Il 28 agosto Immigration, Refugees and Citizenship Canada ha confermato che le due vie speciali verso la residenza permanente destinate ai cittadini di Hong Kong cesseranno di accettare nuove domande il 31 agosto 2026. Le istanze ricevute entro la scadenza continueranno a essere esaminate. Secondo l’avviso ufficiale di IRCC, al 30 giugno erano state presentate circa 30.315 domande, riferite a 48.560 persone; più di 8.600 domande, per 13.485 persone, risultavano approvate e circa 13.370 interessati avevano già ottenuto lo status di residente permanente.
La scadenza era prevista, dunque la chiusura non è un’improvvisa revoca. La tensione sta altrove: Ottawa ribadisce di sostenere i diritti e le libertà della popolazione di Hong Kong, ma conclude l’ingresso nel programma mentre una parte molto ampia delle persone già selezionate attraverso studio o lavoro resta ancora sospesa tra soggiorno temporaneo e residenza. L’annuncio protegge le pratiche già depositate, ma non risolve il problema decisivo: quanto tempo servirà per trasformare una presenza autorizzata e produttiva in una posizione stabile.
Il meccanismo non è una concessione indistinta. È una politica pubblica temporanea adottata ai sensi dell’articolo 25.2 dell’Immigration and Refugee Protection Act. Prevede due percorsi: uno per chi ha conseguito determinati titoli di studio in Canada e uno per chi ha maturato esperienza lavorativa canadese. Restano applicabili i requisiti previsti dalla misura e i normali controlli sull’ammissibilità. Studiare o lavorare nel Paese apre la procedura; non produce automaticamente il diritto alla permanenza.
Per chi ha già presentato la domanda, il governo mantiene una tutela intermedia. Gli interessati che soddisfano le condizioni possono chiedere un permesso di lavoro aperto, valido fino a tre anni, mentre attendono la decisione sulla residenza; la possibilità di presentare questa domanda resta disponibile fino al maggio 2029. La disciplina canadese precisa però che occorre avere già chiesto la residenza attraverso uno dei due percorsi, trovarsi in Canada e rispettare gli ulteriori requisiti. È un ponte amministrativo, non una residenza mascherata.
Il punto critico è la capacità di smaltire le domande. A luglio OMNI News e CityNews Vancouver, sulla base dei dati comunicati da IRCC, riferivano oltre 33.000 posizioni nell’arretrato e tempi stimati superiori a dieci anni per le nuove domande. Il dato ufficiale pubblicato ora aggiorna il quadro numerico, ma non cancella la sproporzione tra persone entrate nella procedura e persone già divenute residenti permanenti. Il collo di bottiglia non è più soltanto l’accesso: è la decisione finale.
Qui l’integrazione smette di essere una formula. Chi può lavorare per qualsiasi datore, costruire una carriera, pagare imposte e crescere una famiglia sviluppa legami reali con la comunità. Ma l’incertezza sullo status può frenare formazione, riconoscimento delle qualifiche e investimenti personali: CityNews ha documentato casi di lavoratori che rinunciano a percorsi professionali perché, senza residenza permanente, costi e prospettive restano troppo incerti. L’integrazione effettiva può rafforzare una domanda, ma non può sostituire il titolo giuridico che solo l’autorità competente può concedere.
Il permesso aperto evita che l’attesa interrompa subito lavoro e autonomia, ed è quindi una misura razionale. Tuttavia, se i tempi annunciati superano ampiamente la durata ordinaria del permesso, il sistema rischia di trasformare una soluzione temporanea in una sequenza di proroghe e aspettative. La credibilità di una politica migratoria non si misura soltanto dal numero delle porte aperte o chiuse, ma dalla coerenza tra criteri di selezione, obiettivi annuali e capacità amministrativa di decidere.
Il Canada ha scelto persone che già studiavano e lavoravano sul suo territorio; ora deve dimostrare di saper concludere quella scelta. Chiudere una misura temporanea alla data prevista è legittimo. Lasciare per anni senza risposta chi ha costruito la propria vita dentro le regole sarebbe invece la vera contraddizione: l’integrazione non conferisce da sola la residenza, ma una residenza promessa come percorso credibile non può ridursi a un’attesa indefinita.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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