategia di governo dell’immigrazione. Il primo consiste nel controllare chi entra. Il secondo consiste nel verificare, con criteri trasparenti e misurabili, come si sviluppa il percorso di chi è autorizzato a rimanere.
Finché il dibattito continuerà a separare questi due aspetti, le politiche migratorie resteranno inevitabilmente incomplete. Una società è davvero più sicura non soltanto quando controlla le proprie frontiere, ma anche quando è capace di misurare e governare l’integrazione di chi vive stabilmente al suo interno.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Nei primi tre mesi del nuovo accordo tra Regno Unito e Francia, le unità francesi finanziate da Londra hanno impedito 185 tentativi di partenza attraverso la Manica, coinvolgendo circa 4.300 migranti. Secondo i dati diffusi il 21 agosto dal governo britannico, l’intervento comprende il blocco delle imbarcazioni prima della partenza, il sequestro di mezzi e…
Un giudice federale di New York ha annullato la misura con cui l’amministrazione Trump aveva sospeso il rilascio dei visti di immigrazione ai cittadini di 75 Paesi. Secondo la decisione, il Segretario di Stato aveva oltrepassato i poteri attribuitigli dalla legge federale: una preclusione generalizzata fondata sulla nazionalità non poteva sostituirsi alla valutazione prevista dal…
Il Governo britannico rivendica una significativa riduzione degli attraversamenti della Manica e attribuisce il risultato soprattutto al rafforzamento della cooperazione operativa con la Francia. Al di là della percentuale registrata nel singolo periodo, il dato interessante è il metodo utilizzato: più personale specializzato, intelligence, tecnologia, coordinamento tra le autorità dei due Paesi e intervento sulle…
Nota a Tribunale ordinario di Bologna, Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea, decreto 3 agosto 2026, R.G. n. 12455/2024 Avv. Fabio Loscerbo Abstract Il decreto pronunciato il 3 agosto 2026 dal Tribunale di Bologna offre un contributo significativo alla ricostruzione della protezione complementare fondata sul diritto…
Da oltre vent’anni il centrodestra italiano individua nel governo dell’immigrazione una delle proprie priorità politiche. Sarebbe ingeneroso, oltre che storicamente inesatto, sostenere che in questo lungo periodo non sia stato fatto nulla. Al contrario, proprio i governi di centrodestra hanno introdotto alcune delle più significative innovazioni della legislazione italiana sull’immigrazione: dalla legge Bossi-Fini ai pacchetti…
La decisione del Governo spagnolo di procedere a una regolarizzazione straordinaria di cittadini stranieri irregolarmente presenti sul proprio territorio non può essere liquidata come una questione di politica interna. In uno spazio europeo caratterizzato dall’assenza di controlli alle frontiere interne e fondato sul principio della fiducia reciproca tra gli Stati membri, una misura di questa portata è destinata a produrre effetti che travalicano inevitabilmente i confini nazionali. Madrid decide, ma le conseguenze sono destinate a interessare l’intera Unione europea.
Secondo i dati diffusi dal Governo spagnolo, le domande presentate nell’ambito della procedura di regolarizzazione hanno superato il milione, un numero largamente superiore alle previsioni iniziali. A tale dato si aggiunge la prospettiva di un significativo incremento dei ricongiungimenti familiari, che, secondo alcune stime riportate nel dibattito pubblico, potrebbe determinare un aumento considerevole della popolazione straniera regolarmente soggiornante. Al di là dell’esattezza delle proiezioni numeriche, è evidente che la questione non riguarda più soltanto la Spagna, ma investe direttamente il funzionamento della politica migratoria europea.
Sarebbe giuridicamente scorretto sostenere che una regolarizzazione sia, di per sé, vietata dal diritto dell’Unione. Gli Stati membri conservano infatti un margine di autonomia nella disciplina dei titoli di soggiorno e delle procedure di regolarizzazione. Tuttavia, tale autonomia non può essere letta come una competenza assoluta, svincolata dai principi fondamentali dei Trattati. L’immigrazione costituisce ormai un settore nel quale le competenze nazionali convivono con una politica comune europea, disciplinata dagli articoli 67, 79 e 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Proprio per questa ragione la questione non può essere affrontata esclusivamente sotto il profilo della legittimità interna della normativa spagnola. Occorre chiedersi se una regolarizzazione di dimensioni eccezionali, destinata a incidere indirettamente sull’intero spazio Schengen, sia compatibile con gli obblighi di leale cooperazione tra gli Stati membri e con gli obiettivi della politica comune dell’immigrazione.
L’articolo 4, paragrafo 3, del Trattato sull’Unione europea impone agli Stati membri di collaborare lealmente con l’Unione e con gli altri Stati nell’attuazione degli obiettivi comuni, astenendosi da comportamenti idonei a comprometterne il conseguimento. Non si tratta di una disposizione meramente programmatica. La Corte di giustizia ha più volte affermato che il principio di leale cooperazione costituisce uno dei cardini dell’ordinamento europeo e impone agli Stati non soltanto obblighi positivi di collaborazione, ma anche obblighi negativi di non interferenza rispetto agli interessi comuni dell’Unione.
È quindi legittimo domandarsi se uno Stato membro possa adottare unilateralmente una regolarizzazione di massa senza alcuna preventiva forma di coordinamento con la Commissione europea e con gli altri partner europei, pur essendo perfettamente consapevole che gli effetti della misura non resteranno confinati entro il proprio territorio nazionale.
La questione assume un rilievo ancora maggiore se si considera il funzionamento dello spazio Schengen. Un permesso di soggiorno rilasciato dalla Spagna non attribuisce automaticamente il diritto di stabilirsi in qualsiasi altro Stato membro. Sarebbe inesatto sostenere il contrario. Tuttavia, il rilascio del titolo determina comunque l’ingresso del beneficiario nella categoria dei cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti nell’Unione europea, consentendo la circolazione nei limiti previsti dal diritto europeo e costituendo il primo passo verso forme di soggiorno sempre più stabili, compreso il possibile conseguimento dello status di soggiornante di lungo periodo.
In altre parole, la regolarizzazione produce inevitabilmente effetti che non possono essere considerati esclusivamente spagnoli. Essa modifica progressivamente la composizione della popolazione regolarmente residente nell’Unione e può incidere, nel medio e lungo periodo, sui sistemi di welfare, sul mercato del lavoro, sulle politiche di sicurezza, sulla mobilità intraeuropea e, più in generale, sulla tenuta dell’intero sistema Schengen.
Ed è proprio qui che emerge la principale criticità della scelta compiuta dal Governo Sánchez.
La procedura di regolarizzazione appare infatti costruita essenzialmente sulla presenza pregressa nel territorio spagnolo e sull’assenza di condizioni ostative di carattere penale o di sicurezza. Manca, invece, un autentico percorso di integrazione quale presupposto per il consolidamento del diritto al soggiorno.
La regolarizzazione documentale non coincide con l’integrazione sociale.
Un cittadino straniero può essere perfettamente regolare dal punto di vista amministrativo senza conoscere la lingua del Paese ospitante, senza aver acquisito un’effettiva autonomia lavorativa, senza aver sviluppato un reale inserimento sociale e senza aver maturato quella conoscenza dei valori fondamentali dell’ordinamento democratico che costituisce il presupposto di una convivenza stabile.
L’integrazione non dovrebbe essere considerata una conseguenza eventuale della regolarizzazione. Dovrebbe rappresentarne una condizione essenziale.
Un sistema realmente orientato alla stabilità sociale avrebbe potuto prevedere un primo titolo temporaneo subordinato alla frequenza obbligatoria di corsi linguistici e civici, alla dimostrazione dell’effettivo inserimento lavorativo, alla disponibilità di un alloggio adeguato, al rispetto degli obblighi scolastici dei figli minori e alla verifica periodica dei progressi raggiunti. Solo all’esito positivo di tale percorso avrebbe dovuto consolidarsi il diritto a un soggiorno stabile e, successivamente, l’accesso agli ulteriori istituti previsti dall’ordinamento, compreso il ricongiungimento familiare.
La scelta spagnola sembra invece seguire una logica inversa: prima la regolarizzazione, poi – eventualmente – l’integrazione.
È un’impostazione che rischia di confondere due concetti profondamente diversi.
Regolarizzare significa attribuire uno status giuridico.
Integrare significa costruire una relazione stabile tra individuo, comunità e ordinamento.
Le due dimensioni non coincidono e non possono essere considerate automaticamente sovrapponibili.
Questa riflessione conduce inevitabilmente a un ulteriore interrogativo.
L’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che la politica dell’Unione in materia di immigrazione deve essere governata dal principio della solidarietà e dell’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri.
Normalmente tale principio viene invocato dagli Stati di primo ingresso per ottenere una maggiore condivisione degli oneri migratori.
Ma la solidarietà non può funzionare in una sola direzione.
Non può significare che uno Stato decida autonomamente di ampliare in misura straordinaria la platea dei cittadini stranieri regolarmente soggiornanti e, successivamente, ritenga che le eventuali conseguenze della propria scelta debbano essere assorbite dall’intero sistema europeo.
Solidarietà significa anche responsabilità.
Responsabilità significa valutare preventivamente l’impatto delle proprie decisioni sugli altri Stati membri.
Ed è proprio questa valutazione che sembra essere mancata.
Naturalmente, allo stato attuale, non esistono elementi sufficienti per affermare che la Spagna abbia certamente violato il diritto dell’Unione europea. Una simile conclusione richiederebbe un’istruttoria approfondita da parte della Commissione europea e, se del caso, il successivo controllo della Corte di giustizia.
Ma proprio qui si colloca il punto centrale della questione.
La Commissione europea non dovrebbe limitarsi a osservare.
Dovrebbe aprire una verifica formale sulla compatibilità della regolarizzazione spagnola con il principio di leale cooperazione, con gli obiettivi della politica comune dell’immigrazione, con il principio di solidarietà tra gli Stati membri e con il corretto funzionamento dello spazio Schengen.
Non si tratterebbe di anticipare un giudizio di illegittimità.
Si tratterebbe semplicemente di esercitare il ruolo che i Trattati attribuiscono alla Commissione quale custode del diritto dell’Unione.
Se da tale verifica dovessero emergere violazioni degli obblighi derivanti dai Trattati o dal diritto derivato dell’Unione, la Commissione avrebbe il dovere di attivare la procedura prevista dall’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Diversamente, si consoliderebbe un precedente destinato ad avere conseguenze ben oltre il caso spagnolo.
Ogni Stato membro potrebbe decidere autonomamente regolarizzazioni di massa, confidando sul fatto che gli effetti prodotti sul resto dell’Unione non siano mai oggetto di un reale controllo europeo.
Una simile prospettiva rischierebbe di trasformare la politica comune dell’immigrazione in una semplice somma di decisioni nazionali, svuotando progressivamente di significato gli stessi principi di solidarietà, leale cooperazione e fiducia reciproca che costituiscono il fondamento dell’Unione europea.
Per questo motivo il problema non riguarda soltanto la Spagna.
Riguarda il futuro della governance europea dell’immigrazione.
E la domanda che oggi la Commissione europea non può più evitare è una sola:
la regolarizzazione di massa decisa dalla Spagna è pienamente compatibile con il diritto dell’Unione oppure è giunto il momento di valutarne formalmente la conformità attraverso una procedura d’infrazione?
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
La Spagna ha scelto di procedere con una regolarizzazione straordinaria di dimensioni senza precedenti, trasformando una decisione formalmente nazionale in un problema politico destinato a riguardare l’intera Unione europea.
I numeri impongono di abbandonare ogni prudenza retorica. Il Governo spagnolo aveva inizialmente stimato circa 500.000 potenziali beneficiari. Alla chiusura del termine risultano invece presentate 1.174.978 domande, più del doppio rispetto alle previsioni iniziali. Il Governo di Madrid ha subordinato la procedura essenzialmente alla presenza in Spagna prima del 1° gennaio 2026, alla permanenza continuativa per almeno cinque mesi e all’assenza di precedenti penali o di minacce per l’ordine e la sicurezza pubblica.
A questo dato già enorme si aggiunge l’effetto potenziale dei successivi ricongiungimenti familiari. Secondo le fonti della dirigenza dell’immigrazione richiamate dal Sindacato Professionale di Polizia, il numero complessivo degli stranieri regolarizzati potrebbe arrivare fino a tre milioni di persone. Non si tratta, dunque, di un risultato già definitivamente accertato, ma di una proiezione che evidenzia la portata moltiplicatrice dell’operazione decisa dal Governo Sánchez.
Il punto politico non è negare il valore dell’unità familiare. Il ricongiungimento costituisce un istituto riconosciuto dal diritto dell’Unione europea e dagli ordinamenti nazionali. La questione è un’altra: può uno Stato membro regolarizzare in pochi mesi oltre un milione di persone, aprendo potenzialmente la strada a una platea molto più ampia di familiari, senza subordinare il consolidamento del soggiorno a un autentico e verificabile percorso di integrazione?
La risposta, sul piano politico, dovrebbe essere negativa.
Regolarizzare non significa integrare
La Spagna sembra confondere la regolarità documentale con l’integrazione sostanziale. Ottenere un permesso di soggiorno significa uscire dall’irregolarità amministrativa; non significa automaticamente conoscere la lingua, condividere le regole fondamentali della società ospitante, disporre di un’occupazione stabile, avere un’abitazione adeguata o essere realmente inseriti nel tessuto civile e produttivo del Paese.
La procedura straordinaria richiede condizioni minime di permanenza e controlli relativi alla sicurezza, ma non risulta costruita attorno a un vero patto di integrazione. Non viene posto al centro un percorso progressivo, misurabile e obbligatorio fondato sulla conoscenza linguistica, sull’autonomia economica, sull’educazione civica, sulla frequenza scolastica dei minori e sul rispetto concreto dei principi dell’ordinamento europeo.
Questa omissione non è marginale. È il cuore del problema.
La regolarizzazione di massa, quando non è accompagnata da una capacità altrettanto straordinaria di assorbimento sociale, abitativo, scolastico e lavorativo, rischia di limitarsi a trasformare un’irregolarità amministrativa in una regolarità meramente formale. Il documento viene rilasciato; l’integrazione, invece, viene rinviata a un futuro incerto.
Gli stessi responsabili dell’immigrazione richiamati dalla stampa spagnola hanno segnalato il rischio di frodi nei ricongiungimenti, di pressione sui servizi pubblici e di un rapporto squilibrato tra il numero delle persone interessate, i tempi della procedura e la concreta capacità di assorbimento dello Stato.
Madrid decide, ma le conseguenze riguardano l’Europa
È vero che un permesso di soggiorno rilasciato dalla Spagna non attribuisce automaticamente il diritto di stabilirsi o lavorare liberamente in qualsiasi altro Stato membro. Sarebbe giuridicamente scorretto sostenere il contrario.
Tuttavia, è altrettanto vero che la Spagna appartiene allo spazio Schengen e che i cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti possono circolare per brevi periodi all’interno dell’area alle condizioni previste dalla disciplina europea. Dopo cinque anni di soggiorno legale e continuativo, inoltre, può maturare l’accesso allo status di soggiornante di lungo periodo, subordinatamente ai requisiti economici, assicurativi e agli eventuali criteri di integrazione previsti. Tale status apre forme più ampie di mobilità verso gli altri Stati membri.
Il problema, pertanto, non consiste in un trasferimento automatico e immediato di milioni di persone dalla Spagna agli altri Paesi europei. Il problema è più profondo: una regolarizzazione di queste dimensioni modifica progressivamente la composizione della popolazione legalmente residente nell’Unione, amplia nel tempo i diritti alla mobilità e produce inevitabili effetti sulle politiche comuni in materia di sicurezza, lavoro, welfare, cittadinanza e ricongiungimento familiare.
Schengen si fonda sulla fiducia reciproca. Ogni Stato rinuncia ai controlli sistematici alle frontiere interne perché presume che gli altri Stati membri esercitino responsabilmente il controllo degli ingressi, dei soggiorni e delle successive stabilizzazioni.
Quando uno Stato procede a una regolarizzazione di massa, gli effetti politici della decisione non possono essere considerati esclusivamente nazionali. La Spagna esercita la propria competenza, ma utilizza un sistema europeo fondato sulla condivisione delle conseguenze.
Madrid decide. Schengen assorbe.
Il ricongiungimento familiare non può diventare un moltiplicatore incontrollato
La normativa spagnola impone al richiedente il ricongiungimento di dimostrare la disponibilità di risorse economiche: per un nucleo di due persone è richiesto un reddito mensile pari al 150% dell’IPREM, con un incremento del 50% per ogni ulteriore familiare. È un requisito reale, che deve essere correttamente ricordato.
Ma il reddito non coincide con l’integrazione.
La disponibilità di risorse economiche non garantisce la conoscenza della lingua, l’adesione alle regole della convivenza, la partecipazione civica, l’effettiva autonomia del familiare ricongiunto o la capacità del territorio di fornire alloggi, scuole e servizi sanitari.
Il diritto dell’Unione consente agli Stati membri di richiedere ai cittadini di Paesi terzi il rispetto di misure di integrazione nell’ambito del ricongiungimento familiare. La disciplina europea, dunque, non impedisce di costruire un sistema più rigoroso. Consente, al contrario, di subordinare il percorso a condizioni proporzionate e individualizzate, purché non rendano impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio del diritto all’unità familiare.
La scelta della Spagna appare invece orientata a privilegiare il numero delle regolarizzazioni rispetto alla qualità dell’integrazione.
La regolarizzazione avrebbe dovuto essere condizionata
Una politica responsabile avrebbe dovuto prevedere una procedura graduale.
Il primo titolo avrebbe potuto essere temporaneo, accompagnato dall’obbligo di partecipare a corsi linguistici e civici, dalla verifica dell’effettiva attività lavorativa, dal controllo dell’adeguatezza abitativa e dal rispetto degli obblighi scolastici relativi ai figli minori.
Il rinnovo avrebbe dovuto dipendere dalla dimostrazione di progressi concreti. Il successivo ricongiungimento familiare avrebbe dovuto essere autorizzato soltanto dopo la verifica della capacità economica e sociale del richiedente di accogliere stabilmente i familiari, senza trasferire integralmente i costi dell’operazione sui servizi pubblici.
In presenza di frodi documentali, rapporti familiari simulati, gravi condotte antisociali o rifiuto ingiustificato dei percorsi di integrazione, l’ordinamento avrebbe dovuto prevedere conseguenze amministrative chiare, proporzionate e rispettose delle garanzie individuali.
Non sarebbe stata una negazione dei diritti. Sarebbe stata una politica migratoria seria.
L’Unione europea non può continuare a tacere
L’Europa non può pretendere di costruire una politica comune dell’immigrazione lasciando contemporaneamente che ogni Stato membro decida unilateralmente regolarizzazioni di massa potenzialmente destinate a produrre conseguenze sull’intero spazio europeo.
Occorre un meccanismo europeo di consultazione preventiva per le sanatorie superiori a determinate soglie. Occorre una valutazione dell’impatto sui sistemi sociali e sulla mobilità interna. Occorrono standard minimi comuni di integrazione per il mantenimento e il consolidamento del soggiorno.
Soprattutto, occorre riaffermare un principio ormai sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico: il soggiorno regolare non può essere soltanto un diritto riconosciuto dallo Stato, ma deve implicare anche un dovere verificabile di integrazione da parte dello straniero.
La Spagna ha scelto la strada più semplice: regolarizzare oggi e rinviare a domani il problema dell’integrazione.
Ma l’integrazione rinviata non scompare. Si trasforma in segregazione abitativa, marginalità lavorativa, pressione sui servizi, conflitto culturale e sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.
La tenuta di Schengen non dipende soltanto dalla sorveglianza delle frontiere esterne. Dipende dalla responsabilità con cui ciascuno Stato membro decide chi può restare, a quali condizioni e attraverso quale percorso di integrazione.
Con questa regolarizzazione, la Spagna non sta semplicemente amministrando la propria immigrazione. Sta assumendo una decisione le cui conseguenze potranno essere progressivamente condivise con tutti gli altri Paesi europei.
Ed è proprio questo il punto che Bruxelles non può più ignorare.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
L’ennesimo grave episodio di violenza verificatosi a Milano, con una giovane donna sfregiata da un cittadino straniero irregolare, ha inevitabilmente riacceso il dibattito sull’immigrazione, sulla sicurezza e sulle espulsioni.
Come spesso accade, però, il confronto pubblico si è immediatamente polarizzato. Da una parte chi attribuisce ogni responsabilità all’immigrazione; dall’altra chi invita a non generalizzare e a non utilizzare un singolo fatto di cronaca per formulare giudizi complessivi.
Entrambe le posizioni contengono una parte di verità.
Ma forse entrambe rischiano di lasciare senza risposta una domanda ancora più importante.
Esiste un rapporto tra alcuni percorsi migratori e situazioni di grave disagio psichico?
Non sto affermando che nel caso di Milano l’autore fosse affetto da una patologia psichiatrica. Sarebbe un’affermazione arbitraria, che spetta esclusivamente agli accertamenti giudiziari e medico-legali.
Sto sostenendo qualcosa di diverso.
Di fronte al ripetersi di episodi caratterizzati da violenza estrema, apparentemente sproporzionata o priva di un movente razionale immediatamente comprensibile, è legittimo chiedersi se il nostro sistema conosca davvero il fenomeno o se, invece, esista un’area ancora poco studiata.
La letteratura scientifica internazionale dimostra che rifugiati e migranti possono presentare una maggiore incidenza di alcuni disturbi della salute mentale, soprattutto quando abbiano vissuto guerre, persecuzioni, torture, violenze, viaggi traumatici o condizioni di estrema marginalità.
Sappiamo anche che l’isolamento sociale, l’incertezza sul proprio status giuridico, la precarietà economica e l’assenza di una reale integrazione possono aggravare situazioni di fragilità già esistenti.
Quello che, invece, sembra mancare è uno studio sistematico su un’altra domanda.
Quanti autori di gravi reati violenti commessi da cittadini stranieri presentavano, prima del fatto, condizioni di grave disagio psichico?
Quanti avevano già manifestato segnali di instabilità?
Quanti erano conosciuti dai servizi sanitari?
Quanti vivevano completamente ai margini della società?
Quanti avevano rinunciato a qualsiasi percorso di regolarizzazione e di integrazione?
Sono domande che, almeno nel dibattito pubblico italiano, sembrano ricevere poca attenzione.
Eppure proprio da queste risposte potrebbero dipendere future politiche di prevenzione.
Continuare a discutere soltanto di espulsioni o di controlli alle frontiere rischia infatti di affrontare il problema quando è ormai esploso.
Forse dovremmo iniziare a chiederci se il nostro ordinamento sia realmente in grado di intercettare situazioni di grave vulnerabilità, marginalità o disagio psichico prima che si trasformino in tragedie.
Questa riflessione si collega direttamente al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il controllo dell’integrazione non dovrebbe limitarsi alla verifica del lavoro o della regolarità del soggiorno.
Dovrebbe comprendere anche la capacità dello Stato di individuare tempestivamente situazioni di forte esclusione sociale, di grave fragilità personale e di potenziale pericolosità, attivando gli strumenti sanitari, sociali e amministrativi previsti dall’ordinamento.
Naturalmente ciò non significa attribuire ai migranti una particolare predisposizione alla malattia mentale o alla violenza.
Sarebbe una conclusione tanto ingiusta quanto scientificamente infondata.
Significa, invece, domandarsi se una parte del fenomeno migratorio presenti caratteristiche che meritano di essere conosciute meglio, senza pregiudizi ideologici ma anche senza timore di affrontare temi scomodi.
Le politiche pubbliche migliori nascono sempre dalla conoscenza.
Per questo motivo ritengo che sia arrivato il momento di promuovere uno studio interdisciplinare sul possibile rapporto tra percorsi migratori, disagio psichico, marginalità sociale e sicurezza pubblica.
Non per alimentare paure.
Ma per comprendere un fenomeno che, se esiste, non può essere ignorato.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del nuovo disegno di legge dedicato al contrasto del fenomeno dei cosiddetti “maranza” rappresenta un ulteriore tassello nella strategia governativa in materia di sicurezza urbana. Dalle informazioni finora disponibili emerge la volontà di rafforzare gli strumenti di intervento immediato delle forze dell’ordine, con particolare attenzione ai gruppi giovanili responsabili di episodi di violenza, aggressioni e turbative dell’ordine pubblico.
Si tratta di un’impostazione che privilegia la risposta repressiva. È una scelta politica legittima e comprensibile, soprattutto alla luce della crescente percezione di insicurezza registrata in molte città italiane. Tuttavia, proprio perché si interviene su un fenomeno complesso, occorre domandarsi se il rafforzamento degli strumenti di fermo sia realmente sufficiente.
Il fermo costituisce uno strumento processuale destinato a fronteggiare situazioni di particolare urgenza. Per sua natura, però, produce effetti limitati nel tempo. Una volta cessata la misura, il problema rischia di ripresentarsi se l’ordinamento non prevede conseguenze ulteriori capaci di incidere sulle cause e sulla reiterazione delle condotte.
Il punto centrale, quindi, non è stabilire se il fermo debba essere ampliato oppure no. Il vero interrogativo riguarda ciò che accade successivamente. Quali effetti produce la commissione reiterata di determinati reati sul percorso di integrazione? Quali conseguenze amministrative derivano da comportamenti incompatibili con il rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile? Quali strumenti vengono predisposti per evitare che gli stessi soggetti ritornino, dopo breve tempo, a porre in essere le medesime condotte?
Una politica della sicurezza realmente efficace dovrebbe coordinare gli strumenti del diritto penale con quelli del diritto amministrativo e delle politiche migratorie, evitando che ogni settore operi in modo isolato. La repressione rappresenta soltanto uno degli elementi di un sistema che dovrebbe comprendere anche misure di prevenzione, responsabilizzazione e, nei casi previsti dall’ordinamento, conseguenze amministrative proporzionate e rispettose delle garanzie costituzionali e del diritto dell’Unione europea.
Il dibattito parlamentare rappresenta l’occasione per affrontare questo nodo. Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri non conclude il percorso legislativo, ma ne costituisce soltanto l’inizio. È proprio nella fase parlamentare che possono essere introdotte disposizioni capaci di rendere l’intervento normativo maggiormente organico e coerente con gli obiettivi dichiarati.
Se l’obiettivo è ridurre stabilmente il fenomeno delle baby gang e dei cosiddetti “maranza”, il legislatore dovrebbe interrogarsi non soltanto su come intervenire nell’immediatezza del fatto, ma anche su quali conseguenze strutturali prevedere affinché la risposta dello Stato non si esaurisca nell’arco di poche ore o pochi giorni.
La sicurezza non si costruisce esclusivamente attraverso strumenti repressivi. Si consolida quando l’ordinamento riesce a creare un sistema nel quale ogni grave violazione delle regole comporti conseguenze certe, proporzionate e coerenti con l’interesse pubblico, rafforzando al tempo stesso la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428
Une invitation à regarder la conférence YouTube : « Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe »
L’immigration est devenue l’un des sujets les plus débattus en Europe. Chaque crise migratoire, chaque fait divers, chaque campagne électorale relance les mêmes discussions : contrôle des frontières, expulsions, droit d’asile, citoyenneté ou manque de main-d’œuvre.
Mais une question essentielle reste largement absente du débat public.
Et si le véritable enjeu n’était plus l’entrée des migrants, mais leur intégration ?
C’est précisément cette réflexion que je développe dans ma récente conférence diffusée sur YouTube, « Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe ».
Bien que cette intervention ait été réalisée en Italie, elle s’adresse à tous ceux qui s’intéressent à l’avenir des politiques migratoires européennes.
En tant qu’avocat spécialisé en droit de l’immigration, j’observe depuis de nombreuses années une contradiction qui traverse l’ensemble des législations européennes.
Nos États disposent de règles très précises pour décider qui peut entrer sur leur territoire.
Ils disposent également de procédures détaillées concernant les titres de séjour, l’asile, le regroupement familial ou l’acquisition de la nationalité.
En revanche, ils ne disposent pratiquement d’aucun véritable système permettant de mesurer objectivement l’intégration d’une personne au fil du temps.
Or, c’est précisément cette intégration qui conditionne la réussite ou l’échec d’une politique migratoire.
Nous avons longtemps considéré que le simple écoulement du temps suffisait à intégrer les personnes.
L’expérience montre pourtant que ce n’est pas toujours le cas.
Le travail est indispensable, mais il ne garantit pas à lui seul l’intégration.
La résidence durable n’implique pas automatiquement un sentiment d’appartenance.
Même la nationalité ne constitue pas, à elle seule, la preuve d’une intégration réelle.
C’est à partir de ce constat que j’ai développé le paradigme « Integration or ReImmigration ».
Cette approche ne commence pas par le retour forcé.
Elle commence par l’intégration.
L’État doit offrir à toute personne admise sur son territoire les moyens réels de s’intégrer : apprendre la langue, connaître les institutions, respecter les principes constitutionnels, participer à la vie de la communauté nationale et construire progressivement son autonomie.
Mais une fois cette possibilité offerte, une nouvelle question se pose.
Comment vérifier que cette intégration a réellement réussi ?
Si elle réussit, la présence de la personne trouve naturellement sa légitimité.
Si, malgré les moyens mis à disposition, elle échoue durablement, alors la ReImmigration devient la conséquence juridique d’une évaluation individuelle conduite dans le respect de l’État de droit.
Cette conception est très différente des propositions de « remigration » qui occupent aujourd’hui une partie du débat politique européen.
Mon objectif n’est pas de défendre des expulsions collectives.
Mon objectif est de proposer un cadre juridique où la permanence sur le territoire repose sur une intégration réellement démontrée.
Je suis convaincu que cette réflexion dépasse largement le cas italien.
La France, comme l’ensemble des démocraties européennes, est confrontée aux mêmes interrogations.
Comment préserver la cohésion nationale ?
Comment concilier immigration, sécurité, libertés individuelles et État de droit ?
Comment transformer l’intégration en un véritable objectif juridique plutôt qu’en une simple déclaration d’intention ?
Ces questions sont au cœur de la conférence.
J’invite les juristes, les universitaires, les responsables politiques, les journalistes et tous ceux qui s’intéressent à l’avenir de l’Europe à regarder cette intervention sur YouTube.
Même si la conférence est en italien, les idées qu’elle développe concernent l’ensemble des démocraties européennes.
Le débat sur l’immigration ne devrait peut-être plus porter uniquement sur qui peut entrer.
Il devrait surtout porter sur ce que signifie réellement réussir son intégration.
Regardez la conférence complète sur YouTube : « Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe »
Fabio Loscerbo Avocat – Spécialiste du droit de l’immigration Lobbyiste inscrit au Registre de transparence de l’Union européenne (n° 280782895721-36) – Migration et Asile ORCID : https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Negli Stati Uniti la politica migratoria sta entrando in una fase nella quale il numero degli arresti è diventato uno degli indicatori principali attraverso i quali viene misurata l’efficacia dell’azione dello Stato. Nel luglio 2026 l’Immigration and Customs Enforcement, l’ICE, avrebbe effettuato circa 51.000 arresti di immigrati, raggiungendo il livello mensile più elevato dall’inizio della…
The British debate on asylum is usually dominated by numbers. How many people cross the Channel? How many are accommodated in hotels? How quickly are asylum claims decided? How many people can ultimately be removed? A less frequently discussed question may be equally important: Where should asylum seekers live while Britain decides whether they will…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Da oltre vent’anni il decreto flussi rappresenta il principale strumento con cui l’Italia regola l’ingresso dei lavoratori stranieri.
Ma funziona davvero?
Nel corso della diretta ho sostenuto che il problema non è soltanto il numero degli ingressi autorizzati, ma il modo stesso in cui il sistema è stato costruito.
