Il grande equivoco sulle seconde generazioni: nascere qui non significa integrarsi

Il grande equivoco sulle seconde generazioni: nascere qui non significa integrarsi

Nel dibattito italiano sull’immigrazione esiste una convinzione che, pur essendo stata raramente formulata in termini espliciti, ha condizionato per almeno due decenni una parte considerevole delle politiche e delle interpretazioni del fenomeno migratorio: le difficoltà che accompagnano inevitabilmente l’arrivo della prima generazione sarebbero destinate ad attenuarsi progressivamente con il trascorrere del tempo, fino quasi a scomparire quando i figli degli immigrati, nati oppure cresciuti fin dall’infanzia nel Paese di destinazione, avranno frequentato le stesse scuole degli italiani, imparato perfettamente la lingua, condiviso gli stessi spazi urbani e avuto accesso alle medesime istituzioni sociali.

Secondo questa rappresentazione, l’integrazione avrebbe quindi una sorta di automatismo generazionale: la prima generazione porta inevitabilmente con sé la cultura, la lingua, le abitudini e le strutture familiari del Paese di origine; la seconda vive una fase intermedia, nella quale convivono appartenenze differenti; la terza dovrebbe infine completare spontaneamente il processo di
assimilazione. Sarebbe, in altre parole, sufficiente attendere affinché il tempo compia ciò che le politiche pubbliche non sono riuscite a realizzare.

È precisamente questo automatismo che la ricerca sociologica sulle seconde generazioni impone oggi di riconsiderare.

Il tema non è nuovo. Maurizio Ambrosini, nel suo Sociologia delle migrazioni, ha da tempo mostrato quanto sia insufficiente interpretare l’integrazione come un percorso necessariamente lineare che conduce dalla diversità iniziale alla progressiva assimilazione nella società ricevente. I figli dell’immigrazione crescono infatti all’interno di una condizione particolare: appartengono pienamente alla società nella quale sono socializzati, ma continuano contemporaneamente a
confrontarsi con appartenenze familiari, culturali e comunitarie che possono conservare una forza significativa. Il risultato di questo incontro non è predeterminato e, soprattutto, non è uguale per tutti.

La letteratura internazionale ha sviluppato questo problema attraverso quella che viene definita teoria dell’assimilazione segmentata, secondo la quale non esiste necessariamente un’unica strada attraverso cui le seconde generazioni entrano nella società di destinazione. Alcune possono conoscere una forte mobilità sociale e un progressivo inserimento nella classe media; altre possono conservare una marcata appartenenza alla comunità di origine pur raggiungendo risultati economici e professionali significativi; altre ancora possono sperimentare forme di marginalizzazione sociale che, invece di ridurre la distanza dalla società circostante, finiscono per consolidarla.

Una ricerca pubblicata nel marzo 2026 su Migration Studies, dedicata alle seconde generazioni nel mercato del lavoro spagnolo, offre da questo punto di vista indicazioni particolarmente interessanti anche per l’Italia, perché riguarda un Paese dell’Europa meridionale nel quale l’immigrazione di massa è un fenomeno relativamente recente e presenta quindi caratteristiche maggiormente comparabili con quelle italiane rispetto alle esperienze storiche degli Stati Uniti, della Francia o del Regno Unito. Lo studio mostra che, complessivamente, la seconda generazione recupera una parte importante dello svantaggio occupazionale che caratterizza la prima, ma evidenzia
contemporaneamente come questo processo non avvenga in maniera uniforme: origine, genere e condizioni socioeconomiche continuano a incidere sulle traiettorie individuali e, per alcuni gruppi maschili di origine africana, determinate penalizzazioni nell’accesso al mercato del lavoro persistono o possono addirittura accentuarsi.

Questo dato è importante non perché dimostri un presunto fallimento generale delle seconde generazioni, conclusione che la ricerca non autorizzerebbe affatto, ma perché smentisce precisamente l’idea opposta, altrettanto semplicistica, secondo la quale il passaggio generazionale sarebbe sufficiente a produrre automaticamente integrazione.

La questione diventa ancora più interessante quando dall’inserimento lavorativo si passa alla dimensione culturale e valoriale. Un ampio studio pubblicato nel 2025 su Frontiers in Sociology, costruito utilizzando oltre 261.000 osservazioni provenienti dall’European Social Survey e relative a ventisette Paesi europei, ha rilevato che con il trascorrere del tempo gli immigrati tendono effettivamente ad avvicinarsi ai valori prevalenti delle società nelle quali vivono; tuttavia, la convergenza valoriale riesce a spiegare soltanto una parte limitata delle differenze riscontrabili nei livelli di integrazione economica, sociale e politica.

