L’Italia continua a perdere popolazione. Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, mentre i decessi hanno raggiunto quota 652 mila. Il saldo naturale è stato quindi negativo per quasi 296 mila persone, una perdita compensata quasi integralmente dal saldo migratorio con l’estero. La popolazione residente è rimasta così sostanzialmente stabile, intorno ai 58,9 milioni di abitanti.
Questi numeri dimostrano che l’immigrazione svolge ormai una funzione strutturale nella tenuta demografica del Paese. Ma sarebbe un errore trasformare un dato statistico in una conclusione politica automatica. Compensare numericamente chi muore o chi lascia l’Italia non significa, da solo, costruire una società più stabile, produttiva e coesa.
Una popolazione non è una semplice somma di residenti. Non basta che una persona entri nel territorio nazionale e venga iscritta all’anagrafe perché il problema demografico possa dirsi risolto. Occorre verificare se quella persona lavora regolarmente, conosce la lingua italiana, rispetta le regole fondamentali della comunità, contribuisce al sistema previdenziale e costruisce un rapporto effettivo con il territorio.
L’immigrazione può rappresentare una risorsa soltanto quando diventa integrazione. Diversamente, il saldo demografico positivo rischia di nascondere l’aumento della precarietà, del lavoro irregolare, della marginalità abitativa e della dipendenza assistenziale. Il numero complessivo degli abitanti rimane stabile, ma la struttura sociale si indebolisce.
Il dato è ancora più significativo se si considera che, mentre l’Italia importa popolazione dall’estero, continua a perdere una parte importante del proprio capitale umano. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150 mila laureati italiani tra i venticinque e i trentaquattro anni, trasferitisi soprattutto verso il Centro-Nord e, in misura minore, all’estero.
Non si può dunque rispondere alla fuga dei giovani italiani limitandosi a sostituirli contabilmente con nuovi ingressi. Una politica demografica seria deve sostenere la natalità, trattenere le competenze, favorire il lavoro stabile e governare l’immigrazione sulla base delle reali capacità di inserimento del Paese.
È precisamente in questo passaggio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. La permanenza non può dipendere soltanto dal trascorrere del tempo, ma deve essere collegata a condizioni individuali verificabili. Lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole devono diventare i parametri ordinari attraverso i quali valutare il consolidamento del soggiorno.
Chi dimostra di essersi integrato deve poter costruire stabilmente il proprio futuro in Italia. Chi, invece, rifiuta sistematicamente ogni percorso di integrazione, viola gravemente le regole o rimane estraneo alla comunità non può pretendere che la permanenza diventi automaticamente definitiva.
L’Italia ha certamente bisogno dell’immigrazione. Ma ha bisogno di un’immigrazione governata, selezionata e accompagnata da un’effettiva politica di integrazione. Senza questa verifica, il saldo demografico resta soltanto un’illusione contabile: i numeri possono sembrare in equilibrio, mentre il Paese diventa progressivamente più fragile.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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