Il 23 agosto, nel National Day Rally, il primo ministro di Singapore Lawrence Wong ha affrontato senza formule di comodo uno dei nodi che molti governi preferiscono separare: crisi demografica, fabbisogno di lavoratori stranieri e tenuta dell’integrazione appartengono allo stesso problema politico. Wong ha riconosciuto che il tasso di fecondità resterà molto al di sotto del livello di sostituzione e che, senza nuovi cittadini, la popolazione nazionale diminuirebbe e invecchierebbe più rapidamente. Ma nello stesso discorso ha respinto la pressione delle imprese che chiedono di allentare le regole sui lavoratori stranieri, avvertendo che persino una modesta apertura aggiuntiva produrrebbe numeri rilevanti. L’obiettivo dichiarato è mantenere un ritmo “misurato e sostenibile”, con una crescita più lenta della popolazione e della forza lavoro.
È una posizione interessante perché rompe un automatismo molto diffuso nel dibattito occidentale: se mancano lavoratori, allora serve semplicemente più immigrazione. Singapore dice una cosa diversa. Il fabbisogno economico esiste, ma non può diventare da solo il criterio che determina la dimensione dei flussi. Il mercato chiede manodopera; lo Stato decide quanto quella domanda sia compatibile con la struttura sociale, con la capacità di integrazione e con l’interesse di lungo periodo del Paese. Per questo Wong ha indicato tecnologia, produttività e valorizzazione del lavoro locale come parte della risposta, invece di trasformare l’aumento dei lavoratori stranieri nella soluzione automatica alla scarsità di personale.
Il punto istituzionale è ancora più netto. Singapore distingue tra l’apporto di lavoratori stranieri, necessario a sostenere determinati settori dell’economia, e il rinnovamento della popolazione cittadina attraverso nuovi ingressi destinati a stabilizzarsi. Sono due fenomeni collegati, ma non identici. La mobilità per lavoro non viene trattata come una porta inevitabilmente aperta verso una crescita indefinita della presenza straniera, né la necessità economica viene confusa con una delega alle imprese sulla politica migratoria. In altre parole, è il governo a stabilire il ritmo e la sostenibilità del processo.
Wong ha poi collocato l’integrazione al centro della stessa architettura. Ha ricordato che un matrimonio su tre coinvolge oggi un cittadino di Singapore e un non cittadino e che molti stranieri arrivano per lavoro, contribuiscono all’economia e, nel tempo, scelgono di restare. Ma ha anche affermato che i nuovi arrivati devono fare ogni sforzo per inserirsi, mentre i cittadini devono essere disponibili ad accoglierli. L’integrazione viene quindi descritta come un processo reciproco, non come una conseguenza automatica del tempo trascorso sul territorio. La scelta di mantenere l’attuale equilibrio multirazziale e multireligioso appartiene alla specificità storica di Singapore e non è trasferibile meccanicamente ad altri ordinamenti; ciò che interessa, però, è che lo Stato considera esplicitamente la coesione sociale una variabile della politica migratoria.
È qui che il caso di Singapore diventa più importante della singola misura. In Europa e in molti altri Paesi sviluppati l’immigrazione viene spesso discussa attraverso due sole domande: quante persone servono al mercato del lavoro e quante persone possono essere fermate alle frontiere. Manca molto più spesso una terza domanda: che cosa accade dopo l’ingresso e come si valuta la riuscita del percorso di integrazione di chi rimane stabilmente? Una politica pubblica che sa autorizzare visti, permessi e accessi al lavoro ma non dispone di una visione altrettanto chiara sul radicamento sociale resta incompleta.
La logica di “Integrazione o ReImmigrazione” parte precisamente da questa lacuna. L’integrazione non può essere un elemento ornamentale da citare nei programmi governativi dopo aver deciso quanti ingressi autorizzare. Deve diventare parte sostanziale del governo dell’intero percorso migratorio. Lavoro regolare, conoscenza linguistica, autonomia, rispetto delle regole, partecipazione alla comunità e stabilità sociale sono elementi che descrivono la qualità di una permanenza molto meglio del semplice decorso del tempo. Questo non significa inventare automatismi o soglie estranee al diritto vigente, ma riconoscere che la permanenza stabile non può essere considerata un effetto amministrativo inevitabile dell’ingresso.
Il modello di Singapore contiene scelte proprie della sua storia e del suo ordinamento e non può essere importato come una formula pronta. Ma il messaggio politico del 23 agosto è difficilmente equivocabile: un Paese può avere bisogno di immigrati e, nello stesso tempo, rifiutare che il bisogno economico diventi una giustificazione per flussi senza misura; può restare aperto e pretendere integrazione; può accogliere competenze straniere senza lasciare alle imprese la decisione finale sulla dimensione dell’immigrazione. La vera alternativa non è tra più o meno immigrazione, ma tra immigrazione governata e immigrazione subita. Ed è su questa capacità di governo, molto più che sui numeri assoluti, che si misureranno le politiche migratorie dei prossimi anni.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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