Oggi il decreto flussi presuppone che sia un datore di lavoro italiano a richiedere un lavoratore che si trova all’estero. In teoria sembra un meccanismo razionale. Nella pratica, però, accade spesso qualcosa di molto diverso.
È davvero credibile che un piccolo imprenditore agricolo italiano conosca personalmente un lavoratore che vive in Pakistan, Bangladesh o Senegal e decida di assumerlo direttamente?
La realtà dimostra che, in molti casi, tra il datore di lavoro e il lavoratore si inseriscono intermediari, pratiche speculative e contratti che non sempre corrispondono a reali esigenze occupazionali.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Molte persone arrivano regolarmente in Italia, ma una volta entrate scoprono che quel lavoro promesso non esiste oppure dura pochissimo. Da quel momento inizia una lunga ricerca di strumenti giuridici che consentano di rimanere nel territorio nazionale.
Per questo motivo ritengo che il dibattito non debba limitarsi ad aumentare o diminuire le quote dei decreti flussi.
Occorre ripensare il modello.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare l’attenzione da una logica esclusivamente occupazionale ad una logica fondata sull’integrazione.
Il lavoro resta fondamentale, ma non può essere l’unico criterio sul quale costruire un’intera politica migratoria.
Nel corso della diretta spiego perché ritengo necessario superare l’attuale impostazione dei decreti flussi e costruire un sistema che metta al centro la capacità della persona di inserirsi realmente nella società italiana.
Se vuoi approfondire questo tema e conoscere l’intero ragionamento, ti invito a guardare la diretta completa su YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
La Francia ha scelto di ampliare in modo significativo la possibilità di trattenere amministrativamente gli stranieri considerati particolarmente pericolosi. La nuova disciplina consente, in determinate ipotesi, di arrivare fino a 210 giorni di rétention administrative, e il Conseil constitutionnel ne ha sostanzialmente convalidato l’impianto, pur delimitandone l’applicazione attraverso precise garanzie. La misura riguarda situazioni qualificate,…
Il Brandeburgo sta sperimentando un modello che merita attenzione anche in Italia. A Frankfurt (Oder) è nato il Chancencenter, un progetto rivolto anche a persone la cui domanda di asilo è stata respinta e che si trovano in una condizione di soggiorno precaria, ma per le quali il rimpatrio non è immediatamente possibile e può…
Da oltre vent’anni il centrodestra italiano individua nel controllo dell’immigrazione uno dei propri obiettivi politici principali. Sarebbe però sbagliato leggere questa storia come una semplice successione di promesse mancate o, peggio ancora, sostenere che i governi di destra non abbiano fatto nulla. Hanno fatto molto, hanno approvato norme importanti e hanno sperimentato strumenti diversi. Il…
Quasi 200 migranti sono arrivati in Grecia nelle ultime ore, molti dei quali partiti dalla Libia orientale. La crescita della rotta verso Creta dimostra una regola che l’Europa continua a sottovalutare: i flussi migratori non scompaiono quando aumenta il controllo, ma cercano percorsi alternativi. Per molti anni, quando si parlava di partenze dalla Libia, il…
Austria, Germania e Svizzera hanno riaperto i trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia, mentre anche altri Paesi europei si preparano a utilizzare le nuove regole. Il nuovo Patto europeo entra così nella sua fase più concreta e mostra una realtà spesso rimasta ai margini del dibattito italiano: la solidarietà europea non elimina la responsabilità dello…
Il dibattito sull’immigrazione viene quasi sempre costruito intorno ai numeri: quanti stranieri entrano, quanti richiedono asilo, quanti vengono accolti, quanti devono essere rimpatriati. Molto più raramente ci si domanda dove queste persone vengano collocate. Eppure la geografia dell’accoglienza può determinare, almeno quanto le risorse economiche investite, il successo o il fallimento di una politica di…
Abstract Il contributo esamina la protezione complementare come spazio giuridico nel quale può prendere forma un modello di governo dell’immigrazione alternativo sia alla permanenza indiscriminata sia all’automatismo espulsivo. A differenza della protezione internazionale, tradizionalmente incentrata sul rischio di persecuzione o di danno grave nel Paese di origine, la protezione complementare consente di attribuire rilievo anche…
Da oltre vent’anni il centrodestra italiano individua nel controllo dell’immigrazione uno dei propri obiettivi politici principali. Sarebbe però sbagliato leggere questa storia come una semplice successione di promesse mancate o, peggio ancora, sostenere che i governi di destra non abbiano fatto nulla. Hanno fatto molto, hanno approvato norme importanti e hanno sperimentato strumenti diversi. Il…
España e Italia están siguiendo en 2026 dos caminos distintos para responder a una misma realidad: sus economías necesitan trabajadores extranjeros, mientras una parte significativa de la población migrante que ya vive en Europa sigue encontrándose en situaciones administrativas precarias o irregulares. El contraste ha vuelto al debate después de que elDiario.es publicara el 9…
Abstract Il contributo analizza il ruolo dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nella costruzione di un modello europeo di permanenza responsabile dello straniero. La tutela della vita privata e familiare non attribuisce un diritto assoluto al soggiorno, ma impone alle autorità nazionali di verificare se l’allontanamento costituisca una misura proporzionata rispetto al percorso…
Da oltre vent’anni il centrodestra italiano individua nel controllo dell’immigrazione uno dei propri obiettivi politici principali. Sarebbe però sbagliato leggere questa storia come una semplice successione di promesse mancate o, peggio ancora, sostenere che i governi di destra non abbiano fatto nulla. Hanno fatto molto, hanno approvato norme importanti e hanno sperimentato strumenti diversi. Il…
Il confronto tra Italia e Spagna sulle politiche migratorie rischia di essere ridotto ancora una volta a una contrapposizione ideologica: da una parte il governo spagnolo, che ha scelto nel 2026 una vasta regolarizzazione degli stranieri già presenti sul territorio; dall’altra il governo italiano, che critica quella scelta ma continua contemporaneamente a programmare centinaia di…
Le proteste contro l’immigrazione irregolare registrate in Sudafrica non possono essere liquidate come un fenomeno locale o come una semplice esplosione di rabbia sociale. Le manifestazioni, gli scontri, le accuse rivolte agli stranieri di sottrarre lavoro, gravare sui servizi pubblici e alimentare insicurezza raccontano qualcosa di più profondo: quando uno Stato non governa l’immigrazione e non misura l’integrazione, il conflitto sociale prima o poi emerge in forma disordinata, emotiva e violenta.
Secondo le cronache, in varie città sudafricane le mobilitazioni hanno coinvolto gruppi organizzati contrari alla presenza di immigrati irregolari, con richieste di espulsione e con episodi di violenza, vandalismo e fuga di cittadini stranieri verso i Paesi d’origine. Anche il Presidente Cyril Ramaphosa ha riconosciuto che le preoccupazioni sull’immigrazione irregolare sono reali, pur ribadendo che la protesta non può mai trasformarsi in intimidazione, minaccia o violenza. È esattamente questo il punto politico e giuridico: quando le istituzioni non riescono a governare il fenomeno, lo spazio viene occupato dalla piazza, dalla paura e dalla radicalizzazione.
Il Sudafrica diventa così un monito anche per l’Europa. Non perché il contesto sudafricano possa essere trasferito meccanicamente nel nostro continente, ma perché mostra in modo plastico cosa accade quando immigrazione, lavoro, sicurezza, welfare e coesione sociale vengono lasciati senza una misurazione pubblica, trasparente e verificabile.
L’Europa discute molto di ingressi, frontiere, rimpatri, cittadinanza e protezione internazionale. Ha costruito sistemi sempre più sofisticati per identificare chi entra, controllare i movimenti, registrare le domande e rafforzare la cooperazione tra Stati membri. Tuttavia continua a mancare un pilastro essenziale: un sistema europeo di misurazione dell’integrazione.
L’integrazione viene invocata nei documenti politici, nei programmi amministrativi e nel linguaggio pubblico, ma resta spesso un concetto indeterminato. Si dice che bisogna integrare, ma raramente si stabilisce come verificare se l’integrazione sia effettivamente avvenuta. Questa è una lacuna grave, perché senza indicatori oggettivi la politica migratoria resta prigioniera di due opposte semplificazioni: da un lato l’idea che la sola permanenza sul territorio produca automaticamente integrazione; dall’altro l’idea che ogni difficoltà sociale sia imputabile alla presenza dello straniero.
Entrambe le letture sono insufficienti.
Misurare l’integrazione significa introdurre criteri oggettivi: inserimento lavorativo, regolarità fiscale e contributiva, conoscenza della lingua, rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, autonomia abitativa ed economica, frequenza scolastica dei figli, partecipazione ai percorsi formativi, assenza di marginalità cronica, rapporto con i servizi sociali e capacità di instaurare relazioni stabili con la comunità di riferimento.
Questi indicatori servono a proteggere tutti. Proteggono gli stranieri integrati, perché consentono di distinguere i percorsi positivi dalle situazioni problematiche. Proteggono i cittadini, perché rendono visibile l’efficacia o il fallimento delle politiche pubbliche. Proteggono lo Stato, perché gli permettono di intervenire prima che il disagio sociale diventi conflitto.
È in questa prospettiva che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non una scorciatoia ideologica, non una formula propagandistica, ma una proposta di governo ordinato del fenomeno migratorio: lo Stato deve offrire strumenti reali di integrazione, ma deve anche poter verificare periodicamente se quel percorso stia producendo risultati.
Quando l’integrazione è effettiva, la permanenza dello straniero deve consolidarsi progressivamente, fino agli istituti più stabili previsti dall’ordinamento. Quando invece l’integrazione risulti oggettivamente fallimentare, nonostante il tempo trascorso e le opportunità offerte, l’ordinamento deve poter valutare percorsi individualizzati di ReImmigrazione, nel rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea.
La lezione sudafricana è chiara: se lo Stato non misura l’integrazione, saranno la piazza, la cronaca e la paura a misurare il fallimento. L’Europa dovrebbe evitare di arrivare a quel punto. La politica migratoria del futuro non potrà limitarsi a decidere chi entra e chi resta. Dovrà anche verificare, con criteri seri e trasparenti, se la permanenza produce integrazione reale oppure tensione sociale destinata a esplodere.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha accreditato tre eventi formativi organizzati dallo Studio Legale Avv. Fabio Loscerbo, dedicati alle principali trasformazioni in corso nel diritto dell’immigrazione, dell’asilo e della protezione dei diritti fondamentali. Il ciclo formativo si svolgerà tra settembre e novembre 2026 e sarà articolato in tre incontri, ciascuno della durata di…
Da più di vent’anni la destra italiana considera il controllo dell’immigrazione uno dei temi centrali della propria proposta politica. Nel tempo sono cambiate le maggioranze, i leader e soprattutto le parole utilizzate per rappresentare l’obiettivo: Bossi-Fini, respingimenti, porti chiusi, blocco navale e, oggi, remigrazione. Ridurre questa storia a una successione di slogan sarebbe però sbagliato.…
L’immigration de travail est souvent présentée comme la forme la plus rationnelle et la plus maîtrisable de la politique migratoire. L’État identifie des secteurs en tension, autorise l’entrée de travailleurs étrangers, les entreprises recrutent et, par le travail, les nouveaux arrivants commencent un parcours d’intégration économique et sociale. Mais entre ce modèle théorique et la…
Across Europe, immigration has become one of the defining political issues of our time. Governments continue to debate border controls, asylum procedures, deportations and labor shortages. Every new crisis generates another proposal, another emergency measure and another political confrontation.
Yet one fundamental question is rarely asked.
What if the future of immigration policy depends less on controlling entry and more on measuring integration?
That is the central idea I discuss in my recent YouTube live conversation, “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe.”
The discussion was organized for an Italian audience, but the questions it raises are far from uniquely Italian. They concern every democratic country that is trying to reconcile immigration, constitutional values, public security and social cohesion.
As an immigration lawyer, I have spent years working within the Italian legal system. During that time, I became convinced that our legislation has developed a significant imbalance.
We have built increasingly sophisticated rules governing who may enter a country.
We have built detailed procedures regulating residence permits, asylum applications and citizenship.
But we have never developed an equally sophisticated legal framework for evaluating whether integration has actually taken place.
This observation led me to develop what I call the “Integration or ReImmigration” paradigm.
The proposal starts from a simple principle.
Immigration policy should not end once a person receives a residence permit.
It should continue through a transparent and measurable process of integration.
Language acquisition, respect for constitutional principles, participation in civic life, economic independence and compliance with the rule of law should become central elements of immigration policy—not secondary considerations.
Only after a genuine opportunity for integration has been offered should the legal system ask a second question:
Has the integration process actually succeeded?
If the answer is yes, permanent residence becomes stronger.
If the answer is no, after an individual assessment conducted under the rule of law, ReImmigration may become the legal consequence of a failed integration process.
This is fundamentally different from the concept of collective “remigration” that is increasingly discussed across Europe.
During the live discussion I explain why these two concepts should not be confused and why I believe Europe needs a completely new legal paradigm.
The conversation also explores several practical proposals, including periodic integration assessments, the reform of immigration administration, the role of integration agreements, citizenship, public welfare and the possibility of creating new institutions specifically dedicated to integration policy.
If you are interested in immigration law, public policy or the future of Western democracies, I invite you to watch the full discussion.
Even if the conversation was held in Italian, I believe the legal ideas behind it deserve an international audience. The questions we discuss are no longer European questions alone. They increasingly concern every democratic society facing the challenge of integrating newcomers while preserving constitutional order and social cohesion.
I hope the live discussion can contribute to opening that broader international conversation.
Watch the full YouTube live discussion: “Integration or ReImmigration? The Future of Italy and Europe”
Fabio Loscerbo Attorney at Law – Immigration Lawyer Registered Lobbyist in the European Union Transparency Register (No. 280782895721-36) for Migration and Asylum Policy ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Nel dibattito pubblico le parole vengono spesso usate per dividere prima ancora che per comprendere. “ReImmigrazione” rischia così di essere confusa con la remigrazione etnica o con un programma generalizzato di allontanamento degli stranieri. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce, invece, da un’impostazione diversa. Non conta l’origine della persona, ma il percorso compiuto. Non si…
Nota a Tribunale di Venezia, Sezione specializzata in materia di immigrazione, sentenza 31 luglio 2026, R.G. n. 23163/2024 Abstract La sentenza del Tribunale di Venezia del 31 luglio 2026 offre un’importante occasione per ricostruire la protezione complementare non soltanto come strumento di tutela individuale dello straniero, ma anche come possibile componente di una politica razionale…
Da oltre vent’anni il centrodestra italiano prova a dare una risposta al problema dell’immigrazione irregolare. Lo ha fatto con strumenti diversi, in stagioni politiche differenti e con formule comunicative che hanno segnato il dibattito pubblico: Bossi-Fini, respingimenti, porti chiusi, blocco navale e oggi remigrazione. Non sarebbe corretto ridurre questa storia a una successione di slogan.…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o Reimmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”
Quando si parla di immigrazione, il dibattito politico si concentra quasi sempre sugli sbarchi, sui decreti flussi e sui controlli alle frontiere.
Ma siamo sicuri che oggi sia ancora questo il vero problema?
Nel corso della diretta ho sostenuto una tesi che può apparire controcorrente: la questione principale non è più l’ingresso degli immigrati, ma l’integrazione di chi vive già stabilmente in Italia.
Molti dei più gravi episodi di cronaca degli ultimi anni, infatti, non riguardano persone appena arrivate nel nostro Paese. Riguardano spesso soggetti che vivono in Italia da molti anni, talvolta appartenenti alle cosiddette seconde generazioni o già titolari di un regolare titolo di soggiorno.
Questo significa che limitarsi a discutere di ingressi rischia di lasciare irrisolta la vera sfida.
Per decenni le politiche migratorie hanno misurato quasi esclusivamente quante persone entravano nel territorio nazionale. Molto meno, invece, ci si è interrogati su come verificarne l’effettiva integrazione.
È proprio qui che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’obiettivo non è aumentare o diminuire i flussi migratori, ma introdurre un principio semplice: la permanenza deve essere collegata alla capacità di integrarsi nella comunità che ospita.
Conoscenza della lingua italiana, rispetto delle leggi, partecipazione alla vita sociale, autonomia lavorativa e condivisione dei principi fondamentali dello Stato non dovrebbero essere elementi accessori, ma il cuore delle politiche migratorie.
Nel corso della diretta spiego perché ritengo che il futuro del diritto dell’immigrazione non dipenda soltanto dal controllo delle frontiere, ma soprattutto dalla capacità dello Stato di misurare l’integrazione di chi è già presente sul territorio.
Questo è soltanto uno dei temi affrontati durante la conversazione.
Se vuoi approfondire il ragionamento, ti invito a guardare la diretta completa su YouTube, dalla quale nasce questa serie di articoli dedicati al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
A Bologna trovare una casa in affitto è diventato difficile anche per chi lavora, possiede un reddito regolare e sarebbe perfettamente in grado di pagare il canone. Famiglie, studenti, giovani lavoratori, persone sole e nuclei stranieri competono per un patrimonio abitativo insufficiente, in una città nella quale la domanda cresce più rapidamente dell’offerta accessibile. L’amministrazione…
L’immigrazione economica viene generalmente presentata come la componente più razionale e governabile dei flussi migratori: lo Stato individua un bisogno di manodopera, autorizza l’ingresso di lavoratori stranieri, questi ultimi trovano un’occupazione e progressivamente entrano nel tessuto economico e sociale del Paese ospitante. Ma tra il modello teorico e ciò che concretamente accade può aprirsi uno…
Un progetto serio sull’integrazione non può concludersi con una dichiarazione di intenti. Deve produrre dati, rendere visibili i risultati e consentire alla comunità di verificare ciò che ha funzionato e ciò che, invece, non ha prodotto gli effetti attesi. Per questa ragione, il percorso avviato a Malalbergo dovrebbe concludersi ogni anno con la pubblicazione di…
Negli ultimi mesi il dibattito sull’immigrazione si è concentrato quasi esclusivamente sui rimpatri.
È una prospettiva comprensibile, ma rischia di affrontare soltanto l’ultima fase del fenomeno migratorio.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” parte da un presupposto diverso: la ReImmigrazione non deve essere il punto di partenza della politica migratoria, ma il suo punto di arrivo.
Prima viene l’ingresso regolare.
Poi il percorso di integrazione.
Successivamente la verifica periodica dell’integrazione.
Solo quando questo percorso fallisce in modo definitivo e lo Stato accerta che non esistono più i presupposti per la permanenza sul territorio nazionale, può trovare applicazione la ReImmigrazione.
Questa impostazione cambia completamente il modo di affrontare il fenomeno migratorio.
Non si parte dall’espulsione, ma dalla responsabilizzazione.
Non si presume che ogni straniero rappresenti un problema, ma si chiede a ciascuno di dimostrare concretamente la volontà di partecipare alla vita della comunità nazionale.
In questo modello anche il rimpatrio assume un significato diverso.
Non rappresenta una misura punitiva né una risposta emotiva ai fatti di cronaca, ma costituisce la naturale conseguenza del mancato rispetto delle condizioni che giustificano la permanenza in Italia.
È proprio questa la principale differenza tra il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” e gran parte delle proposte che oggi animano il dibattito pubblico.
La vera sfida non consiste nel discutere esclusivamente di come rimpatriare chi non ha diritto di restare, ma nel costruire un sistema capace di individuare, accompagnare e misurare il percorso di integrazione di chi sceglie di vivere stabilmente nel nostro Paese.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” approfondisco questo concetto, spiegando perché ritengo che la ReImmigrazione debba rappresentare l’ultimo passaggio di un percorso giuridico fondato sull’integrazione e non la prima risposta dello Stato al fenomeno migratorio.
Se desideri approfondire questa proposta e conoscere nel dettaglio il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Il cardinale Fabio Baggio, intervenendo sul tema della remigrazione, ha ricordato che ogni persona cerca una vita migliore e porta con sé un’aspirazione alla felicità. È un richiamo moralmente fondato: la dignità non dipende dalla cittadinanza, dal passaporto o dal luogo di nascita. Ma la ricerca della felicità non può trasformarsi automaticamente nel diritto di…
Il 16 agosto Il Resto del Carlino ha raccontato un nuovo grave episodio avvenuto alla stazione di Bologna Centrale. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano, un cittadino ghanese di trent’anni avrebbe aggredito, apparentemente senza motivo, una passeggera cinese che attendeva il proprio treno al binario 3, per poi scagliarsi contro gli agenti della Polizia ferroviaria intervenuti,…
Quando si parla di immigrazione, l’immaginario collettivo continua a richiamare gli sbarchi, le frontiere e i nuovi arrivi. Eppure una parte sempre più rilevante della popolazione straniera residente in Italia non è arrivata dall’estero: è nata nel nostro Paese.
Secondo i più recenti dati dell’ISTAT, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione italiana. Sebbene non esista un dato ufficiale che indichi quanti di questi residenti siano nati in Italia, gli indicatori disponibili mostrano con chiarezza che il fenomeno delle seconde generazioni è ormai una realtà strutturale.
I dati più recenti evidenziano infatti che oltre il 65% degli alunni con cittadinanza straniera frequenta la scuola italiana essendo nato in Italia, mentre tra i giovani con background migratorio di età compresa tra gli 11 e i 19 anni quasi sei su dieci sono nati nel nostro Paese. Inoltre, nel solo 2024, oltre 80.000 bambini sono nati da almeno un genitore straniero, rappresentando più di un quinto di tutte le nascite registrate in Italia.
Sono numeri che raccontano un cambiamento profondo.
Una parte crescente della popolazione straniera non ha vissuto direttamente l’esperienza migratoria. È cresciuta nelle nostre città, ha frequentato le scuole italiane, parla la lingua italiana e conosce esclusivamente il contesto sociale del nostro Paese. Questo impone una riflessione diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il dibattito degli ultimi decenni.
Per molto tempo l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sugli ingressi. Oggi, invece, emerge con sempre maggiore evidenza la necessità di interrogarsi sui percorsi di chi vive stabilmente in Italia e, soprattutto, di chi vi è nato.
Tuttavia sarebbe un errore ritenere che la nascita in Italia costituisca, di per sé, un indice automatico di integrazione.
L’integrazione non coincide con il luogo di nascita. È un processo che si sviluppa nel tempo e riguarda la conoscenza della lingua, il rispetto dell’ordinamento giuridico, l’inserimento scolastico e lavorativo, l’autonomia economica, la partecipazione alla vita della comunità e la condivisione dei principi fondamentali della convivenza civile.
Allo stesso modo, sarebbe altrettanto sbagliato presumere che chi è nato all’estero non possa raggiungere un livello di integrazione pieno ed effettivo.
È proprio questa la principale differenza tra una valutazione fondata sull’origine e una valutazione fondata sul percorso individuale.
Ed è qui che emerge il limite delle attuali politiche migratorie.
Lo Stato conosce quanti cittadini stranieri risiedono in Italia, quanti bambini nascono ogni anno da genitori stranieri, quanti frequentano le scuole italiane, quanti lavorano e quanti acquisiscono la cittadinanza italiana. Ma non dispone ancora di uno strumento capace di misurare in modo sistematico il livello di integrazione delle persone.
In altre parole, conosciamo la presenza, ma non conosciamo il percorso.
Le seconde generazioni rendono questa lacuna ancora più evidente. Se una quota crescente della popolazione straniera nasce e cresce in Italia, allora la domanda decisiva non è più dove sia nata quella persona, ma quale sia il suo effettivo livello di integrazione.
È su questo terreno che dovrebbero misurarsi le future politiche migratorie.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone proprio questo cambio di prospettiva. Non considera la nascita in Italia né la nascita all’estero come elementi sufficienti per valutare la permanenza. Ritiene invece che il criterio decisivo debba essere il percorso individuale di integrazione, misurato attraverso indicatori oggettivi, verificabili e uguali per tutti.
Le seconde generazioni dimostrano che il futuro dell’immigrazione non si giocherà soltanto alle frontiere. Si giocherà soprattutto nella capacità dello Stato di comprendere, accompagnare e valutare i percorsi di integrazione di chi vive stabilmente nel nostro Paese. Ed è proprio questa la statistica che oggi ancora manca.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a favore della proposta europea di rafforzare il regime sanzionatorio nei confronti dei trafficanti di esseri umani rappresentano un segnale politico importante. Colpire le organizzazioni criminali che traggono profitto dall’immigrazione irregolare costituisce un obiettivo condivisibile, non soltanto sotto il profilo della sicurezza, ma anche della tutela della dignità delle persone, troppo spesso trasformate in una merce da sfruttare lungo le rotte migratorie.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha progressivamente rafforzato gli strumenti destinati al controllo delle frontiere esterne, allo scambio di informazioni tra gli Stati membri e al contrasto delle reti criminali transnazionali. Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo si inserisce in questa strategia, cercando di rendere più efficace la gestione degli ingressi e di limitare l’attività delle organizzazioni che favoriscono l’immigrazione clandestina.
Si tratta di una direzione che merita di essere sostenuta. Tuttavia, una politica migratoria non può esaurirsi nella fase dell’ingresso.
Una volta contrastati i trafficanti e regolarizzati gli accessi consentiti dall’ordinamento, si apre una fase altrettanto importante: quella dell’integrazione. È proprio su questo terreno che il dibattito politico europeo continua a presentare una significativa lacuna.
L’Unione europea dispone oggi di sistemi sempre più sofisticati per sapere chi entra nel territorio europeo, quando vi accede e attraverso quale procedura. Molto meno sviluppati sono invece gli strumenti destinati a verificare se il percorso di integrazione delle persone che vivono stabilmente negli Stati membri stia realmente producendo i risultati attesi.
Eppure, l’integrazione può essere misurata. Non attraverso valutazioni ideologiche o discrezionali, ma mediante indicatori oggettivi: la stabilità lavorativa, la regolarità fiscale e contributiva, la conoscenza della lingua del Paese ospitante, il rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, la partecipazione ai percorsi formativi, l’autonomia economica, la frequenza scolastica dei figli, la riduzione delle situazioni di marginalità sociale e la capacità di instaurare relazioni stabili con la comunità di riferimento.
Misurare questi elementi significa valutare anche l’efficacia delle politiche pubbliche. Se lo Stato investe risorse nell’integrazione, deve poter verificare quali strumenti funzionano, quali necessitano di essere migliorati e quali, invece, non producono gli effetti sperati.
È in questa prospettiva che si inserisce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La proposta non si contrappone alle politiche di sicurezza né alle iniziative di contrasto ai trafficanti. Al contrario, ne rappresenta il naturale completamento.
Il governo dei flussi migratori non termina al momento dell’ingresso nel territorio nazionale. Inizia una fase diversa, nella quale lo Stato deve accompagnare e, allo stesso tempo, valutare il percorso di integrazione dello straniero attraverso criteri chiari, verificabili e uguali per tutti.
Quando tali indicatori dimostrano un’effettiva integrazione, il consolidamento della permanenza rappresenta l’esito naturale del percorso. Quando, invece, l’integrazione risulta oggettivamente assente nonostante il tempo trascorso e le opportunità offerte, l’ordinamento dovrebbe poter valutare, nel rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea, percorsi individualizzati di ReImmigrazione.
Il rafforzamento della lotta ai trafficanti costituisce dunque un tassello essenziale delle politiche migratorie europee. Ma il vero salto di qualità si realizzerà soltanto quando, accanto al controllo degli ingressi, l’Europa saprà dotarsi di una strategia condivisa per misurare l’integrazione. Perché governare l’immigrazione significa non solo decidere chi entra, ma anche verificare, con criteri oggettivi, come si sviluppa il percorso di chi è legittimamente chiamato a far parte della nostra società.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Scorrendo i social network è sempre più frequente imbattersi in una convinzione ormai divenuta quasi un luogo comune: l’insicurezza sarebbe la conseguenza di un’immigrazione incontrollata.
È una narrazione che intercetta un sentimento diffuso e che trae forza anche da fatti reali. L’immigrazione irregolare, gli ingressi clandestini e la difficoltà di eseguire molti provvedimenti di espulsione rappresentano problemi che nessuno può seriamente negare e che lo Stato ha il dovere di affrontare.
Tuttavia, proprio perché il tema è troppo importante per essere affrontato con slogan, credo sia necessario interrogarsi se il problema sia stato individuato correttamente.
A mio avviso, il vero problema non è l’immigrazione incontrollata.
Il vero problema è l’integrazione incontrollata.
Può sembrare una differenza soltanto terminologica. In realtà cambia completamente la prospettiva.
Quando si parla di immigrazione incontrollata si trasmette l’idea di uno Stato sostanzialmente assente, incapace di esercitare qualsiasi forma di controllo sul fenomeno migratorio.
Ma è davvero così?
L’immigrazione è probabilmente uno dei fenomeni più regolati e monitorati dell’intero ordinamento.
Esistono controlli consolari per il rilascio dei visti, controlli alle frontiere, identificazioni, fotosegnalamenti, banche dati nazionali ed europee, procedure amministrative, verifiche delle Questure, controlli di polizia, procedimenti davanti alle Commissioni territoriali, ricorsi giurisdizionali, trattenimenti nei CPR, espulsioni, rimpatri e un articolato sistema di cooperazione tra autorità italiane ed europee.
Si può discutere dell’efficacia di questi strumenti.
Si può sostenere che siano insufficienti.
Ma non si può affermare che l’immigrazione sia un fenomeno privo di controlli.
Il vero vuoto del sistema si manifesta dopo.
Una volta che una persona entra e soggiorna nel territorio nazionale, chi verifica realmente il suo percorso di integrazione?
Chi accerta periodicamente se abbia imparato la lingua italiana?
Chi verifica il suo inserimento lavorativo?
Chi misura il rispetto delle regole della convivenza civile?
Chi valuta l’effettiva adesione ai principi fondamentali della nostra Costituzione?
Chi controlla se il percorso di integrazione stia procedendo oppure sia completamente fallito?
La risposta, purtroppo, è semplice.
Questi controlli, nella forma sistematica e continuativa che caratterizza molti altri settori dell’azione amministrativa, oggi sostanzialmente non esistono.
Ed è proprio da questo vuoto che possono nascere marginalità, isolamento sociale, radicalizzazione, devianza e, nei casi più gravi, fenomeni di criminalità e di insicurezza.
Non è l’immigrazione, in quanto tale, a produrre automaticamente insicurezza.
Sarebbe una generalizzazione tanto ingiusta quanto incompatibile con i principi dello Stato di diritto.
L’insicurezza nasce quando lo Stato rinuncia a governare il percorso di integrazione e perde la capacità di distinguere chi sta diventando parte della comunità nazionale da chi, invece, rifiuta sistematicamente quel percorso.
Il sistema attuale commette un errore di fondo.
Dedica enormi energie al controllo dell’ingresso.
Dedica pochissime energie al controllo dell’integrazione.
Eppure è proprio l’integrazione a determinare, nel lungo periodo, la qualità della convivenza civile.
Da questa riflessione nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’idea è tanto semplice quanto innovativa.
Lo Stato dovrebbe dotarsi di strumenti giuridici capaci di verificare periodicamente il livello di integrazione raggiunto da ogni straniero attraverso criteri oggettivi, trasparenti e predeterminati: il rispetto delle leggi, l’inserimento lavorativo, la conoscenza della lingua italiana, l’adesione ai principi costituzionali, l’autonomia economica, la stabilità delle relazioni familiari e sociali, l’assenza di comportamenti incompatibili con la permanenza nella comunità nazionale.
Solo una valutazione individuale consente di distinguere chi ha costruito un autentico percorso di integrazione da chi lo ha deliberatamente rifiutato.
