I dati economici sull’immigrazione vengono spesso utilizzati per sostenere posizioni opposte. C’è chi afferma che l’immigrazione rappresenti un costo per lo Stato e chi, al contrario, evidenzia il contributo fiscale e produttivo garantito dai cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia.
Le analisi della Fondazione Leone Moressa mostrano che nel 2023 gli immigrati hanno prodotto un valore aggiunto pari a circa 164 miliardi di euro, corrispondente all’8,8% del PIL nazionale. Gli occupati stranieri erano circa 2,4 milioni, pari al 10,1% degli occupati complessivi. Nello stesso periodo i contribuenti stranieri hanno dichiarato redditi per 72,5 miliardi di euro e versato oltre 10 miliardi di euro di IRPEF. Secondo il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, il saldo tra entrate e uscite pubbliche riferibili alla popolazione immigrata risulta positivo per circa 1,2 miliardi di euro.
Anche nel Rapporto 2025 la Fondazione Leone Moressa conferma un contributo economico significativo. Il valore aggiunto prodotto dagli occupati stranieri è salito a circa 177 miliardi di euro, pari al 9% del valore aggiunto complessivo nazionale.
Questi dati meritano attenzione e non possono essere ignorati. Tuttavia, essi non rispondono alla domanda più importante per il futuro delle politiche migratorie.
L’immigrazione deve essere valutata esclusivamente sulla base del suo impatto economico?
Se il criterio fosse soltanto fiscale, la questione potrebbe apparire relativamente semplice. Uno straniero che lavora, versa contributi e paga le imposte rappresenta un soggetto economicamente attivo. Ma la permanenza stabile all’interno di una comunità nazionale non può essere ridotta a una partita contabile.
I bilanci pubblici misurano il gettito fiscale, non il livello di integrazione.
Non misurano la conoscenza della lingua italiana. Non misurano la partecipazione alla vita della comunità. Non misurano il rispetto effettivo delle regole oltre il semplice dato giudiziario. Non misurano il grado di identificazione con i valori costituzionali e con l’ordinamento democratico del Paese ospitante.
Per questa ragione il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare il baricentro del dibattito. La domanda non dovrebbe essere soltanto quanto produce l’immigrazione, ma soprattutto quali risultati produce l’integrazione.
L’Italia dispone di numerosi indicatori economici relativi alla presenza straniera. Conosciamo il numero degli occupati, il gettito fiscale, il contributo al PIL e la distribuzione territoriale della popolazione immigrata. Molto più limitata è invece la capacità delle istituzioni di misurare in modo sistematico gli esiti dei percorsi di integrazione.
Un sistema moderno di governo delle migrazioni dovrebbe essere in grado di elaborare indicatori oggettivi relativi alla conoscenza della lingua italiana, alla partecipazione civica, alla stabilità lavorativa, all’autonomia abitativa, alla scolarizzazione dei figli e al rispetto delle regole. Solo attraverso strumenti di questo tipo sarebbe possibile comprendere se una politica migratoria stia realmente funzionando.
Il punto centrale è che il saldo fiscale, per quanto importante, non può diventare l’unico parametro di valutazione. Anche assumendo come corretti i dati più favorevoli all’immigrazione, resta aperta la questione decisiva: quanti stranieri stanno realmente completando un percorso di integrazione?
È su questa domanda che si giocherà il futuro delle politiche migratorie europee. Perché una società può certamente beneficiare del contributo economico dell’immigrazione, ma la sua stabilità nel lungo periodo dipende dalla capacità di trasformare la presenza sul territorio in autentica integrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36)
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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