Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani?

Nel 2030 l’Italia avrà ancora 59 milioni di abitanti. Ma chi saranno gli italiani?

Le nuove proiezioni demografiche confermano un dato che, da anni, attraversa il dibattito pubblico italiano: il nostro Paese invecchia, registra poche nascite e vede progressivamente ridursi la propria popolazione in età lavorativa. Secondo le più recenti previsioni dell’ISTAT, nel 2030 l’Italia avrà ancora una popolazione prossima ai 59 milioni di residenti. A prima vista, dunque, il crollo demografico potrebbe apparire meno imminente di quanto spesso venga rappresentato.

Ma è precisamente qui che occorre evitare una lettura superficiale dei numeri.

Il problema italiano non consiste soltanto nel sapere quanti saremo. Consiste nel comprendere come sarà composta quella popolazione, quali trasformazioni attraverserà, quale rapporto esisterà tra generazioni, quale peso avranno i flussi migratori e, soprattutto, quale capacità avrà lo Stato di trasformare una crescente presenza straniera in autentica appartenenza alla comunità nazionale.

Le proiezioni demografiche mostrano infatti che il saldo naturale italiano continuerà a essere negativo. I decessi saranno superiori alle nascite e una parte rilevante della tenuta numerica della popolazione dipenderà dal saldo migratorio positivo. In altri termini, senza immigrazione la diminuzione della popolazione italiana sarebbe sensibilmente più rapida.

Da questa constatazione viene però ricavata troppo spesso una conclusione che non è contenuta nei dati: poiché l’Italia ha meno nascite, allora avrebbe necessariamente bisogno di una crescente immigrazione, quasi che il problema demografico possa essere affrontato attraverso una semplice sostituzione numerica della popolazione.

È una visione economicista e, prima ancora, riduttiva della società.

Una nazione non è una società per azioni nella quale sia sufficiente sostituire i lavoratori che escono con altri lavoratori che entrano. La continuità di una comunità politica non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei residenti, il gettito contributivo o la disponibilità di manodopera. Essa dipende anche dall’esistenza di una lingua comune, dalla condivisione delle regole fondamentali, dall’adesione ai principi costituzionali, dalla partecipazione alla vita civile e dalla possibilità di riconoscersi progressivamente in una storia collettiva.

Per questo la vera domanda demografica non è soltanto: quanti abitanti avrà l’Italia nel 2030?

La domanda più seria è un’altra: chi saranno gli italiani del 2030, del 2040 e del 2050?

È evidente che una parte crescente della futura popolazione italiana avrà origini migratorie. Si tratta di un processo già in corso e destinato ad acquistare un peso sempre maggiore. Proprio per questa ragione la questione dell’integrazione non può più essere trattata come un capitolo marginale delle politiche migratorie, né come un generico auspicio affidato al trascorrere del tempo.

Se l’immigrazione è destinata a incidere strutturalmente sulla composizione futura della popolazione italiana, allora l’integrazione deve diventare una delle principali politiche pubbliche dello Stato.

Non può essere sufficiente stabilire chi entra. Occorre stabilire anche quale percorso debba compiere chi rimane.

La politica migratoria italiana si è occupata per decenni
prevalentemente di ingressi, permessi di soggiorno, sanatorie, quote di lavoro, protezione internazionale e rimpatri. Molto meno si è occupata della fase successiva, cioè del rapporto che si costruisce tra lo straniero stabilmente presente e la comunità nazionale.

È qui che emerge uno dei limiti più evidenti dell’attuale sistema.

L’integrazione viene spesso descritta come un processo spontaneo. Si presume che la permanenza prolungata nel territorio, il lavoro o la frequenza scolastica producano automaticamente appartenenza. Ma l’esperienza europea dimostra che non sempre è così. Possono esistere seconde e terze generazioni perfettamente integrate e, nello stesso tempo, comunità che continuano a vivere secondo codici culturali, sociali e talvolta normativi largamente separati da quelli della società ospitante.

Il tempo, da solo, non integra.

La cittadinanza, da sola, non integra.

Il lavoro, da solo, non integra.

L’integrazione è invece un processo complesso che riguarda lingua, istruzione, autonomia economica, rispetto delle norme, adesione ai principi costituzionali, rapporti sociali, partecipazione civica e riconoscimento reciproco tra individuo e comunità.

Ed è precisamente per questo che essa dovrebbe progressivamente diventare anche misurabile.

Una politica migratoria adulta dovrebbe essere capace di distinguere chi compie realmente un percorso di inserimento da chi, invece, mantiene una condizione di sostanziale estraneità rispetto alla società nella quale vive.

Questo ragionamento acquista ancora maggiore importanza se si osservano le proiezioni demografiche di lungo periodo. La riduzione della popolazione italiana non si fermerà al 2030. Nei decenni successivi potrebbe accelerare sensibilmente, mentre aumenterà il peso delle fasce più anziane e diminuirà quello della popolazione in età lavorativa.

In questo scenario l’immigrazione continuerà inevitabilmente a essere presentata come una delle possibili risposte al problema demografico.

Ma proprio perché il suo peso potrebbe crescere, diventa
indispensabile superare l’idea che qualsiasi immigrazione produca automaticamente un beneficio per il Paese.

Occorre interrogarsi sulla qualità dei flussi, sulla sostenibilità territoriale, sulla capacità di assorbimento delle comunità locali, sulle competenze professionali, sul rispetto delle regole e sulla disponibilità a inserirsi nel modello sociale e costituzionale italiano.

Un’immigrazione numericamente elevata ma scarsamente integrata può infatti produrre costi sociali destinati a emergere soltanto nel lungo periodo. Al contrario, un’immigrazione selezionata, regolata e accompagnata da un serio percorso di integrazione può contribuire alla crescita economica e alla stabilità demografica senza trasformarsi in un fattore di frammentazione sociale.

È in questa prospettiva che il paradigma “Integrazione o
ReImmigrazione” assume un significato che va ben oltre la gestione dell’immigrazione irregolare.

Il principio è semplice: chi entra legalmente e costruisce realmente il proprio percorso all’interno della società italiana deve poter trovare condizioni chiare per consolidare la propria permanenza e la propria appartenenza. Chi invece rifiuta persistentemente il percorso di integrazione, quando l’ordinamento lo consenta e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e internazionali, non può pretendere che la permanenza diventi automaticamente definitiva per il solo trascorrere del tempo.

Non si tratta di costruire una società chiusa.

Si tratta esattamente del contrario: costruire una società capace di accogliere senza dissolversi.

Nel dibattito demografico italiano manca spesso questa distinzione. Si parla di lavoratori da importare, di contributi previdenziali, di posti vacanti, di natalità e di pensioni. Molto più raramente si parla della comunità che queste persone saranno chiamate a comporre.

Eppure il problema decisivo dei prossimi decenni sarà proprio questo.

L’Italia del futuro sarà inevitabilmente diversa dall’Italia di oggi. La trasformazione demografica è già iniziata e nessuna politica seria può ignorarla. Ma diverso non significa necessariamente disgregato.

La politica ha ancora la possibilità di governare questa trasformazione.

Può scegliere una immigrazione prevalentemente quantitativa, utilizzata per tamponare anno dopo anno il calo della popolazione. Oppure può costruire una politica migratoria nella quale ingresso, permanenza e integrazione siano parti di un unico percorso.

Nel 2030 potremmo essere ancora quasi 59 milioni.

Il punto, tuttavia, non sarà quanti saremo.

Il punto sarà se continueremo a riconoscerci come parte della stessa comunità nazionale.

Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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