Gentile Onorevole Isabella Tovaglieri,
ho letto con interesse la Sua iniziativa politica a sostegno del Patto per la Remigrazione e la lettera indirizzata al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ritengo che il merito della Sua proposta sia quello di aver riportato al centro del dibattito un tema che, fino a pochi anni fa, sembrava relegato ai margini del confronto politico: la necessità di ripensare radicalmente le politiche migratorie europee.
Su questo terreno esiste certamente una convergenza. Anch’io ritengo che il modello seguito dall’Europa negli ultimi decenni abbia mostrato limiti evidenti e che sia giunto il momento di superare una visione nella quale l’ingresso regolare nel territorio dello Stato finisce, di fatto, per trasformarsi in una permanenza stabile quasi automatica.
Proprio perché condivido l’esigenza di una profonda riforma, mi permetto però di evidenziare una differenza che considero fondamentale.
La remigrazione rappresenta uno strumento. È la risposta finale quando il percorso di permanenza nello Stato ospitante non ha prodotto l’integrazione auspicata oppure quando vengono meno i presupposti che giustificano il soggiorno.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, non si limita a disciplinare l’uscita dallo Stato. Esso ripensa l’intero sistema dell’immigrazione, ponendo l’integrazione al centro del rapporto giuridico tra lo straniero e la comunità nazionale.
La vera innovazione, infatti, non consiste nell’organizzare meglio i rimpatri o nell’incentivare il rientro volontario. La vera innovazione consiste nel riconoscere che la permanenza stabile non può dipendere esclusivamente dalla regolarità formale del titolo di soggiorno, ma deve fondarsi sull’effettiva integrazione della persona.
È proprio questo il passaggio che, a mio avviso, manca ancora nel dibattito politico europeo.
Quando si parla di integrazione, troppo spesso ci si limita a un concetto generico, privo di conseguenze giuridiche. Si afferma che lo straniero dovrebbe integrarsi, ma non si definisce cosa significhi realmente integrarsi né quali effetti produca il mancato raggiungimento di tale obiettivo.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone invece un cambiamento culturale e giuridico.
L’integrazione deve diventare un requisito oggettivo della permanenza. Non un concetto ideologico, ma un parametro valutabile attraverso indicatori chiari: conoscenza della lingua italiana, rispetto dei principi costituzionali, partecipazione alla vita lavorativa e sociale, osservanza delle regole della convivenza civile, autonomia economica quando possibile e adesione ai valori fondamentali dell’ordinamento democratico.
In questa prospettiva, la ReImmigrazione non è una sanzione né una misura eccezionale. È la naturale conseguenza del mancato completamento del percorso di integrazione.
Ecco perché la remigrazione costituisce soltanto l’ultima fase di un sistema molto più ampio.
Prima vengono la selezione degli ingressi, la definizione di un progetto di integrazione, la verifica periodica dei risultati, il sostegno a chi dimostra la volontà di inserirsi stabilmente nella comunità nazionale e la valutazione oggettiva del percorso compiuto.
Solo quando tale percorso fallisce, o viene rifiutato, interviene la ReImmigrazione quale conclusione coerente del rapporto tra individuo e Stato.
Si tratta di un’impostazione che supera la tradizionale contrapposizione tra accoglienza indiscriminata e semplice politica dei rimpatri. L’obiettivo non è aumentare il numero delle espulsioni, ma costruire un sistema nel quale il diritto a permanere sia strettamente collegato all’effettiva appartenenza alla comunità nazionale.
Per questo motivo rivolgo a Lei un invito.
Il dibattito sulla remigrazione rappresenta un’opportunità importante. Potrebbe però diventare ancora più innovativo se fosse inserito all’interno di una riforma organica delle politiche migratorie, fondata sul paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La sfida del futuro non consiste semplicemente nel decidere chi debba lasciare il territorio nazionale. Consiste, prima ancora, nel definire con chiarezza quali siano le condizioni per farne realmente parte.
È su questo terreno che, a mio avviso, può nascere una nuova politica migratoria europea: non fondata soltanto sui flussi o sui rimpatri, ma sul principio secondo cui l’integrazione costituisce il presupposto della permanenza e la ReImmigrazione la conseguenza del suo mancato raggiungimento.
Con spirito di confronto istituzionale, auspico che questo paradigma possa entrare nel dibattito politico nazionale ed europeo, contribuendo a una riflessione più ampia sul futuro delle politiche migratorie.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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