Il risultato ottenuto dall’Alternative für Deutschland nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, dove il partito ha raggiunto una percentuale prossima al 44 per cento, non rappresenta soltanto un nuovo avanzamento elettorale della destra radicale tedesca, ma segnala l’esaurimento di una politica europea che per troppo tempo ha affrontato l’immigrazione attraverso categorie parziali. L’ingresso è stato discusso come esigenza economica o emergenza umanitaria, l’accoglienza come obbligo morale, la permanenza come conseguenza progressivamente consolidata dal trascorrere del tempo e il ritorno come fase residuale, amministrativamente debole e politicamente imbarazzante. In questo vuoto l’AfD ha collocato la remigrazione, trasformandola nella risposta sintetica a una domanda di controllo che i partiti tradizionali non sono più riusciti a rappresentare.
Limitarsi a denunciare la radicalizzazione dell’AfD non permette di comprendere perché una proposta costruita intorno alla riduzione dell’immigrazione e all’aumento dei rimpatri abbia ottenuto un consenso tanto esteso. Una forza politica può certamente alimentare paure, semplificare problemi complessi e utilizzare un linguaggio divisivo, ma non raggiunge simili dimensioni se non intercetta anche esperienze, contraddizioni e insoddisfazioni presenti nella società. Una parte rilevante dell’elettorato tedesco ritiene che lo Stato non controlli adeguatamente gli ingressi, non sappia distinguere in tempi ragionevoli chi abbia diritto di restare, non riesca a eseguire gli allontanamenti e non abbia governato l’integrazione con criteri sufficientemente chiari.
Negare l’esistenza di questi problemi significherebbe consegnarne definitivamente l’interpretazione all’AfD. Se i partiti democratici rispondono alla domanda di controllo esclusivamente attraverso la condanna morale, comunicano di non possedere una politica alternativa e rafforzano la rappresentazione secondo cui soltanto le forze radicali sarebbero disposte a dire ciò che gli altri rifiutano di vedere. L’Europa deve invece riconoscere la legittimità della questione, distinguendola dalle risposte che rischiano di trasformare il ritorno da funzione ordinaria dello Stato in mobilitazione politica contro una presenza collettiva.
Le recenti dichiarazioni di Ulrich Siegmund hanno reso questa distinzione ancora più necessaria. Il collegamento tra produzione di materiale militare e futura disponibilità di mezzi per «offensive di remigrazione e di espulsione» non dimostra, da solo, l’esistenza di un progetto operativo destinato a impiegare sistemi d’arma contro gli stranieri. Sarebbe improprio attribuire alle sue parole un contenuto più preciso di quello effettivamente espresso. Rimane tuttavia politicamente rilevante l’accostamento tra il linguaggio militare, la sicurezza interna e l’allontanamento delle persone, perché tende a rappresentare la presenza straniera come un fronte sul quale lo Stato dovrebbe organizzare una campagna.
Una politica dei ritorni non ha bisogno di costruire un nemico. Ha bisogno di norme chiare, procedure tempestive, amministrazioni coordinate, identificazione, documenti consolari, accordi di riammissione, strutture pubbliche, trasporti, personale specializzato e controllo giurisdizionale. La forza dello Stato non si misura dall’intensità delle parole utilizzate, ma dalla capacità di adottare decisioni corrette, impedirne l’esecuzione quando siano illegittime e realizzarle quando abbiano superato le verifiche previste dall’ordinamento.
L’AfD ha avuto il merito politico di riportare il ritorno al centro del dibattito, ma il suo programma tende ad assumere il momento terminale come principio ordinatore dell’intera politica migratoria. L’«offensiva delle espulsioni», la «cultura del congedo», la riduzione delle prestazioni e il potenziamento delle strutture di trattenimento sono orientati prevalentemente a diminuire la presenza straniera e l’attrattività del territorio. Resta meno sviluppato tutto ciò che deve avvenire durante gli anni nei quali la persona soggiorna legalmente, lavora, forma una famiglia e costruisce oppure non costruisce una relazione con la società.