Ed è soltanto all’esito di questa valutazione che può eventualmente trovare applicazione la ReImmigrazione, non come misura collettiva o automatica, ma come conseguenza di un procedimento amministrativo fondato sul rispetto della Costituzione, del diritto dell’Unione europea e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere.
È una discussione legittima.
Ma è anche una discussione incompleta.
Il vero salto di qualità sarà possibile soltanto quando inizieremo a parlare del controllo dell’integrazione con la stessa attenzione con cui oggi discutiamo del controllo degli ingressi.
Perché la sicurezza non dipende soltanto da chi entra.
Dipende, soprattutto, da ciò che accade dopo.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
ho seguito con attenzione le Sue recenti dichiarazioni sul tema dell’immigrazione.
Condivido la premessa da cui prende le mosse la Sua riflessione: il sistema migratorio europeo e italiano mostra oggi limiti evidenti e non può essere affrontato con gli strumenti culturali e normativi elaborati trent’anni fa. Continuare a difendere l’esistente significa rinunciare ad affrontare un problema che riguarda la sicurezza, la coesione sociale e la stessa credibilità delle istituzioni.
È proprio perché condivido questa analisi che desidero sottoporLe una riflessione, maturata in oltre quindici anni di attività come avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione.
La politica, nella storia repubblicana recente, ha spesso individuato correttamente i problemi senza riuscire a trasformare le proprie intuizioni in un sistema giuridicamente sostenibile.
Ricordiamo tutti il dibattito sui “porti chiusi” e sul “blocco navale”. Erano proposte che intercettavano un’esigenza reale di controllo dei flussi migratori, ma che si sono poi confrontate con la complessità del diritto internazionale, del diritto dell’Unione europea, della Costituzione e della giurisprudenza nazionale ed europea.
Il rischio che intravedo oggi è che anche la remigrazione, se proposta come categoria generale, possa incontrare lo stesso destino.
Non perché sia illegittimo interrogarsi su chi possa o debba lasciare il territorio nazionale.
Il problema è un altro.
Uno Stato di diritto non può assumere decisioni sulla base di categorie astratte. Non può affermare che milioni di persone debbano essere destinatarie di un medesimo esito in ragione della sola condizione di immigrati o di stranieri.
Il diritto europeo, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la nostra Costituzione impongono che ogni posizione sia valutata individualmente, attraverso un procedimento che tenga conto della storia personale, del livello di integrazione raggiunto, dei legami familiari, dell’attività lavorativa, della condotta tenuta e della concreta incidenza dell’allontanamento sulla vita della persona.
È questo, a mio avviso, il punto sul quale il dibattito dovrebbe evolvere.
La vera domanda non è chi debba essere destinatario della remigrazione.
La vera domanda è quali criteri debba utilizzare lo Stato per distinguere chi ha costruito un autentico percorso di integrazione da chi, invece, non lo ha mai realizzato o lo ha consapevolmente rifiutato.
È da questa domanda che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, al quale sto lavorando da tempo.
Desidero chiarire un aspetto terminologico che considero fondamentale.
Utilizzo volutamente due parole diverse.
La remigrazione rappresenta una proposta politica ormai entrata nel dibattito pubblico.
La ReImmigrazione, invece, è un paradigma giuridico. Non costituisce una diversa denominazione della remigrazione, ma un metodo attraverso il quale quella intuizione può trovare una concreta attuazione nel rispetto dei principi dello Stato di diritto.
La differenza non è linguistica.
È sostanziale.
La remigrazione, nel dibattito pubblico, viene spesso presentata come il punto di partenza.
La ReImmigrazione, invece, rappresenta eventualmente il punto di arrivo di una valutazione individuale.
Prima viene l’accertamento.
Poi, eventualmente, la conseguenza.
Lo Stato deve poter verificare, attraverso criteri oggettivi e predeterminati, se lo straniero abbia sviluppato un reale percorso di integrazione: il rispetto delle leggi, l’inserimento lavorativo, la conoscenza della lingua italiana, l’adesione ai principi costituzionali, l’autonomia economica, l’assenza di pericolosità sociale, la partecipazione alla vita della comunità, la stabilità dei rapporti familiari e sociali.
Solo dopo questa valutazione individuale è possibile assumere una decisione rispettosa dei principi costituzionali e realmente difendibile davanti ai giudici.
È proprio questo, a mio avviso, che distingue uno slogan politico da un paradigma giuridico.
La forza di un’idea non si misura soltanto nella capacità di descrivere un problema, ma nella possibilità di trasformarsi in una disciplina applicabile, stabile e resistente al vaglio della giurisdizione.
Per questa ragione desidero rivolgerLe un invito.
Credo che il momento storico richieda un confronto serio tra il mondo della politica e chi opera quotidianamente nell’applicazione del diritto dell’immigrazione.
Le propongo quindi un dialogo pubblico sul paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, non per sostituire la Sua riflessione sulla remigrazione, ma per verificare se essa possa trovare una traduzione giuridica capace di superare quei limiti che, in passato, hanno impedito ad altre proposte di produrre gli effetti sperati.
Se davvero è arrivato il momento di ripensare il sistema migratorio italiano, allora è arrivato anche il momento di costruire un modello che non sia soltanto politicamente condivisibile, ma anche giuridicamente realizzabile.
Su questo terreno, sono convinto che il confronto possa essere non solo utile, ma necessario.
Con stima.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Negli ultimi mesi la parola remigrazione è entrata con forza nel dibattito politico europeo. Sempre più spesso viene presentata come la soluzione ai problemi dell’immigrazione.
Ma siamo sicuri che sia davvero così?
Nel corso della diretta “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa” ho sostenuto una tesi diversa: la ReImmigrazione non coincide con la remigrazione.
La differenza è tutt’altro che terminologica.
La remigrazione, così come viene generalmente proposta nel dibattito pubblico, viene spesso percepita come un ritorno generalizzato degli stranieri nei Paesi di origine.
La ReImmigrazione, invece, parte da un presupposto completamente diverso.
Non riguarda tutti gli stranieri.
Riguarda esclusivamente coloro che, dopo essere entrati regolarmente e aver avuto la possibilità di integrarsi, dimostrano di non voler rispettare le regole fondamentali della comunità che li ospita.
Per questo motivo ho proposto un nuovo paradigma:
Integrazione o ReImmigrazione.
Prima viene l’integrazione.
Solo se quel percorso fallisce può aprirsi il tema della ReImmigrazione.
È una logica profondamente diversa rispetto a quella che oggi domina il dibattito politico e che, a mio avviso, consente di costruire una proposta compatibile con i principi dello Stato di diritto.
Nel corso della diretta spiego nel dettaglio perché considero insufficiente il concetto di remigrazione e perché ritengo necessario spostare il dibattito sulla misurazione dell’integrazione.
Questa è soltanto una delle questioni affrontate.
La diretta completa è disponibile su YouTube e rappresenta il punto di partenza di questa serie di approfondimenti che pubblicherò nelle prossime settimane.
Buona visione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Quanto accaduto a Ceuta nelle ultime settimane dovrebbe indurre l’Europa a interrogarsi su un dato che spesso rimane sullo sfondo del dibattito politico: la pressione migratoria proveniente dall’Africa non può più essere interpretata come una successione di emergenze. È un fenomeno strutturale, alimentato da differenziali economici, demografici e sociali che nessuna legge sull’immigrazione, per quanto…
Negli ultimi venticinque anni la destra italiana ha cercato più volte di costruire una risposta forte e riconoscibile al tema dell’immigrazione irregolare. Le formule sono cambiate, spesso seguendo le priorità del momento: prima il rafforzamento delle espulsioni e dei respingimenti, poi i “porti chiusi”, successivamente il blocco navale e oggi la remigrazione. Sarebbe però sbagliato…
Nell’articolo “Il lessico sull’immigrazione che ci fa regredire”, pubblicato sul quotidiano Domani l’11 agosto 2026 alle ore 7:00, Christian Raimo critica il progressivo affermarsi, nel dibattito italiano ed europeo, di un linguaggio centrato sulla sicurezza, sul controllo delle frontiere, sui rimpatri e sul contrasto ai fattori di attrazione dell’immigrazione. La questione posta è seria, ma…
L’integrazione non può essere ridotta alla conoscenza della lingua, alla disponibilità di un lavoro o alla semplice permanenza nel territorio. È anche adesione a un insieme di regole comuni, riconoscimento reciproco e partecipazione alla vita della comunità. Per questa ragione, il progetto locale ispirato al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” potrebbe prevedere l’adozione di una Carta…
Nell’articolo “La lite sull’immigrazione che l’Europa non può permettersi”, pubblicato su Formiche.net l’11 agosto 2026, Stefano Stefanini parte dalle tensioni tra Italia e Spagna seguite alla crisi di Ceuta per porre una questione più ampia: l’immigrazione è una sfida europea e non può essere governata attraverso risposte nazionali disordinate, sovrapposte o apertamente conflittuali. Il punto…
Il Portogallo si sta avvicinando al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La posizione espressa dal primo ministro Luís Montenegro non coincide ancora integralmente con il modello che proponiamo, ma ne condivide ormai il punto di partenza essenziale: una politica migratoria non può essere fondata sull’apertura indiscriminata delle frontiere, né può limitarsi a consentire l’ingresso senza interrogarsi…
Ogni volta che un grave fatto di cronaca riporta l’immigrazione al centro dell’attenzione, il dibattito politico si riempie di dichiarazioni, accuse reciproche e nuove promesse.
Passata l’emergenza, però, tutto torna come prima.
Da anni assistiamo alla contrapposizione tra slogan sempre più forti, mentre le riforme strutturali continuano a essere rinviate.
Da una parte si annunciano nuovi rimpatri, dall’altra si difende l’impianto esistente. Nel frattempo, rimangono irrisolte le vere questioni: come misurare l’integrazione, quali criteri utilizzare per la permanenza sul territorio nazionale, come rendere realmente efficaci le decisioni dello Stato e come prevenire, anziché inseguire, le situazioni di disagio sociale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio dall’esigenza di uscire dalla logica dello slogan.
Non propone una soluzione immediata né una risposta emotiva ai fatti di cronaca. Propone, invece, una riforma organica che affronta il fenomeno migratorio nella sua interezza: dall’ingresso nel territorio nazionale fino all’eventuale ReImmigrazione, passando attraverso la valutazione del percorso di integrazione, il rafforzamento dell’Accordo di integrazione, l’introduzione del dovere costituzionale di integrazione e la riorganizzazione delle istituzioni competenti.
Credo che l’immigrazione rappresenti ormai una questione di interesse nazionale, e proprio per questo non dovrebbe essere affrontata come terreno di scontro permanente tra maggioranza e opposizione.
Le grandi riforme richiedono studio, confronto e capacità di guardare oltre il consenso immediato. Continuare a rispondere ai problemi con slogan sempre nuovi rischia soltanto di alimentare aspettative che, in assenza di interventi strutturali, finiscono inevitabilmente per essere deluse.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” ho dedicato un ampio spazio proprio a questa riflessione, spiegando perché ritengo che il dibattito politico debba finalmente spostarsi dagli slogan alle riforme e perché il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” rappresenti una proposta aperta al confronto, fondata sul diritto e orientata alla costruzione di una politica migratoria stabile e coerente.
Se desideri approfondire questi temi e conoscere nel dettaglio le proposte illustrate durante il confronto, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Da oltre vent’anni la destra italiana considera il governo dell’immigrazione una delle proprie priorità. In questo periodo ha proposto e, quando ha governato, spesso concretamente sperimentato ricette differenti: dalla Bossi-Fini ai respingimenti, dai porti chiusi al blocco navale, fino all’attuale dibattito sulla remigrazione. Sarebbe poco utile leggere questa storia soltanto attraverso la categoria delle promesse…
Le fragilità sociali raramente nascono all’improvviso. Prima di trasformarsi in disagio conclamato, si manifestano attraverso segnali spesso riconoscibili: assenze scolastiche ripetute, perdita del lavoro, difficoltà abitative, isolamento familiare, mancata conoscenza della lingua e progressivo allontanamento dai servizi. Il problema è che questi segnali vengono spesso osservati separatamente. La scuola conosce le assenze e le difficoltà…
L’immigrazione viene spesso raccontata attraverso il numero degli sbarchi o dei nuovi ingressi. Esiste però un altro dato, molto meno discusso, che descrive una trasformazione altrettanto importante della società italiana.
Secondo i più recenti dati dell’ISTAT, nel 2024 oltre 217.000 cittadini stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana, il valore più elevato mai registrato nel nostro Paese. Nello stesso periodo, i cittadini stranieri residenti in Italia hanno raggiunto quota 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione.
Questi due numeri, letti insieme, raccontano una realtà che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
L’immigrazione non è un fenomeno statico. Ogni anno migliaia di persone entrano regolarmente in Italia, altre lasciano il Paese, altre ancora vi nascono e, parallelamente, oltre duecentomila cittadini stranieri diventano cittadini italiani. La composizione della popolazione cambia continuamente.
Questo significa che una moderna politica migratoria non può limitarsi a disciplinare gli ingressi. Deve anche interrogarsi sul percorso che conduce una persona, nel tempo, a entrare stabilmente nella comunità nazionale.
Ed è proprio qui che emerge una domanda raramente affrontata.
Che cosa misura realmente lo Stato prima di concedere la cittadinanza italiana?
L’ordinamento prevede requisiti precisi: un determinato periodo di residenza legale, il possesso di un reddito adeguato, l’assenza di cause ostative, il superamento della prova di conoscenza della lingua italiana e gli ulteriori presupposti previsti dalla legge.
Si tratta di requisiti essenziali e pienamente coerenti con il sistema giuridico vigente.
Ma sono sufficienti a misurare il livello complessivo di integrazione di una persona?
La domanda non riguarda il diritto alla cittadinanza, che resta disciplinato dalla legge. Riguarda piuttosto la capacità dello Stato di conoscere davvero il percorso individuale di chi vive nel nostro Paese.
Oggi disponiamo di statistiche dettagliate sui residenti stranieri, sui permessi di soggiorno, sulle domande di protezione internazionale, sui ricongiungimenti familiari, sulle acquisizioni della cittadinanza e perfino sui flussi demografici. Tuttavia, continuiamo a non raccogliere un dato fondamentale: il livello effettivo di integrazione.
Non esistono indicatori pubblici e sistematici che consentano di valutare, nel tempo, il percorso complessivo della persona. Non sappiamo quanti abbiano raggiunto una piena autonomia economica, quanti abbiano sviluppato una stabile partecipazione alla vita della comunità, quanti abbiano consolidato un’integrazione sociale duratura o quanti abbiano costruito un rapporto effettivo con i valori costituzionali e con l’ordinamento della Repubblica.
In altre parole, conosciamo il momento in cui una persona diventa cittadina italiana, ma conosciamo molto meno il percorso che l’ha condotta fino a quel momento.
Questa osservazione non mette in discussione il sistema delle naturalizzazioni. Al contrario, suggerisce che una politica migratoria moderna dovrebbe accompagnare il percorso di integrazione lungo tutto il tempo della permanenza, anziché limitarsi a verificarne alcuni requisiti al momento della domanda.
Il dato delle 217.000 cittadinanze concesse nel 2024 dimostra che l’Italia non è soltanto un Paese di immigrazione. È anche un Paese nel quale ogni anno centinaia di migliaia di persone entrano a far parte della comunità dei cittadini.
Proprio per questo il tema dell’integrazione diventa sempre più centrale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” muove da questa constatazione. Se la permanenza è destinata, in molti casi, a trasformarsi in un legame stabile con la comunità nazionale, allora lo Stato dovrebbe dotarsi di strumenti capaci di conoscere e valutare il percorso individuale di integrazione attraverso criteri oggettivi, trasparenti e verificabili.
Le naturalizzazioni non rappresentano quindi soltanto una statistica demografica. Sono il segnale che l’Italia sta cambiando. E quando cambia la società, devono evolversi anche gli strumenti con cui lo Stato governa i fenomeni migratori.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Il recente confronto politico sull’immigrazione conferma una costante del dibattito pubblico italiano: cresce la domanda di legalità proveniente dall’opinione pubblica, mentre le forze politiche continuano a dividersi tra chi privilegia politiche di maggiore apertura e chi propone un ulteriore irrigidimento delle regole. Si tratta di un confronto legittimo, ma che rischia di lasciare irrisolta la questione fondamentale: come si costruisce una politica migratoria realmente fondata sulla legalità?
La risposta non può limitarsi al controllo delle frontiere, al contrasto dell’immigrazione irregolare o alla disciplina della cittadinanza. La legalità non si esaurisce nel momento dell’ingresso nel territorio dello Stato, ma riguarda l’intero percorso di permanenza dello straniero.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha investito ingenti risorse nella realizzazione di strumenti sempre più sofisticati per monitorare gli ingressi e le uscite dal territorio europeo. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, l’Entry/Exit System, l’ETIAS e l’interoperabilità delle banche dati testimoniano la volontà di rendere più efficiente il controllo delle frontiere esterne.
Esiste però un evidente squilibrio. Mentre gli ingressi vengono progressivamente misurati e monitorati, manca un sistema altrettanto efficace per valutare l’evoluzione dell’integrazione delle persone che vivono regolarmente nel nostro Paese.
Eppure l’integrazione non è un concetto astratto. Può essere verificata attraverso criteri oggettivi e trasparenti: la stabilità lavorativa, la regolarità fiscale e contributiva, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole dell’ordinamento, la partecipazione ai percorsi formativi, l’autonomia economica, la frequenza scolastica dei figli e la progressiva riduzione delle condizioni di marginalità sociale.
Misurare questi elementi significa consentire allo Stato di valutare l’efficacia delle proprie politiche pubbliche. Significa comprendere se gli strumenti di integrazione funzionano, se le risorse investite producono risultati e se il percorso di inserimento nella comunità nazionale procede secondo gli obiettivi prefissati.
In assenza di indicatori oggettivi, il dibattito sull’immigrazione rischia inevitabilmente di essere alimentato da percezioni, episodi di cronaca e contrapposizioni ideologiche. La politica discute di cittadinanza, di rimpatri e di quote di ingresso, ma continua a trascurare il momento più importante: verificare se l’integrazione sia realmente in corso oppure no.
È proprio su questa lacuna che si fonda il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La proposta non consiste nel contrapporre accoglienza ed espulsione, bensì nell’introdurre un metodo di governo del fenomeno migratorio basato sulla misurazione dell’integrazione.
Quando gli indicatori dimostrano un percorso positivo, la permanenza dello straniero si consolida progressivamente fino all’accesso agli istituti più stabili previsti dall’ordinamento, compresa, ove ne ricorrano i presupposti, la cittadinanza italiana. Quando, invece, nonostante il tempo trascorso e le opportunità offerte dallo Stato, il percorso di integrazione risulti oggettivamente fallimentare, l’ordinamento dovrebbe poter valutare, caso per caso e nel pieno rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea, percorsi individualizzati di ReImmigrazione.
Il Paese manifesta una crescente richiesta di legalità. Per dare una risposta credibile non basta discutere di ingressi o di cittadinanza. È necessario costruire un sistema capace di misurare l’integrazione, perché soltanto ciò che viene misurato può essere governato, valutato e migliorato. È questa la riforma che oggi manca nel dibattito politico italiano ed europeo.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Il decreto flussi viene spesso descritto come una macchina difettosa che avrebbe bisogno di manutenzione. La metafora è efficace, ma rischia di attenuare la gravità del problema. Una macchina può essere riparata quando il suo progetto originario resta valido e occorre soltanto sostituire qualche componente usurata. Nel caso del decreto flussi, invece, è il modello…
La crisi di Ceuta ha costretto l’Europa a confrontarsi con una realtà che per troppo tempo aveva preferito rimuovere: una politica migratoria non può esistere senza il controllo effettivo delle frontiere. Tra il 30 e il 31 luglio 2026 decine di migliaia di persone hanno raggiunto l’enclave spagnola dal territorio marocchino, mettendo sotto pressione una…
In poco meno di venticinque anni la destra italiana ha utilizzato parole diverse per rappresentare sostanzialmente la stessa aspirazione politica: riportare sotto il controllo dello Stato l’immigrazione, distinguere gli ingressi regolari da quelli irregolari e rendere effettivo l’allontanamento di chi non ha titolo per rimanere. Dalla Bossi-Fini ai respingimenti, dai porti chiusi al blocco navale,…
Il 30 giugno 2026 il Comitato Remigrazione ha depositato in Parlamento oltre 150.000 firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione. La notizia, riportata da RaiNews, rappresenta un passaggio politicamente significativo perché dimostra che un tema fino a pochi anni fa relegato ai margini del dibattito pubblico è oggi oggetto di una mobilitazione popolare capace di raccogliere un consenso ampiamente superiore alle 50.000 firme richieste dalla Costituzione per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare.
La vicenda assume un rilievo ulteriore perché il Comitato ha accompagnato il deposito delle firme con una critica nei confronti di Roberto Vannacci, ritenendo insufficienti le sue posizioni sul tema. Anche questo elemento conferma come il dibattito sulla remigrazione stia evolvendo rapidamente e come all’interno dello stesso fronte favorevole esistano impostazioni differenti su finalità e strumenti.
Qualunque sia il giudizio che si voglia esprimere sull’iniziativa, un dato appare ormai difficilmente contestabile.
L’Europa sta cercando risposte nuove.
Per troppo tempo il confronto politico si è limitato a due sole alternative.
Da una parte l’accoglienza.
Dall’altra il controllo delle frontiere e i rimpatri.
Oggi, invece, il dibattito si sta spostando su una domanda diversa: quali devono essere le condizioni della permanenza nel territorio dello Stato?
È una domanda legittima.
Ed è probabilmente la domanda destinata a caratterizzare il prossimo decennio delle politiche migratorie europee.
Proprio per questo ritengo che il deposito delle 150.000 firme non debba essere liquidato come un semplice episodio politico.
Esso dimostra l’esistenza di una crescente richiesta di strumenti nuovi per governare il fenomeno migratorio.
La questione, però, non consiste soltanto nel costruire nuove proposte politiche.
È qui che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La ReImmigrazione non coincide con la remigrazione.
Non rappresenta un programma di espulsioni collettive.
Non individua categorie di persone sulla base della nazionalità o dell’origine.
Non propone soluzioni generalizzate.
Il paradigma parte da un principio completamente diverso.
Ogni decisione sulla permanenza deve essere individuale.
Ogni persona deve poter dimostrare il proprio percorso di integrazione.
Ogni valutazione deve fondarsi su criteri oggettivi, predeterminati dalla legge e verificabili nel tempo.
Il rispetto delle leggi.
La partecipazione al lavoro.
L’autonomia economica.
La conoscenza della lingua italiana.
L’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
La partecipazione alla vita della comunità.
L’integrazione non può essere considerata una semplice dichiarazione di intenti.
Deve diventare una categoria giuridica misurabile.
Quando il percorso di integrazione produce risultati positivi, esso rafforza il diritto alla permanenza.
Quando, invece, il fallimento dell’integrazione venga accertato nel rispetto della Costituzione, del diritto dell’Unione europea e delle convenzioni internazionali, l’ordinamento dovrebbe poter valutare un percorso di ReImmigrazione.
È proprio questa la differenza fondamentale.
La remigrazione rappresenta oggi una proposta politica.
La ReImmigrazione vuole proporsi come un paradigma giuridico.
Le 150.000 firme depositate in Parlamento dimostrano che il dibattito europeo è cambiato.
La sfida dei prossimi anni sarà fare in modo che questo cambiamento non produca soltanto nuovi slogan, ma anche nuovi strumenti giuridici capaci di coniugare sicurezza, integrazione, responsabilità individuale e rispetto dello Stato di diritto.
È questo il contributo che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende offrire al dibattito italiano ed europeo.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
Nell’intervista pubblicata da Avvenire il 28 giugno 2026, dal titolo “Col Patto Ue sui migranti una vera svolta. La remigrazione? Chiacchiere”, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi esprime una posizione destinata ad alimentare il dibattito politico. Interpellato sulle proposte di remigrazione avanzate dall’europarlamentare Roberto Vannacci, il Ministro liquida la questione con una parola molto chiara: “chiacchiere”. E aggiunge che il Governo ha scelto una strada diversa, fondata sul contrasto dell’immigrazione irregolare, sull’aumento dei rimpatri per chi non ha titolo a rimanere e sull’apertura di canali legali di ingresso per rispondere alle esigenze del sistema produttivo.
Ritengo che Piantedosi abbia ragione.
La remigrazione, così come viene spesso presentata nel dibattito pubblico, rischia di trasformarsi in uno slogan politico privo di una concreta architettura giuridica. Parlare genericamente di riportare milioni di persone nei Paesi di origine non significa spiegare con quali strumenti normativi, con quali garanzie costituzionali, con quali accordi internazionali e con quali risorse economiche ciò dovrebbe essere realizzato.
È proprio per questo che il dibattito non può fermarsi alla contrapposizione tra integrazione e remigrazione.
Occorre costruire una proposta giuridicamente sostenibile.
È questa l’ambizione del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La ReImmigrazione non coincide con la remigrazione.
Non è una misura collettiva.
Non riguarda categorie di persone individuate sulla base della nazionalità, dell’origine etnica o della religione.
Non propone espulsioni indiscriminate.
Al contrario, parte da un principio fondamentale dello Stato di diritto: ogni decisione deve essere individuale e fondata su criteri oggettivi stabiliti dalla legge.
Per questa ragione il paradigma propone di introdurre un sistema di misurazione dell’integrazione.
Lo Stato dovrebbe verificare nel tempo il percorso di ciascuna persona attraverso indicatori trasparenti e verificabili: il rispetto delle leggi, la partecipazione al mercato del lavoro, l’autonomia economica, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto dei principi costituzionali e l’effettiva partecipazione alla vita della comunità.
Quando questo percorso produce risultati positivi, esso rafforza il diritto alla permanenza.
Quando invece il fallimento dell’integrazione venga accertato secondo criteri predeterminati e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali, l’ordinamento dovrebbe poter valutare un percorso di ReImmigrazione.
È questa la differenza sostanziale.
La remigrazione, nel dibattito politico, viene spesso evocata come obiettivo.
La ReImmigrazione, invece, rappresenta l’eventuale conseguenza giuridica del fallimento di un percorso di integrazione previamente misurato.
Le parole di Piantedosi dovrebbero quindi essere lette come uno stimolo ad aprire una discussione più seria.
Se la remigrazione è soltanto un insieme di chiacchiere, allora è il momento di costruire un modello alternativo che sia compatibile con lo Stato di diritto, con la Costituzione italiana e con il diritto dell’Unione europea.
L’Europa ha già iniziato a discutere di controllo delle frontiere, procedure di asilo e rimpatri.
Ora deve iniziare a discutere anche della misurazione dell’integrazione.
Perché soltanto quando l’integrazione diventa una categoria giuridica misurabile è possibile affrontare con serietà anche il tema della permanenza e, nei casi previsti dalla legge, della ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
La Germania si trova davanti a una contraddizione che riguarda ormai tutte le grandi società europee: vuole ridurre i costi e le conseguenze dell’immigrazione non integrata, ma nello stesso tempo non può rinunciare all’apporto dei lavoratori stranieri. Non è una contraddizione marginale. È probabilmente uno dei nodi sui quali si deciderà la politica migratoria europea…
L’integrazione non si realizza soltanto attraverso i servizi amministrativi, i corsi di lingua o l’inserimento lavorativo. In una realtà medio-piccola come Malalbergo, essa prende forma soprattutto nei luoghi quotidiani della comunità: nel campo sportivo, nella parrocchia, nelle associazioni, nelle feste locali e nelle attività di volontariato. Sono questi gli spazi nei quali le persone si…
Il decreto-legge 12 giugno 2026, n. 100, adottato per adeguare l’ordinamento italiano al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, non deve essere letto soltanto come un intervento sulle procedure di protezione internazionale, sul trattenimento o sulla distribuzione delle competenze tra gli Stati membri. La riforma si colloca all’interno di una trasformazione più profonda, nella…
Una delle critiche che più frequentemente vengono rivolte a chi propone un cambiamento delle politiche migratorie è quella di voler penalizzare indistintamente tutti gli stranieri.
È una rappresentazione che non condivido.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce esattamente dalla convinzione opposta: una politica migratoria efficace deve essere in grado di distinguere chi ha costruito un autentico percorso di integrazione da chi, invece, non intende rispettare le regole della comunità che lo ospita.
Per troppo tempo il dibattito pubblico ha finito per accomunare realtà profondamente diverse.
Da una parte vi sono persone che lavorano, pagano le imposte, imparano la lingua italiana, rispettano le istituzioni, partecipano alla vita sociale e desiderano costruire il proprio futuro nel nostro Paese.
Dall’altra vi sono situazioni nelle quali il percorso di integrazione non viene mai intrapreso oppure viene definitivamente abbandonato.
Confondere queste due realtà produce un duplice effetto negativo.
Da un lato alimenta diffidenza verso gli stranieri che rappresentano un esempio positivo di integrazione; dall’altro impedisce allo Stato di concentrare le proprie energie nei confronti di chi, invece, rifiuta sistematicamente le regole della convivenza civile.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone proprio di superare questa impostazione.
L’obiettivo non è ridurre le garanzie di chi è realmente integrato, ma, al contrario, rafforzarle. Quanto più lo Stato sarà capace di valutare oggettivamente il percorso individuale di ciascuno, tanto più sarà possibile distinguere chi ha diritto di permanere stabilmente in Italia da chi non ha mai dimostrato la volontà di integrarsi.
Una politica migratoria fondata sull’integrazione non tutela soltanto la sicurezza della collettività. Tutela anche gli stessi cittadini stranieri che hanno scelto di rispettare le regole, evitando che vengano continuamente accomunati ai comportamenti di una minoranza.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” approfondisco questo aspetto, spiegando perché ritengo che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” rappresenti una garanzia non soltanto per lo Stato, ma anche per tutti gli stranieri che hanno costruito in Italia un autentico percorso di integrazione.
Se desideri approfondire questa riflessione e conoscere nel dettaglio le proposte illustrate durante il confronto, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Abstract Il contributo ricostruisce l’evoluzione della protezione complementare nell’ordinamento italiano, evidenziando il progressivo spostamento da una tutela prevalentemente fondata sulla vulnerabilità individuale a un modello nel quale assume rilievo crescente il radicamento sociale, lavorativo e personale dello straniero. Attraverso il richiamo all’articolo 8 CEDU, agli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato e alla giurisprudenza nazionale…
L’Italia intende portare su scala europea il modello sperimentato in Albania, proponendo la creazione di nuovi centri per i rimpatri nei Paesi terzi, finanziati e coordinati dall’Unione. La proposta non nasce nel vuoto: il nuovo quadro europeo sui rimpatri consente agli Stati membri di istituire return hub fuori dall’Unione per le persone che non hanno…
Negli ultimi anni il dibattito italiano sull’immigrazione ha conosciuto una successione di formule politiche molto forti: porti chiusi, blocco navale, remigrazione. Ognuna di queste espressioni ha cercato di dare una risposta semplice a una questione complessa e, soprattutto, di restituire l’idea di uno Stato capace di controllare i flussi e decidere chi può entrare e…
Quando si discute di immigrazione, una delle domande più frequenti riguarda il peso che i cittadini stranieri esercitano sul sistema di welfare. Si tratta di un tema spesso affrontato con argomentazioni ideologiche, mentre meriterebbe un’analisi più articolata.
Le ricerche disponibili mostrano che la popolazione straniera contribuisce in misura significativa al finanziamento dello Stato attraverso il lavoro, il pagamento delle imposte e dei contributi previdenziali. Allo stesso tempo, usufruisce dei servizi pubblici e delle prestazioni sociali come ogni altra componente della popolazione residente.
Ma forse la domanda da porsi è un’altra.
