C’è una domanda che continuiamo a sfiorare ogni volta che un episodio di cronaca coinvolge una persona straniera in evidente stato di alterazione, salvo poi abbandonarla non appena l’attenzione mediatica si sposta altrove: chi arriva davvero in Europa attraverso determinati percorsi migratori e quanto conosciamo delle condizioni psichiche, sociali e comportamentali delle persone che successivamente rimangono sul nostro territorio?
È una domanda difficile, perché il rischio di generalizzazione è evidente. Ma proprio per questo deve essere formulata con rigore, non rimossa.
Su ReImmigrazione abbiamo già affrontato il problema il 14 luglio, dopo il caso di Milano nel quale una giovane donna era stata sfregiata da un cittadino straniero irregolare. In quell’occasione ci eravamo chiesti apertamente se esistesse un rapporto, da studiare e non da presumere, tra determinati percorsi migratori e disagio psichico. Il 27 luglio siamo tornati sulla questione dopo l’accoltellamento di tre donne a Parigi, sottolineando come marginalità, isolamento, traumi, precarietà e disturbi psichici possano interagire all’interno di alcuni percorsi individuali. Il 16 agosto, dopo una nuova aggressione apparentemente priva di motivo alla stazione di Bologna, abbiamo ribadito che tre episodi non costituiscono una statistica, ma possono essere sufficienti per formulare una domanda scientificamente legittima.
Adesso le cronache locali continuano ad aggiungere episodi che, pur nella loro diversità, rendono sempre meno ragionevole evitare quella domanda.
Il 18 agosto, a Olevano Romano, un cittadino senegalese di 29 anni ha iniziato, secondo la ricostruzione di RaiNews, a lanciare vasi in strada urlando. All’arrivo dei carabinieri li ha aggrediti: quattro militari sono rimasti feriti e uno di loro ha riportato una frattura al volto. È rimasto coinvolto anche il sindaco, intervenuto nel tentativo di contribuire a riportare la situazione sotto controllo. La cronaca parla espressamente di un uomo che aveva dato in escandescenze; ciò che non possiamo fare, naturalmente, è trasformare questa descrizione in una diagnosi psichiatrica che nessuna autorità sanitaria ci ha fornito.
Pochi giorni prima, il 5 agosto, nel centro di Lecce, un uomo originario del Marocco aveva improvvisamente cominciato, secondo TeleRama News, a lanciare tavolini e sedie dei locali, anche verso i passanti, inveendo contro le persone presenti e arrivando a colpire con la testa un ombrellone. La testata riferisce che tutto sarebbe iniziato senza un apparente motivo e che l’uomo si trovava in evidente stato di alterazione. Dopo avere opposto resistenza agli agenti, è stato immobilizzato con il taser e successivamente condotto in ospedale.
Il 20 agosto, a San Severino Marche, un trentenne di origine albanese si è presentato al punto di primo intervento dell’ospedale e, secondo la ricostruzione di Cronache Maceratesi, ha iniziato a insultare e minacciare il personale sanitario, lanciando oggetti e colpendo un medico al volto. È stato poi denunciato anche per essersi rifiutato di sottoporsi agli accertamenti relativi allo stato di ebbrezza e all’assunzione di sostanze stupefacenti. Anche qui la cronaca parla di uno “stato di alterazione”, ma non permette di stabilirne l’origine.
L’11 agosto, a Trieste, un cittadino di origini pachistane, dopo essere stato bocciato alla prova pratica della patente, avrebbe iniziato a gridare e minacciare l’esaminatore, prima all’interno dell’automobile e successivamente in strada, al punto da rendere necessario l’intervento dei carabinieri. È un episodio certamente meno grave degli altri e potrebbe non avere alcuna relazione con una condizione psichica: proprio per questo è utile citarlo, perché dimostra quanto sia importante non mettere automaticamente nello stesso contenitore aggressività, disagio psichiatrico, abuso di sostanze e semplice comportamento antisociale.
Milano, Parigi, Bologna, Olevano Romano, Lecce, San Severino, Trieste.
La tentazione potrebbe essere quella di mettere in fila questi nomi e concludere che esista già una risposta.
Sarebbe un errore.
Una successione di articoli di cronaca non costituisce un campione epidemiologico.
Non sappiamo quanti episodi analoghi coinvolgano cittadini italiani. Non conosciamo, per molti dei soggetti citati, diagnosi cliniche, storia sanitaria, durata della permanenza in Italia, modalità dell’ingresso, posizione amministrativa, condizioni abitative, eventuali dipendenze, precedenti trattamenti, livello di integrazione o esperienze traumatiche precedenti.