È precisamente questo spazio che il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione deve occupare. Non si tratta di una versione moderata della remigrazione, né di un tentativo di presentare il medesimo obiettivo attraverso un linguaggio più accettabile. Il punto di partenza è differente. La remigrazione domanda innanzitutto chi debba lasciare il territorio; il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione domanda chi possa entrare, quali condizioni debba rispettare per rimanere, quali strumenti lo Stato debba predisporre, come debba essere verificato il percorso e soltanto alla fine quali persone debbano consolidare la permanenza o avviarsi al ritorno.
La politica europea ha commesso anzitutto l’errore di trattare l’immigrazione come una variabile economica. La diminuzione della natalità, l’invecchiamento della popolazione e la carenza di lavoratori in determinati settori sono stati utilizzati per presentare gli ingressi come una necessità quasi automatica, senza interrogarsi adeguatamente sulla capacità delle società europee di integrare le persone nel lungo periodo. Lo straniero è stato osservato come lavoratore, contribuente o consumatore, mentre sono rimaste sullo sfondo la lingua, la cultura civica, la scuola dei figli, la distribuzione territoriale e la coesione della comunità.
Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione supera questa visione economicistica. Il lavoro costituisce uno strumento fondamentale di autonomia e partecipazione, ma non esaurisce l’integrazione. Una persona può essere occupata e vivere all’interno di circuiti sociali sostanzialmente separati; può produrre reddito senza conoscere adeguatamente la lingua; può versare contributi e rifiutare principi fondamentali dell’ordinamento. Nello stesso modo, chi perde temporaneamente il lavoro non cancella automaticamente un percorso linguistico, familiare e sociale costruito nel corso degli anni.
L’ingresso dovrebbe quindi essere collegato non soltanto alla disponibilità di un’occupazione, ma alla concreta capacità d’integrazione della persona e del territorio nel quale essa verrà inserita. Questo richiede percorsi formativi prima e dopo l’arrivo, conoscenza progressiva della lingua, educazione civica, sostenibilità abitativa e disponibilità dei servizi. Non può esistere una politica seria degli ingressi se lo Stato autorizza l’arrivo senza conoscere le condizioni nelle quali la persona dovrà vivere e senza predisporre gli strumenti necessari affinché la permanenza non produca marginalità.
Dopo l’ingresso deve essere affermato un dovere d’integrazione. Chi chiede di vivere stabilmente all’interno di una comunità politica deve apprenderne la lingua, rispettarne le leggi, conoscere le istituzioni, garantire l’istruzione dei figli, perseguire l’autonomia compatibilmente con le proprie condizioni e partecipare seriamente ai percorsi offerti. L’integrazione non può essere una possibilità lasciata interamente alla libera scelta individuale, perché gli effetti del suo successo o del suo fallimento ricadono sulla società nel suo complesso.
Su questo terreno l’AfD coglie un elemento corretto quando definisce l’integrazione come una Bringschuld, un debito che grava sulla persona immigrata. Nessuna amministrazione può apprendere la lingua al posto dello straniero, frequentare un corso in sua vece o sostituirsi alla sua decisione di rispettare le regole. Il limite nasce quando la responsabilità individuale viene isolata dalle condizioni predisposte dallo Stato e il dovere viene considerato esigibile senza verificare se esistessero strumenti concretamente accessibili per adempierlo.
Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione sottopone invece a verifica entrambe le parti del rapporto. Prima di attribuire alla persona la mancata integrazione, lo Stato deve dimostrare che i corsi, i servizi, i percorsi formativi e le possibilità di accesso al lavoro fossero non soltanto formalmente esistenti, ma concretamente utilizzabili. Un servizio incompatibile con gli orari di lavoro, irraggiungibile dal luogo di residenza o organizzato senza considerare le responsabilità familiari può risultare presente negli atti e assente nella realtà.
Una volta accertata l’effettiva accessibilità, deve essere verificato il comportamento della persona. Se lo strumento era adeguato e il destinatario lo ha utilizzato seriamente, le eventuali difficoltà devono essere considerate nel contesto complessivo della traiettoria. Se invece il percorso è stato reiteratamente rifiutato senza una ragione giustificata, emerge una responsabilità individuale che non può essere cancellata attribuendo ogni insuccesso alla società ospitante.