Il costo del welfare dipende anche dal livello di integrazione?
È una questione che raramente viene affrontata nel dibattito pubblico, eppure potrebbe rappresentare uno degli aspetti più importanti delle future politiche migratorie.
L’integrazione non è soltanto un valore sociale o culturale. Produce anche effetti economici.
Una persona che acquisisce una buona conoscenza della lingua italiana ha maggiori possibilità di trovare un’occupazione stabile. Chi lavora con continuità versa contributi previdenziali, paga imposte dirette e indirette, raggiunge una maggiore autonomia economica e riduce la probabilità di dover ricorrere a determinate forme di assistenza pubblica.
Lo stesso vale per l’inserimento scolastico delle seconde generazioni, per la formazione professionale, per l’inclusione nel mercato del lavoro e, più in generale, per la partecipazione alla vita della comunità.
In questa prospettiva, l’integrazione non rappresenta soltanto un obiettivo sociale, ma anche un possibile fattore di sostenibilità della finanza pubblica.
Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che ogni forma di integrazione comporti automaticamente una riduzione della spesa per il welfare. I sistemi di protezione sociale dipendono da molteplici variabili: età della popolazione, condizioni economiche, mercato del lavoro, politiche familiari, salute pubblica e dinamiche demografiche.
Tuttavia appare ragionevole ritenere che un percorso di integrazione efficace possa favorire una maggiore autonomia delle persone e, conseguentemente, incidere anche sul ricorso ad alcune prestazioni assistenziali.
Ed è proprio qui che emerge una lacuna delle attuali politiche pubbliche.
Lo Stato raccoglie dati molto dettagliati sulla spesa sociale, sull’occupazione, sui permessi di soggiorno, sulle naturalizzazioni e sui flussi migratori. Ma non dispone di indicatori sistematici che consentano di valutare il rapporto tra integrazione e sostenibilità del welfare.
Non sappiamo, ad esempio, se i programmi di integrazione linguistica producano nel tempo una maggiore occupazione. Non conosciamo quale sia l’impatto della formazione professionale sull’autonomia economica. Non misuriamo se determinati percorsi di inclusione riducano il ricorso alle prestazioni assistenziali o favoriscano una più ampia partecipazione al mercato del lavoro.
In altre parole, continuiamo a misurare la spesa, ma non misuriamo le politiche che potrebbero contribuire a renderla più sostenibile.
È qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” introduce una prospettiva diversa.
Misurare l’integrazione non significa soltanto valutare il rispetto di regole o l’inserimento sociale. Significa anche comprendere se le politiche pubbliche producono risultati concreti sotto il profilo economico, occupazionale e della sostenibilità del sistema di welfare.
Uno Stato moderno dovrebbe essere in grado di verificare se gli investimenti destinati all’integrazione generano maggiore autonomia, maggiore partecipazione al lavoro e minore dipendenza dall’assistenza. Solo attraverso questa misurazione sarebbe possibile costruire politiche migratorie realmente fondate sull’evidenza e non sulle percezioni.
Per questo motivo il dibattito non dovrebbe limitarsi a chiedersi quanto costa il welfare. Dovrebbe iniziare a domandarsi anche quale contributo possa offrire una politica dell’integrazione capace di trasformare la permanenza in partecipazione, la dipendenza in autonomia e l’assistenza in responsabilità.
Forse è proprio questa la domanda che la politica dovrebbe iniziare a porsi.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Le recenti dichiarazioni di Matteo Salvini sulla necessità di rendere più rigorose le regole per l’acquisto della cittadinanza italiana hanno riacceso il confronto politico sull’immigrazione. Da una parte si sostiene che la cittadinanza debba essere concessa con maggiore facilità; dall’altra si propone di limitarne l’accesso o di rafforzarne i presupposti. Ancora una volta, però, il dibattito sembra concentrarsi sull’atto finale del percorso migratorio, lasciando sullo sfondo la questione che dovrebbe precedere qualsiasi decisione sulla permanenza stabile di uno straniero nel nostro Paese: l’effettiva integrazione.
La cittadinanza costituisce il riconoscimento giuridico di un’appartenenza ormai consolidata alla comunità nazionale. Per questo motivo, la vera domanda non dovrebbe essere soltanto chi possa diventare cittadino italiano, ma come lo Stato verifichi che il processo di integrazione si sia realmente realizzato.
Su questo punto emerge una significativa lacuna delle politiche migratorie italiane ed europee. Le istituzioni investono risorse sempre maggiori nel controllo delle frontiere, nell’identificazione degli stranieri, nella registrazione degli ingressi e nella gestione dei soggiorni. Esistono sistemi informatici sempre più sofisticati per monitorare la mobilità delle persone. Manca, invece, un sistema altrettanto strutturato per valutare l’integrazione di chi vive regolarmente sul territorio nazionale.
Eppure, l’integrazione può essere misurata attraverso criteri oggettivi. La stabilità lavorativa, la regolarità contributiva e fiscale, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle regole dell’ordinamento, la partecipazione ai percorsi formativi, la frequenza scolastica dei figli, l’autonomia economica, l’assenza di condizioni di marginalità sociale e la partecipazione alla vita della comunità rappresentano elementi verificabili, capaci di offrire un quadro concreto del percorso compiuto da ciascuna persona.
Disporre di indicatori di integrazione non significherebbe introdurre nuove discriminazioni, ma rendere le decisioni pubbliche più trasparenti, prevedibili e fondate su dati verificabili anziché su percezioni o valutazioni esclusivamente discrezionali.
È proprio in questo spazio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. L’obiettivo non è contrapporre accoglienza ed espulsione, né ridurre il fenomeno migratorio a uno scontro ideologico. La proposta consiste nell’affermare un principio di responsabilità reciproca: lo Stato deve creare condizioni concrete affinché l’integrazione sia possibile, ma deve anche essere in grado di verificarne periodicamente i risultati attraverso strumenti oggettivi.
Se il percorso di integrazione produce risultati positivi, la permanenza dello straniero si consolida progressivamente fino all’accesso agli istituti più stabili, compresa, ove ne ricorrano i presupposti, la cittadinanza italiana. Se, invece, nonostante il tempo trascorso e le opportunità offerte, il percorso di integrazione risulta oggettivamente fallimentare, l’ordinamento dovrebbe poter valutare, caso per caso e nel pieno rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea, percorsi di ReImmigrazione individualizzati e giuridicamente sostenibili.
Il confronto politico di queste settimane dimostra come il tema della cittadinanza continui a occupare il centro della scena. Tuttavia, senza una seria politica di misurazione dell’integrazione, qualsiasi riforma rischia di intervenire soltanto sull’ultimo tassello del percorso migratorio. La vera sfida non consiste nello stabilire se concedere la cittadinanza prima o dopo, ma nel costruire un sistema capace di accertare, con criteri trasparenti e verificabili, se l’integrazione sia realmente avvenuta
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Deutschland steht vor einem migrationspolitischen Widerspruch, der in den kommenden Jahren immer schwerer zu ignorieren sein wird: Das Land will Sozialausgaben begrenzen und irreguläre beziehungsweise nicht erfolgreiche Migration stärker kontrollieren, ist zugleich aber aufgrund seiner demografischen und wirtschaftlichen Entwicklung auf ausländische Arbeitskräfte angewiesen. Die Debatte um das Bürgergeld zeigt diesen Widerspruch besonders deutlich. Am 11.…
Il lavoro è uno dei tre indicatori centrali del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, insieme alla lingua e al rispetto delle regole. Ma il lavoro, per essere realmente uno strumento di integrazione, deve essere regolare, stabile e capace di produrre autonomia. Malalbergo e la pianura bolognese rappresentano un contesto particolarmente adatto per tradurre questo principio in…
Il Giappone si prepara a rendere più rigoroso l’accesso degli stranieri alla residenza permanente. La proposta avanzata dall’Agenzia giapponese per i servizi d’immigrazione non costituisce soltanto una modifica tecnica dei requisiti amministrativi, ma esprime una precisa concezione del rapporto tra immigrazione, integrazione e stabilizzazione giuridica: il tempo trascorso nel territorio nazionale, da solo, non è…
Marocco-Francia non è soltanto una partita di calcio. È una fotografia politica, sociale e identitaria dell’Europa contemporanea. Dentro quei novanta minuti non ci sono solo due nazionali che si contendono il passaggio del turno; c’è il rapporto irrisolto tra nascita, cittadinanza, appartenenza e integrazione.
Il dato è significativo: ai Mondiali 2026 il Marocco presenta una squadra costruita in larga parte sulla diaspora. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, soltanto sette calciatori della rosa marocchina sono nati in Marocco, mentre diciannove sono nati all’estero, diciotto dei quali in Europa. Tra i giocatori nati fuori dal Marocco vi sono anche calciatori nati e formati in Francia. Più in generale, una rilevazione pubblicata da Le Monde ha evidenziato che quasi cento giocatori convocati al Mondiale 2026 sono nati in Francia, ma solo una parte di essi veste la maglia della nazionale francese; gli altri rappresentano soprattutto nazionali africane e caraibiche.
Questo dato non va letto in modo superficiale. Non significa che quei giocatori siano “contro” la Francia. Non significa nemmeno che la loro scelta sportiva possa essere automaticamente trasformata in un giudizio giuridico sulla loro integrazione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che non dica nulla.
Dice, invece, qualcosa di molto importante: si può nascere in Francia e non sentirsi pienamente francesi. Si può crescere in Europa e continuare a riconoscersi, sul piano affettivo, culturale e simbolico, in un’altra comunità nazionale. Si può parlare la lingua del Paese di nascita, frequentarne le scuole, utilizzare le sue infrastrutture formative e tuttavia scegliere, nel momento della rappresentazione identitaria, un’altra appartenenza.
È qui che il calcio smette di essere solo calcio.
La partita Marocco-Francia diventa il simbolo di una questione che riguarda direttamente anche l’Italia. Perché lo stesso ragionamento può valere domani per chi nasce in Italia senza sentirsi italiano, per chi cresce nel nostro Paese senza maturare un’effettiva appartenenza alla comunità nazionale, per chi acquisisce diritti formali senza che vi sia stata una reale verifica del percorso di integrazione.
Il punto non è negare la complessità delle identità personali. Una persona può avere più appartenenze, più radici, più legami culturali. Questo è un dato umano, prima ancora che politico. Il problema nasce quando lo Stato trasforma questa complessità in una presunzione giuridica automatica: se sei nato qui, allora sei integrato; se hai frequentato la scuola qui, allora ti senti parte della comunità nazionale; se hai ottenuto un titolo di soggiorno o una cittadinanza, allora il percorso di integrazione è compiuto.
Questa presunzione è fragile.
L’integrazione non coincide con la mera presenza sul territorio. Non coincide neppure, da sola, con la nascita. La nascita in un Paese può essere un elemento rilevante, ma non è una prova assoluta di appartenenza. L’appartenenza si costruisce nel tempo attraverso lingua, lavoro, scuola, rispetto delle regole, partecipazione alla vita sociale, condivisione dei doveri civici e riconoscimento effettivo della comunità nazionale come propria.
Per questo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” insiste su un punto essenziale: l’integrazione non deve essere proclamata, deve essere misurata.
Misurare l’integrazione significa dotare lo Stato di indicatori oggettivi e verificabili: conoscenza della lingua, stabilità lavorativa, regolarità fiscale e contributiva, autonomia economica, rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, frequenza scolastica dei figli, partecipazione ai percorsi formativi, assenza di marginalità cronica e progressivo inserimento nella comunità di riferimento.
Solo così è possibile distinguere tra integrazione reale, integrazione incompleta e integrazione fallita. Senza questa distinzione, ogni politica migratoria resta appesa a slogan contrapposti: da una parte chi ritiene che basti nascere sul territorio per appartenere alla nazione; dall’altra chi considera ogni doppia appartenenza come una minaccia. Entrambe le posizioni sono insufficienti.
Marocco-Francia mostra che il tema è più complesso. La diaspora marocchina in Europa è riuscita a costruire un legame sportivo fortissimo con il Paese d’origine, anche attraverso calciatori nati e cresciuti fuori dal Marocco. Dal punto di vista marocchino, è un successo politico e identitario. Dal punto di vista europeo, però, pone una domanda inevitabile: perché una parte di persone nate, cresciute e formate in Europa continua a riconoscersi altrove nel momento simbolico della rappresentanza nazionale?
Questa domanda non può essere liquidata come razzismo, né può essere affrontata con moralismo. È una domanda politica seria. Riguarda la capacità degli Stati europei di produrre appartenenza, non solo residenza; comunità, non solo documenti; integrazione effettiva, non solo cittadinanza formale.
Se l’Europa vuole evitare che il tema dell’identità venga affrontato soltanto attraverso la cronaca, lo sport o le tensioni sociali, deve dotarsi di strumenti seri di valutazione. Deve iniziare a chiedersi non solo chi entra, chi resta e chi ottiene la cittadinanza, ma anche chi si integra davvero, secondo quali criteri e con quali risultati.
Marocco-Francia, quindi, non è solo una partita di calcio. È uno specchio. E quello specchio ci dice che nascere in Europa non basta, se lo Stato non è capace di trasformare la presenza in appartenenza e l’appartenenza in integrazione misurabile.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Abstract Il contributo esamina il significato istituzionale delle decisioni con cui le Commissioni territoriali riconoscono la protezione speciale sulla base del radicamento maturato dallo straniero in Italia. La rilevanza del fenomeno consiste nel fatto che la valorizzazione dell’integrazione non proviene soltanto dalla giurisprudenza, ma anche dall’amministrazione statale competente in materia di asilo. Quando una Commissione…
Da oltre vent’anni la destra italiana cerca di costruire una politica capace di controllare l’immigrazione irregolare, governare gli ingressi e rendere effettivi gli allontanamenti. In questo lungo arco temporale sono cambiate le formule, gli strumenti e i protagonisti: dalla Bossi-Fini ai respingimenti, dai porti chiusi al blocco navale, fino all’attuale dibattito sulla remigrazione rilanciato da…
Nell’articolo di Mattia Bene, “Galli della Loggia: ‘La sinistra sui migranti è negazionista. Al Pd piace Sanchez? Ognuno si sceglie i miti che vuole…’”, pubblicato su Secolo d’Italia l’11 agosto 2026 alle ore 9:42, vengono riprese alcune considerazioni dello storico Ernesto Galli della Loggia contenute in un’intervista a Libero. Il punto centrale è una critica…
Il 3 luglio 2026, il Corriere della Sera, nella rubrica Frammenti, ha pubblicato un editoriale di Ferruccio De Bortoli dal titolo “Immigrazione, remigrazione, la domanda più scomoda”. Si tratta di un intervento significativo perché affronta un tema che fino a poco tempo fa rimaneva confinato quasi esclusivamente al dibattito politico e che oggi, invece, entra nel confronto pubblico attraverso una delle firme più autorevoli del giornalismo italiano.
L’editoriale prende le mosse da un apparente paradosso del mercato del lavoro italiano. Da un lato, il tasso di disoccupazione è sceso a livelli che storicamente possono essere considerati vicini alla piena occupazione. Dall’altro, le imprese continuano a denunciare una crescente difficoltà nel reperire lavoratori e perfino persone da formare. A questo si aggiunge un altro dato che De Bortoli richiama con attenzione: l’elevata percentuale di persone inattive e il progressivo invecchiamento della popolazione italiana.
È proprio partendo da questi elementi che l’autore pone quella che definisce la “domanda più scomoda”: in un Paese caratterizzato da una forte crisi demografica e da una crescente richiesta di manodopera, è davvero realistico immaginare che gli italiani siano disponibili a sostituire, in tempi brevi, i lavoratori stranieri impiegati nell’assistenza familiare, nell’agricoltura, nell’edilizia, nella logistica e in molti altri settori essenziali dell’economia?
L’editoriale non offre una risposta semplicistica. Al contrario, invita il lettore a riflettere sulla complessità del fenomeno migratorio e sul rischio che il dibattito venga ridotto a slogan contrapposti, nei quali l’immigrazione e la remigrazione vengono presentate come soluzioni alternative e reciprocamente esclusive.
È proprio qui, tuttavia, che ritengo si apra uno spazio per una riflessione ulteriore.
L’articolo di Ferruccio De Bortoli dimostra che il dibattito europeo sta finalmente affrontando questioni che fino a pochi anni fa erano considerate marginali. Tuttavia, la contrapposizione tra integrazione e remigrazione rischia ancora di lasciare irrisolta la domanda fondamentale: come si misura l’integrazione?
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per rispondere a questa domanda.
La ReImmigrazione non coincide con la remigrazione. Non rappresenta una proposta politica di carattere collettivo, né una misura fondata sulla nazionalità o sull’origine della persona. È, invece, una categoria giuridica che presuppone una valutazione individuale del percorso di integrazione compiuto dallo straniero durante la permanenza nello Stato.
In questa prospettiva, l’integrazione non può essere affidata esclusivamente al trascorrere del tempo o alla spontaneità dei rapporti sociali. Deve essere costruita attraverso un percorso fondato su diritti e doveri e valutata mediante criteri oggettivi e verificabili.
Il rispetto delle leggi.
La partecipazione al mercato del lavoro.
L’autonomia economica.
La conoscenza della lingua italiana.
L’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.
La partecipazione effettiva alla vita della comunità.
Questi elementi dovrebbero costituire gli indicatori attraverso i quali lo Stato valuta il successo o il fallimento del percorso di integrazione.
Quando tale percorso produce risultati positivi, esso rafforza le ragioni della permanenza.
Quando, invece, il mancato raggiungimento degli obiettivi di integrazione venga accertato secondo criteri stabiliti dalla legge e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali, l’ordinamento dovrebbe poter valutare l’attivazione di un percorso di ReImmigrazione.
Questa è la differenza fondamentale rispetto al concetto di remigrazione.
La ReImmigrazione non costituisce l’alternativa all’integrazione.
Ne rappresenta la conseguenza giuridica quando il percorso di integrazione, valutato individualmente e secondo parametri oggettivi, risulti stabilmente fallimentare.
Per questo motivo l’editoriale di Ferruccio De Bortoli assume un significato che va oltre il contenuto delle sue argomentazioni.
Esso dimostra che il dibattito europeo sta entrando in una nuova fase. Dopo anni nei quali l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sugli ingressi, sugli sbarchi e sui rimpatri, emerge finalmente la necessità di interrogarsi sulle condizioni della permanenza.
La vera sfida delle politiche migratorie del futuro non sarà soltanto decidere chi può entrare o chi deve uscire.
Sarà costruire un sistema giuridico capace di misurare l’integrazione, valorizzare chi realizza un autentico percorso di inserimento e individuare, con criteri trasparenti e verificabili, le situazioni nelle quali tale percorso non abbia raggiunto gli obiettivi fissati dall’ordinamento.
È su questo terreno che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende offrire il proprio contributo al dibattito italiano ed europeo.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
La conoscenza della lingua italiana è uno dei tre indicatori centrali del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, insieme al lavoro e al rispetto delle regole. Non si tratta di un requisito formale, ma della condizione attraverso la quale una persona può comprendere i propri diritti, adempiere ai propri doveri, lavorare, dialogare con la scuola e utilizzare…
Le storie delle seconde generazioni vengono spesso utilizzate per sostenere che chi nasce o cresce in Italia debba essere considerato automaticamente integrato. La frequenza della scuola italiana, la conoscenza della lingua e la lunga permanenza sul territorio vengono assunte come prove sufficienti di appartenenza alla comunità nazionale. È una conclusione troppo semplice. Crescere in Italia…
Nell’articolo “La riforma sull’immigrazione di Hanoi: un passo avanti nella digitalizzazione, al servizio dei cittadini e delle imprese”, pubblicato da Vietnam.vn il 17 marzo 2025 e attribuito a Báo Nhân dân, viene descritta l’esperienza del Dipartimento per la Gestione dell’Immigrazione della Polizia di Hanoi, indicato con la sigla PA08, impegnato in un processo di riforma…
Quando si parla di immigrazione, il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sulle seconde generazioni, soprattutto quando episodi di cronaca alimentano interrogativi sul livello di integrazione raggiunto.
A mio avviso, però, il problema va affrontato ancora prima.
L’integrazione non inizia con i figli. Inizia con i genitori.
Una famiglia che vive stabilmente in Italia trasmette inevitabilmente ai propri figli valori, abitudini, modelli culturali e modalità di rapporto con la società. Se il percorso di integrazione dei genitori non viene mai realmente verificato e accompagnato, diventa molto più difficile che i figli sviluppino un autentico senso di appartenenza alla comunità nazionale.
Per questo motivo ritengo che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non debba limitarsi a valutare il comportamento del singolo individuo nel momento in cui emergono problemi, ma debba promuovere un percorso di integrazione continuo dell’intero nucleo familiare.
Investire sull’integrazione dei genitori significa investire anche sull’integrazione delle future generazioni.
Al contrario, rinunciare a qualsiasi verifica del percorso di integrazione significa lasciare che il processo si sviluppi esclusivamente in modo spontaneo, intervenendo soltanto quando le criticità sono ormai evidenti.
Una politica migratoria realmente orientata al futuro dovrebbe invece agire in anticipo, favorendo l’apprendimento della lingua italiana, la conoscenza dell’ordinamento giuridico, la partecipazione alla vita della comunità e il rispetto dei principi fondamentali della Costituzione.
L’obiettivo non è quello di assimilare le persone o cancellarne l’identità culturale, ma di costruire le condizioni affinché chi sceglie di vivere in Italia possa partecipare pienamente alla vita della collettività e trasmettere questo patrimonio anche ai propri figli.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” approfondisco questa riflessione, spiegando perché ritengo che le difficoltà riscontrabili in una parte delle seconde generazioni dimostrino la necessità di iniziare a misurare, sostenere e verificare il percorso di integrazione dei genitori fin dal loro ingresso nel nostro Paese.
Se desideri approfondire questo tema e conoscere nel dettaglio il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Nell’editoriale pubblicato da Il Foglio, Claudio Cerasa (https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/04/news/vaccini-contro-le-balle-sui-migranti–403931) prova a somministrare alcuni “vaccini” contro le falsificazioni che dominano il dibattito sull’immigrazione. Il punto di partenza è condivisibile: trasformare ogni arrivo in un’invasione significa alimentare paure senza governare i fenomeni, ma presentare ogni controllo come una violazione della solidarietà significa rifiutare la realtà. L’immigrazione non può…
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha accreditato tre eventi formativi organizzati dallo Studio Legale Avv. Fabio Loscerbo, dedicati alle principali trasformazioni in corso nel diritto dell’immigrazione, dell’asilo e della protezione dei diritti fondamentali. Il ciclo formativo si svolgerà tra settembre e novembre 2026 e sarà articolato in tre incontri, ciascuno della durata di…
La scuola è il luogo nel quale l’integrazione diventa visibile prima che altrove. È nelle classi, nei rapporti con le famiglie, nella frequenza, nel rendimento e nella partecipazione alle attività educative che emergono i progressi, ma anche le difficoltà più profonde. Nel territorio di Malalbergo, la presenza di alunni con cittadinanza non italiana è ormai…
Secondo i più recenti dati dell’ISTAT, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione. È un dato che, al di là delle diverse sensibilità politiche, dovrebbe indurre a una riflessione di fondo: possiamo ancora affrontare l’immigrazione come un’emergenza oppure siamo ormai di fronte a un fenomeno strutturale che richiede strumenti di governo completamente diversi?
Per oltre trent’anni il dibattito pubblico italiano si è concentrato prevalentemente sugli ingressi. Gli sbarchi, i flussi irregolari, i rimpatri e la gestione dell’accoglienza hanno occupato il centro della discussione politica e mediatica. Tutti temi importanti, ma inevitabilmente orientati alla fase iniziale del fenomeno migratorio.
Il dato del 9,4%, però, racconta un’altra storia.
Quando quasi un residente su dieci è cittadino straniero, il problema principale non è più soltanto chi entra nel territorio nazionale. Diventa altrettanto importante comprendere come vivono le persone che già risiedono stabilmente in Italia e quali strumenti abbia lo Stato per accompagnare, verificare e valutare il loro percorso di integrazione.
Una politica costruita esclusivamente sull’emergenza rischia infatti di essere sempre in ritardo rispetto alla realtà. L’emergenza presuppone un evento eccezionale e temporaneo. La presenza stabile di oltre cinque milioni e mezzo di cittadini stranieri descrive invece una componente ormai strutturale della società italiana.
Ed è proprio nei fenomeni strutturali che lo Stato è chiamato a esercitare la propria funzione di governo.
Oggi conosciamo con precisione il numero dei residenti stranieri, dei permessi di soggiorno rilasciati, delle domande di protezione internazionale, dei ricongiungimenti familiari e dei rimpatri eseguiti. Disponiamo di statistiche sempre più dettagliate sulla presenza amministrativa degli stranieri.
Manca però il dato più importante.
Non esiste un sistema pubblico che consenta di misurare il livello effettivo di integrazione delle persone che vivono nel nostro Paese. Non sappiamo quanti abbiano raggiunto una piena autonomia economica, quanti abbiano acquisito una stabile conoscenza della lingua italiana, quanti partecipino alla vita della comunità, quanti abbiano consolidato un percorso lavorativo duraturo o quanti abbiano rispettato nel tempo gli impegni derivanti dall’Accordo di integrazione.
Questa assenza di indicatori produce un effetto paradossale.
Nel dibattito pubblico si tende spesso a considerare gli stranieri come un insieme indistinto, mentre una moderna politica migratoria dovrebbe distinguere le situazioni individuali. Chi dimostra, nel tempo, un’effettiva integrazione rappresenta una realtà profondamente diversa da chi, invece, non costruisce alcun percorso di inserimento sociale e di rispetto delle regole della convivenza.
Senza questa distinzione, ogni discussione rischia di oscillare tra due estremi: da un lato chi ritiene che ogni permanenza debba essere comunque favorita; dall’altro chi propone soluzioni generalizzate fondate esclusivamente sull’allontanamento. Entrambe le impostazioni finiscono per trascurare l’elemento decisivo: la valutazione concreta del percorso individuale.
Il dato del 9,4% impone dunque un cambio di prospettiva. Non basta più amministrare gli ingressi. Occorre governare la permanenza.
Ciò significa dotarsi di strumenti capaci di misurare l’integrazione attraverso criteri oggettivi, verificabili e trasparenti, affinché le politiche migratorie non siano guidate soltanto dalla gestione delle emergenze, ma da una conoscenza effettiva della realtà.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca proprio in questa prospettiva. L’obiettivo non è sostituire il diritto con gli slogan, ma superare un limite conoscitivo delle politiche attuali: lo Stato sa quanti cittadini stranieri vivono in Italia, ma non dispone ancora di un sistema organico per misurarne il percorso di integrazione.
Se quasi il 10% della popolazione è costituito da cittadini stranieri, continuare a ragionare esclusivamente in termini emergenziali significa guardare solo all’inizio del fenomeno migratorio. La sfida dei prossimi anni sarà invece quella di costruire una politica della permanenza, fondata sulla responsabilità individuale, sulla verifica dell’integrazione e sulla capacità delle istituzioni di governare un fenomeno che, ormai, fa parte stabilmente della società italiana.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Quando si parla di immigrazione e welfare, il dibattito pubblico si limita quasi sempre a una domanda: quanto costa l’immigrazione?
È una domanda legittima, ma incompleta.
Una moderna politica pubblica dovrebbe interrogarsi anche sul rapporto inverso: un’integrazione realmente efficace può contribuire a ridurre, nel tempo, alcune voci della spesa sociale?
Oggi non disponiamo di studi che consentano di quantificare con precisione questo effetto. Tuttavia è possibile individuare alcuni settori nei quali una migliore integrazione potrebbe ragionevolmente produrre benefici economici e sociali.
Il primo riguarda il sostegno al reddito.
Una persona che conosce la lingua italiana, possiede competenze professionali e riesce a inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro ha maggiori probabilità di raggiungere l’autonomia economica. Ciò potrebbe tradursi in un minore ricorso alle misure di contrasto alla povertà, ai contributi economici comunali e ad altre forme di assistenza destinate ai nuclei privi di reddito sufficiente.
Un secondo settore è rappresentato dalle politiche abitative.
L’occupazione stabile facilita l’accesso al mercato privato degli affitti e riduce il rischio di situazioni di emergenza abitativa. Di conseguenza potrebbero diminuire gli interventi pubblici per l’alloggio temporaneo, i contributi straordinari all’affitto e altre misure destinate alle situazioni di grave fragilità.
Anche i servizi sociali comunali potrebbero beneficiare di percorsi di integrazione più efficaci.
Molti interventi degli assistenti sociali riguardano situazioni di marginalità, isolamento, difficoltà linguistiche o incapacità di accedere autonomamente ai servizi pubblici. Una maggiore autonomia personale potrebbe consentire ai servizi sociali di concentrare le proprie risorse sui casi realmente più complessi.
Esiste poi il tema della scuola, probabilmente il più importante in una prospettiva di lungo periodo.
Investire sull’integrazione delle famiglie e dei minori può contribuire a ridurre la dispersione scolastica, favorire il completamento degli studi e migliorare l’inserimento lavorativo delle seconde generazioni. Non significa spendere meno per l’istruzione, ma aumentare l’efficacia della spesa pubblica, riducendo gli interventi di recupero e contrastando il rischio di esclusione sociale.
Anche la formazione professionale dovrebbe essere considerata in questa prospettiva.
Troppo spesso viene percepita esclusivamente come un costo. In realtà può rappresentare un investimento capace di trasformare una persona economicamente inattiva in un lavoratore che versa imposte e contributi. In questo senso, la formazione non dovrebbe essere valutata soltanto per quanto costa oggi, ma anche per il ritorno economico che può generare negli anni successivi.
Un’ulteriore riflessione riguarda il sistema sanitario.
Una migliore conoscenza della lingua italiana e dei servizi pubblici può favorire la prevenzione, l’adesione ai programmi vaccinali, il corretto utilizzo della medicina territoriale e una più efficace gestione delle cure. L’obiettivo non è ridurre la tutela della salute, ma migliorare l’efficienza del sistema sanitario attraverso una maggiore consapevolezza e autonomia dei cittadini.
Vi sono infine effetti indiretti che meritano attenzione.
Una migliore integrazione scolastica, lavorativa e sociale può contribuire a ridurre situazioni di marginalità che, nel lungo periodo, possono riflettersi anche sui costi sostenuti dai servizi sociali, dal sistema giudiziario e, nei casi più gravi, dal sistema penitenziario. Non si tratta di automatismi, né di rapporti di causa ed effetto validi per ogni singola persona. Si tratta, piuttosto, di una prospettiva che merita di essere studiata attraverso strumenti statistici adeguati.
Ed è proprio qui che emerge il principale limite delle attuali politiche migratorie.
Lo Stato conosce quanto spende per ciascuna voce del welfare. Conosce il numero dei beneficiari delle prestazioni assistenziali, delle politiche abitative e dei programmi di sostegno. Ma non misura se un percorso di integrazione riesca, nel tempo, a trasformare un beneficiario dell’assistenza in un contribuente autonomo.
Questa è la statistica che oggi manca.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di colmare questa lacuna. Misurare l’integrazione non significa soltanto verificare il rispetto di regole o l’inserimento sociale. Significa anche valutare l’efficacia delle politiche pubbliche.
Uno Stato moderno dovrebbe essere in grado di rispondere a una domanda semplice: quanti cittadini stranieri, grazie a un percorso di integrazione riuscito, sono usciti progressivamente dal circuito dell’assistenza, hanno trovato un lavoro stabile, hanno iniziato a contribuire al sistema fiscale e previdenziale e hanno raggiunto una piena autonomia economica?