Ma sarebbe altrettanto irrazionale compiere l’errore opposto e sostenere che, proprio perché non possediamo questi dati, non dobbiamo cercarli.
È precisamente perché non li possediamo che occorre iniziare a raccoglierli.
L’interrogativo più importante, infatti, non è se gli stranieri siano “più violenti” o “più malati” degli italiani. Formulata in questi termini, la domanda sarebbe troppo grossolana per produrre una politica seria.
Occorre chiedersi invece se determinate modalità di selezione dei flussi migratori possano determinare una concentrazione di persone caratterizzate da condizioni di disagio psichico, marginalità sociale, traumi, dipendenze o difficoltà comportamentali superiori a quelle che lo Stato è attualmente in grado di conoscere e gestire.
È un’ipotesi che deve essere studiata, non proclamata.
I percorsi migratori non sono tutti uguali. Un dirigente assunto da un’impresa attraverso un canale di immigrazione qualificata, uno studente universitario internazionale, una persona arrivata per ricongiungimento familiare, un lavoratore selezionato attraverso quote regolari e un richiedente asilo che abbia attraversato il Sahara, sia rimasto mesi in Libia e abbia raggiunto l’Europa via mare non hanno necessariamente attraversato le stesse esperienze.
Questo non attribuisce maggiore o minore valore umano a nessuno.
Significa semplicemente riconoscere che i meccanismi attraverso i quali una persona arriva possono produrre popolazioni migratorie profondamente differenti.
L’Organizzazione mondiale della sanità sottolinea proprio la forte eterogeneità della popolazione migrante. La letteratura esaminata dall’OMS mostra che alcuni gruppi possono essere maggiormente esposti a disturbi mentali in conseguenza di fattori specificamente connessi al percorso migratorio, come esperienze traumatiche, conflitti, perdite, difficoltà del viaggio e successive condizioni di svantaggio socioeconomico. L’OMS segnala anche studi europei nei quali i migranti internazionali risultano esposti a un rischio maggiore di disturbi psicotici, pur precisando che complessivamente le evidenze sono eterogenee e che per numerosi gruppi di migranti non emerge affatto un rischio superiore rispetto alla popolazione ospitante.
Questa precisazione è essenziale.
Non esiste “il migrante” come categoria sanitaria.
Esistono persone arrivate attraverso percorsi diversi, provenienti da contesti diversi, con storie individuali diverse. Ed è proprio questa distinzione che dovrebbe interessare una politica migratoria razionale.
Il punto che dobbiamo avere il coraggio di approfondire è se l’immigrazione irregolare e alcuni percorsi legati all’asilo possano produrre un effetto di selezione che oggi non misuriamo sufficientemente.
Chi intraprende viaggi estremamente pericolosi può avere alle spalle guerre, violenze, persecuzioni, detenzione, torture, disgregazione familiare, dipendenze o condizioni di profonda marginalità. Il viaggio stesso può aggiungere ulteriori traumi. Una volta raggiunta l’Europa possono poi intervenire anni di precarietà amministrativa, inattività, isolamento, occupazioni abusive, lavoro irregolare, abuso di sostanze e perdita progressiva dei riferimenti sociali.
Ma esiste anche un altro fenomeno che dobbiamo considerare.
Una politica migratoria prevalentemente costruita attorno alla protezione della vulnerabilità rischia inevitabilmente di dedicare particolare attenzione proprio alle persone che presentano le situazioni personali più complesse, mentre i soggetti economicamente e socialmente più autonomi escono più rapidamente dai sistemi assistenziali.
Il problema, allora, non consiste nell’interrogarsi se sia giusto proteggere chi ne abbia diritto. Lo impongono la Costituzione, il diritto dell’Unione europea, le convenzioni internazionali e prima ancora la dignità della persona.
La domanda è un’altra: dopo avere accolto persone portatrici di situazioni particolarmente complesse, possediamo realmente gli strumenti per governarne la permanenza?
Oppure ci limitiamo a riconoscere la vulnerabilità al momento dell’ingresso per poi perderne progressivamente il controllo?
Qui emerge una contraddizione della nostra politica migratoria.
Siamo molto attenti alla vulnerabilità quando essa produce conseguenze sul procedimento amministrativo, sull’accoglienza o sulla protezione. Molto meno quando dobbiamo verificare cosa sia accaduto cinque anni dopo.