Questa responsabilità è asimmetrica perché Stato e individuo controllano parti diverse del processo. Le istituzioni organizzano i servizi, disciplinano le procedure, distribuiscono le risorse e intervengono sulle condizioni territoriali; la persona decide se partecipare, impegnarsi e rispettare le regole. La verifica reciproca non implica una responsabilità identica, ma consente di attribuire a ciascuno le conseguenze di ciò che poteva effettivamente governare.
Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione distingue così integrazione riuscita, integrazione in corso, integrazione incompleta, fallimento e rifiuto. Un percorso può essere incompleto perché iniziato da poco; può fallire per insufficienza dell’azione pubblica, per inaccessibilità degli strumenti o per fragilità personali; può infine essere consapevolmente rifiutato. Ridurre tutte queste situazioni alla categoria del «non integrato» significherebbe attribuire all’amministrazione un potere indeterminato e trasformare la misurazione in un meccanismo arbitrario.
Il rischio diventa ancora più grave quando il «non integrato» viene confuso con il «non appartenente». L’origine, la genealogia, il cognome, la religione e la lingua parlata in famiglia non possono sostituire la valutazione del comportamento individuale. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione pretende l’appartenenza a un nucleo pubblico fondato sulla lingua comune, sulla Costituzione, sulla legalità, sulla dignità della persona, sull’eguaglianza tra uomo e donna, sulla tutela dei minori e sulla democrazia; non pretende la cancellazione delle identità private compatibili con questi principi.
La distinzione dall’assimilazione deve essere netta. Una società ha il diritto di stabilire ciò che tiene insieme i propri membri e di opporsi a pratiche incompatibili con i diritti fondamentali. Non ha il diritto di utilizzare ogni differenza culturale come prova di estraneità. Il dovere d’integrazione riguarda la relazione pubblica con la comunità politica, non l’uniformità totale delle vite personali.
Quando il percorso viene compiuto, deve produrre una conseguenza positiva. Chi possiede un titolo valido, rispetta l’ordinamento, conosce la lingua e partecipa alla comunità deve poter consolidare la propria permanenza. Una precarietà amministrativa protratta indefinitamente indebolisce l’integrazione, perché impedisce alla persona di progettare, investire e assumere pienamente la responsabilità del proprio futuro. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione non utilizza la verifica soltanto per individuare chi debba partire, ma anche per riconoscere stabilità a chi abbia dimostrato di poter restare.
Il confine diventa invalicabile con la cittadinanza. Chi è diventato cittadino secondo le regole dell’ordinamento appartiene giuridicamente allo Stato e non può essere trasformato nuovamente in straniero sulla base dell’origine o della doppia cittadinanza. Può essere punito per i reati commessi e chiamato a rispondere dei propri comportamenti come qualsiasi altro cittadino, ma non può essere inserito in una categoria espellibile perché ritenuto culturalmente distante.
Per le seconde generazioni il compito delle istituzioni è ancora diverso. Non si tratta di predisporre il ritorno, ma di verificare se il figlio dell’immigrato disponga delle stesse possibilità scolastiche, universitarie, lavorative e sociali dei propri coetanei. Se lo svantaggio della prima generazione si trasmette stabilmente alla seconda, la cittadinanza formale non ha ancora prodotto un’integrazione sostanziale. La società deve allora interrogarsi sulle proprie politiche abitative, sui bacini scolastici, sul riconoscimento delle qualifiche e sulla mobilità sociale.
Il ritorno interviene soltanto dopo queste distinzioni. Quando una domanda sia stata definitivamente respinta, un titolo sia venuto meno, non sussistano divieti di allontanamento e il provvedimento abbia superato il controllo giurisdizionale, lo Stato deve essere capace di eseguirlo. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione non utilizza le garanzie per rendere impossibile ogni rimpatrio, ma pretende che la coercizione sia esercitata nei confronti dei destinatari corretti e secondo procedure compatibili con lo Stato di diritto.
Per questa ragione occorre costruire un apparato amministrativo specializzato. La Polizia dell’Immigrazione prevista dal Paradigma Integrazione o ReImmigrazione dovrebbe essere un corpo civile competente in materia di ingresso, soggiorno, identificazione, documentazione, controllo e ritorno, sottoposto alla legge e alla magistratura. La sua funzione non sarebbe militarizzare la politica migratoria, ma superare la frammentazione delle competenze e assicurare continuità alle procedure.
