Marcinelle non insegna ad aprire le frontiere: insegna a governare l’immigrazione

La tragedia di Marcinelle continua, a settant’anni di distanza, a essere uno dei simboli più dolorosi dell’emigrazione italiana. L’8 agosto 1956, nella miniera di Bois du Cazier, in Belgio, morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani. È una pagina della nostra storia che impone rispetto e memoria.

Proprio per questo, però, Marcinelle non dovrebbe essere trasformata in un argomento retorico per sostenere che, siccome gli italiani furono emigranti, l’Italia di oggi dovrebbe accettare una concezione dell’immigrazione fondata sull’apertura indiscriminata delle frontiere.

Nel suo intervento pubblicato sul Corriere della Sera l’8 agosto 2026, Toni Ricciardi richiama quella tragedia per riflettere sul rapporto tra sicurezza delle frontiere e sicurezza delle persone. Il tema è certamente legittimo. Ma dalla storia di Marcinelle si può ricavare anche una conclusione diversa: la dignità del migrante non richiede l’assenza di regole; richiede, al contrario, che la migrazione sia governata.

Gli italiani che partirono per il Belgio nel secondo dopoguerra non si muovevano all’interno di un sistema privo di criteri. L’emigrazione verso le miniere belghe fu organizzata attraverso accordi tra Stati, contingenti di lavoratori, contratti e un fabbisogno economico chiaramente individuato. Era una migrazione del lavoro, programmata sulla base delle esigenze del Paese di destinazione.

Questo non rende meno drammatiche le condizioni in cui molti italiani furono costretti a vivere e lavorare. Marcinelle dimostra, semmai, quanto possa essere disumana una politica che considera il migrante soltanto come forza lavoro e dimentica la persona.

Ma proprio questa lezione dovrebbe spingerci a evitare due errori opposti.

Il primo è pensare che l’immigrazione debba essere governata esclusivamente attraverso il controllo delle frontiere.

Il secondo è pensare che la tutela della dignità umana richieda di rinunciare al controllo delle frontiere.

Uno Stato serio deve essere capace di fare entrambe le cose.

Deve garantire vie legali di ingresso quando esiste un reale fabbisogno di lavoratori; deve contrastare il traffico di esseri umani e gli ingressi irregolari; deve garantire condizioni di lavoro dignitose; deve impedire lo sfruttamento; ma deve anche verificare nel tempo che chi sceglie di stabilirsi nel Paese costruisca un percorso effettivo di integrazione.

È qui che la memoria di Marcinelle può parlare al presente.

Non esiste alcuna contraddizione tra il rispetto assoluto della dignità del migrante e la pretesa dello Stato di governare l’immigrazione. Al contrario, l’assenza di governo produce proprio quelle condizioni nelle quali prosperano illegalità, lavoro nero, marginalizzazione e sfruttamento.

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte da questo presupposto.

L’ingresso deve essere regolato. La permanenza deve essere accompagnata dall’integrazione. Il lavoro non può essere l’unico parametro: contano la conoscenza della lingua, il rispetto delle regole, la partecipazione alla vita sociale, l’autonomia economica e la capacità di costruire un rapporto stabile con la comunità nella quale si vive.

E quando questo percorso non si realizza, lo Stato deve poter trarne conseguenze, nel rispetto dei diritti fondamentali, della protezione internazionale e delle situazioni individuali tutelate dall’ordinamento.

Ricordare che anche gli italiani furono migranti non significa dunque concludere che ogni immigrazione debba essere accettata senza condizioni.

Significa ricordare qualcosa di molto più importante: il migrante non è merce, non è soltanto manodopera e non è un numero da utilizzare per colmare un vuoto economico o demografico.

Ma proprio perché è una persona, la sua presenza deve inserirsi all’interno di un rapporto di diritti e responsabilità.

Marcinelle non ci insegna ad abolire le frontiere.

Ci insegna che dietro ogni frontiera ci sono persone, che quelle persone devono essere tutelate e che la migrazione non può essere lasciata né agli sfruttatori né all’improvvisazione.

Governare l’immigrazione significa proteggere le frontiere e, nello stesso tempo, proteggere le persone. Le due cose non sono alternative. Sono entrambe responsabilità dello Stato.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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