Una persona può essere stata riconosciuta vulnerabile all’arrivo e successivamente scomparire dai radar dei servizi. Può uscire dall’accoglienza. Può perdere il lavoro. Può sviluppare una dipendenza. Può interrompere una terapia. Può accumulare episodi di aggressività. Può vivere per anni ai margini senza che esista un’amministrazione incaricata di ricostruire unitariamente il suo percorso.
La Questura conosce la posizione amministrativa. Il Comune può conoscere la situazione abitativa. Il servizio sanitario possiede eventualmente informazioni cliniche. Le forze dell’ordine conoscono precedenti interventi. Il gestore dell’accoglienza conserva una parte della storia precedente. Il datore di lavoro conosce un altro frammento.
Ma chi conosce la persona nel suo percorso complessivo?
È lo stesso problema che emerge continuamente nel governo dell’immigrazione italiana: la frammentazione.
Ed è anche una delle ragioni per cui continuo a sostenere che l’immigrazione non possa essere considerata soltanto una materia amministrativa, assistenziale o lavoristica. Ha conseguenze dirette sulla coesione sociale e, nei casi estremi, sulla sicurezza collettiva.
Dobbiamo allora cominciare da una cosa apparentemente semplice: contare.
Quanti cittadini stranieri accedono ai servizi di salute mentale?
Qual è la distribuzione rispetto alla tipologia del percorso migratorio?
Quale incidenza hanno dipendenze, disturbi psicotici, depressione grave, disturbo post-traumatico, precedenti episodi autolesivi o condotte aggressive?
Quanto incide la durata della permanenza?
Qual è la relazione con irregolarità, disoccupazione, marginalità abitativa e isolamento?
Quanti soggetti che successivamente arrivano all’attenzione delle forze dell’ordine erano già stati intercettati dai servizi sanitari o sociali?
E, soprattutto, esistono differenze significative tra immigrazione regolare programmata, ricongiungimenti, studenti, lavoratori, rifugiati e persone arrivate attraverso percorsi irregolari?
Questi dati non servirebbero a costruire una graduatoria etnica della malattia mentale. Sarebbe scientificamente assurdo e politicamente pericoloso.
Servirebbero a capire se il modo nel quale governiamo l’immigrazione stia producendo effetti che oggi non vediamo.
Lo stesso vale per la sicurezza.
La malattia psichiatrica non equivale alla pericolosità. La maggioranza delle persone affette da disturbi mentali non commette reati violenti e può essere, al contrario, particolarmente esposta alla vittimizzazione.
Ma da questo principio corretto non deriva che lo Stato debba rinunciare a individuare quei casi specifici nei quali grave deterioramento psichico, dipendenze, marginalità, condotte aggressive e isolamento sociale finiscono per accumularsi.
Negare questa possibilità in nome della paura di discriminare significa confondere la tutela contro le generalizzazioni con la rinuncia alla prevenzione.
Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione nasce precisamente dalla convinzione che la permanenza sul territorio non possa essere semplicemente registrata, ma debba essere governata.
Per questo propongo una verifica effettiva e periodica dell’integrazione, capace di osservare non soltanto il lavoro e la conoscenza linguistica, ma anche i segnali di grave esclusione sociale, dipendenza e deterioramento del percorso individuale, naturalmente nel rispetto della riservatezza sanitaria e delle garanzie costituzionali.
Lo Stato deve sapere se l’integrazione sta funzionando.
E quando non funziona deve capire perché.
In alcuni casi occorrerà rafforzare l’assistenza sanitaria. In altri serviranno strumenti sociali. In altri ancora sarà necessario affrontare dipendenze, criminalità o irregolarità amministrativa. E quando non esiste più un diritto alla permanenza, dovrà essere valutato ed eventualmente eseguito il ritorno, nel rispetto delle condizioni previste dall’ordinamento.
Ma ciò che non possiamo più permetterci è l’indifferenza conoscitiva.
Dopo Milano abbiamo posto una domanda.
Dopo Parigi abbiamo chiesto di studiarla.
Dopo Bologna abbiamo osservato che tre casi non costituivano una statistica.
Oggi Olevano, Lecce, San Severino e altre cronache continuano ad aggiungere episodi.
Continuano a non costituire una statistica.
Ma cominciano a rendere incomprensibile il fatto che nessuno sembri interessato a costruirla.
La domanda, dunque, rimane aperta ed è forse più importante di quanto siamo disposti ad ammettere: chi arriva davvero in Europa e quali conseguenze produce il modo nel quale selezioniamo, accogliamo e successivamente lasciamo vivere sul territorio milioni di persone?
Non abbiamo ancora una risposta.
Ed è precisamente questo il problema.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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