Bologna è davvero integrata? I dati quartiere per quartiere

Bologna si presenta come una città accogliente, interculturale e capace di includere una popolazione sempre più diversificata. Ma l’integrazione non può essere valutata soltanto attraverso dichiarazioni politiche, progetti finanziati o iniziative simboliche. Deve essere verificata osservando come la popolazione si distribuisce sul territorio, quali differenze economiche emergono e se alcune zone della città concentrano in misura maggiore fragilità sociali e demografiche.

I dati ufficiali disponibili mostrano che Bologna non è una realtà uniforme.

Al 31 dicembre 2024 la città contava 392.791 residenti, dei quali 61.601 cittadini stranieri, pari al 15,7% della popolazione. Ciò significa che quasi un abitante ogni sei possiede una cittadinanza diversa da quella italiana. Ma la percentuale cambia sensibilmente passando da un quartiere all’altro.

Il quartiere con la presenza straniera più elevata è il Navile. Su 69.930 residenti, 14.837 hanno cittadinanza straniera: circa il 21,2%, più di un residente ogni cinque. Segue San Donato-San Vitale, dove gli stranieri sono 12.488 su 67.490 abitanti, pari a circa il 18,5%. Borgo Panigale-Reno registra 9.789 stranieri su 61.080 residenti, il 16%, sostanzialmente in linea con la media cittadina.

La presenza è invece più contenuta a Savena, con 8.158 stranieri su 59.662 residenti, pari al 13,7%; a Porto-Saragozza, dove sono 8.412 su 69.477, circa il 12,1%; e soprattutto a Santo Stefano, con 7.593 stranieri su 64.405 residenti, pari all’11,8%.

La distanza tra Navile e Santo Stefano sfiora quindi dieci punti percentuali. Non è un dettaglio statistico. Significa che la trasformazione demografica della città non viene assorbita nello stesso modo da tutti i territori. Alcuni quartieri sostengono una presenza straniera quasi doppia rispetto ad altri.

Questo dato non dimostra da solo l’esistenza di una mancata integrazione. Una maggiore presenza straniera può dipendere dai prezzi delle abitazioni, dalla disponibilità di alloggi, dalla vicinanza ai luoghi di lavoro, dalle reti familiari e dalla composizione storica del quartiere. Ma proprio per questo il Comune dovrebbe verificare se alla concentrazione demografica corrispondano anche differenze nell’accesso alla scuola, nel reddito, nell’occupazione, nella casa e nei servizi sociali.

I dati sul lavoro mostrano infatti una distanza persistente tra cittadini italiani e stranieri.

A livello comunale, sulla base del Censimento 2021, il tasso di occupazione delle persone tra i 15 e i 64 anni era pari al 71,7% tra gli italiani e al 62% tra gli stranieri: quasi dieci punti percentuali di differenza.

Il divario è presente in tutti i quartieri.

A Borgo Panigale-Reno il tasso di occupazione era del 72,5% tra gli italiani e del 62,9% tra gli stranieri. Al Navile, il quartiere con la maggiore incidenza di residenti stranieri, il dato scendeva dal 72,1% degli italiani al 61,6% degli stranieri.

A Porto-Saragozza il tasso era del 73,3% per gli italiani e del 62,5% per gli stranieri. A San Donato-San Vitale, altro quartiere ad alta presenza straniera, si passava dal 70,8% al 60,4%, il dato più basso tra quelli rilevati nelle schede comunali.

Anche a Santo Stefano, nonostante una minore concentrazione demografica, il tasso di occupazione degli stranieri si fermava al 61,2%, contro il 69,6% degli italiani. A Savena, invece, raggiungeva il 64,3%, il valore più elevato tra i sei quartieri, pur restando inferiore a quello complessivo della popolazione italiana.

I dati sono riferiti al Censimento 2021 e non descrivono automaticamente la situazione del 2026. Restano tuttavia gli ultimi indicatori omogenei pubblicati dal Comune per il confronto tra quartieri. E mostrano che la semplice residenza non coincide con una piena integrazione economica.

Il reddito conferma il problema.

Nel 2023 il reddito mediano degli stranieri era pari a 14.429 euro a Borgo Panigale-Reno, contro 24.219 euro degli italiani. Al Navile il confronto era tra 13.258 e 23.850 euro; a Porto-Saragozza tra 12.704 e 26.098 euro; a San Donato-San Vitale tra 12.377 e 23.704 euro; a Savena tra 13.211 e 25.018 euro.

In alcuni quartieri il reddito mediano degli stranieri è quindi poco superiore alla metà di quello degli italiani.

A livello cittadino il reddito mediano della popolazione straniera supera di poco i 12.300 euro annui, con una differenza particolarmente marcata tra uomini, circa 15.874 euro, e donne, circa 9.868 euro. Il tasso di occupazione delle donne straniere è del 50,1%, contro il 58,8% complessivo della popolazione straniera.