Se riuscissimo a misurare questo percorso, il dibattito sull’immigrazione cambierebbe profondamente. Non discuteremmo più soltanto del costo del welfare, ma del valore economico e sociale dell’integrazione. Ed è proprio da questa prospettiva che dovrebbe partire una nuova politica della permanenza.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
I nuovi contratti milionari stipulati dal Governo degli Stati Uniti con società private per la gestione dell’immigrazione irregolare dimostrano quanto possa diventare onerosa una politica migratoria quando interviene soltanto nella fase dell’emergenza.
Negli Stati Uniti il ricorso ad aziende private per la gestione dei centri di trattenimento, dei servizi logistici, del trasporto dei migranti e del supporto operativo alle attività di controllo rappresenta una realtà consolidata da anni. L’attuale rafforzamento di questo modello risponde all’esigenza di aumentare la capacità dello Stato di trattenere, trasferire e rimpatriare gli immigrati irregolari.
Non è questo, però, il dato più interessante.
La vera domanda è perché uno Stato sia costretto a investire miliardi di dollari per gestire le conseguenze dell’immigrazione, anziché investire nella costruzione di un sistema capace di prevenirne il fallimento.
Quando le risorse pubbliche vengono destinate prevalentemente ai controlli, ai trattenimenti, ai trasferimenti e ai rimpatri, significa che il fenomeno migratorio viene affrontato quasi esclusivamente nella sua fase patologica.
Si interviene quando il problema è già esploso.
Una moderna politica migratoria dovrebbe invece iniziare molto prima.
Dovrebbe accompagnare la permanenza dello straniero attraverso un percorso giuridicamente definito, fondato su diritti ma anche su doveri, con criteri oggettivi di valutazione dell’integrazione.
È proprio questa la prospettiva del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il paradigma parte da un presupposto semplice: l’integrazione non può essere considerata un concetto astratto o affidato esclusivamente alla spontaneità dei singoli. Deve diventare un percorso misurabile attraverso indicatori oggettivi, quali il rispetto delle leggi, la partecipazione al lavoro, l’autonomia economica, la conoscenza della lingua, il rispetto dei principi costituzionali e l’effettiva adesione alle regole della convivenza civile.
Quando tale percorso produce risultati positivi, esso rafforza le ragioni della permanenza.
Quando invece il percorso di integrazione fallisce in modo stabile e secondo criteri previamente determinati dalla legge, l’ordinamento deve poter valutare l’attivazione di un percorso di ReImmigrazione, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, delle norme europee e delle valutazioni individuali di ciascun caso concreto.
L’esperienza americana dimostra cosa accade quando il sistema concentra gran parte delle proprie risorse sulla gestione dell’emergenza.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di invertire questa logica.
L’obiettivo non è spendere sempre di più per controllare l’immigrazione irregolare, ma costruire un sistema capace di misurare tempestivamente l’integrazione, premiando chi realizza un autentico percorso di inserimento e intervenendo, prima che il fenomeno degeneri, nei confronti delle situazioni di stabile mancata integrazione.
Una politica migratoria che investe soltanto nei centri di trattenimento e nei rimpatri arriva sempre troppo tardi.
Una politica migratoria che investe nell’integrazione misurabile governa il fenomeno prima che diventi un’emergenza.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
Dubai sta trasformando il controllo dell’immigrazione in un procedimento sempre più rapido, automatizzato e apparentemente invisibile. Nei primi sei mesi del 2026, i sistemi digitali gestiti dalla General Directorate of Identity and Foreigners Affairs avrebbero trattato oltre 9,4 milioni di viaggiatori. La maggior parte ha utilizzato gli Smart Gates, mentre più di 439 mila persone…
Sabato 10 ottobre 2026, alle ore 15:00, si terrà a Padova, in via Piovese 140, la conferenza “ReImmigrazione – Quale futuro per l’identità europea?”, con gli interventi di Lamberto Rimondini e dell’Avvocato Fabio Loscerbo. L’incontro affronterà uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto tra immigrazione, integrazione e identità europea. Al centro del…
Il rilancio del modello Albania da parte del governo italiano parte da un’esigenza reale: rendere effettive le decisioni di rimpatrio. Un ordinamento che accerta l’assenza del diritto di soggiornare, adotta un provvedimento di espulsione e poi non riesce a eseguirlo perde credibilità. I centri collocati in Paesi terzi possono quindi rappresentare uno strumento utile per…
Quando si parla di integrazione, il dibattito si concentra quasi sempre sul momento dell’ingresso o sul rilascio del primo permesso di soggiorno.
A mio avviso, questa impostazione presenta un limite evidente.
L’integrazione non è una condizione che si acquisisce una volta per tutte. È un percorso dinamico che può consolidarsi nel tempo, ma che può anche interrompersi o regredire.
Una persona perfettamente integrata oggi potrebbe, tra alcuni anni, perdere quel legame con la comunità nazionale per ragioni personali, economiche, sociali o culturali. Allo stesso modo, chi inizialmente incontra difficoltà potrebbe invece costruire progressivamente un autentico percorso di inserimento.
Per questa ragione ritengo che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” debba fondarsi su una valutazione periodica dell’integrazione, e non su un controllo effettuato soltanto al momento dell’ingresso o del rilascio del titolo di soggiorno.
Non si tratta di immaginare verifiche arbitrarie o invasive, ma di costruire un sistema trasparente, fondato su criteri oggettivi e predeterminati, capace di verificare se continuino a sussistere quelle condizioni che giustificano la permanenza stabile nel territorio nazionale.
Questa impostazione avrebbe anche una funzione preventiva.
Uno Stato che monitora nel tempo il percorso di integrazione è in grado di individuare con maggiore tempestività situazioni di emarginazione, isolamento sociale o progressiva radicalizzazione, intervenendo prima che tali fenomeni producano conseguenze più gravi.
L’integrazione, quindi, non dovrebbe essere concepita come un semplice requisito iniziale, ma come un impegno reciproco che accompagna l’intera permanenza dello straniero in Italia.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” approfondisco questa proposta, spiegando perché ritengo che la valutazione periodica dell’integrazione rappresenti uno degli elementi più innovativi del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Se desideri approfondire questa riflessione e conoscere nel dettaglio le argomentazioni illustrate durante il confronto, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
In un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 9 agosto 2026, il regista spagnolo David Trueba ha ricondotto le tensioni tra Madrid e Roma anche alle differenti politiche adottate in materia di immigrazione. Secondo Trueba, la Spagna avrebbe scelto politiche progressiste e proprio per questo sarebbe considerata dal Governo italiano quasi come un Paese nemico.…
Il Comune di Bologna ha compiuto una scelta politica precisa: coinvolgere direttamente le associazioni delle comunità straniere e il Terzo settore nella costruzione delle politiche cittadine sull’immigrazione, sull’integrazione e sull’accesso ai servizi. Nel maggio 2026 si è insediato il Forum interculturale delle cittadinanze di Bologna, presentato dall’amministrazione come uno spazio di democrazia partecipativa destinato a…
Bologna non si limita più a dichiararsi una città accogliente. L’amministrazione del sindaco Matteo Lepore ha scelto di definire formalmente il capoluogo emiliano come una città antirazzista e interculturale, trasformando questa impostazione in un criterio trasversale dell’azione amministrativa. Nel febbraio 2023 la Giunta comunale ha approvato il Piano d’azione locale per una città antirazzista e…
Secondo i più recenti dati dell’ISTAT, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione. Si tratta di un dato destinato a far riflettere, non tanto per la sua dimensione numerica quanto per ciò che rappresenta: l’immigrazione non è più un fenomeno straordinario o temporaneo, ma una componente strutturale della società italiana.
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sugli sbarchi, sugli ingressi irregolari e sui rimpatri. Sono temi certamente importanti, ma fotografano soltanto una parte del fenomeno. I dati ISTAT dimostrano invece che quasi una persona su dieci residente nel nostro Paese è cittadina straniera. Questo impone un cambio di prospettiva.
Quando un fenomeno assume carattere strutturale, non basta più chiedersi quante persone entrano in Italia. Occorre domandarsi come vivono, se lavorano, se conoscono la lingua italiana, se rispettano l’ordinamento giuridico, se partecipano alla vita della comunità e se stanno costruendo un autentico percorso di integrazione.
Ed è proprio qui che emerge il limite delle statistiche oggi disponibili.
Lo Stato conosce il numero dei residenti stranieri, il numero dei permessi di soggiorno rilasciati, delle domande di protezione internazionale presentate, dei ricongiungimenti familiari e dei rimpatri eseguiti. Sono informazioni indispensabili, ma riguardano prevalentemente la posizione amministrativa delle persone.
Ciò che continua a mancare è una misurazione sistematica dell’integrazione.
Non disponiamo di indicatori pubblici e omogenei che consentano di comprendere quanti stranieri abbiano raggiunto un’effettiva autonomia economica, quanti abbiano una stabile conoscenza della lingua italiana, quanti partecipino alla vita civica, quanti abbiano consolidato un percorso lavorativo duraturo o quanti abbiano rispettato nel tempo gli impegni derivanti dall’Accordo di integrazione.
In altre parole, misuriamo la presenza, ma non il percorso.
Questa lacuna rende inevitabilmente incompleto anche il dibattito politico. Da una parte si continua a discutere di nuove politiche di accoglienza; dall’altra si invocano politiche di rimpatrio o di remigrazione. Entrambe le posizioni rischiano però di trascurare una domanda preliminare: come distinguere, attraverso criteri oggettivi, chi ha costruito un reale percorso di integrazione da chi non lo ha fatto?
Una moderna politica migratoria dovrebbe essere in grado di rispondere proprio a questo interrogativo.
Il dato dei 5,56 milioni non dovrebbe quindi essere letto come un semplice numero demografico. Dovrebbe rappresentare il punto di partenza per ripensare gli strumenti di governo dell’immigrazione. Se quasi il 10% della popolazione residente è costituito da cittadini stranieri, allora la sfida principale non è più soltanto quella di controllare gli ingressi, ma quella di valutare in modo serio, trasparente e verificabile i percorsi di permanenza.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce da questa constatazione. Non propone di sostituire il diritto con gli slogan, ma di colmare una lacuna conoscitiva delle attuali politiche migratorie. Uno Stato moderno non dovrebbe limitarsi a sapere quante persone sono presenti sul proprio territorio; dovrebbe essere in grado di valutare anche il livello della loro integrazione, utilizzando indicatori oggettivi e individuali.
Il dato dell’ISTAT non chiude dunque il dibattito. Lo apre. Perché il futuro delle politiche migratorie non dipenderà soltanto da quanti immigrati vivono in Italia, ma dalla capacità delle istituzioni di comprendere, misurare e governare i loro percorsi di integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
L’approvazione della regolarizzazione straordinaria di circa un milione di immigrati irregolari da parte della Spagna rappresenta una delle più importanti decisioni europee in materia migratoria degli ultimi anni. Secondo i sostenitori della misura, essa consentirà di far emergere il lavoro sommerso, rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e offrire una prospettiva di legalità a persone che già vivono stabilmente nel territorio spagnolo.
Si tratta di obiettivi certamente legittimi. Tuttavia, la scelta del Governo spagnolo pone una questione che riguarda non soltanto Madrid, ma l’intera Unione europea.
Lo spazio Schengen è fondato sulla libera circolazione delle persone. Ciò significa che una decisione adottata da un singolo Stato membro non produce effetti esclusivamente nazionali. Il rilascio di un titolo di soggiorno da parte della Spagna consente infatti al suo titolare di circolare, nei limiti previsti dall’ordinamento europeo, anche negli altri Paesi dell’area Schengen.
È proprio questo il punto che dovrebbe far riflettere.
Una regolarizzazione di tali dimensioni non può essere considerata una scelta che interessa soltanto lo Stato che la adotta. Le sue conseguenze si estendono inevitabilmente all’intero sistema europeo di libera circolazione.
Per questa ragione, il vero problema non è la regolarizzazione in sé.
Il vero problema è che essa non sembra essere accompagnata da un percorso giuridicamente vincolante di integrazione.
Una politica migratoria moderna non dovrebbe limitarsi a trasformare una posizione irregolare in una posizione regolare. Dovrebbe anche stabilire quali siano gli obblighi che accompagnano tale riconoscimento. La conoscenza della lingua del Paese ospitante, il rispetto delle regole della convivenza civile, la partecipazione al mercato del lavoro, il rispetto dei valori costituzionali e l’assenza di comportamenti incompatibili con la permanenza dovrebbero costituire elementi oggettivi di un percorso verificabile nel tempo.
In assenza di tali strumenti, la regolarizzazione rischia di ridursi ad una mera sanatoria amministrativa.
L’errore, quindi, non consiste nell’aver scelto la strada della regolarizzazione. L’errore consiste nell’aver rinunciato a collegarla ad un sistema di misurazione dell’integrazione.
Il dibattito europeo si è concentrato quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere, sulla redistribuzione dei richiedenti asilo e sull’efficacia dei rimpatri. La vicenda spagnola dimostra invece che anche le politiche di regolarizzazione possono produrre effetti europei e, proprio per questo, non possono essere lasciate esclusivamente alla discrezionalità dei singoli Stati senza un quadro comune di responsabilità.
Se una persona regolarizzata in uno Stato membro acquisisce la possibilità di circolare nello spazio Schengen, è interesse di tutti gli Stati europei sapere secondo quali criteri quella permanenza sia stata consolidata.
È su questo terreno che l’Unione europea continua a mostrare un vuoto normativo.
L’Europa disciplina gli ingressi, le procedure di asilo, i controlli alle frontiere e la cooperazione tra gli Stati. Non dispone invece di un sistema comune capace di misurare il livello di integrazione delle persone che ottengono il diritto a soggiornare stabilmente nel territorio europeo.
Ed è proprio qui che dovrebbe svilupparsi il futuro dibattito sulle politiche migratorie.
Una regolarizzazione dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso, non il suo punto di arrivo. Il riconoscimento della legalità della permanenza dovrebbe essere accompagnato da un accordo di integrazione fondato su criteri oggettivi e verificabili, il cui esito possa incidere anche sul consolidamento del diritto a rimanere nel territorio dell’Unione.
La sanatoria spagnola dimostra, ancora una volta, che l’Europa continua a discutere di come trasformare gli immigrati irregolari in immigrati regolari. Manca però una riflessione altrettanto seria su come trasformare una presenza regolare in una integrazione effettiva.
Senza questo passaggio, ogni regolarizzazione rischia di risolvere un problema amministrativo nazionale, trasferendo però all’intera area Schengen le conseguenze di una integrazione che nessuno ha realmente misurato.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
Bologna, il degrado creato con l’intelligenza artificiale: quando una foto falsa racconta un problema vero Una fotografia può essere falsa senza che sia necessariamente falso il problema che pretende di rappresentare, ed è precisamente questa distinzione, apparentemente elementare ma sempre più difficile da mantenere nel dibattito pubblico contemporaneo, che dovrebbe guidare la riflessione sulla vicenda…
Misurare l’integrazione non significa attribuire un voto alle persone straniere. Significa comprendere se un territorio stia riuscendo a trasformare una presenza demografica stabile in partecipazione, autonomia e convivenza. Per Malalbergo, il passaggio successivo dovrebbe essere la costruzione di un Indice locale di integrazione, capace di offrire ogni anno una fotografia sintetica ma attendibile dell’evoluzione del…
Uno degli argomenti più frequenti contro il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” è che sarebbe impossibile misurare giuridicamente il grado di integrazione di una persona.
In realtà, il nostro ordinamento dimostra esattamente il contrario.
Esiste già un settore del diritto dell’immigrazione nel quale il percorso di integrazione viene quotidianamente valutato dalle autorità amministrative e dall’autorità giudiziaria: quello della protezione complementare.
Quando un cittadino straniero chiede il riconoscimento di questa forma di tutela, uno degli elementi che possono assumere rilievo è proprio il livello di integrazione raggiunto in Italia. Il giudice è chiamato a effettuare una valutazione individuale, considerando il percorso personale dello straniero, il suo radicamento sociale e familiare e le conseguenze che deriverebbero da un eventuale rimpatrio.
Questo dimostra che il diritto italiano conosce già strumenti idonei a valutare l’integrazione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non propone, quindi, un’idea astratta o priva di basi giuridiche. Al contrario, prende le mosse da un’esperienza che il nostro ordinamento già conosce e propone di estenderla, trasformando la valutazione dell’integrazione da criterio utilizzato in casi specifici a principio generale della politica migratoria.
Significa passare da un sistema che misura prevalentemente gli ingressi e i rimpatri a un sistema che misura anche il percorso costruito dalla persona nel corso della propria permanenza in Italia.
È proprio questa, a mio avviso, la vera innovazione del paradigma.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” approfondisco questo tema, spiegando perché considero la protezione complementare un vero e proprio laboratorio giuridico sul quale costruire una nuova politica migratoria fondata sulla valutazione individuale dell’integrazione.
Se desideri approfondire questa proposta e conoscere nel dettaglio il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
La geografia dell’immigrazione verso l’Italia sta cambiando. Crescono gli arrivi dall’Asia, aumentano alcune provenienze dal Nord Africa e diminuisce il peso relativo dell’America Latina. Non si tratta soltanto di una variazione statistica: cambiano le lingue, i percorsi formativi, le competenze professionali, le strutture familiari e le modalità di inserimento nelle comunità locali. Questa trasformazione rende…
L’8 agosto 2026 Fanpage.it, in un’intervista a Stefano Allievi, professore ordinario di Sociologia all’Università di Padova e studioso dei fenomeni migratori, ha posto una questione che merita di essere presa sul serio: l’immigrazione non sarebbe un’emergenza in sé; il problema sarebbe piuttosto l’incapacità dell’Italia di governarla. Su questo punto è difficile dissentire. Un fenomeno che…
Roberto Vannacci individua alcuni problemi reali della politica migratoria italiana: l’inefficacia dei rimpatri, la debolezza dei controlli, la difficoltà di governare gli ingressi irregolari e l’incapacità dello Stato di dare concreta esecuzione alle proprie decisioni. Su questi punti non serve fingere che tutto funzioni. Il sistema italiano è frammentato, lento e spesso incapace di distinguere…
Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’ISTAT, al 1° gennaio 2026 in Italia risiedono 5 milioni e 560 mila cittadini stranieri, pari al 9,4% della popolazione residente. Si tratta di un dato ormai strutturale, non più riconducibile a un’emergenza temporanea o a un fenomeno contingente. L’Italia è diventata un Paese nel quale quasi un residente su dieci possiede una cittadinanza diversa da quella italiana.
Eppure, nonostante la rilevanza di questo numero, il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli sbarchi, sugli ingressi irregolari, sui rimpatri e sulle quote di ingresso. Si discute continuamente di come si entra in Italia, molto meno di come si vive in Italia dopo l’ingresso.
È una prospettiva che rischia di essere incompleta.
Quando una componente della popolazione raggiunge dimensioni così significative, la domanda decisiva non può più essere soltanto quante persone arrivano ogni anno. La vera questione diventa comprendere quale sia il loro percorso nel tempo: lavorano? Conoscono la lingua italiana? Sono economicamente autonomi? Rispettano le regole dell’ordinamento? Partecipano alla vita della comunità? Oppure si trovano in condizioni di marginalità, esclusione o conflittualità?
Paradossalmente, lo Stato italiano è in grado di dirci con precisione quanti cittadini stranieri risiedono sul territorio nazionale, quanti nuovi permessi di soggiorno vengono rilasciati, quante domande di protezione internazionale vengono presentate e quanti cittadini stranieri risultano occupati. Tutte informazioni indispensabili.
Ciò che manca, però, è probabilmente il dato più importante.
Non esiste una misurazione pubblica, sistematica e periodica del livello di integrazione delle persone che vivono stabilmente nel nostro Paese.
Non sappiamo quanti abbiano raggiunto un’effettiva autonomia sociale ed economica. Non disponiamo di indicatori complessivi che consentano di valutare i percorsi individuali. Non esiste una statistica nazionale capace di distinguere chi ha sviluppato un’integrazione solida da chi, invece, manifesta persistenti difficoltà di inserimento.
Questa assenza produce una conseguenza evidente: le politiche migratorie finiscono inevitabilmente per essere costruite sulla base dei flussi, anziché dei percorsi.
Si misurano gli arrivi.
Si misurano le presenze.
Si misurano i permessi di soggiorno.
Ma non si misura l’integrazione.
Eppure è proprio l’integrazione il vero punto di equilibrio tra i diritti della persona e l’interesse generale della collettività. Una società democratica non dovrebbe limitarsi a registrare la presenza delle persone sul proprio territorio, ma dovrebbe essere in grado di valutare, con criteri oggettivi e trasparenti, il loro percorso di inserimento.
Naturalmente ciò non significa elaborare classifiche o introdurre meccanismi discriminatori. Significa, piuttosto, dotarsi di strumenti conoscitivi adeguati. Ogni politica pubblica efficace nasce dalla capacità di misurare il fenomeno che intende governare.
L’ISTAT misura l’occupazione, la natalità, la povertà, il livello di istruzione, la salute, la criminalità e decine di altri indicatori sociali. Perché, allora, continuiamo a non misurare anche l’integrazione?
Finché questa domanda resterà senza risposta, il dibattito politico rischierà di oscillare continuamente tra chi propone esclusivamente nuove forme di accoglienza e chi invoca soltanto maggiori rimpatri. Entrambe le posizioni, pur partendo da presupposti diversi, condividono un limite: non dispongono di uno strumento oggettivo per valutare il percorso individuale delle persone.
È proprio da questa constatazione che prende forma il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come contrapposizione ideologica, ma come proposta di metodo. Prima di decidere chi possa consolidare la propria permanenza nel territorio nazionale, occorre essere in grado di misurare il livello di integrazione raggiunto attraverso criteri chiari, verificabili e rispettosi dello Stato di diritto.
Forse il vero problema dell’Italia non è che non conosca il numero dei cittadini stranieri residenti. Quel numero lo conosciamo con precisione: 5 milioni e 560 mila persone, pari al 9,4% della popolazione.
Il problema è che continuiamo a non sapere, e soprattutto a non misurare, quanto quelle persone siano realmente integrate nella comunità nazionale.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
L’articolo del Sole 24 Ore intitolato “Immigrazione: dalla politica dei flussi alla politica del capitale umano” coglie un cambiamento che sta progressivamente emergendo nel dibattito europeo. Per molti anni il confronto politico si è concentrato quasi esclusivamente sulla gestione quantitativa dell’immigrazione: quanti ingressi autorizzare, come controllare le frontiere, come distribuire i richiedenti asilo tra gli Stati membri e come rendere più efficaci i rimpatri.
Oggi, invece, inizia ad affermarsi una prospettiva diversa. Non basta più discutere del numero delle persone che entrano in un Paese; occorre interrogarsi anche sulle competenze, sulle professionalità e sul contributo che l’immigrazione può offrire allo sviluppo economico e sociale. È la logica del capitale umano, che considera la persona non soltanto come destinataria di una disciplina amministrativa, ma anche come risorsa potenziale per il sistema produttivo.
Si tratta di un’evoluzione significativa e, sotto molti aspetti, positiva. Una moderna politica migratoria non può prescindere dalle esigenze del mercato del lavoro, dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente competizione internazionale per attrarre lavoratori qualificati.
Tuttavia, proprio perché il dibattito sta evolvendo, è necessario compiere un ulteriore passo in avanti.
La politica dei flussi risponde alla domanda: quanti far entrare.
La politica del capitale umano risponde alla domanda: chi far entrare.
Manca però una terza domanda, destinata a diventare sempre più centrale nei prossimi anni: come valutare il percorso di integrazione di chi rimane?
È su questo terreno che, a mio avviso, si giocherà la prossima stagione delle politiche migratorie europee.
L’integrazione non può essere considerata un concetto esclusivamente culturale o sociologico. Deve diventare anche una categoria giuridica, fondata su criteri oggettivi, trasparenti e verificabili. Il rispetto delle leggi, la partecipazione alla vita lavorativa, l’autonomia economica, la conoscenza della lingua italiana, il rispetto dei principi costituzionali e l’assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile rappresentano elementi che possono essere valutati nel tempo attraverso indicatori predeterminati.
Solo così sarà possibile superare una contrapposizione che da anni divide il dibattito pubblico tra chi ritiene che l’immigrazione rappresenti esclusivamente una risorsa e chi, al contrario, la considera soltanto un problema.
La vera sfida consiste nel riconoscere che non esistono giudizi validi in astratto. Esistono, invece, percorsi individuali che possono essere valutati sulla base di criteri giuridici uguali per tutti.
Una politica dell’integrazione non sostituisce la politica dei flussi né quella del capitale umano. Le completa.
Selezionare gli ingressi è importante. Attrarre competenze è altrettanto importante. Ma nessuna politica migratoria può dirsi realmente compiuta se rinuncia a valutare, nel tempo, l’effettiva integrazione delle persone che vivono stabilmente nel territorio nazionale.
Il dibattito aperto dal Sole 24 Ore rappresenta quindi un passaggio significativo. La riflessione sul capitale umano segna un progresso rispetto a una visione esclusivamente numerica dell’immigrazione. Il passo successivo, tuttavia, dovrebbe essere la costruzione di una vera politica dell’integrazione, capace di misurare i percorsi individuali con criteri oggettivi e di collegare la permanenza nel territorio nazionale anche all’effettiva realizzazione del progetto di integrazione.
È probabilmente questa la discussione che l’Europa sarà chiamata ad affrontare nei prossimi anni.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
Quando si propone di misurare l’integrazione, il primo rischio è quello di immaginare nuove strutture, nuovi uffici e nuovi adempimenti amministrativi. In una realtà come Malalbergo, una simile impostazione sarebbe poco credibile. Creerebbe costi, irrigidimenti e resistenze, senza garantire risultati migliori. La proposta deve essere più semplice: non un nuovo ente permanente, ma un tavolo…
La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato del Michigan non è soltanto un risultato importante per l’ala progressista del Partito democratico americano. È anche un passaggio che impone di interrogarsi sulla trasformazione della presenza musulmana negli Stati Uniti: dalla domanda di riconoscimento e di protezione contro la discriminazione alla capacità di…
Il 30 luglio 2026, La Nazione ha raccontato l’incontro promosso dal Coordinamento Migranti Prato, che ha riunito circa cento persone appartenenti alle diverse comunità straniere presenti sul territorio, insieme ad associazioni, sindacati, realtà del terzo settore e rappresentanti delle istituzioni locali. Al centro del confronto sono stati posti il rinnovo dei permessi di soggiorno, le…
Ogni anno il dibattito sull’immigrazione torna a concentrarsi sui decreti flussi: quanti lavoratori autorizzare all’ingresso, quali settori produttivi privilegiare e quali quote assegnare alle imprese.
Ritengo, tuttavia, che il vero limite di questo sistema sia più profondo.
I decreti flussi continuano a considerare l’immigrazione principalmente come una risposta alle esigenze del mercato del lavoro. In altre parole, il centro del sistema rimane il fabbisogno economico delle imprese, mentre il percorso della persona passa inevitabilmente in secondo piano.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un cambio di prospettiva.
L’ingresso nel territorio nazionale non dovrebbe essere collegato esclusivamente alla disponibilità di un datore di lavoro, ma all’assunzione di un preciso impegno da parte dello straniero: intraprendere un percorso di integrazione verificabile nel tempo.
La domanda fondamentale non dovrebbe essere se un’impresa abbia bisogno di manodopera, ma se chi chiede di vivere stabilmente in Italia sia disposto a condividere le regole della nostra comunità, impararne la lingua, rispettarne l’ordinamento e costruire un reale percorso di inserimento.
In questa prospettiva, il lavoro rimane certamente un elemento importante dell’integrazione, ma non può rappresentarne l’unico criterio. Una politica migratoria moderna deve guardare alla persona nella sua interezza e non soltanto alla sua capacità produttiva.
È per questo motivo che ritengo necessario superare l’attuale sistema dei decreti flussi e sostituirlo con un modello fondato sulla responsabilità individuale e sulla permanenza condizionata all’effettivo percorso di integrazione.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” approfondisco questa proposta, spiegando perché ritengo che il sistema dei decreti flussi appartenga a una concezione ormai superata dell’immigrazione e perché sia necessario costruire un modello capace di mettere finalmente al centro la persona e non soltanto il mercato del lavoro.
Se desideri approfondire questi temi e conoscere nel dettaglio il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Donald Trump ha affermato che l’immigrazione e le politiche energetiche starebbero «uccidendo l’Europa», invitando il continente a fermare immediatamente l’immigrazione illegale. La dichiarazione, pronunciata il 3 agosto 2026 nello Studio Ovale, utilizza un linguaggio volutamente drastico, ma intercetta una questione che i governi europei non possono più eludere: il modello seguito negli ultimi anni non…
La tragedia di Marcinelle continua, a settant’anni di distanza, a essere uno dei simboli più dolorosi dell’emigrazione italiana. L’8 agosto 1956, nella miniera di Bois du Cazier, in Belgio, morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. È una pagina della nostra storia che impone rispetto e memoria. Proprio per questo, però, Marcinelle non dovrebbe essere…
Il 7 agosto 2026, Milano Finanza, affrontando il tema dell’inverno demografico italiano, ha riportato una posizione di Carlo Cottarelli sintetizzata in una formula molto chiara: l’Italia è un Paese vecchio e l’immigrazione serve. È una tesi che appartiene ormai stabilmente al dibattito pubblico italiano. Nascono pochi bambini, aumenta l’età media, diminuisce la popolazione in età…
L’articolo dell’Agenzia Opinione (consultabile qui: https://share.google/CsTFaaOp6JWbXFJJx) riporta una dichiarazione destinata a far discutere: «La remigrazione non esiste».
È un’affermazione che merita attenzione.
Da tempo il dibattito pubblico utilizza il termine “remigrazione” per indicare soluzioni molto diverse tra loro, spesso prive di un reale fondamento giuridico e difficilmente conciliabili con i principi costituzionali ed europei.
Proprio per questo è importante riconoscere che la remigrazione, intesa come categoria giuridica, oggi non esiste.
Ma da questa constatazione nasce una domanda ancora più importante.
Se la remigrazione non rappresenta una soluzione giuridicamente praticabile, quale modello dovrebbe adottare l’Europa quando un percorso di integrazione fallisce?
È proprio per rispondere a questa domanda che nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Non si tratta di riproporre la remigrazione con un nome diverso.
Al contrario.
Si tratta di costruire un modello fondato sul diritto, nel quale la permanenza sul territorio sia collegata a un’integrazione effettiva e verificabile. Quando tale integrazione non si realizza, l’ordinamento deve prevedere strumenti giuridici che conducano alla cessazione del progetto migratorio, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e internazionali.
Anche la proposta di revoca della cittadinanza per determinati casi dimostra che il dibattito politico sta cercando nuove risposte.
Ma il tema non può essere affrontato soltanto attraverso interventi sanzionatori.
Occorre costruire un sistema nel quale l’integrazione non sia un obiettivo astratto, bensì il criterio centrale che giustifica la permanenza.
La vera sfida, quindi, non è scegliere tra accoglienza e remigrazione.
È superare entrambe queste categorie per costruire un modello giuridico nuovo, nel quale il principio sia chiaro: integrazione effettiva oppure ReImmigrazione.
Il dibattito italiano sull’immigrazione vive spesso di percezioni, emergenze e slogan. I dati ufficiali, però, raccontano una realtà più complessa: l’immigrazione in Italia non è più soltanto una questione di arrivi, sbarchi o respingimenti, ma un fenomeno strutturale, demografico, lavorativo e amministrativo.
Secondo ISTAT, al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5 milioni e 560 mila, pari al 9,4% della popolazione complessiva. Il dato è in crescita di 188 mila unità rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo la popolazione italiana di cittadinanza italiana diminuisce di 189 mila unità. In altri termini, la stabilità demografica del Paese dipende ormai anche dalla componente straniera residente.