È un risultato che dovrebbe indurre a riconsiderare anche il modo in cui in Italia viene normalmente affrontato il problema
dell’integrazione. Se infatti l’avvicinamento ai valori della società di destinazione non coincide necessariamente con l’inserimento effettivo nella sua struttura sociale, allora non è sufficiente ridurre l’integrazione alla conoscenza della lingua, alla frequenza scolastica oppure alla dichiarazione formale di adesione ai principi costituzionali. Tutti questi elementi sono importanti, ma descrivono soltanto alcune dimensioni di un fenomeno inevitabilmente più complesso, nel quale assumono rilievo il lavoro, l’autonomia economica, le relazioni sociali, la partecipazione civica, il rapporto con le istituzioni, l’osservanza delle regole comuni e la capacità di sviluppare relazioni che superino i confini della propria comunità familiare o etnica.

Proprio le seconde generazioni consentono di osservare questa complessità in maniera particolarmente nitida, perché progressivamente vengono meno molte delle spiegazioni tradizionalmente utilizzate per interpretare le difficoltà della prima generazione. Chi nasce in Italia oppure vi arriva durante l’infanzia, frequenta per dieci o quindici anni la scuola italiana, parla italiano come prima lingua sociale, cresce guardando gli stessi programmi, utilizzando gli stessi social network e condividendo quotidianamente gli stessi spazi dei propri coetanei non può essere analizzato attraverso le medesime categorie utilizzate per un adulto arrivato nel Paese a trent’anni, con una formazione culturale interamente acquisita altrove e senza conoscenza della lingua.

Se, nonostante questa socializzazione, continuano a emergere in determinate situazioni fenomeni di marginalizzazione, appartenenze comunitarie fortemente separate, conflitti identitari o rifiuto di alcune regole fondamentali della società nella quale si è cresciuti, il problema non può più essere spiegato semplicemente attraverso la distanza geografica e culturale prodotta dalla migrazione. Diventa necessario interrogarsi sui meccanismi attraverso i quali
l’integrazione viene costruita, sulle condizioni sociali che la favoriscono o la ostacolano e, soprattutto, sull’idea stessa che la società italiana possiede dell’integrazione.

Questo ragionamento richiede però una cautela altrettanto importante. Sarebbe metodologicamente sbagliato utilizzare le difficoltà di una parte delle seconde generazioni per costruire una rappresentazione collettiva negativa dei figli dell’immigrazione, esattamente come è sbagliato utilizzare i percorsi di successo per sostenere che il problema dell’integrazione sia destinato automaticamente a risolversi. La realtà sociologica è interessante proprio perché contiene contemporaneamente entrambe le dinamiche: esistono percorsi di straordinaria mobilità sociale, professionale e culturale ed esistono traiettorie nelle quali la distanza dalla società circostante continua invece a riprodursi.

Una ricerca norvegese pubblicata nel 2026, che ha seguito
longitudinalmente giovani di seconda generazione tra i ventuno e i trentacinque anni, mostra per esempio quanto le condizioni
socioeconomiche familiari, il livello di istruzione dei genitori e le opportunità disponibili durante la crescita incidano sulle successive traiettorie di inserimento. Per le donne, una volta controllate statisticamente alcune di queste condizioni, una parte considerevole delle differenze rispetto alla popolazione maggioritaria tende a ridursi drasticamente; per gli uomini, invece, alcuni divari continuano a permanere. Anche questo risultato invita ad abbandonare qualsiasi spiegazione monocausale: né la cultura di origine né la semplice appartenenza generazionale sono sufficienti, da sole, a spiegare il successo o il fallimento dell’integrazione.

In questa prospettiva assume un significato particolare anche la recente ricerca promossa da Caritas Italiana e Centro Studi Medì, curata proprio da Maurizio Ambrosini e dedicata al protagonismo sociale e politico dei giovani di origine immigrata. L’esistenza di ragazzi e giovani adulti che partecipano attivamente alla società civile, costruiscono associazioni, intervengono nel dibattito pubblico e assumono ruoli di responsabilità costituisce una dimostrazione concreta del fatto che l’origine familiare straniera non impedisce affatto la costruzione di una piena appartenenza alla società italiana.

Ma proprio questo rende ancora meno convincente l’idea di trattare le seconde generazioni come un blocco indistinto. Se all’interno di condizioni apparentemente simili si producono risultati tanto differenti, la vera questione politica diventa comprendere quali fattori determinino queste diverse traiettorie e quali strumenti possano consentire allo Stato di riconoscerle tempestivamente.

È su questo terreno che la riflessione sociologica incontra
necessariamente quella giuridica e istituzionale.