Queste distanze hanno conseguenze concrete. Un reddito inferiore significa maggiore difficoltà nell’accesso alla casa, minore capacità di affrontare spese impreviste, maggiore esposizione alla precarietà lavorativa e più frequente necessità di ricorrere ai servizi pubblici.

Non si può quindi affermare che Bologna sia integrata soltanto perché la popolazione straniera è numerosa, stabile e distribuita in tutti i quartieri.

La presenza è un dato demografico. L’integrazione è un risultato sociale.

Il confronto territoriale mostra inoltre una netta differenza nella composizione culturale ed economica generale dei quartieri. A Santo Stefano il 44,76% della popolazione con almeno nove anni possiede una laurea o un titolo accademico; a Porto-Saragozza la quota è del 40,70%. A Borgo Panigale-Reno scende al 20,20% e al Navile al 22,92%. San Donato-San Vitale e Savena si collocano intorno al 27%.

Questi dati riguardano l’intera popolazione, non soltanto gli stranieri. Ma aiutano a comprendere che Bologna presenta quartieri con strutture sociali molto diverse: alcuni caratterizzati da redditi e livelli di istruzione più elevati, altri più esposti a lavori meno qualificati, fragilità economiche e maggiore pressione sui servizi.

È proprio nei quartieri con una maggiore incidenza straniera che il Comune dovrebbe pubblicare indicatori specifici e aggiornati sull’integrazione.

Non basta conoscere il numero dei residenti. Bisognerebbe sapere quanti stranieri hanno un’occupazione stabile, quanti vivono in condizioni di sovraffollamento, quanti minori incontrano difficoltà scolastiche, quante famiglie ricorrono continuativamente ai servizi sociali, quanti giovani abbandonano precocemente gli studi e quante persone raggiungono un’autonomia economica dopo l’uscita dai percorsi di accoglienza.

Occorrerebbe inoltre verificare la distribuzione nelle singole zone e nelle aree statistiche. Un quartiere di quasi settantamila abitanti può contenere al proprio interno zone pienamente integrate e altre nelle quali si concentrano povertà, disagio abitativo, isolamento sociale e marginalità.

La media del quartiere può quindi nascondere differenze ancora più profonde.

Il rischio del modello Lepore è quello di considerare la pluralità demografica come una prova dell’integrazione già realizzata. Ma la pluralità descrive soltanto la compresenza di persone con origini differenti. Non dice nulla, da sola, sulla qualità dei rapporti sociali, sulla condivisione delle regole o sull’uguaglianza sostanziale delle opportunità.

Una città può essere multietnica e, nello stesso tempo, socialmente segmentata.

Può avere quartieri nei quali gruppi diversi vivono vicini senza costruire reali relazioni.

Può presentare un elevato numero di lavoratori stranieri, ma concentrati nei settori meno tutelati e con redditi insufficienti.

Può finanziare progetti interculturali, ma non sapere se riducano effettivamente le distanze economiche e scolastiche.

Per questo Bologna dovrebbe istituire un vero Indice comunale dell’integrazione, articolato per quartiere e, quando possibile, per zona statistica.

L’indice dovrebbe misurare almeno lingua, occupazione, reddito, stabilità lavorativa, autonomia abitativa, sovraffollamento, istruzione, dispersione scolastica, dipendenza dai servizi, legalità e partecipazione civica. Dovrebbe essere aggiornato periodicamente e consentire di confrontare nel tempo i risultati delle politiche comunali.

L’obiettivo non sarebbe creare classifiche punitive tra quartieri o comunità. Sarebbe individuare dove l’integrazione funziona e dove invece occorrono interventi diversi.

Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione parte da un principio semplice: non si può governare ciò che non viene misurato.

Bologna conosce quanti stranieri risiedono nei singoli quartieri. Conosce i redditi, i tassi di occupazione e la struttura sociale dei territori.

Ciò che ancora manca è una valutazione politica trasparente di quei dati.

Navile e San Donato-San Vitale sostengono una presenza straniera sensibilmente superiore alla media cittadina. Santo Stefano e Porto-Saragozza ne ospitano una quota molto inferiore. I redditi degli stranieri sono nettamente più bassi di quelli degli italiani e il divario occupazionale permane in ogni quartiere.

Questi numeri non dimostrano che Bologna abbia fallito in ogni percorso d’integrazione.

Dimostrano però che non esiste una sola Bologna e che il modello comunale produce effetti territoriali differenti.

Prima di definirsi una città integrata, Bologna dovrebbe quindi rispondere a una domanda più concreta:

integrata dove, per chi e sulla base di quali risultati?

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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