Questo primo numero va letto senza retorica. Non significa che l’immigrazione sia automaticamente una soluzione ai problemi dell’Italia. Significa, però, che non può più essere trattata come un fenomeno marginale, transitorio o puramente emergenziale. Quando quasi un residente su dieci è straniero, la vera domanda non è più soltanto chi entra, ma chi rimane, come vive, se lavora, se rispetta le regole, se partecipa alla comunità nazionale e se sviluppa un percorso effettivo di integrazione.
Anche i dati sui cittadini non comunitari confermano questa trasformazione. Al 31 dicembre 2024 risultano oltre 3 milioni e 800 mila cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia, con un aumento del 5,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 sono stati rilasciati 290.119 nuovi permessi di soggiorno: un dato in calo del 12,3% rispetto al 2023, ma con una crescita dei nuovi permessi per lavoro, aumentati del 3,8%.
Questo passaggio è decisivo: l’immigrazione non è composta solo da richiedenti asilo o da arrivi via mare. Esiste una quota rilevante di immigrazione amministrativa, familiare, lavorativa, stabile. Ridurre tutto al tema degli sbarchi significa guardare solo una parte del fenomeno. Il Ministero dell’Interno pubblica quotidianamente i dati su sbarchi e accoglienza attraverso il proprio cruscotto statistico, ma proprio questa centralità comunicativa del dato sugli arrivi rischia di deformare la percezione pubblica.
Nel 2024 gli arrivi via mare sono stati 66.317, in forte diminuzione rispetto al 2023. Nello stesso anno, però, l’Italia ha registrato 158.605 domande di asilo e 78.565 decisioni in prima istanza, di cui 28.185 positive. Il tasso di riconoscimento in prima istanza è stato pari al 35,9%, inferiore alla media europea indicata al 51,4%.
Il dato sull’asilo dimostra un’altra cosa: non basta contare le domande, occorre valutare gli esiti, i tempi, le forme di protezione riconosciute, i rigetti, i ricorsi e soprattutto il percorso successivo della persona. Una decisione amministrativa o giudiziaria non chiude il problema politico e sociale della permanenza. Lo apre.
Sul piano lavorativo, il quadro è altrettanto rilevante. Il XV Rapporto del Ministero del Lavoro sugli stranieri nel mercato del lavoro indica 2 milioni e 514 mila occupati stranieri, pari al 10,5% del totale degli occupati in Italia. L’INPS, nel proprio Osservatorio 2024, registra 4.611.267 cittadini stranieri presenti nelle proprie banche dati, di cui 3.980.609 lavoratori, 378.645 pensionati e 252.013 percettori di prestazioni a sostegno del reddito.
Anche qui il dato va letto con equilibrio. La presenza lavorativa straniera è reale e significativa, ma non esaurisce il giudizio sull’integrazione. Lavorare è un indice fondamentale, ma non basta da solo. L’integrazione richiede anche stabilità abitativa, conoscenza linguistica, rispetto dell’ordinamento, autonomia economica, assenza di condotte incompatibili con la convivenza civile, partecipazione alla vita sociale e adesione sostanziale ai doveri della comunità.
Ed è proprio qui che emerge il limite principale dei dati ufficiali. Lo Stato misura quanti stranieri risiedono, quanti arrivano, quanti chiedono asilo, quanti ottengono un permesso, quanti lavorano e quanti sono presenti negli archivi previdenziali. Ma non misura in modo sistematico il livello individuale di integrazione.
Questo è il grande vuoto statistico italiano ed europeo.
Abbiamo statistiche sugli ingressi, ma non sulla permanenza qualificata. Abbiamo dati sui permessi, ma non sulla traiettoria individuale. Abbiamo numeri sul lavoro, ma non una valutazione complessiva del percorso di inserimento. Abbiamo il dato amministrativo della regolarità, ma non il dato sostanziale dell’integrazione.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce esattamente da questa lacuna. Non dalla negazione dei dati, ma dalla loro lettura critica. Se l’immigrazione è ormai una componente strutturale della società italiana, allora lo Stato non può limitarsi a registrare presenze. Deve misurare percorsi. Deve distinguere chi si integra da chi non si integra. Deve fondare la permanenza su criteri individuali, verificabili e giuridicamente sostenibili.
I numeri ufficiali raccontano dunque una verità semplice: l’Italia non può più permettersi una politica migratoria costruita solo sugli arrivi e sui rimpatri. Serve una politica della permanenza. E una politica della permanenza, per essere seria, deve partire da un dato che oggi ancora manca: la misurazione effettiva dell’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428
Negli ultimi anni il dibattito politico sull’immigrazione si è progressivamente trasformato in uno scontro tra slogan.
Da una parte si invocano politiche sempre più restrittive; dall’altra si continua a difendere un modello che, nei fatti, ha mostrato tutti i suoi limiti. Nel frattempo, il confronto sulle vere riforme necessarie continua a essere rinviato.
Eppure il futuro delle politiche migratorie non si giocherà soltanto sul numero degli ingressi, sulla costruzione di nuovi CPR o sull’efficacia dei rimpatri.
La vera sfida sarà individuare un criterio giuridico capace di distinguere chi ha costruito un autentico percorso di integrazione da chi, invece, non intende condividere i principi fondamentali della comunità nazionale.
È proprio questa l’idea alla base del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
L’obiettivo non è alimentare contrapposizioni ideologiche né sostituire uno slogan con un altro. Al contrario, si tratta di riportare il dibattito sul terreno del diritto, individuando strumenti normativi che consentano di valutare il percorso individuale dello straniero, di promuovere l’integrazione come dovere reciproco e di rendere la permanenza sul territorio nazionale coerente con tale percorso.
Credo che sia arrivato il momento di superare le contrapposizioni tra approcci esclusivamente repressivi e approcci esclusivamente assistenziali. L’Italia ha bisogno di una politica migratoria fondata sulla responsabilità, sull’equilibrio e sulla certezza delle regole.
Con questo articolo si conclude la serie dedicata alla diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa”, nel corso della quale ho presentato le principali proposte del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Invito chi non avesse ancora avuto occasione di seguire il confronto a guardare la registrazione integrale della diretta. Spero che le riflessioni sviluppate possano contribuire ad aprire un dibattito serio, giuridicamente fondato e orientato alla costruzione di una politica migratoria capace di guardare al futuro.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Le politiche migratorie vengono decise formalmente dallo Stato e dall’Unione europea. Sono questi i livelli istituzionali che disciplinano gli ingressi, i permessi di soggiorno, la protezione internazionale, le espulsioni e i rimpatri. Tuttavia, gli effetti concreti dell’immigrazione non si manifestano nei palazzi ministeriali o nelle sedi europee. Si manifestano anzitutto nei Comuni. È nei territori…
La vicenda della piscina romana con giornate e fasce orarie riservate alle sole donne potrebbe apparire, a una prima lettura, un episodio marginale: una struttura sportiva privata, un’iniziativa circoscritta al mese di agosto, un servizio destinato a consentire l’accesso al nuoto a persone che non si sentono a proprio agio negli spazi misti. Sarebbe facile…
Ogni volta che l’Europa viene colpita da episodi di radicalismo, violenza ideologica o fondamentalismo religioso, il dibattito pubblico oscilla tra due semplificazioni opposte. Da un lato vi è chi ritiene sufficiente chiudere le frontiere. Dall’altro vi è chi rifiuta persino di riconoscere che, in alcuni casi, il fanatismo possa trovare terreno fertile anche all’interno di…
Le dichiarazioni del vescovo Brendan John Cahill, secondo cui la remigrazione violerebbe la dignità umana, meritano di essere lette con attenzione. Al di là delle diverse posizioni politiche, esse riportano al centro del dibattito un principio che nessuno Stato democratico può ignorare: ogni politica migratoria deve confrontarsi con il rispetto della persona e dei suoi diritti fondamentali.
Proprio per questo, tuttavia, la riflessione non può arrestarsi a una contrapposizione tra favorevoli e contrari alla remigrazione.
Se la remigrazione viene concepita come una risposta generalizzata al fenomeno migratorio, è comprensibile che sollevi interrogativi sul piano della dignità umana, della proporzionalità e della tutela dei diritti. Ma limitarsi a respingere questa prospettiva non risolve il problema che molti cittadini europei percepiscono: come gestire, nel lungo periodo, una presenza stabile di cittadini stranieri quando i percorsi di integrazione producono risultati molto diversi tra loro?
È proprio in questo spazio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il paradigma non nasce per contrapporsi alla dignità umana, bensì per cercare di renderla compatibile con l’esigenza degli Stati di governare il fenomeno migratorio attraverso criteri giuridici chiari, individuali e verificabili.
L’idea di fondo è semplice: il dibattito europeo dovrebbe spostarsi dalla sola gestione degli ingressi alla valutazione dei percorsi di permanenza. La domanda non dovrebbe essere soltanto chi entra nel territorio dell’Unione, ma anche quale percorso di integrazione viene concretamente realizzato nel corso degli anni.
Questo significa discutere di indicatori oggettivi, di responsabilità reciproche, di diritti ma anche di doveri, sempre nel rispetto delle garanzie procedimentali e del principio di proporzionalità. Significa superare sia l’idea di un’accoglienza priva di qualsiasi verifica, sia quella di soluzioni indiscriminate che non distinguono tra situazioni profondamente diverse.
In questa prospettiva, la dignità umana non rappresenta un ostacolo al paradigma, ma il suo presupposto. Proprio perché ogni persona è titolare di una dignità intrinseca, ogni decisione che incide sulla permanenza nel territorio deve essere fondata su una valutazione individuale, motivata e rispettosa dello Stato di diritto, e non su automatismi o appartenenze collettive.
Le parole del vescovo Cahill, quindi, possono essere lette non come la chiusura del dibattito, ma come l’occasione per aprirne uno nuovo. Un dibattito che non si limiti a scegliere tra accoglienza senza condizioni e remigrazione indiscriminata, ma che affronti la questione decisiva per il futuro dell’Europa: come costruire una politica migratoria capace di coniugare dignità della persona, responsabilità individuale e coesione sociale.
Forse è proprio qui che il confronto europeo dovrebbe evolversi. Non chiedendosi semplicemente se essere favorevoli o contrari alla remigrazione, ma interrogandosi su quali strumenti giuridici possano rendere la permanenza dello straniero un percorso fondato sull’integrazione effettiva, nel pieno rispetto dei valori costituzionali e dei diritti fondamentali.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Si tratta di un dato che merita di essere riconosciuto.
Chi lavora regolarmente, produce reddito e paga le imposte contribuisce al finanziamento dei servizi pubblici e al funzionamento dello Stato. Negarlo significherebbe ignorare la realtà.
Ma il rischio è che il dibattito cada, ancora una volta, nella stessa impostazione che caratterizza da anni le politiche migratorie europee: valutare l’immigrazione quasi esclusivamente attraverso il suo impatto economico.
Prima si sostiene che gli immigrati servono perché manca manodopera.
Poi si afferma che sono indispensabili perché pagano le pensioni.
Ora si sottolinea il loro contributo all’IRPEF.
Sono tutti argomenti reali, ma tutti accomunati dalla stessa visione economicista.
Il valore di una politica migratoria non può essere misurato soltanto dal gettito fiscale che produce.
Uno Stato non può decidere chi entra e chi rimane esclusivamente sulla base dell’utilità economica. Una comunità politica si fonda anche sull’integrazione, sul rispetto delle regole, sulla partecipazione alla vita civile e sulla condivisione dei principi fondamentali dell’ordinamento.
È proprio da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il contributo fiscale costituisce certamente un indice importante di integrazione, ma non è sufficiente da solo. Lavoro regolare, conoscenza della lingua italiana, rispetto delle regole e partecipazione alla comunità devono concorrere a definire un percorso di integrazione complessivo e verificabile.
Il vero limite del dibattito europeo è continuare a giustificare l’immigrazione perché “conviene”.
La domanda dovrebbe essere diversa.
Non soltanto quanto gli immigrati contribuiscano al PIL o al gettito fiscale, ma come costruire un sistema nel quale il contributo economico si accompagni a una reale integrazione nella comunità nazionale.
Solo così l’immigrazione cessa di essere una semplice variabile economica e diventa una scelta di governo fondata su diritti, doveri e responsabilità reciproche.
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Firenze il 17 giugno 2026 (R.G. n. 11675/2025) offre un’importante ricostruzione della nozione di “vita privata” quale fondamento della protezione complementare disciplinata dall’art. 19 del d.lgs. n. 286/1998. Richiamando la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di cassazione, il Collegio afferma che la tutela riconosciuta dall’art. 8 CEDU non si esaurisce nella dimensione familiare della persona, ma comprende il diritto allo sviluppo della personalità, alla costruzione dell’identità sociale, alla stabilità del domicilio e alle relazioni sviluppate attraverso il lavoro. Tale impostazione contribuisce a definire il contenuto sostanziale del giudizio comparativo richiesto dalla disciplina della protezione complementare e conferma il progressivo ampliamento della nozione giuridica di integrazione.
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Firenze il 17 giugno 2026 nel procedimento iscritto al R.G. n. 11675/2025 rappresenta uno dei più interessanti contributi giurisprudenziali alla definizione del contenuto della vita privata quale bene giuridico protetto nell’ambito della protezione complementare. Pur muovendo dai principi ormai consolidati affermati dalla Corte di cassazione dopo il decreto-legge n. 20 del 2023, la decisione sviluppa un’analisi autonoma della nozione di vita privata attraverso un articolato richiamo alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
La motivazione prende le mosse dalla considerazione secondo cui il diritto al rispetto della vita privata, garantito dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non può essere identificato esclusivamente con la tutela dei rapporti familiari. La nozione elaborata dalla Corte di Strasburgo presenta infatti una portata molto più ampia, comprendendo il complessivo sviluppo della personalità dell’individuo e la costruzione della sua identità all’interno della comunità nella quale vive.
Il Tribunale richiama, a tale riguardo, la giurisprudenza della Corte EDU secondo la quale la vita privata comprende il diritto allo sviluppo della personalità mediante le relazioni instaurate con gli altri, il diritto all’identità sociale e alla stabilità dei riferimenti dell’individuo nella collettività, nonché il domicilio quale luogo nel quale si sviluppa la vita privata della persona. Particolare rilievo assume inoltre il richiamo alla sentenza Niemietz c. Germania, nella quale la Corte europea osserva come proprio nel corso dell’attività lavorativa la maggior parte delle persone sviluppi la parte più significativa delle proprie relazioni con il mondo esterno.
L’interesse della decisione risiede proprio nella valorizzazione della dimensione lavorativa quale componente della vita privata. Il lavoro non viene considerato esclusivamente quale fonte di reddito o indice di autosufficienza economica, ma come spazio privilegiato di sviluppo della personalità, di costruzione dell’identità sociale e di consolidamento delle relazioni umane. In questa prospettiva, il radicamento lavorativo assume una funzione che travalica la dimensione economica, divenendo elemento essenziale della tutela riconosciuta dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Coerentemente con tale impostazione, il Tribunale valorizza il percorso concretamente realizzato dal ricorrente nel settore dell’edilizia, la continuità dei rapporti di lavoro, la regolarità contributiva, la disponibilità di una stabile sistemazione abitativa e l’assenza di precedenti penali. Tali elementi dimostrano, secondo il Collegio, l’effettivo consolidamento della vita privata nel territorio italiano e consentono di ritenere sproporzionato l’allontanamento verso il Paese di origine.
La motivazione assume particolare rilievo anche nella parte conclusiva, nella quale il Tribunale afferma che il rimpatrio determinerebbe non soltanto la perdita dell’attività lavorativa e delle relazioni costruite nel territorio italiano, ma anche la vanificazione dell’intero percorso di integrazione sviluppato nel corso degli anni. Il pregiudizio derivante dallo sradicamento viene così valutato nella sua dimensione complessiva, quale compromissione del progetto di vita concretamente costruito dalla persona.
La pronuncia conferma, ancora una volta, come la protezione complementare costituisca il laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Se la vita privata comprende il lavoro, le relazioni sociali, il domicilio, la formazione della personalità e l’identità sociale, l’integrazione non rappresenta più soltanto un obiettivo delle politiche migratorie, ma il contenuto stesso del bene giuridico protetto dall’art. 8 CEDU. Il giudizio sulla permanenza dello straniero non riguarda quindi la mera presenza fisica nel territorio dello Stato, bensì la tutela dell’insieme delle relazioni che definiscono la sua esistenza concreta all’interno della comunità nazionale.
Il decreto del Tribunale di Firenze contribuisce pertanto ad ampliare la ricostruzione dogmatica della protezione complementare. La vita privata emerge quale concetto dinamico e relazionale, idoneo a ricomprendere tutte le manifestazioni attraverso le quali la persona costruisce la propria identità. In tale prospettiva, il giudizio comparativo richiesto dall’art. 19 del d.lgs. n. 286/1998 non si limita a verificare il grado di integrazione raggiunto, ma è chiamato a valutare se l’allontanamento determini la compromissione dell’intero percorso di sviluppo della personalità realizzato nel territorio della Repubblica.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Il commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, Magnus Brunner, ha giustificato il dialogo avviato con i talebani sostenendo che non si tratterebbe di una sua iniziativa personale: sarebbero stati gli stessi Stati membri a chiedere alla Commissione europea di coordinare il confronto con le autorità afghane per rendere possibili i rimpatri. Secondo…
Il dato è ormai strutturale: l’Italia invecchia, registra sempre meno nascite e vede restringersi progressivamente la propria popolazione in età lavorativa. Nel maggio 2026 si è verificato un lieve aumento dei nati rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, ma il quadro complessivo resta negativo. Il saldo naturale continua a essere profondamente deficitario e, secondo le…
Le politiche migratorie vengono decise prevalentemente dallo Stato e dall’Unione europea, ma è nei Comuni che l’immigrazione diventa una realtà concreta. È nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle abitazioni, nei servizi sociali e nelle associazioni che si comprende se la presenza straniera stia producendo integrazione oppure nuove forme di isolamento e fragilità. Malalbergo rappresenta,…
Ma il problema nasce quando un fatto storico viene utilizzato come argomento sufficiente per orientare le politiche migratorie del presente.
L’America dell’Ottocento e del Novecento non è l’Europa del XXI secolo. Sono contesti demografici, economici, giuridici e geopolitici profondamente diversi. Richiamare il passato può aiutare a comprendere la storia, ma non basta a risolvere i problemi di oggi.
Il vero nodo non è stabilire se gli immigrati abbiano contribuito allo sviluppo di una nazione.
La domanda è un’altra: quali condizioni rendono possibile trasformare l’immigrazione in integrazione?
È proprio questa la questione che continua a mancare nel dibattito europeo.
Per anni l’immigrazione è stata giustificata con argomenti economici, demografici o storici. Molto meno si è discusso dei criteri giuridici che devono regolare la permanenza sul territorio e del ruolo dell’integrazione come elemento centrale del rapporto tra individuo e comunità.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio dall’esigenza di superare questa impostazione.
Non basta ricordare che gli immigrati hanno contribuito alla crescita di altri Paesi.
Occorre chiedersi se chi oggi vive stabilmente in Europa stia costruendo un reale percorso di integrazione, fondato sul lavoro, sulla conoscenza della lingua, sul rispetto delle regole e sull’adesione ai principi fondamentali dell’ordinamento.
La storia dimostra che l’immigrazione può essere una risorsa.
Non dimostra, però, che ogni immigrazione produca automaticamente integrazione.
Ed è questa distinzione che dovrebbe guidare le politiche migratorie del futuro.
Perché il vero dibattito non è tra favorevoli e contrari all’immigrazione.
È tra chi continua a considerare l’integrazione un auspicio e chi ritiene che debba diventare il criterio giuridico fondamentale della permanenza sul territorio.
Le difficoltà riscontrate nell’avvio dell’Entry/Exit System (EES), il nuovo sistema europeo destinato a registrare gli ingressi e le uscite dei cittadini di Paesi terzi attraverso dati biometrici e controlli automatizzati, sono state lette da molti come il segno di un fallimento organizzativo. È una lettura comprensibile, ma probabilmente superficiale.
La vera lezione che offre questa vicenda è un’altra.
Costruire una politica migratoria europea richiede anni di progettazione, sviluppo tecnologico, coordinamento tra gli Stati membri, interventi normativi, formazione del personale e sperimentazione. L’EES dimostra quanto sia complesso trasformare un obiettivo politico in uno strumento realmente operativo.
Questo dovrebbe far riflettere anche su un’altra grande sfida che l’Europa, prima o poi, sarà chiamata ad affrontare: la misurazione dell’integrazione.
Da tempo il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sugli ingressi, sulle frontiere, sui rimpatri e sui controlli. Sono temi importanti, ma rappresentano soltanto una parte della politica migratoria. Rimane invece quasi del tutto assente una riflessione su come valutare, con criteri oggettivi, il percorso di integrazione delle persone che già vivono stabilmente nel territorio dell’Unione.
Se realizzare un sistema comune per registrare gli ingressi ha richiesto anni di lavoro e continua a presentare difficoltà operative, è facile immaginare quanto possa essere ancora più complesso costruire un sistema europeo capace di valutare l’integrazione. Proprio per questo motivo non sarebbe prudente rinviare il problema.
Le politiche pubbliche più efficaci non nascono quando esplode un’emergenza. Nascono molto prima, attraverso un lavoro graduale di elaborazione normativa, sperimentazione amministrativa e costruzione del consenso istituzionale.
Per questo il tema della misurazione dell’integrazione dovrebbe entrare fin da oggi nell’agenda europea.
Non significa immaginare sistemi automatici o algoritmi che decidano il destino delle persone. Significa iniziare a discutere quali indicatori possano essere rilevanti, quali principi debbano guidare la valutazione e quali garanzie giuridiche debbano accompagnare ogni eventuale decisione. È un percorso che richiederà tempo, confronto e competenze multidisciplinari.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” si colloca proprio in questa prospettiva. L’obiettivo non è sostituire il controllo delle frontiere, ma completarlo con una riflessione sulla permanenza e sull’integrazione, affinché la politica migratoria non si esaurisca nel momento dell’ingresso, ma accompagni l’intero percorso dello straniero nel rispetto dello Stato di diritto.
L’Entry/Exit System dimostra che l’Europa è capace di investire per costruire strumenti comuni quando ritiene che siano necessari. La domanda da porsi oggi è un’altra: se domani la misurazione dell’integrazione diventerà una priorità politica, vogliamo arrivarci impreparati oppure iniziare fin d’ora a costruirne le basi?
Le grandi riforme europee non si improvvisano. Si preparano con anni di anticipo. Ed è proprio questa la lezione più importante che l’Entry/Exit System consegna al dibattito sulle future politiche migratorie.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Quando, nel maggio 2026, il dibattito sulle elezioni comunali di Venezia e Vigevano cominciò a ruotare attorno alle candidature di esponenti provenienti dalle comunità islamiche e bangladesi, la questione venne affrontata quasi esclusivamente attraverso due interpretazioni contrapposte. Da una parte, vi era chi considerava quelle candidature la prova definitiva dell’avvenuta integrazione; dall’altra, chi le presentava…
Il 30 luglio 2026, il manifesto ha raccontato il caso di un richiedente asilo sottoposto alla nuova procedura di frontiera e all’obbligo di permanere presso il centro di Villa Sikania, in provincia di Agrigento. Il Tribunale di Palermo ha sospeso la misura, ritenendo che essa incidesse direttamente sulla libertà personale o, comunque, sulla libertà di…
Ogni volta che si parla di immigrazione il dibattito si concentra sulle norme, sui rimpatri o sui controlli alle frontiere.
Molto meno si discute di un problema altrettanto importante: chi deve rendere concretamente attuabili le decisioni dello Stato?
Oggi la gestione dell’immigrazione è affidata principalmente agli Uffici Immigrazione delle Questure, chiamati a svolgere migliaia di attività amministrative: rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno, procedure di protezione internazionale, ricongiungimenti familiari, cittadinanza e numerosi altri procedimenti.
Pretendere che la stessa struttura possa occuparsi, con la medesima efficacia, anche dell’esecuzione dei rimpatri significa attribuirle competenze sempre più ampie senza dotarla di un’organizzazione adeguata.
Per questo motivo ritengo che il dibattito debba aprirsi anche sulla creazione di una Polizia dell’Immigrazione, composta da personale altamente specializzato e dedicato esclusivamente alla gestione operativa delle procedure migratorie e all’esecuzione delle decisioni di rimpatrio.
Accanto a questa proposta, considero necessario avviare una riflessione sull’istituzione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, capace di concentrare competenze oggi frammentate tra diversi livelli amministrativi e di elaborare una politica migratoria fondata non soltanto sul controllo degli ingressi, ma anche sulla valutazione dell’integrazione.
Una politica migratoria efficace non si costruisce soltanto con nuove norme. Richiede anche istituzioni organizzate, competenze specialistiche e strutture amministrative in grado di trasformare i principi giuridici in decisioni concretamente applicabili.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” approfondisco queste proposte, spiegando perché ritengo che una riorganizzazione istituzionale rappresenti una condizione indispensabile per rendere realmente efficace il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Se desideri approfondire questi temi e conoscere nel dettaglio le proposte illustrate durante il confronto, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Nell’intervista pubblicata da SienaPost, Clori Bombagli, consigliera comunale di Chianciano Terme con delega all’immigrazione e alle politiche per l’inclusione, sostiene che la rappresentazione dei flussi migratori come emergenza o minaccia sarebbe il risultato di una narrazione politica costruita sulla paura. Secondo questa impostazione, l’immigrazione dovrebbe essere affrontata attraverso inclusione, dignità del lavoro e responsabilità condivise,…
Il bilancio dell’attività della Polizia di Stato nella provincia di Trieste registra una significativa diminuzione degli arrivi attraverso la rotta balcanica. È un dato positivo, perché dimostra che i flussi migratori non sono eventi naturali e inevitabili, ma fenomeni che possono essere ridotti attraverso controlli di frontiera, cooperazione internazionale e contrasto alle organizzazioni criminali. Sarebbe…
L’Italia continua a perdere popolazione. Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, mentre i decessi hanno raggiunto quota 652 mila. Il saldo naturale è stato quindi negativo per quasi 296 mila persone, una perdita compensata quasi integralmente dal saldo migratorio con l’estero. La popolazione residente è rimasta così sostanzialmente stabile, intorno ai 58,9 milioni…
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento R.G. n. 10770/2024 offre l’occasione per approfondire un profilo raramente analizzato nella giurisprudenza in materia di protezione complementare: il rilievo dell’autonomia del percorso di integrazione dello straniero. La decisione valorizza il fatto che il ricorrente abbia costruito il proprio radicamento nel territorio nazionale senza ricorrere al sistema pubblico di accoglienza, sviluppando autonomamente relazioni sociali, attività lavorativa stabile, formazione professionale e autonomia economica. Il provvedimento conferma che il giudizio comparativo previsto dall’art. 19 del d.lgs. n. 286/1998 non richiede modalità predeterminate di integrazione, ma impone la verifica concreta dell’effettività del percorso individuale realizzato dalla persona.
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento iscritto al R.G. n. 10770/2024 si inserisce nel consolidato orientamento giurisprudenziale che riconosce la perdurante centralità del diritto al rispetto della vita privata e familiare nella disciplina della protezione complementare successiva al decreto-legge n. 20 del 2023. La decisione richiama l’ormai consolidata elaborazione della Corte di cassazione in materia di giudizio comparativo e di tutela del radicamento, ma introduce un ulteriore elemento di interesse, costituito dalla valorizzazione dell’autonomia con la quale il ricorrente ha costruito il proprio percorso di integrazione nel territorio nazionale.
La motivazione ricostruisce il percorso personale dello straniero attraverso una pluralità di elementi documentali. Il Collegio valorizza l’attività lavorativa regolarmente svolta, la progressione reddituale, la partecipazione a corsi di formazione professionale, il conseguimento di competenze tecniche, il perfezionamento di un contratto di lavoro a tempo indeterminato e la stabile ospitalità presso un familiare residente in Italia. Tali circostanze vengono considerate nel loro insieme quali indici dell’effettivo radicamento della persona nella comunità nazionale.
Particolarmente significativa appare, tuttavia, l’affermazione secondo cui il ricorrente non ha mai fruito del sistema pubblico di accoglienza, avendo costruito il proprio percorso di permanenza attraverso il sostegno familiare e la progressiva autonomia lavorativa. Il Tribunale non attribuisce a tale circostanza un valore premiale in senso assoluto, ma la considera un elemento sintomatico dell’effettività del percorso di integrazione, in quanto dimostrativo della capacità dello straniero di inserirsi stabilmente nella comunità ospitante senza dipendere dagli strumenti pubblici di assistenza.
La decisione offre così una riflessione di carattere sistematico. La protezione complementare non tutela una determinata modalità di integrazione, bensì il risultato concretamente raggiunto dalla persona. L’ordinamento non richiede che il percorso di inserimento si sviluppi necessariamente attraverso il sistema di accoglienza; ciò che assume rilievo è la verifica dell’effettività del radicamento, indipendentemente dagli strumenti mediante i quali esso sia stato realizzato. Ne deriva che l’autonomia economica, la capacità di reperire un’abitazione, il consolidamento dell’attività lavorativa e la costruzione di una rete relazionale possono costituire indicatori particolarmente significativi della stabilità del progetto migratorio.
Tale impostazione appare coerente con la struttura dell’art. 19 del d.lgs. n. 286/1998 e con la giurisprudenza della Corte di cassazione. Il giudizio comparativo non è diretto a verificare il rispetto di un modello uniforme di integrazione, ma ad accertare se il concreto percorso di vita sviluppato nel territorio italiano abbia raggiunto un livello tale da rendere sproporzionato l’allontanamento dello straniero. L’integrazione assume pertanto carattere sostanziale e non formale: ciò che rileva è il consolidamento della vita privata, non il canale attraverso il quale esso sia stato raggiunto.
Sotto questo profilo il decreto conferma, ancora una volta, come la protezione complementare costituisca il laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. L’elemento decisivo non è la mera permanenza sul territorio nazionale né la partecipazione a specifici programmi pubblici, ma la concreta capacità della persona di costruire un progetto di vita stabile, autonomo e socialmente radicato. L’autonomia dell’integrazione rappresenta, quindi, uno degli indici attraverso i quali il giudice misura l’intensità del radicamento e, conseguentemente, la rilevanza costituzionale della tutela della vita privata.
Il decreto del Tribunale di Bologna contribuisce così ad ampliare la nozione giuridica di integrazione elaborata dalla giurisprudenza. Accanto al lavoro, alla formazione, alla famiglia e alla durata del soggiorno, assume rilievo anche la capacità dello straniero di realizzare autonomamente il proprio percorso di inserimento nella comunità nazionale. Tale prospettiva conferma che la protezione complementare non tutela situazioni astratte, ma il concreto sviluppo della persona all’interno della società italiana, nel rispetto dei principi di proporzionalità, effettività e dignità che caratterizzano il diritto d’asilo costituzionale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
La crisi di Ceuta ha riaperto lo scontro tra Italia e Spagna sulla gestione dell’immigrazione e sulla tenuta dello spazio Schengen. Madrid sostiene di avere controllato rapidamente gli ingressi provenienti dal Marocco e respinge ogni collegamento tra quanto accaduto alla frontiera e la regolarizzazione straordinaria approvata dal governo Sánchez. Ma il problema sollevato dall’Italia non…
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha accreditato tre eventi formativi organizzati dallo Studio Legale Avv. Fabio Loscerbo, dedicati alle principali trasformazioni in corso nel diritto dell’immigrazione, dell’asilo e della protezione dei diritti fondamentali. Il ciclo formativo si svolgerà tra settembre e novembre 2026 e sarà articolato in tre incontri, ciascuno della durata di…
Pedro Sánchez ha calificado la entrada masiva registrada en Ceuta como una violación y un ataque contra la integridad territorial de España. El Gobierno ha anunciado el empleo de todos los recursos del Estado para recuperar el control de la frontera y acelerar la repatriación de quienes entraron irregularmente. La defensa de la soberanía nacional…
L’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è stata presentata come l’inizio di una nuova stagione delle politiche migratorie dell’Unione europea. Per anni il confronto politico si è concentrato sulla necessità di superare il sistema di Dublino, rafforzare i controlli alle frontiere esterne, accelerare le procedure di asilo e rendere più efficaci i rimpatri. Eppure, a pochi giorni dall’avvio della sua applicazione, è già arrivato un primo segnale destinato a far discutere.
