Trieste, cala la rotta balcanica ma resta il problema dell’integrazione

Il bilancio dell’attività della Polizia di Stato nella provincia di Trieste registra una significativa diminuzione degli arrivi attraverso la rotta balcanica. È un dato positivo, perché dimostra che i flussi migratori non sono eventi naturali e inevitabili, ma fenomeni che possono essere ridotti attraverso controlli di frontiera, cooperazione internazionale e contrasto alle organizzazioni criminali.

Sarebbe però un errore considerare chiuso il problema.

La diminuzione degli ingressi irregolari non dice nulla, da sola, sulla qualità dell’integrazione delle persone che già vivono stabilmente sul territorio. Ridurre gli arrivi e governare le presenze sono due obiettivi differenti. L’Italia sembra iniziare ad affrontare il primo, ma continua a non disporre di strumenti adeguati per misurare il secondo.

I numeri di una città di frontiera

Nel periodo preso in esame, l’Ufficio immigrazione della Questura di Trieste ha formalizzato 933 domande di protezione internazionale e rilasciato 10.728 permessi di soggiorno. Sono state inoltre eseguite 120 espulsioni.

L’attività della Polizia di frontiera, rafforzata dalla sospensione temporanea della libera circolazione alle frontiere interne, ha portato all’identificazione di 179.599 persone, al rintraccio di 1.485 cittadini stranieri irregolari, a 807 respingimenti e all’inibizione dell’ingresso nei confronti di altre 451 persone.

Questi numeri descrivono una macchina amministrativa e di sicurezza sottoposta a uno sforzo considerevole. Dimostrano anche che Trieste resta uno dei principali luoghi nei quali la politica migratoria italiana si confronta concretamente con il confine orientale.

La Polizia controlla, identifica, riceve le domande di protezione, rilascia i titoli di soggiorno ed esegue gli allontanamenti. Ma non può essere affidato alle forze dell’ordine il compito di stabilire se le persone autorizzate a rimanere stiano realmente costruendo un rapporto con la società italiana.

Meno arrivi non significa maggiore integrazione

Il dibattito politico tende spesso a identificare il governo dell’immigrazione con il controllo degli ingressi.

La frontiera è certamente essenziale. Uno Stato che non sa chi entra, attraverso quali percorsi e con quale titolo perde una parte della propria sovranità. Il rafforzamento dei controlli lungo il confine con la Slovenia e la riduzione dei transiti irregolari rappresentano quindi un risultato che non dovrebbe essere minimizzato.

Ma il controllo della frontiera costituisce soltanto l’inizio.

Una volta rilasciato un permesso di soggiorno, occorre verificare che la permanenza non si trasformi in una semplice presenza amministrativa. Bisogna conoscere il livello di apprendimento della lingua italiana, l’inserimento lavorativo, la regolarità abitativa, la frequenza scolastica dei minori, il rispetto delle regole e la partecipazione alla vita sociale.

Oggi queste informazioni rimangono frammentate tra Questure, Prefetture, Comuni, servizi sociali, scuole, centri per l’impiego e soggetti dell’accoglienza. Nessuna istituzione dispone di una valutazione complessiva e continuativa del percorso svolto dallo straniero.

Lo Stato sa quanti permessi ha rilasciato. Non sa, con altrettanta precisione, quante persone si siano realmente integrate.

Il permesso di soggiorno non certifica l’integrazione

Il rilascio di un titolo di soggiorno certifica l’esistenza di determinati requisiti giuridici. Non dimostra automaticamente l’avvenuta integrazione.

Uno straniero può essere regolarmente soggiornante e, nello stesso tempo, non conoscere adeguatamente la lingua italiana, dipendere stabilmente dall’assistenza pubblica, vivere in una comunità separata o non condividere i principi fondamentali dell’ordinamento.

Allo stesso modo, una persona può avere attraversato una fase di irregolarità e successivamente costruire un percorso lavorativo, familiare e sociale meritevole di essere riconosciuto.

È per questo che il giudizio non può essere affidato né alla sola condizione documentale né a generalizzazioni fondate sulla nazionalità.

Occorre misurare i comportamenti e i risultati.

Senza una verifica concreta dell’integrazione, il permesso di soggiorno rischia di diventare soltanto il rinnovo periodico di una situazione amministrativa. La pubblica amministrazione controlla la presenza di un contratto, di un reddito o di un alloggio, ma raramente riesce a comprendere se la persona stia diventando parte della comunità.

Sicurezza e integrazione devono tornare a parlarsi

Il bilancio della Polizia di Trieste riguarda anche l’attività di prevenzione e repressione dei reati. Nel corso dell’anno sono state registrate decine di migliaia di chiamate al numero unico di emergenza e migliaia di interventi delle Volanti nelle aree più sensibili della città.

Non sarebbe corretto dedurre da questi dati una sovrapposizione automatica tra immigrazione e criminalità. Sarebbe però altrettanto scorretto sostenere che la sicurezza non abbia alcun rapporto con l’efficacia delle politiche di integrazione.

Quando una parte della popolazione straniera rimane esclusa dal lavoro regolare, dalla scuola, dalla formazione e dalla vita della comunità, aumenta il rischio di marginalità. Quando si formano gruppi chiusi, privi di un rapporto effettivo con le istituzioni, possono svilupparsi conflitti, devianza e sfiducia reciproca.

La sicurezza interviene spesso nell’ultima fase del problema, quando il fallimento sociale è già diventato un fatto di polizia.

Una politica seria dovrebbe invece intervenire prima, individuando i segnali di mancata integrazione e costruendo percorsi differenziati: sostegno per chi dimostra di volersi inserire, controllo più rigoroso nei confronti di chi viola le regole e ritorno per chi non possiede più i requisiti per restare.

Integrazione o ReImmigrazione

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione muove proprio da questa distinzione.

La diminuzione della rotta balcanica dimostra che il controllo degli ingressi è possibile. Ora occorre affrontare la fase successiva: stabilire chi deve essere accompagnato verso una piena integrazione e chi, invece, non può continuare a considerare la permanenza un diritto automatico e indefinito.

Chi lavora, rispetta le leggi, conosce la lingua, manda i figli a scuola e partecipa alla società deve poter consolidare la propria posizione.

Chi rifiuta sistematicamente ogni percorso di inserimento, commette reati o perde i requisiti del soggiorno deve essere destinatario di una politica effettiva di ritorno.

Non è sufficiente ridurre gli ingressi. Non è sufficiente rilasciare migliaia di permessi. Non è sufficiente eseguire alcune espulsioni.

Occorre collegare ogni fase: ingresso, soggiorno, integrazione, verifica e, quando necessario, ReImmigrazione.

Trieste dimostra che la frontiera può essere controllata. Resta da costruire un sistema capace di governare ciò che accade dopo la frontiera.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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