Negli ultimi giorni hanno suscitato ampio dibattito alcune dichiarazioni dello storico e commentatore statunitense Bill Federer, secondo il quale l’Europa sarebbe destinata a diventare a maggioranza musulmana e ad adottare, nel lungo periodo, norme ispirate alla Sharia. A sostegno delle proprie tesi, Federer richiama esempi storici come l’Egitto, il Nord Africa e Costantinopoli, territori che nei primi secoli della storia cristiana rappresentavano importanti centri della cristianità e che oggi presentano una realtà religiosa profondamente diversa.
Al di là delle valutazioni che ciascuno può esprimere sulle conclusioni di Federer, la questione merita di essere affrontata con serietà e senza semplificazioni.
Non esistono infatti dati demografici accreditati che consentano di affermare che entro pochi anni l’Europa diventerà a maggioranza musulmana. Allo stesso modo, appare giuridicamente irrealistico sostenere che la crescita numerica di una determinata comunità religiosa possa automaticamente tradursi nell’adozione della Sharia all’interno degli ordinamenti costituzionali europei.
Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato liquidare il dibattito come semplice allarmismo.
La vera questione posta indirettamente da Federer riguarda infatti la capacità dell’Europa di governare i processi di integrazione.
Da almeno trent’anni il dibattito migratorio europeo ruota quasi esclusivamente attorno a due parametri: il numero degli ingressi e il numero dei rimpatri. Ogni crisi politica viene letta attraverso il conteggio degli sbarchi, delle domande di asilo o delle espulsioni eseguite. Molto più raramente ci si interroga su un aspetto fondamentale: quale sia il livello di integrazione raggiunto dalle persone che vivono stabilmente nel territorio europeo.
L’Unione Europea dispone di statistiche dettagliate sugli arrivi, sui permessi di soggiorno, sulle richieste di protezione internazionale e sui flussi migratori. Esistono banche dati sempre più sofisticate per monitorare gli spostamenti delle persone. Eppure manca ancora un sistema capace di misurare in modo oggettivo e trasparente il grado di integrazione effettivamente raggiunto.
Quanti conoscono la lingua del Paese ospitante? Quanti partecipano stabilmente al mercato del lavoro? Quanti rispettano gli obblighi previsti dall’Accordo di Integrazione? Quanti condividono concretamente i principi fondamentali dell’ordinamento democratico? Su questi aspetti il dibattito pubblico appare sorprendentemente carente.
Ed è proprio qui che emerge il principale limite delle attuali politiche migratorie europee.
Una società non si trasforma semplicemente per effetto dei numeri. Le trasformazioni profonde avvengono quando viene meno la capacità delle istituzioni di trasmettere valori, regole e modelli di convivenza comuni. La questione centrale non è quindi stabilire quale religione sarà maggioritaria tra cinquanta o cento anni, bensì comprendere se l’Europa sia ancora in grado di integrare chi decide di vivere stabilmente al suo interno.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio da questa constatazione.
L’obiettivo non è discriminare le persone sulla base della loro provenienza geografica o della loro appartenenza religiosa. Al contrario, il punto è introdurre criteri oggettivi che consentano di verificare il livello di integrazione raggiunto da ciascun individuo. Lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole e partecipazione alla vita della comunità devono diventare elementi misurabili e giuridicamente rilevanti.
Se l’Europa continuerà a discutere soltanto di ingressi e rimpatri, lasciando nell’ombra il tema dell’integrazione, il dibattito pubblico sarà inevitabilmente occupato da previsioni, paure e contrapposizioni ideologiche.
La risposta alle preoccupazioni espresse da Bill Federer non può quindi essere né l’allarmismo né la negazione del problema. La risposta deve essere la costruzione di una politica dell’integrazione finalmente fondata su criteri verificabili, trasparenti e condivisi.
Perché il vero fallimento europeo non consiste nell’incapacità di contare gli immigrati. Consiste nell’incapacità di misurare l’integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea n. 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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