Il Tribunale di Palermo ha infatti adottato un provvedimento che rimette al centro il ruolo della giurisdizione nel controllo delle nuove misure previste dal Patto europeo. Al di là delle valutazioni sul singolo caso, la decisione assume un valore più generale: ricorda che nessuna riforma in materia di immigrazione può sottrarsi al vaglio dei giudici e al rispetto dei diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento europeo e costituzionale.
Questo rappresenta un passaggio importante. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è spesso sviluppato come se l’approvazione di una riforma legislativa fosse sufficiente a risolvere le criticità del fenomeno migratorio. In realtà, la storia del diritto dell’immigrazione dimostra esattamente il contrario. Ogni grande riforma è destinata ad essere interpretata, precisata e, se necessario, corretta dalla giurisprudenza nazionale ed europea.
La decisione del Tribunale di Palermo dimostra quindi che il Patto europeo non rappresenta il punto di arrivo del dibattito, bensì il suo vero punto di partenza.
Esiste però una questione ancora più profonda che continua a rimanere ai margini della discussione politica europea.
Il Patto disciplina prevalentemente gli ingressi, le procedure di frontiera, l’esame delle domande di protezione internazionale e la redistribuzione delle responsabilità tra gli Stati membri. Tutti temi certamente rilevanti. Manca tuttavia una riflessione altrettanto organica sulla fase successiva, quella che riguarda le persone che rimangono stabilmente nel territorio dell’Unione.
L’Europa continua infatti a discutere di chi entra, ma dedica ancora poca attenzione a come valutare, nel tempo, il percorso di integrazione di chi già vive nei Paesi membri.
È proprio questo il nodo che, probabilmente, caratterizzerà il prossimo decennio delle politiche migratorie.
Le statistiche sugli sbarchi, sulle domande di asilo e sui rimpatri costituiscono indicatori indispensabili, ma non sono sufficienti per comprendere l’effettiva capacità di integrazione di un sistema giuridico. Un moderno ordinamento dovrebbe essere in grado di elaborare anche indicatori oggettivi capaci di misurare i percorsi individuali di integrazione, valorizzando chi rispetta le regole della convivenza civile e individuando, con criteri predeterminati e verificabili, le situazioni di persistente fallimento del percorso di integrazione.
Il vero confronto europeo, dunque, non dovrebbe limitarsi all’alternativa tra maggiore apertura o maggiore chiusura delle frontiere. La domanda destinata ad assumere crescente rilevanza sarà un’altra: quali criteri giuridici devono governare la permanenza nel territorio dell’Unione europea?
La decisione del Tribunale di Palermo dimostra che il Patto europeo sarà inevitabilmente sottoposto al controllo della giurisdizione. Ma dimostra anche qualcosa di ancora più importante: il dibattito sulle politiche migratorie europee è tutt’altro che concluso.
Anzi, probabilmente, deve ancora iniziare davvero.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
Il 31 luglio 2026, durante la trasmissione “In Onda” su La7, Massimo Giannini ha commentato la reazione della politica italiana agli arrivi di migranti a Ceuta. Secondo il giornalista, le destre sovraniste «non aspettavano altro» per riportare l’immigrazione al centro del dibattito e utilizzarla come strumento di consenso, mentre l’Europa dovrebbe governare il fenomeno senza…
Für ein deutsches Publikum ist die Krise von Ceuta keineswegs nur eine spanische Angelegenheit. Sie betrifft die gesamte Europäische Union – und damit auch Deutschland. Ceuta liegt nicht auf dem europäischen Kontinent. Die spanische Stadt befindet sich an der nordafrikanischen Küste, ist von marokkanischem Staatsgebiet umgeben und bildet gemeinsam mit Melilla eine der wenigen Landgrenzen…
Nel dibattito pubblico i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) vengono spesso presentati come la soluzione al problema dell’immigrazione irregolare.
Ritengo che questa impostazione sia riduttiva.
I CPR rappresentano uno strumento amministrativo finalizzato all’esecuzione del rimpatrio, ma non possono diventare il fulcro della politica migratoria. Se manca un sistema capace di valutare in modo oggettivo il percorso di integrazione della persona, il CPR rischia di intervenire soltanto nella fase finale del procedimento, quando il problema è ormai esploso.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone un’impostazione diversa.
Prima si valuta il percorso individuale dello straniero attraverso criteri giuridici chiari e verificabili; solo dopo, qualora emerga il definitivo fallimento del percorso di integrazione e non sussistano i presupposti per la permanenza sul territorio nazionale, può trovare applicazione la ReImmigrazione e, se necessario, anche il trattenimento presso un CPR.
In questa prospettiva il CPR non assume una funzione punitiva, ma diventa l’ultimo passaggio di un procedimento fondato sulla responsabilità individuale e sul rispetto delle garanzie dello Stato di diritto.
È proprio l’assenza di una preventiva valutazione dell’integrazione ad aver reso, negli anni, il sistema dei rimpatri poco efficace. Continuare ad aumentare il numero dei CPR senza intervenire sul criterio che determina chi può permanere in Italia significa affrontare gli effetti senza incidere sulle cause.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” spiego perché ritengo che i CPR possano trovare una loro piena legittimazione soltanto se inseriti all’interno di un modello organico fondato sul paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, nel quale la permanenza e il rimpatrio rappresentano l’esito di una valutazione individuale e non di automatismi politici.
Se desideri approfondire questo tema e conoscere nel dettaglio la proposta, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
In un articolo pubblicato il 30 luglio 2026 su il manifesto, la giornalista Marina Catucci ha descritto la nuova strategia adottata negli Stati Uniti dall’Immigration and Customs Enforcement: utilizzare i dati dei passeggeri aerei per individuare e arrestare persone con visti scaduti o con posizioni migratorie ritenute irregolari. La Transportation Security Administration avrebbe trasmesso all’ICE,…
Bologna continua a presentare il proprio sistema di accoglienza come un modello nazionale. Quando, però, si osservano i numeri dei minori stranieri non accompagnati, emerge una realtà più problematica: la città ha costruito un apparato molto esteso, ma sottoposto a una pressione continua, costretto negli anni ad attivare soluzioni straordinarie e sempre più vicino al…
Il 31 luglio 2026, durante la trasmissione “In Onda” su La7, la senatrice Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato ed esponente del Movimento 5 Stelle, ha accusato la destra di avere fallito in materia di immigrazione e sicurezza. La critica può essere legittima. Ma non basta dire che l’immigrazione è un fenomeno strutturale o invocare una…
The United Kingdom has left the European Union, but it has not left the European Convention on Human Rights. Article 8 ECHR, protecting the right to respect for private and family life, therefore continues to play an important role in British immigration law through the Human Rights Act 1998. Nevertheless, the British system does not appear to contain a legal mechanism functionally equivalent to Article 19 of the Italian Legislative Decree No. 286/1998, as recently interpreted by Italian courts. This article argues that the Italian model of complementary protection offers a distinctive legal laboratory in which integration becomes a structured criterion for assessing whether removal would be disproportionate.
Brexit changed the constitutional relationship between the United Kingdom and the European Union. It did not, however, remove the United Kingdom from the European Convention on Human Rights. Article 8 ECHR therefore remains part of the legal landscape of British immigration law, especially through the Human Rights Act 1998.
This distinction is essential.
The United Kingdom has left the European Union, but it has not abandoned the European human rights framework. The right to respect for private and family life continues to operate as a legal limit on immigration decisions, particularly where removal would interfere disproportionately with family relationships, long residence, social ties or private life established in the United Kingdom.
British immigration law already contains specific routes based on private and family life. The Immigration Rules include an Appendix Private Life, and Article 8 arguments continue to be raised in human rights claims against removal. In this sense, the British system is not indifferent to integration, residence, family life or personal ties.
Yet the Italian model is structurally different.
Through Article 19 of Legislative Decree No. 286/1998 and recent case law of the specialised immigration courts of Bologna and Florence, Italian complementary protection has progressively become a judicial framework in which integration itself is assessed as a legally relevant fact. Italian courts examine employment, vocational training, language acquisition, housing stability, family ties, social relationships, economic autonomy and respect for the law in order to determine whether removal would disproportionately destroy a private life built in Italy.
This is the distinctive feature of the Italian model.
Integration is not merely a policy objective.
It becomes evidence.
It becomes a legal criterion.
It becomes part of the proportionality assessment itself.
The comparison with the United Kingdom is therefore particularly interesting. British law recognises private life and family life, but it does so through a combination of Immigration Rules, human rights claims and proportionality review. Italian law, by contrast, has developed complementary protection as a more systematic legal space in which integration, constitutional obligations and international human rights interact within a single judicial assessment.
This is why Italian complementary protection can be described as the legal laboratory of the “Integration or ReImmigration” paradigm.
The paradigm does not advocate collective deportation or automatic removal. Its central proposition is legal rather than ideological: the stronger the individual’s demonstrable integration, the stronger the justification for continued residence. Conversely, where integration is persistently absent and no constitutional, humanitarian or human rights obstacle exists, return to the country of origin may become the outcome of an individualised legal assessment.
For the United Kingdom, this Italian experience may offer a useful comparative perspective.
The British debate on immigration and Article 8 ECHR is often framed as a conflict between human rights and border control. The Italian model suggests another possibility: integration can be transformed into an objective legal measure capable of reconciling proportionality review, immigration control and respect for private life.
The issue is therefore not whether the United Kingdom should simply copy Article 19 of the Italian Immigration Act.
The real question is whether British immigration law could benefit from a clearer legal doctrine in which integration is not treated merely as a discretionary or exceptional factor, but as a structured criterion for assessing the legitimacy of long-term residence.
Italy has begun to develop such a model.
The United Kingdom, still bound by Article 8 ECHR but no longer within the European Union, may have strong reasons to look at that experience with serious comparative interest.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Il 2 agosto 2026, sulle pagine de La Discussione, Giampiero Catone ha pubblicato l’articolo intitolato «Rotte sicure, lavoro e legalità: l’Europa accolga chi costruisce, ma respinga con fermezza chi delinque e distrugge». L’autore propone una politica migratoria fondata su ingressi legali, lavoro, formazione linguistica e rispetto delle regole, contrapponendo a questo modello una risposta rigorosa…
Il 2 agosto 2026, sulle pagine de Gli Stati Generali, Luciano Pilotti ha pubblicato l’articolo intitolato «Ceuta, Calvario dei migranti, disastro di una civiltà incompiuta». Il suo intervento parte dalla crisi verificatasi nell’exclave spagnola e la interpreta come la manifestazione di una più ampia incapacità europea: quella di costruire una politica migratoria comune, capace di…
Il 2 agosto 2026, sulle pagine di Quotidiano Nazionale – Quotidiano.net, Raffaele Marmo ha pubblicato l’editoriale intitolato «La sfida dell’immigrazione. Le destre illiberali agitano paure, le sinistre progressiste le rimuovono». L’autore descrive con efficacia la paralisi del dibattito pubblico: da una parte, le destre illiberali trasformano l’immigrazione in una minaccia identitaria; dall’altra, una parte delle…
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento R.G. n. 14190/2024 affronta uno dei profili più rilevanti della disciplina della protezione complementare: l’applicazione del regime transitorio previsto dall’art. 7, comma 2, del decreto-legge n. 20 del 2023. La decisione afferma che le domande presentate anteriormente all’11 marzo 2023 continuano ad essere integralmente disciplinate dalla normativa introdotta con il decreto-legge n. 130 del 2020, con la conseguenza che il permesso di soggiorno riconosciuto mantiene durata biennale, è rinnovabile ed è convertibile in permesso per motivi di lavoro. Il provvedimento offre inoltre una ricostruzione sistematica del rapporto tra tutela della vita privata, radicamento e disciplina transitoria, confermando la centralità della certezza del diritto nell’evoluzione della protezione complementare.
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento iscritto al R.G. n. 14190/2024 si distingue, nell’ambito della più recente giurisprudenza in materia di protezione complementare, per l’attenzione riservata al regime transitorio conseguente all’entrata in vigore del decreto-legge n. 20 del 2023. Se la maggior parte delle decisioni successive alla riforma ha concentrato l’attenzione sulla sopravvivenza della tutela della vita privata e familiare dopo le modifiche legislative, il Collegio affronta in maniera specifica il problema dell’individuazione della disciplina applicabile alle domande proposte anteriormente all’11 marzo 2023.
La decisione muove dall’interpretazione dell’art. 7, comma 2, del decreto-legge n. 20 del 2023, disposizione che prevede la sopravvivenza della disciplina previgente per le domande già presentate o per le quali lo straniero abbia ricevuto l’invito alla formalizzazione da parte della Questura competente. Il Tribunale osserva che, essendo stata la domanda formalizzata il 2 marzo 2023, non sussistono dubbi circa l’applicabilità della disciplina introdotta dal decreto-legge n. 130 del 2020. Tale conclusione non riguarda esclusivamente i presupposti sostanziali della protezione, ma investe l’intero regime giuridico del titolo di soggiorno conseguente al suo riconoscimento.
La motivazione assume particolare rilievo nella parte in cui ricostruisce il contenuto della disciplina del 2020. Il Collegio ricorda che il legislatore aveva configurato la protezione speciale quale strumento destinato a tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, attribuendo particolare rilevanza ai vincoli familiari, all’effettivo inserimento sociale, alla durata del soggiorno e ai legami mantenuti con il Paese di origine. Contestualmente era stato previsto il rilascio di un permesso di soggiorno di durata biennale, rinnovabile e convertibile in permesso per motivi di lavoro. Tali caratteristiche, secondo il Tribunale, continuano a trovare applicazione per tutte le situazioni disciplinate dalla norma transitoria.
Il provvedimento affronta inoltre il significato della nozione di radicamento elaborata dalla Corte di cassazione. Richiamando la giurisprudenza di legittimità, il Collegio evidenzia come il radicamento costituisca il limite al potere statale di allontanamento e debba essere valutato attraverso una pluralità di indicatori: rapporti familiari effettivi, integrazione sociale, durata del soggiorno, attività lavorativa e progressiva costruzione della vita privata nel territorio nazionale. In questa prospettiva il diritto alla protezione complementare non rappresenta una deroga al potere dello Stato di disciplinare i flussi migratori, ma la conseguenza dell’obbligo di rispettare i diritti fondamentali della persona quando l’allontanamento si tradurrebbe in una lesione sproporzionata della sua vita privata e familiare.
Particolarmente significativa appare la parte conclusiva della decisione, nella quale il Tribunale affronta espressamente il regime del permesso di soggiorno conseguente all’accoglimento della domanda. Il Collegio afferma che la disciplina transitoria non può essere interpretata in modo frazionato. Se la domanda continua ad essere regolata dal testo dell’art. 19 introdotto dal decreto-legge n. 130 del 2020, devono permanere anche gli effetti giuridici che il legislatore aveva collegato a tale disciplina, ossia la durata biennale del titolo, la sua rinnovabilità e la possibilità di conversione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. La tutela sostanziale e quella amministrativa costituiscono, pertanto, aspetti inscindibili della medesima disciplina transitoria.
Sotto il profilo sistematico, la decisione conferma l’importanza del principio di certezza del diritto nell’ambito della protezione complementare. Il legislatore ha espressamente previsto una disciplina transitoria diretta a tutelare l’affidamento delle persone che avevano già intrapreso il procedimento amministrativo secondo un determinato quadro normativo. Il rispetto di tale scelta impedisce interpretazioni retroattive della riforma del 2023 e garantisce la continuità della tutela per le situazioni già sorte sotto la precedente disciplina.
Questa impostazione conferma, ancora una volta, come la protezione complementare rappresenti il laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Il regime transitorio dimostra infatti che l’integrazione non costituisce soltanto un criterio sostanziale di valutazione del diritto alla permanenza, ma incide anche sul contenuto concreto del titolo di soggiorno riconosciuto allo straniero. La stabilità del permesso, la sua durata e la convertibilità in titolo per motivi di lavoro rappresentano strumenti attraverso i quali l’ordinamento consolida il percorso di integrazione già realizzato, attribuendo rilievo giuridico al radicamento sviluppato nel territorio nazionale.
Il decreto del Tribunale di Bologna offre quindi un importante contributo all’interpretazione del diritto intertemporale in materia di protezione complementare. La ricostruzione del regime transitorio conferma che il passaggio dal decreto-legge n. 130 del 2020 al decreto-legge n. 20 del 2023 non può essere letto come una cesura assoluta, ma come un’evoluzione normativa nella quale il legislatore ha espressamente salvaguardato le situazioni già consolidate, garantendo continuità alla tutela della vita privata e familiare maturata sotto la disciplina previgente.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Nel commento pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Francesco Giorgino sostiene che qualcosa stia finalmente cambiando nel modo in cui l’Europa affronta l’immigrazione. Il titolo scelto — «Immigrazione, regolare i flussi tra sicurezza e accoglienza: l’appello all’Europa di Meloni» — contiene già la tesi centrale: sicurezza e accoglienza non devono essere considerate due alternative inconciliabili, ma…
Papa Leone XIV ha spiegato di considerarsi anzitutto il Pontefice della Chiesa universale e di essere americano, in questo senso, quasi “per caso”. Non si tratta di una presa di distanza dagli Stati Uniti. Al contrario, il Papa ha dichiarato il proprio amore per il Paese nel quale è nato, ricordandone la libertà, le opportunità…
Il Giappone sta discutendo di immigrazione in termini molto diversi rispetto all’Europa. Non si limita a chiedersi se servano più ingressi o più chiusure. Sta provando, con tutte le contraddizioni del caso, a porre una domanda più profonda: come si può accettare manodopera straniera senza dissolvere la coesione sociale, l’identità nazionale e l’ordine pubblico?
È questo il punto che rende il dibattito giapponese particolarmente interessante.
La prima posizione in campo è quella economico-demografica. Secondo questa impostazione, il Giappone non può fare a meno dei lavoratori stranieri. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e la carenza di manodopera rendono necessario l’ingresso di persone provenienti dall’estero. È la logica che sostiene il sistema degli “Specified Skilled Workers”, pensato per attrarre lavoratori in settori nei quali il mercato interno non riesce più a rispondere alle esigenze produttive.
Questa posizione, tuttavia, non si traduce automaticamente in una politica di immigrazione senza condizioni. Il lavoratore straniero deve avere competenze, deve conoscere la lingua giapponese e deve inserirsi in un percorso amministrativamente regolato. Già questo elemento distingue il Giappone da molta parte del dibattito europeo, dove l’immigrazione viene spesso invocata come semplice risposta quantitativa alla crisi demografica.
La seconda posizione è quella istituzionale. Il Governo giapponese parla sempre più spesso di “coexistence ordinata”. Non basta accogliere. Occorre governare la presenza straniera attraverso lingua, formazione, accesso ai servizi, rispetto delle regole, controllo della regolarità del soggiorno e prevenzione dei fenomeni di illegalità. L’obiettivo dichiarato non è costruire una società multiculturale indefinita, ma una convivenza regolata tra cittadini giapponesi e stranieri residenti.
La terza posizione è quella restrittiva. Una parte crescente dell’opinione pubblica e del mondo politico teme che l’aumento della presenza straniera possa produrre tensioni sociali, abuso dei sistemi amministrativi, problemi di ordine pubblico e trasformazioni troppo rapide del tessuto nazionale. Da qui le proposte di requisiti più severi per la residenza permanente, maggiore controllo sulle presenze straniere e perfino la discussione su eventuali limiti quantitativi.
Queste tre impostazioni mostrano un dato politico rilevante: in Giappone l’immigrazione non viene più trattata soltanto come una questione economica, ma come una questione complessiva di modello sociale.
È esattamente il dibattito che in Europa fatichiamo ancora ad aprire.
Da noi la discussione resta spesso imprigionata tra due estremi: da una parte chi sostiene che l’immigrazione sia indispensabile per l’economia; dall’altra chi chiede semplicemente più espulsioni e più chiusure. In mezzo manca quasi sempre la domanda decisiva: che cosa accade dopo l’ingresso?
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce proprio su questo terreno. Non basta stabilire quante persone debbano entrare. Occorre stabilire quale percorso debba essere richiesto a chi entra, come tale percorso debba essere valutato e quali conseguenze giuridiche debbano derivare dal mancato rispetto delle condizioni della permanenza.
Il Giappone, pur con un sistema giuridico e culturale profondamente diverso da quello europeo, sta ponendo una questione che anche l’Italia dovrà affrontare: l’immigrazione non può essere governata soltanto con le esigenze del mercato del lavoro. Deve essere governata anche con criteri di integrazione, responsabilità, legalità e coesione nazionale.
Prima di decidere quanta immigrazione serva, occorre decidere quale società si intenda costruire.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0003-9848-4558
Per anni il dibattito europeo sull’immigrazione si è diviso tra due impostazioni opposte. Da una parte, la permanenza dello straniero è stata spesso considerata come un processo destinato a consolidarsi progressivamente, quasi per il solo trascorrere del tempo. Dall’altra, la remigrazione è stata proposta come una risposta politica generale, fondata sull’idea di riportare nei Paesi…
Pour le public français, la crise de Ceuta ne doit pas être considérée comme un simple problème intérieur espagnol. Elle concerne directement la France, car Ceuta constitue une frontière extérieure de l’Union européenne et que toute perte de contrôle à l’entrée de l’espace européen finit nécessairement par produire des conséquences sur les autres États membres.…
La sentenza n. 814/2026 del 29 giugno 2026, pronunciata dalla Quinta Sezione della Sala del contenzioso amministrativo del Tribunal Supremo spagnolo nel ricorso per cassazione n. 3795/2025, interviene su una questione che, pur essendo strettamente connessa alla particolare conformazione geografica delle città autonome di Ceuta e Melilla, presenta un interesse più generale per tutti gli…
Negli ultimi mesi il termine “remigrazione” è entrato con forza nel dibattito politico europeo e italiano. Tuttavia, proprio la diffusione di questa parola ha generato un’evidente confusione concettuale.
Per questa ragione ho scelto di parlare di “ReImmigrazione”, con la “I” maiuscola, non come semplice variante terminologica, ma per indicare un paradigma giuridico profondamente diverso.
La remigrazione, così come viene generalmente proposta nel dibattito europeo, richiama un’idea fondata prevalentemente sul rimpatrio di categorie di persone. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, parte da un presupposto completamente differente: ogni decisione deve essere individuale.
Non conta la nazionalità, la religione o il Paese di origine.
Conta il percorso che ciascuna persona ha compiuto in Italia.
Chi dimostra di essersi integrato nella comunità nazionale, rispettandone le regole, contribuendo alla società e costruendo un reale radicamento, deve poter permanere nel nostro Paese.
Chi, invece, rifiuta il percorso di integrazione o dimostra di averlo definitivamente fallito, non può pretendere un diritto incondizionato alla permanenza.
In questa prospettiva, la ReImmigrazione non costituisce una punizione né una deportazione collettiva, ma rappresenta la naturale conseguenza di una valutazione individuale effettuata secondo criteri giuridici predeterminati.
È proprio questo elemento a distinguere il paradigma che propongo dalle semplificazioni che spesso caratterizzano il dibattito pubblico.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” spiego perché ritengo che il concetto di ReImmigrazione debba essere costruito nel pieno rispetto dello Stato di diritto, attraverso valutazioni individualizzate e strumenti giuridici già presenti nel nostro ordinamento, evitando slogan che rischiano di alimentare soltanto contrapposizioni ideologiche.
Se desideri approfondire questa distinzione e conoscere nel dettaglio il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, ti invito a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al confronto con le tue osservazioni.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
In un articolo pubblicato il 30 luglio 2026 sul Corriere della Sera, nella sezione Economia, Carlo Cottarelli è intervenuto sul rapporto tra crisi demografica, politiche familiari e immigrazione, sostenendo che all’Italia servano più asili nido, maggiori strumenti di sostegno alla natalità e, nello stesso tempo, una forma di “buona immigrazione”. L’espressione è significativa. Cottarelli non…
La Svezia ha compiuto un nuovo passo nella trasformazione della propria politica migratoria. Dopo avere eliminato, dal 12 luglio 2026, la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno permanente per diverse categorie collegate alla protezione internazionale e per alcuni familiari, dal 13 luglio ha introdotto requisiti più severi relativi alla condotta dello straniero. La permanenza…
España e Italia comparten un mismo marco europeo de protección de los derechos fundamentales. Ambos Estados están vinculados por el artículo 8 del Convenio Europeo de Derechos Humanos, que garantiza el respeto de la vida privada y familiar. Sin embargo, la evolución reciente de la jurisprudencia italiana ha dado lugar a un modelo singular de protección complementaria en el que el grado de integración del extranjero adquiere una relevancia jurídica autónoma. Este trabajo analiza dicha evolución y se pregunta si la experiencia italiana puede ofrecer elementos útiles para el desarrollo futuro del Derecho español de extranjería.
En los últimos años el Derecho de inmigración europeo ha experimentado profundas transformaciones. Más allá del control de fronteras o de las políticas de retorno, ha surgido una cuestión de creciente importancia jurídica: ¿qué valor debe atribuirse a la integración del extranjero cuando se decide sobre su permanencia en el territorio del Estado?
Italia y España parten de una base común.
Ambos ordenamientos deben respetar el artículo 8 del Convenio Europeo de Derechos Humanos y garantizar que cualquier decisión de expulsión sea compatible con el derecho al respeto de la vida privada y familiar.
Sin embargo, los instrumentos jurídicos utilizados por ambos países presentan diferencias relevantes.
En España, la normativa de extranjería contempla diversas formas de regularización y autorizaciones de residencia, entre ellas las distintas modalidades de arraigo, que permiten reconocer determinadas situaciones de integración social, familiar o laboral dentro del procedimiento administrativo.
Italia ha seguido una evolución diferente.
A través del artículo 19 del Decreto Legislativo n.º 286/1998 y de la reciente jurisprudencia de los tribunales especializados de Bolonia y Florencia, la protección complementaria ha evolucionado hacia un verdadero mecanismo jurisdiccional de tutela de la integración.
Los jueces italianos ya no examinan únicamente los riesgos existentes en el país de origen.
También analizan si la expulsión destruiría de forma desproporcionada una vida privada ya construida en Italia.
Para ello valoran elementos objetivamente verificables: empleo estable, cotizaciones sociales, formación profesional, conocimiento del idioma, vivienda, relaciones familiares, vínculos sociales, autonomía económica y respeto del ordenamiento jurídico.
La integración deja así de ser un simple objetivo de política migratoria.
Se convierte en un hecho jurídicamente relevante.
Éste constituye, probablemente, el aspecto más innovador de la experiencia italiana.
Mientras que otros ordenamientos europeos protegen la vida privada mediante la aplicación general del artículo 8 del Convenio Europeo de Derechos Humanos o mediante distintas figuras administrativas, la jurisprudencia italiana está construyendo un modelo sistemático en el que la integración forma parte del núcleo mismo de la protección complementaria.
Desde esta perspectiva, la protección complementaria italiana puede entenderse como el laboratorio jurídico del paradigma «Integración o ReInmigración».
Este paradigma no propone expulsiones colectivas ni medidas automáticas.
Su fundamento es estrictamente jurídico.
Cuanto mayor sea la integración efectiva demostrada por una persona, mayor será la justificación jurídica de su permanencia. Cuando dicha integración no exista y tampoco concurran obstáculos constitucionales, convencionales o humanitarios, el eventual retorno al país de origen podrá ser objeto de una valoración estrictamente individualizada.
La experiencia italiana demuestra que la integración puede ser medida mediante criterios objetivos y sometida al control del juez.
El empleo, la estabilidad económica, la formación, la vivienda y las relaciones sociales dejan de ser simples circunstancias personales para convertirse en elementos probatorios que permiten valorar la proporcionalidad de una decisión de expulsión.
La cuestión que se plantea para el Derecho español no consiste en reproducir literalmente el modelo italiano.
La verdadera pregunta es otra.
¿Podría la integración adquirir también en España una función jurídica autónoma, capaz de influir directamente en la legitimidad de la permanencia del extranjero?
La experiencia italiana demuestra que ello puede realizarse respetando plenamente el artículo 8 del Convenio Europeo de Derechos Humanos, el principio de proporcionalidad y las garantías propias del Estado de Derecho.
Por ello, el modelo italiano merece ser considerado no solo como una evolución del Derecho nacional, sino como una posible referencia para el futuro desarrollo del Derecho europeo de extranjería.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
To an American audience, the crisis in Ceuta may look like another distant episode in Europe’s long-running migration debate. It is not. What happened on Spain’s North African frontier raises a question that is also familiar in the United States: what happens when a government’s immigration policy sends a message of openness that its border-control…
L’economia spagnola cresce più rapidamente di molte altre economie europee e la popolazione straniera ha fornito un contributo effettivo all’aumento dell’occupazione, dei consumi e della produzione. Il Banco de España ha stimato che, tra il 2022 e il 2024, la popolazione straniera abbia contribuito direttamente per una quota compresa tra 0,4 e 0,7 punti percentuali…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa” Con questo articolo si conclude la serie di approfondimenti dedicata alla diretta “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa”. Nel corso delle settimane abbiamo affrontato, un tema alla volta, le principali idee che compongono il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. L’obiettivo, però,…
Commentando il messaggio di Papa Leone XIV in occasione della visita a Lampedusa, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato che «accoglienza e rispetto della legalità sono due principi che possono e devono convivere» e che il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo rafforza questa visione, coniugando la tutela della dignità della persona con la sicurezza dei cittadini e il contrasto all’immigrazione irregolare.
Si tratta di un’impostazione condivisibile. Nessuno Stato democratico può rinunciare contemporaneamente all’accoglienza di chi ha realmente diritto alla protezione e al rispetto della legalità.
Ma proprio le parole del Ministro aprono una domanda che, fino ad oggi, è rimasta sostanzialmente senza risposta.
Quando inizieremo a misurare l’integrazione di chi vive già in Italia e nell’Unione europea?
Negli ultimi anni il dibattito europeo si è concentrato quasi esclusivamente sulla gestione degli ingressi. Il nuovo Patto europeo disciplina lo screening alle frontiere, le procedure di asilo, i movimenti secondari, il sistema Eurodac, i rimpatri, la gestione delle crisi migratorie e la cooperazione tra gli Stati membri. Si tratta di strumenti indispensabili per governare l’accesso al territorio dell’Unione.
Ma l’immigrazione non termina con l’ingresso.
Una volta ammessa la persona nel territorio dello Stato, inizia una fase ancora più importante: quella della permanenza. Ed è proprio su questa fase che il diritto europeo e, in larga misura, anche quello nazionale mostrano ancora una significativa lacuna.
Oggi gli Stati conoscono quanti stranieri entrano, quanti permessi di soggiorno rilasciano, quante domande di asilo vengono presentate e quanti rimpatri vengono eseguiti. Quello che non sanno misurare, almeno attraverso criteri giuridici omogenei e verificabili, è quanto sia realmente riuscito il percorso di integrazione delle persone che vivono stabilmente sul territorio europeo.
