Cinque Paesi UE guardano al modello Albania. Ma prima dei rimpatri l’Europa deve superare la visione economicista dell’immigrazione

Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, ha dichiarato oggi, 24 agosto 2026, che cinque Stati membri dell’Unione europea, oltre all’Italia, stanno lavorando a progetti ispirati al modello Albania, con l’obiettivo di realizzare in Paesi terzi strutture destinate alle pratiche, all’identificazione e all’espulsione degli immigrati irregolari. È un segnale politico importante: ciò che fino a pochi anni fa veniva presentato come una forzatura italiana sta entrando, almeno nelle intenzioni di diversi governi, dentro una nuova normalità europea.

Il problema, però, è che se l’Europa si limita a discutere di dove collocare i centri di rimpatrio continua a intervenire alla fine di un processo che non ha mai realmente governato all’inizio. Il modello Albania può essere uno strumento. I rimpatri possono diventare più efficaci. Le procedure possono essere accelerate. Ma nessuna di queste misure risponde alla domanda fondamentale: quale immigrazione vuole l’Europa, in quale misura e soprattutto secondo quali criteri?

È qui che dovrebbe essere messo in discussione un paradigma molto più radicato: la visione economicista dell’immigrazione.

Per anni una parte consistente del dibattito europeo ha trattato l’arrivo di nuovi immigrati quasi come una conseguenza inevitabile di alcune equazioni economiche: diminuiscono le nascite, servono lavoratori; alcuni settori non trovano personale, servono immigrati; la popolazione invecchia, occorrono nuovi contribuenti. Il ragionamento può apparire lineare in un foglio Excel. Molto meno quando viene applicato a una società reale.

Un immigrato non è soltanto un lavoratore. Porta con sé una storia personale, una lingua, una cultura, una famiglia, talvolta una religione, un sistema di relazioni e inevitabilmente una domanda di partecipazione alla comunità nella quale viene inserito. L’immigrazione produce effetti che vanno ben oltre il mercato del lavoro: incide sulla scuola, sull’abitazione, sui servizi sociali, sulla sanità, sulla sicurezza, sulle periferie, sulla composizione demografica e, nel lungo periodo, sulla stessa identità delle comunità nazionali.

Continuare a ragionare esclusivamente in termini di fabbisogno di manodopera significa quindi commettere un errore politico prima ancora che economico. Un’impresa può avere bisogno oggi di diecimila lavoratori. Lo Stato deve invece chiedersi quale sarà l’effetto dell’ingresso e della permanenza di quelle persone tra dieci, venti o trent’anni. Il tempo dell’impresa e il tempo della comunità nazionale non coincidono.

Non significa negare che l’economia abbia bisogno anche dell’immigrazione. Significa rimettere le cose nel loro ordine. Il fabbisogno produttivo deve essere uno degli elementi della politica migratoria, non il suo principio ordinatore. Prima viene la capacità della società di assorbire nuovi ingressi senza creare sacche permanenti di marginalità; viene la possibilità di garantire scuola, abitazione, sicurezza e percorsi linguistici; viene soprattutto la possibilità concreta di trasformare la presenza straniera in appartenenza sociale.

Altrimenti accade ciò che l’Europa conosce ormai bene: si importa manodopera e qualche anno dopo ci si accorge di avere importato anche un problema di integrazione che nessuno aveva programmato di affrontare. A quel punto arrivano le periferie segregate, le seconde generazioni che faticano a riconoscersi pienamente nella società in cui sono nate, le tensioni identitarie e infine la reazione politica. E si tenta di risolvere a valle, attraverso i rimpatri, ciò che non è stato governato a monte.

Anche il Piano Mattei, ricordato da Fidanza come strumento per favorire il diritto a non emigrare e contemporaneamente formare manodopera qualificata per le economie europee, contiene una parte importante della risposta, perché riconosce finalmente che lo sviluppo dei Paesi di origine deve diventare parte della politica migratoria europea. Ma anche qui occorre evitare che il punto di arrivo torni sempre a essere il medesimo: quanta forza lavoro possiamo trasferire dall’Africa all’Europa.

La domanda dovrebbe essere rovesciata.

Non quanti immigrati servono alla nostra economia, ma quante persone siamo realmente capaci di integrare.

È su questa inversione che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione costruisce una prospettiva diversa. L’ingresso non dovrebbe essere determinato soltanto dal mercato, ma anche dalla capacità effettiva di integrazione della società; la permanenza non dovrebbe essere considerata un fatto meramente temporale, ma dovrebbe accompagnarsi a un percorso verificabile; e quando quel percorso fallisce stabilmente, lo Stato deve possedere strumenti giuridici e amministrativi capaci di trarne conseguenze reali.

Il modello Albania, in questa prospettiva, può essere utile. Anche il nuovo orientamento europeo sui rimpatri può rappresentare un passo avanti rispetto all’immobilismo degli anni precedenti. Ma sarebbe un errore scambiare lo strumento con la politica.

La vera svolta arriverà quando l’Europa smetterà di considerare l’immigrazione innanzitutto come una risposta ai bisogni dell’economia e tornerà a considerarla per ciò che realmente è: una trasformazione sociale che deve essere governata nel suo complesso.

Solo allora i rimpatri saranno l’ultimo tassello di una politica coerente, anziché il tentativo tardivo di correggere ciò che non si è avuto il coraggio di programmare prima.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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