Malesia, assunzioni straniere tutte online: più efficienza, meno dipendenza dal lavoro migrante?

Dal 22 agosto la Malesia ha trasferito interamente online le domande per l’assunzione di lavoratori stranieri attraverso il Foreign Workers Centralised Management System, il FWCMS. Il Ministero delle Risorse Umane ha presentato la misura come un intervento di semplificazione e trasparenza: niente più deposito manuale o accessi ripetuti agli uffici, tempi più prevedibili e un procedimento amministrativo più ordinato. Ma Kuala Lumpur ha chiarito un punto decisivo: digitalizzare non significa allentare i requisiti. Ogni domanda resta sottoposta alla normativa, ai criteri di ammissibilità e al controllo delle autorità competenti.

Il passaggio è più importante di quanto possa apparire. La procedura parte dall’approvazione preventiva prevista dalla sezione 60K dell’Employment Act 1955, obbligatoria per l’assunzione di nuovi lavoratori non cittadini, e arriva alla Conditional Approval Letter, che il governo punta a rilasciare entro 14 giorni quando la pratica è completa. Nello stesso momento è in corso la gestione di una nuova quota di 15.000 lavoratori stranieri destinati alla ristorazione: 5.000 posizioni, relative a 1.033 datori di lavoro già sottoposti a colloquio individuale, risultano in lavorazione.

Qui emerge la vera contraddizione da osservare. La Malesia sta rendendo più efficiente il canale di ingresso della manodopera straniera proprio mentre il Tredicesimo Piano della Malesia 2026-2030 dichiara di voler ridurre la dipendenza strutturale dal lavoro migrante. Il documento governativo fissa l’obiettivo di portare la quota dei lavoratori stranieri dal 14,1% della forza lavoro registrato nel 2024 al 10% nel 2030 e al 5% nel 2035, affiancando a questa riduzione maggiore automazione, un sistema di prelievi differenziati e criteri più rigorosi per i permessi di lavoro temporanei.

Le due direzioni non sono necessariamente incompatibili. Uno Stato può avere bisogno di rendere più rapido e trasparente l’ingresso che decide di autorizzare, e contemporaneamente ridurre nel medio periodo la propria dipendenza economica da manodopera straniera a basso costo. Il problema nasce se la semplificazione amministrativa diventa un obiettivo autonomo: un sistema che misura il proprio successo soltanto sulla velocità delle autorizzazioni rischia di rendere più efficiente la dipendenza che, sul piano strategico, dichiara di voler superare.

Le organizzazioni imprenditoriali malesi hanno accolto positivamente il nuovo sistema e indicano come criteri di successo tempi più brevi, minori costi amministrativi e maggiore certezza per i datori di lavoro. È una posizione comprensibile dal punto di vista dell’impresa. Lo Stato, però, deve guardare oltre la singola esigenza produttiva: salari, produttività, disponibilità di lavoratori locali, condizioni di lavoro, regolarità del soggiorno e sostenibilità della presenza straniera appartengono allo stesso problema di governo.

È qui che la logica di “Integrazione o ReImmigrazione” offre una chiave utile anche fuori dall’Europa. Governare l’immigrazione non significa soltanto decidere quanti lavoratori possono entrare e con quale procedura. Per chi è ammesso in una mobilità realmente temporanea occorre garantire legalità del rapporto, tutela e tracciabilità amministrativa; per chi invece permane e costruisce una presenza stabile diventa necessario osservare anche il percorso di autonomia e integrazione effettiva. La digitalizzazione del cancello d’ingresso è utile, ma non sostituisce il governo dell’intero percorso migratorio.

Il caso malese merita quindi attenzione perché supera la falsa alternativa tra “più immigrazione” e “meno immigrazione”. Kuala Lumpur sta tentando di fare tre cose insieme: autorizzare più ordinatamente gli ingressi necessari, ridurre la dipendenza strutturale delle imprese dal lavoro straniero e rendere più controllabile il sistema. La prova reale sarà vedere se questi tre obiettivi resteranno coerenti tra loro. Perché una politica migratoria moderna non si giudica dalla facilità con cui apre o chiude un canale, ma dalla capacità di sapere perché una persona entra, per quanto tempo resta, a quali condizioni lavora e quale percorso costruisce dopo l’ingresso.

Avv. Fabio Loscerbo

Avvocato Cassazionista

Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione

Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo

ORCID: 0009-0004-7030-0428

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