L’integrazione continua ad essere evocata come un obiettivo politico, ma raramente viene trasformata in un parametro giuridico. Eppure è proprio da essa che dipende la qualità della convivenza futura.
Uno Stato dovrebbe poter verificare, attraverso criteri oggettivi, se lo straniero abbia acquisito una sufficiente conoscenza della lingua, abbia costruito un’autonomia lavorativa, rispetti le regole fondamentali della convivenza civile, condivida i principi costituzionali e partecipi effettivamente alla vita della comunità.
Questa valutazione non dovrebbe avere finalità punitive, ma rappresentare il naturale completamento delle politiche migratorie. Governare l’immigrazione significa infatti non soltanto decidere chi entra, ma anche accompagnare e verificare il percorso di chi rimane.
È proprio da questa esigenza nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Un paradigma che propone di affiancare alle politiche dell’ingresso una vera politica della permanenza, fondata sulla valutazione individuale dell’integrazione.
Per questo motivo il nuovo Patto europeo rappresenta un importante passo avanti, ma non può essere considerato il punto di arrivo. Se l’Unione europea vuole realmente governare il fenomeno migratorio, il prossimo passo dovrà essere quello di costruire un sistema europeo di misurazione dell’integrazione.
Solo allora il dibattito potrà finalmente spostarsi dagli ingressi alla permanenza, dalle quantità alla qualità dell’integrazione, dalla gestione dell’emergenza al governo stabile del fenomeno migratorio.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID:https://orcid.org/0009-0003-9848-4558
La Manica è tornata a essere il luogo nel quale emergono tutte le contraddizioni della politica migratoria europea. Da una parte il Regno Unito accusa la Francia di non impedire con sufficiente efficacia le partenze dalle proprie coste. Dall’altra, Parigi sostiene di non poter intervenire in mare senza mettere ulteriormente in pericolo la vita delle…
Pedro Sánchez ha definito l’ingresso di massa avvenuto a Ceuta una «violazione dell’integrità territoriale» della Spagna e ha indicato nelle mafie del traffico di esseri umani le principali responsabili della crisi. È una spiegazione politicamente comoda, ma non sufficiente. Le organizzazioni criminali che lucrano sull’immigrazione irregolare esistono e devono essere contrastate. Tuttavia, attribuire loro l’intera…
Il decreto emesso dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento R.G. n. 14196/2024 offre un’importante occasione per approfondire il ruolo della dimensione familiare nel giudizio di protezione complementare disciplinato dall’art. 19 del d.lgs. n. 286/1998. La decisione conferma che il giudizio comparativo richiesto dalla disciplina vigente non si esaurisce nella valutazione dell’inserimento lavorativo dello straniero, ma deve comprendere l’intero progetto di vita sviluppato nel territorio nazionale. La presenza del nucleo familiare, la stabilità abitativa, il lavoro, la formazione professionale e l’apprendimento della lingua italiana concorrono, unitariamente considerati, alla costruzione della vita privata e familiare tutelata dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 10, terzo comma, della Costituzione.
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento iscritto al R.G. n. 14196/2024 si inserisce nel consolidato orientamento giurisprudenziale che, anche dopo la riforma introdotta dal decreto-legge n. 20 del 2023, continua a ricostruire la protezione complementare quale strumento di attuazione degli obblighi costituzionali e convenzionali gravanti sullo Stato. Pur richiamando la più recente elaborazione della Corte di cassazione in materia di tutela della vita privata e familiare, la decisione presenta un particolare interesse per il rilievo attribuito alla dimensione familiare dell’integrazione quale elemento centrale del giudizio comparativo.
La motivazione ribadisce che la protezione complementare continua a fondarsi sull’accertamento della lesione che l’allontanamento potrebbe arrecare ai diritti fondamentali della persona. Tale giudizio richiede una valutazione complessiva della situazione individuale dello straniero e non può essere limitato al solo inserimento lavorativo. Il Tribunale valorizza infatti una pluralità di elementi che, considerati unitariamente, descrivono il consolidamento del progetto di vita sviluppato nel territorio italiano.
Particolarmente significativo appare il rilievo riconosciuto alla presenza del nucleo familiare. Il ricorrente vive stabilmente in Italia con la moglie e i tre figli, dispone di un’abitazione condotta in locazione, può contare sulla presenza di un fratello residente da anni nel territorio nazionale e ha progressivamente consolidato il proprio inserimento lavorativo mediante la stipulazione di un contratto a tempo indeterminato. A tali elementi si aggiungono il conseguimento della certificazione linguistica di livello A2, la partecipazione a corsi di formazione professionale e la progressiva crescita del reddito dichiarato. Il decreto non considera tali circostanze in modo autonomo, ma le ricompone in un quadro unitario che consente di apprezzare l’effettivo radicamento della persona nella comunità nazionale.
La decisione consente una riflessione di carattere sistematico. L’integrazione viene spesso identificata con la capacità dello straniero di inserirsi nel mercato del lavoro. Il provvedimento mostra invece come tale impostazione sia riduttiva. Il lavoro rappresenta certamente un indice rilevante, ma non esaurisce il contenuto giuridico della vita privata e familiare. La costruzione di relazioni stabili, l’unità del nucleo familiare, la disponibilità di un’abitazione, la formazione linguistica e professionale e la continuità dei rapporti sociali costituiscono elementi che concorrono, nel loro insieme, alla valutazione richiesta dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Sotto questo profilo emerge con chiarezza la natura relazionale dell’integrazione. L’integrazione non coincide con il semplice inserimento economico della persona, ma descrive il progressivo consolidamento dei legami che la uniscono alla comunità ospitante. Quanto maggiore risulta la densità di tali relazioni, tanto più intensa diviene la tutela della vita privata e familiare garantita dall’ordinamento. La famiglia assume pertanto una funzione che trascende la dimensione affettiva, trasformandosi in uno degli elementi giuridicamente rilevanti del giudizio comparativo.
Questa impostazione conferma, ancora una volta, come la protezione complementare costituisca il laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Il decreto mostra infatti che il diritto positivo non tutela la permanenza dello straniero in ragione della sola presenza nel territorio nazionale, ma in funzione del concreto progetto di vita costruito all’interno della comunità italiana. In tale progetto la dimensione familiare assume un rilievo centrale, poiché rafforza il grado di radicamento della persona e contribuisce alla valutazione della sproporzione che deriverebbe dal suo allontanamento. L’integrazione si manifesta così come un fenomeno complesso, composto da elementi economici, sociali, culturali e familiari, tutti suscettibili di accertamento nel processo.
Il decreto del Tribunale di Bologna conferma dunque che il giudizio sulla protezione complementare non può essere ricondotto ad una verifica atomistica di singoli requisiti, ma richiede una valutazione globale della posizione dello straniero. L’attenzione riservata alla dimensione familiare contribuisce ad arricchire la nozione di integrazione elaborata dalla giurisprudenza e rafforza la prospettiva secondo cui la tutela della vita privata e familiare rappresenta il risultato dell’intero percorso esistenziale sviluppato dalla persona nel territorio della Repubblica.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Gli scontri avvenuti il 25 luglio 2026 a Glasgow tra una manifestazione anti-immigrazione e una contromanifestazione antirazzista non possono essere liquidati come un semplice episodio di ordine pubblico. La polizia scozzese ha arrestato quindici persone per reati comprendenti aggressioni, possesso di armi, violazioni dell’ordine pubblico e intralcio agli agenti, dopo che la tensione tra i…
Andrea Zhok affronta il tema migratorio partendo da una tesi precisa: l’Italia espelle ogni anno giovani e lavoratori qualificati, costretti a cercare all’estero salari e prospettive migliori, mentre importa prevalentemente manodopera straniera destinata ai comparti meno produttivi e meno remunerati. Secondo il filosofo, questi due fenomeni non sono indipendenti, ma rappresentano gli effetti della stessa…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa” Negli ultimi decenni il diritto dell’immigrazione è stato modificato decine di volte. Sono cambiate le procedure, i permessi di soggiorno, le forme di protezione, i sistemi di accoglienza e perfino la disciplina europea. Eppure una domanda continua a rimanere senza risposta: esiste, nell’ordinamento…
Il Giappone sta affrontando una sfida che riguarda tutte le società sviluppate: una popolazione che invecchia, una crescente carenza di lavoratori e la necessità di ricorrere, almeno in parte, all’immigrazione.
La differenza rispetto al dibattito europeo è che la discussione non si limita a stabilire se servano più o meno immigrati. La domanda che emerge con sempre maggiore frequenza è un’altra: come conciliare le esigenze dell’economia con la tutela della coesione sociale, dell’identità nazionale e della sicurezza?
È una domanda che in Europa fatichiamo ancora a porci.
Da una parte si continua a sostenere che servono più ingressi per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. Dall’altra si invocano controlli più rigidi e maggiori rimpatri. Entrambe le posizioni, però, rischiano di lasciare irrisolto il tema centrale: che cosa accade dopo l’ingresso dello straniero?
Il vero nodo non è soltanto l’immigrazione. È l’integrazione.
Uno Stato moderno dovrebbe essere in grado di valutare il percorso individuale di chi viene accolto, verificando l’apprendimento della lingua, il rispetto delle regole, l’inserimento lavorativo, la partecipazione alla vita della comunità e la condivisione dei principi fondamentali dell’ordinamento.
È proprio su questo terreno che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone un cambio di prospettiva. Non una politica fondata esclusivamente sui numeri degli ingressi o dei rimpatri, ma un sistema che colleghi la permanenza sul territorio a un percorso di integrazione concretamente verificabile.
Forse il contributo più interessante che arriva oggi dal Giappone non riguarda il numero di immigrati da accogliere. Riguarda la qualità del dibattito. Perché prima ancora di decidere quanta immigrazione serva, occorre stabilire quale modello di società si intenda costruire.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID: https://orcid.org/0009-0003-9848-4558
L’Italia invecchia, le famiglie hanno sempre più bisogno di assistenza e il numero dei lavoratori disponibili nel settore domestico non cresce con la stessa rapidità. Non si tratta di un fenomeno occasionale, ma di una trasformazione strutturale destinata ad accompagnare il Paese nei prossimi decenni. Secondo le stime richiamate da Assindatcolf, il fabbisogno del comparto…
Il 14 luglio 2026, quando il dibattito pubblico italiano sembrava ancora sostanzialmente disinteressato alle conseguenze europee della regolarizzazione straordinaria promossa dal Governo spagnolo, ReImmigrazione.com aveva posto una questione precisa: può uno Stato membro adottare una misura di tale portata senza valutare adeguatamente gli effetti prodotti sull’intero spazio Schengen? La domanda non era politica, né propagandistica.…
Il 30 luglio 2026, migliaia di persone hanno raggiunto in massa Ceuta, enclave spagnola situata sulla costa nordafricana e parte della frontiera esterna dell’Unione europea. Gli ingressi sono avvenuti via mare, aggirando il frangiflutti del Tarajal, e attraverso il superamento delle barriere di confine. Le forze di sicurezza sono state sopraffatte, mentre le strutture di…
Negli ultimi anni il dibattito sull’immigrazione si è concentrato quasi esclusivamente sul controllo delle frontiere, sui rimpatri e sulle modalità di ingresso nel territorio nazionale.
Molto meno si discute di una domanda fondamentale: quali doveri assume chi sceglie di vivere stabilmente in Italia?
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” sostengo che sia giunto il momento di affrontare questo tema anche sul piano costituzionale.
La Costituzione italiana riconosce e tutela diritti fondamentali, ma una società può reggersi soltanto sull’equilibrio tra diritti e doveri. Per questa ragione ritengo che debba essere avviata una riflessione sull’introduzione del dovere di integrazione per lo straniero che intenda permanere stabilmente nel nostro Paese.
Non si tratta di una proposta punitiva né di una misura discriminatoria.
Al contrario, significa affermare un principio molto semplice: chi desidera costruire il proprio futuro in Italia deve dimostrare la volontà di partecipare alla vita della comunità nazionale, rispettandone la lingua, l’ordinamento giuridico, i valori costituzionali e le regole della convivenza civile.
In questa prospettiva, la ReImmigrazione non rappresenta una sanzione, ma la naturale conseguenza del fallimento di un percorso di integrazione che lo Stato ha il dovere di promuovere e lo straniero ha il dovere di intraprendere.
È una proposta che mira a superare tanto l’approccio esclusivamente repressivo quanto quello puramente assistenziale, costruendo un modello fondato sulla responsabilità reciproca tra Stato e individuo.
Nel corso della diretta “Immigrazione e Remigrazione tra diritto, identità e futuro dell’Europa” spiego le ragioni giuridiche e politiche che mi hanno portato a formulare questa proposta e perché ritengo che il dovere costituzionale di integrazione rappresenti uno dei pilastri del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Invito chi fosse interessato ad approfondire questo tema a guardare la registrazione integrale della diretta e a partecipare al dibattito con osservazioni e contributi.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 – Materia: Migrazione e Asilo
Nelle ultime due settimane oltre 1.500 migranti avrebbero raggiunto Ceuta attraversando a nuoto il tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola. Tra loro vi sono numerosi minori stranieri non accompagnati, mentre le strutture locali di accoglienza risultano sottoposte a una pressione ormai difficilmente sostenibile. Non siamo più davanti a un episodio isolato, ma…
Il commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, Magnus Brunner, sostiene che non vi siano più ragioni sufficienti per mantenere i controlli italiani alla frontiera con la Slovenia. Secondo Bruxelles, la riduzione degli attraversamenti irregolari e la possibilità di ricorrere a misure di polizia meno invasive renderebbero necessario il graduale ritorno alla piena…
Elon Musk è tornato a intervenire sul rapporto tra immigrazione, sicurezza e coesione sociale, sostenendo che una società incapace di controllare i propri confini e di integrare chi arriva rischia di produrre fratture sempre più profonde. Nel corso di una recente intervista con The Economist, l’imprenditore ha difeso tre principi che considera essenziali: confini sicuri,…
Deutschland und Italien sind gleichermaßen an Artikel 8 der Europäischen Menschenrechtskonvention gebunden, der das Recht auf Achtung des Privat- und Familienlebens schützt. Dennoch hat sich in Italien durch die jüngste Rechtsprechung ein eigenständiges Modell des ergänzenden Schutzes entwickelt, in dem der Grad der Integration zu einem selbständigen rechtlichen Kriterium für den weiteren Aufenthalt geworden ist. Dieser Beitrag untersucht die Besonderheiten des italienischen Modells und stellt die Frage, ob die deutsche Rechtsordnung aus rechtsvergleichender Sicht von dieser Entwicklung profitieren könnte.
Die Migrationspolitik gehört heute zu den wichtigsten Herausforderungen der europäischen Rechtsordnungen. Während sich die öffentliche Diskussion häufig auf Grenzkontrollen oder Rückführungen konzentriert, rückt eine andere Frage zunehmend in den Mittelpunkt der rechtswissenschaftlichen Debatte: Welche rechtliche Bedeutung soll der Integration eines Ausländers zukommen?
Italien und Deutschland teilen zunächst denselben menschenrechtlichen Ausgangspunkt.
Beide Staaten sind an Artikel 8 der Europäischen Menschenrechtskonvention gebunden und müssen bei aufenthaltsrechtlichen Entscheidungen das Privat- und Familienleben der betroffenen Person berücksichtigen. Auch die Rechtsprechung des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte verlangt eine einzelfallbezogene Verhältnismäßigkeitsprüfung.
Dennoch unterscheiden sich beide Systeme erheblich.
In Deutschland erfolgt die Berücksichtigung des Privat- und Familienlebens im Rahmen verschiedener Vorschriften des Aufenthaltsgesetzes sowie der allgemeinen verfassungs- und konventionsrechtlichen Verhältnismäßigkeitsprüfung.
In Italien hingegen hat sich durch Artikel 19 des Gesetzesdekrets Nr. 286/1998 und die jüngste Rechtsprechung ein eigenständiger Mechanismus entwickelt, in dem die Integration selbst zum Gegenstand richterlicher Bewertung geworden ist.
Die italienischen Spezialgerichte prüfen heute nicht mehr ausschließlich, ob dem Betroffenen im Herkunftsstaat Gefahren drohen.
Sie untersuchen zugleich, ob eine Abschiebung ein bereits in Italien aufgebautes Privatleben unverhältnismäßig zerstören würde.
Hierzu werden objektiv überprüfbare Kriterien herangezogen: Beschäftigung, berufliche Qualifikation, Sprachkenntnisse, wirtschaftliche Selbständigkeit, Wohnsituation, familiäre Bindungen, soziale Beziehungen sowie die Beachtung der Rechtsordnung.
Integration wird damit nicht länger lediglich als politisches Ziel verstanden.
Sie wird zu einer rechtlich relevanten Tatsache.
Gerade hierin liegt die Besonderheit des italienischen Modells.
Der ergänzende Schutz entwickelt sich zunehmend zu einem Instrument, das den Integrationsgrad des Ausländers in den Mittelpunkt der richterlichen Prüfung stellt. Die Gerichte bewerten nicht abstrakte politische Vorstellungen, sondern konkrete Tatsachen, die anhand von Arbeitsverträgen, Sozialversicherungsnachweisen, Steuerunterlagen, Ausbildungsbescheinigungen und weiteren Dokumenten nachgewiesen werden können.
Aus rechtsvergleichender Sicht erscheint diese Entwicklung bemerkenswert.
Das deutsche Aufenthaltsrecht kennt zahlreiche Aufenthaltstitel sowie differenzierte Regelungen für humanitäre Aufenthalte, Familiennachzug und Arbeitsmigration. Gleichwohl existiert keine allgemeine Vorschrift, die der italienischen Regelung des Artikel 19 funktional entspricht und den Integrationsgrad als eigenständigen Maßstab einer umfassenden ergänzenden Schutzprüfung ausgestaltet.
Vor diesem Hintergrund kann der italienische ergänzende Schutz als juristisches Laboratorium des Paradigmas „Integration oder ReImmigration“ verstanden werden.
Dieses Paradigma fordert keine kollektiven Rückführungen und stellt keine politische Parole dar.
Sein Ausgangspunkt ist vielmehr ein rechtsstaatlicher Gedanke: Je stärker eine Person ihre tatsächliche Integration nachweist, desto größer wird die rechtliche Rechtfertigung ihres weiteren Aufenthalts. Umgekehrt kann bei dauerhaft fehlender Integration und dem Fehlen verfassungs- oder menschenrechtlicher Hindernisse eine Rückkehr in den Herkunftsstaat Gegenstand einer individualisierten rechtlichen Bewertung sein.
Gerade deshalb könnte die italienische Erfahrung auch für die deutsche Diskussion von Interesse sein.
Nicht weil das italienische Modell unverändert übernommen werden müsste, sondern weil es zeigt, wie Integration innerhalb eines rechtsstaatlichen Verfahrens zu einem objektiv überprüfbaren rechtlichen Kriterium werden kann.
Die italienische Rechtsprechung entwickelt damit einen Ansatz, der Migrationssteuerung, Grundrechtsschutz und individuelle Verhältnismäßigkeitsprüfung miteinander verbindet.
Ob das deutsche Aufenthaltsrecht künftig eine vergleichbare Entwicklung einschlagen wird, bleibt eine politische und gesetzgeberische Entscheidung.
Aus rechtsvergleichender Sicht verdient das italienische Modell jedoch zweifellos eine vertiefte wissenschaftliche Aufmerksamkeit.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Per molti anni il dibattito economico sull’immigrazione è stato dominato da una convinzione quasi indiscutibile: le economie occidentali, segnate dall’invecchiamento della popolazione e dalla diminuzione della forza lavoro, avrebbero necessariamente bisogno di aumentare gli ingressi dall’estero per continuare a crescere. Un recente intervento pubblicato dal Financial Times ha rimesso in discussione questa impostazione. L’articolo, firmato…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa” Ogni volta che si verifica un grave fatto di cronaca si torna a parlare di immigrazione. Si propone una nuova stretta, un nuovo decreto, un nuovo intervento emergenziale. Poi, passata l’emergenza, tutto rimane sostanzialmente invariato. Forse il problema è proprio questo. Continuiamo a…
La Russia è impegnata da anni in una guerra di logoramento contro l’Ucraina, sostiene costi umani elevatissimi e continua a cercare nuovi uomini da impiegare direttamente o indirettamente nello sforzo bellico. In un simile contesto, si potrebbe pensare che Mosca abbia interesse a trattenere sul proprio territorio il maggior numero possibile di giovani stranieri, soprattutto…
«Abbiamo il dovere morale di accogliere rifugiati e immigrati» e, allo stesso tempo, «dobbiamo ridurre il nostro numero». Sono queste, in sintesi, le posizioni sostenute dalla sociologa tedesca Verena Brunschweiger, secondo la quale le società occidentali dovrebbero avere meno figli e favorire una maggiore immigrazione per ragioni etiche e climatiche.
Si tratta di una tesi coerente con una parte del pensiero progressista europeo. Ma proprio per questo merita una riflessione critica.
L’errore di fondo non consiste nel proporre più immigrazione. L’errore consiste nel considerare l’immigrazione una variabile demografica, quasi fosse uno strumento per riequilibrare la popolazione o compensare le responsabilità storiche dell’Occidente.
L’essere umano non è una statistica. Non è un numero destinato a sostituirne un altro. Non è un fattore di equilibrio demografico.
L’immigrazione è, prima di tutto, un rapporto giuridico tra una persona e uno Stato.
Uno Stato può certamente decidere di ammettere cittadini stranieri sul proprio territorio. Può farlo per ragioni umanitarie, economiche, familiari o di protezione internazionale. Ma, una volta compiuta questa scelta, nasce una seconda fase, molto più importante della prima: quella della permanenza.
Ed è proprio qui che il dibattito europeo si interrompe.
Si continua a discutere di quote, di corridoi umanitari, di mercato del lavoro, di denatalità e di fabbisogno di manodopera. Si discute di quanti immigrati dovrebbero entrare, ma quasi nessuno si domanda come debba essere valutata, nel tempo, la loro integrazione nella comunità nazionale.
Questo è il vero vuoto delle politiche migratorie europee.
L’integrazione viene evocata come un valore, ma non viene trasformata in un istituto giuridico. Non esistono strumenti omogenei per verificare se la persona abbia effettivamente imparato la lingua del Paese ospitante, costruito un’autonomia lavorativa, rispettato le regole fondamentali della convivenza civile, condiviso i principi costituzionali e sviluppato un autentico legame con la comunità.
In assenza di questa valutazione, l’immigrazione finisce inevitabilmente per essere trattata come un fenomeno puramente quantitativo. Da una parte c’è chi propone di aumentarla. Dall’altra chi propone di ridurla. Entrambe le posizioni, però, trascurano la questione decisiva: che cosa accade dopo l’ingresso?
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per colmare questa lacuna.
L’obiettivo non è decidere se gli immigrati siano troppi o troppo pochi. L’obiettivo è costruire una politica della permanenza fondata sulla responsabilità individuale. Chi dimostra, attraverso criteri oggettivi, di essersi realmente integrato deve poter consolidare il proprio progetto di vita nello Stato ospitante. Chi, invece, rifiuta stabilmente il percorso di integrazione o permane in condizioni incompatibili con l’ordinamento dovrebbe essere destinatario di un percorso ordinato di ReImmigrazione, nel pieno rispetto dello Stato di diritto.
Il caso Brunschweiger dimostra, ancora una volta, quanto il dibattito europeo sia prigioniero di una logica quantitativa. Si continua a discutere di numeri, mentre si dimenticano le persone. Si continua a discutere di quanti immigrati accogliere, ma non di come valutare, nel tempo, il loro percorso di integrazione.
Ed è proprio questa, oggi, la più grande debolezza delle politiche migratorie europee.
Avv. Fabio Loscerbo Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo. ORCID:https://orcid.org/0009-0003-9848-4558
Un recente approfondimento pubblicato da Il Primato Nazionale, dal titolo “L’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci? Contro l’economia delle braccia”, pone una questione che merita di essere sviluppata: l’immigrazione rischia di diventare la risposta automatica attraverso cui il sistema economico italiano evita di affrontare salari insufficienti, bassa produttività, carenze formative e mancata innovazione. Quando un…
Dalla diretta YouTube “Integrazione o ReImmigrazione? Il futuro di Italia ed Europa” Quando si parla di integrazione, spesso si commette un errore: si pensa che sia un dovere esclusivamente dello straniero. Non è così. Nel corso della diretta ho spiegato che l’integrazione è un rapporto reciproco. Da un lato, il cittadino straniero ha il dovere…
Gli Stati Uniti stanno sperimentando una politica migratoria che merita di essere osservata anche in Europa: incentivare economicamente la partenza volontaria degli stranieri irregolarmente presenti, invece di affidarsi esclusivamente alle più costose e complesse procedure di espulsione forzata. Il programma, denominato Project Homecoming, offre a chi aderisce il viaggio gratuito verso il Paese di origine…
Il decreto emesso dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento R.G. n. 14020/2024 affronta un profilo di particolare interesse nell’ambito della protezione complementare: il rilievo assunto dal progressivo affievolimento dei legami con il Paese di origine nel giudizio comparativo richiesto dall’art. 19 del d.lgs. n. 286/1998. La decisione conferma che la valutazione della vita privata dello straniero non può limitarsi all’accertamento del grado di integrazione raggiunto in Italia, ma richiede una contestuale verifica dell’evoluzione dei rapporti personali, familiari e sociali con il Paese di provenienza. Tale impostazione consente di individuare nel decorso del tempo un elemento dinamico del giudizio di proporzionalità, rafforzando la funzione della protezione complementare quale strumento di tutela dei diritti fondamentali della persona.
Il decreto pronunciato dal Tribunale di Bologna il 12 giugno 2026 nel procedimento iscritto al R.G. n. 14020/2024 si inserisce nel consolidato orientamento giurisprudenziale che, anche dopo le modifiche introdotte dal decreto-legge n. 20 del 2023, continua a ricostruire la protezione complementare quale forma di tutela fondata sugli obblighi costituzionali e convenzionali richiamati dall’art. 19 del d.lgs. n. 286 del 1998. Pur riprendendo l’impianto motivazionale già sviluppato in altre recenti decisioni della medesima Sezione specializzata, il provvedimento presenta un ulteriore elemento di interesse, rappresentato dall’attenzione dedicata al progressivo mutamento del rapporto tra lo straniero e il proprio Paese di origine.
La pronuncia ribadisce come il giudizio richiesto dall’art. 19 non possa esaurirsi nell’accertamento delle condizioni esistenti nel Paese di provenienza né nella sola verifica del livello di integrazione raggiunto nel territorio italiano. Il giudice è chiamato ad effettuare una valutazione comparativa complessiva, nella quale assumono rilievo tanto il percorso sviluppato in Italia quanto l’evoluzione dei legami mantenuti con il contesto originario. L’integrazione non viene pertanto valutata in termini assoluti, ma in relazione al progressivo mutamento della condizione personale dello straniero.
È in questo contesto che assume particolare significato il passaggio della motivazione nel quale il Tribunale osserva come, al protrarsi della permanenza nel territorio nazionale, corrisponda normalmente un progressivo affievolimento dei rapporti con il Paese di origine. La decisione evidenzia che la permanenza del ricorrente in Italia per circa quattro anni, unita allo sviluppo dell’attività lavorativa, all’apprendimento della lingua italiana, alla stabilità abitativa e alla costruzione di relazioni sociali, rende inevitabile un progressivo sfilacciamento dei legami con il contesto di provenienza, senza che la mera permanenza di contatti telefonici con i familiari possa assumere rilievo decisivo.
Tale affermazione presenta rilevanti implicazioni sistematiche. Tradizionalmente il giudizio di integrazione è stato prevalentemente costruito sulla base degli elementi positivi sviluppati nel territorio italiano. Il decreto mostra invece come il giudizio comparativo presenti una struttura necessariamente bidirezionale. Alla crescita dell’inserimento nella comunità nazionale tende fisiologicamente a corrispondere una riduzione dell’intensità dei rapporti personali, sociali e culturali con il Paese di origine. I due fenomeni non operano separatamente, ma costituiscono aspetti complementari di un unico processo evolutivo.
Sotto il profilo probatorio, la decisione conferma come tale valutazione debba fondarsi su elementi concreti e documentati. Il Collegio valorizza il percorso lavorativo del ricorrente, attestato dalle comunicazioni obbligatorie, dalle buste paga e dall’estratto contributivo INPS, nonché la frequenza di corsi di alfabetizzazione, la disponibilità di una stabile sistemazione abitativa e l’assenza di precedenti penali. Tali elementi dimostrano il progressivo consolidamento della vita privata nel territorio italiano e consentono di attribuire minore rilevanza ai residui rapporti mantenuti con il Paese di provenienza.
La motivazione appare particolarmente significativa anche per un ulteriore profilo. Il decorso del tempo non viene considerato un dato cronologico neutro, ma un fattore giuridicamente rilevante nella trasformazione della posizione soggettiva dello straniero. Il trascorrere degli anni modifica infatti tanto l’intensità dell’integrazione raggiunta in Italia quanto la consistenza dei rapporti con il Paese di origine, incidendo direttamente sul giudizio di proporzionalità richiesto dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 10, terzo comma, della Costituzione.
Questa impostazione conferma, ancora una volta, come la protezione complementare costituisca il laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Il criterio decisivo non è rappresentato dalla semplice presenza dello straniero nel territorio nazionale, ma dalla concreta evoluzione della sua posizione personale. Quanto più il percorso di integrazione determina la costruzione di nuovi legami nel territorio italiano e il progressivo affievolimento di quelli con il Paese di origine, tanto maggiore diviene la rilevanza costituzionale della tutela della vita privata. L’integrazione e il radicamento non rappresentano, pertanto, concetti statici, bensì processi dinamici il cui accertamento costituisce il cuore del giudizio sulla permanenza dello straniero.
Il decreto del Tribunale di Bologna offre quindi un ulteriore contributo alla progressiva elaborazione della protezione complementare quale istituto fondato sul principio di proporzionalità e sulla valutazione individuale della persona. La valorizzazione del progressivo affievolimento dei legami con il Paese di origine arricchisce il giudizio comparativo e conferma come la tutela della vita privata debba essere ricostruita attraverso una valutazione complessiva dell’intero percorso esistenziale sviluppato dallo straniero, tanto nel contesto di provenienza quanto nella comunità nella quale egli ha progressivamente costruito il proprio progetto di vita.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
Le dichiarazioni del regista tedesco Uwe Boll, pubblicate dopo l’attacco contro le celebrazioni del Pride di Berlino, sono volutamente estreme. Boll accusa la comunità LGBTQ e la sinistra occidentale di sostenere politicamente quegli stessi ambienti islamisti che negano radicalmente la libertà sessuale, la parità tra uomo e donna e il diritto di vivere apertamente la…
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha accreditato tre eventi formativi organizzati dallo Studio Legale Avv. Fabio Loscerbo, dedicati alle principali trasformazioni in corso nel diritto dell’immigrazione, dell’asilo e della protezione dei diritti fondamentali. Il ciclo formativo si svolgerà tra settembre e novembre 2026 e sarà articolato in tre incontri, ciascuno della durata di…
Per molti anni una parte consistente dell’elettorato omosessuale europeo ha identificato la sinistra come il principale riferimento politico per la difesa dei diritti civili, il contrasto alle discriminazioni e il riconoscimento delle libertà personali. Oggi questo rapporto appare meno scontato. Non si può ancora parlare di uno spostamento compatto del “voto gay” verso destra, perché…
Privacy e cookie: questo sito utilizza i cookie. Continuando a utilizzare questo sito web, si accetta l’utilizzo dei cookie. Per ulteriori informazioni, anche sul controllo dei cookie, leggi qui: Informativa sui cookie.