Argentina, la stretta sulla cittadinanza inciampa ancora nei giudici: il rigore non si governa per decreto

Il 23 agosto un nuovo provvedimento della giustizia federale argentina ha colpito uno dei passaggi più delicati del DNU 366/2025, con cui il governo aveva irrigidito anche il regime della cittadinanza per naturalizzazione. Il Juzgado Federal de Esquel ha dichiarato inapplicabile al caso concreto la modifica che richiede due anni continuativi di residenza “legale”. Il ricorrente era entrato in Argentina nel 2023 e aveva maturato il biennio previsto dalla disciplina precedente mentre si trovava nella categoria di “residencia precaria”, cioè con un titolo che gli consentiva di permanere nel Paese durante la definizione della propria posizione migratoria.

La decisione coglie una contraddizione che va oltre il singolo straniero. Un governo può ritenere politicamente necessario rendere più selettivo l’accesso alla cittadinanza, distinguere con maggiore nettezza tra soggiorno temporaneo e radicamento stabile o pretendere requisiti più rigorosi. Ma una politica più severa non diventa per questo una materia sottratta al Parlamento. Il giudice di Esquel ha ricordato che il DNU fu adottato mentre il Congresso era regolarmente in sessione e che non emergeva quella situazione di “rigorosa eccezionalità e urgenza” che la Costituzione argentina richiede per consentire all’esecutivo di sostituirsi al procedimento legislativo ordinario.

Il problema è ancora più evidente perché il DNU 366/2025 non era un intervento marginale. Ha modificato la legge migratoria n. 25.871 e la legge di cittadinanza n. 346, ha inciso sui requisiti di ingresso e permanenza, sull’accesso ad alcune prestazioni e sul procedimento di naturalizzazione, attribuendo inoltre alla Dirección Nacional de Migraciones un ruolo molto più ampio. Già nei mesi scorsi altri giudici avevano censurato il trasferimento della competenza sulla cittadinanza dall’autorità giudiziaria a quella amministrativa. Quando una riforma strutturale viene progressivamente smontata dai tribunali, il problema non è soltanto quanto sia restrittiva: è quanto sia stata costruita in modo giuridicamente solido.

La vicenda di Esquel mostra anche il rischio di confondere due piani diversi. La condizione migratoria è decisiva per stabilire ingresso, permanenza, regolarità e titolo di soggiorno; la cittadinanza riguarda invece l’appartenenza politica piena alla comunità nazionale. Una “residencia precaria” non equivale automaticamente a una presenza clandestina, così come la mera titolarità di un permesso non dimostra da sola l’esistenza di un radicamento sostanziale. Se il legislatore argentino vuole stabilire che soltanto determinate categorie di soggiorno siano computabili ai fini della naturalizzazione, deve farlo in modo espresso, coerente e costituzionalmente sostenibile.

Ed è proprio qui che il dibattito diventa più interessante del semplice scontro tra governo e giudici. La vera domanda non è soltanto quanti anni di residenza siano necessari, ma che cosa quei due anni dicano effettivamente sull’integrazione della persona. Un’etichetta amministrativa misura la posizione formale, non necessariamente la conoscenza della lingua, l’inserimento lavorativo, l’autonomia, il rispetto delle regole, la stabilità sociale o la partecipazione alla comunità. Se uno Stato vuole una cittadinanza più selettiva, può scegliere di valorizzare questi elementi attraverso criteri legislativi chiari e verificabili. Usare invece una categoria migratoria come scorciatoia rischia di produrre contenzioso senza costruire una politica dell’integrazione.

La logica di “Integrazione o ReImmigrazione” porta precisamente a separare ciò che spesso viene confuso. La cittadinanza dovrebbe rappresentare l’esito finale di un percorso di appartenenza effettiva; l’irregolarità, l’assenza di titolo e le condizioni per la permanenza devono essere governate attraverso gli strumenti propri del diritto dell’immigrazione. Rendere più difficile la naturalizzazione non sostituisce la capacità dello Stato di verificare l’integrazione di chi rimane né quella di intervenire quando mancano le condizioni giuridiche per la permanenza. Sono momenti diversi di una stessa politica, e proprio per questo richiedono regole diverse e istituzioni credibili.

Il caso argentino lascia quindi una lezione che vale ben oltre Buenos Aires. Una politica migratoria può essere rigorosa senza essere arbitraria e selettiva senza aggirare le garanzie costituzionali. Anzi, se vuole durare deve esserlo. Il rigore costruito male produce sentenze; il rigore costruito per legge produce governo. È questa la differenza tra una riforma capace di cambiare davvero un sistema e una successione di decreti destinati a essere corretti, sospesi o annullati dai tribunali.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

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