L’ordinamento italiano continua infatti a utilizzare categorie prevalentemente formali per descrivere fenomeni che hanno invece una natura sostanziale. Si distingue tra cittadino e straniero, regolare e irregolare, titolare di un permesso e persona priva di titolo; molto più difficile è invece stabilire che cosa debba significare, concretamente, essere integrati nella comunità nazionale. L’Accordo di integrazione previsto dall’articolo 4-bis del Testo unico
sull’immigrazione ha rappresentato un primo tentativo di attribuire contenuto giuridico al concetto, ma la sua struttura a crediti e la sua applicazione concreta sono rimaste molto lontane dall’obiettivo di costruire un sistema realmente capace di osservare nel tempo l’inserimento dello straniero.

È precisamente da questa insufficienza che nasce la proposta di un’integrazione verificabile.

Verificare l’integrazione non dovrebbe significare attribuire allo Stato il potere arbitrario di stabilire chi sia culturalmente conforme a un modello prestabilito, né tantomeno imporre l’abbandono
dell’identità familiare, religiosa o culturale. Significa invece riconoscere che una società ha il diritto di individuare alcuni parametri oggettivi attraverso i quali valutare la partecipazione alla vita comune: conoscenza linguistica, percorso scolastico, inserimento lavorativo, autonomia economica, rispetto delle norme, assenza di comportamenti gravemente antisociali, partecipazione civica e capacità di costruire relazioni sociali al di fuori di circuiti esclusivamente comunitari.

Naturalmente questi indicatori dovrebbero essere ponderati,
contestualizzati e utilizzati con estrema attenzione, perché nessun individuo può essere ridotto a un punteggio. Tuttavia continuare a rifiutare qualsiasi misurazione per timore di semplificare un fenomeno complesso produce un risultato paradossale: l’integrazione viene continuamente invocata nelle leggi, nei programmi politici e nei finanziamenti pubblici, ma nessuno è realmente in grado di stabilire quando abbia avuto successo e quando invece sia fallita.

Il tema delle seconde generazioni rende questa contraddizione ormai difficilmente sostenibile. Per la prima generazione l’integrazione può essere considerata il processo attraverso il quale una persona arrivata dall’esterno entra progressivamente nella società italiana. Per la seconda generazione il problema cambia radicalmente, perché si tratta di persone che quella società l’hanno conosciuta dall’interno fin dall’infanzia. Proprio per questo, quando l’integrazione riesce, dimostra quanto sia possibile trasformare l’immigrazione in
appartenenza; quando invece fallisce, obbliga a interrogarsi sulle ragioni per cui anni di scuola, socializzazione e permanenza non siano stati sufficienti a costruire una relazione solida con la comunità nazionale.

Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione deve confrontarsi seriamente con questa distinzione. Non avrebbe alcun senso applicare meccanicamente alle seconde generazioni categorie costruite pensando alla prima, tanto più quando si tratta di cittadini italiani, per i quali evidentemente non può neppure porsi una questione di ritorno amministrativamente imposto. Il punto è un altro: proprio
l’osservazione delle seconde generazioni consente di comprendere se il modello di integrazione adottato nei confronti della generazione precedente abbia prodotto gli effetti sperati oppure abbia lasciato sviluppare nel tempo forme di separazione destinate a riprodursi.

La seconda generazione diventa così, in un certo senso, la prova più severa delle politiche migratorie della prima. Se i figli di chi è arrivato venti o trent’anni fa partecipano pienamente alla vita economica, sociale e civile italiana, significa che l’integrazione ha funzionato e che l’immigrazione ha prodotto progressivamente appartenenza. Se invece in determinati territori si consolidano segregazione residenziale, dispersione scolastica, dipendenza economica, conflittualità sociale o comunità sempre più
autoreferenziali, allora non è più sufficiente continuare a ripetere che sarà la generazione successiva a risolvere il problema, perché proprio quella generazione costituisce ormai la dimostrazione che il tempo, lasciato agire da solo, non garantisce alcun risultato.

È questo il grande equivoco che dovrebbe essere finalmente superato. Nascere in Italia non significa automaticamente essere integrati, così come avere genitori stranieri non significa essere destinati a non integrarsi. Tra queste due semplificazioni esiste una realtà molto più complessa, fatta di traiettorie individuali, condizioni familiari, scuola, lavoro, territorio, cultura, relazioni e responsabilità personali, ed è precisamente questa realtà che una politica migratoria adulta dovrebbe imparare a conoscere e governare.

Per troppo tempo si è affidato al trascorrere delle generazioni il compito che avrebbe dovuto assumersi la politica. Oggi le seconde generazioni stanno diventando adulte e consentono finalmente di verificare gli effetti delle scelte compiute negli ultimi trent’anni. La questione, pertanto, non è più prevedere se un giorno
l’integrazione avverrà, ma comprendere dove è avvenuta, perché è avvenuta, dove non è avvenuta e perché non è avvenuta, per trasformare finalmente l’integrazione da speranza affidata al tempo in una politica pubblica consapevole, verificabile e capace di intervenire prima che le distanze diventino strutturali.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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