Anche i CPR dovrebbero essere gestiti direttamente dallo Stato. La privazione della libertà personale non può essere considerata un servizio amministrativo ordinario da affidare a soggetti privati, perché richiede responsabilità pubblica, controllo, uniformità e trasparenza. Il trattenimento dovrebbe essere utilizzato soltanto quando previsto dalla legge, necessario, proporzionato e collegato a una prospettiva concreta di rimpatrio. Aumentare i posti senza aumentare la capacità d’identificazione e riammissione significa ampliare la detenzione senza rendere più efficaci i ritorni.
Il ritorno volontario assistito deve essere parte integrante del sistema. Offrire sostegno al viaggio e al reinserimento può risultare più efficace e meno costoso rispetto alla sequenza composta da ricerca, trattenimento, scorta, volo e contenzioso. Quando la persona non aderisca e il provvedimento sia definitivo, deve poter intervenire l’esecuzione coattiva. La volontarietà non sostituisce l’autorità dello Stato, ma costituisce uno degli strumenti attraverso i quali essa può raggiungere il risultato con maggiore razionalità.
La cooperazione con i Paesi di origine deve essere orientata tanto agli ingressi regolari quanto alla riammissione. Formazione linguistica e professionale prima della partenza, verifica dei documenti, accordi sul lavoro, contrasto ai trafficanti e procedure certe per il rilascio dei lasciapassare devono appartenere alla stessa politica. Il Paese di origine non può essere coinvolto soltanto quando l’Europa deve restituire una persona che non ha diritto di rimanere.
Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione richiede infine una misurazione pubblica. L’Europa dovrebbe conoscere quanti provvedimenti siano stati adottati, quanti siano diventati definitivi, quanti ritorni volontari e forzati siano stati eseguiti, quali siano i tempi e perché le altre procedure siano fallite. La stessa verifica deve riguardare l’integrazione: disponibilità e accessibilità dei corsi, competenze linguistiche raggiunte, autonomia lavorativa, risultati scolastici delle seconde generazioni, concentrazione territoriale e dipendenza assistenziale.
Senza indicatori verificabili, tanto l’accoglienza quanto la remigrazione rimangono affidate alla propaganda. Chi sostiene il successo dell’integrazione può limitarsi a elencare servizi e progetti senza dimostrarne gli effetti; chi promette rimpatri può moltiplicare i provvedimenti senza rendere conto delle partenze effettive. Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione obbliga invece entrambe le politiche a confrontarsi con i risultati.
L’Europa ha bisogno di questo metodo perché non può tornare alle politiche che hanno prodotto l’attuale reazione, ma non può nemmeno consegnarsi a una concezione identitaria del ritorno. La scelta non è tra il sistema precedente e l’AfD. Il sistema precedente ha lasciato l’integrazione indefinita e la ReImmigrazione ineffettiva; l’AfD rischia di rendere la remigrazione prioritaria rispetto all’integrazione e di sostituire lo status individuale con una valutazione dell’appartenenza.
Il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione occupa lo spazio politico e giuridico rimasto vuoto. Riconosce il diritto dello Stato di controllare gli ingressi, supera la concezione economicistica dell’immigrazione, afferma il dovere d’integrazione, verifica la responsabilità delle istituzioni e della persona, consolida la permanenza di chi si integra ed esegue il ritorno di chi non possiede più il diritto di restare. Non rinuncia alla sovranità e non rinuncia allo Stato di diritto, perché considera le due dimensioni reciprocamente necessarie.
La lezione dell’AfD non consiste nella necessità di imitare la sua remigrazione, ma nell’impossibilità di continuare a lasciare il ritorno fuori dalla politica migratoria. Allo stesso modo, la critica all’AfD non può limitarsi alla difesa dello schema precedente, perché è stata precisamente l’insufficienza di quello schema a creare lo spazio della sua crescita. Serve una costruzione capace di rispondere alla domanda di controllo senza trasformarla in una selezione identitaria.
Una democrazia sicura delle proprie regole non ha bisogno di considerare lo straniero un nemico, ma non deve nemmeno rinunciare a stabilire condizioni. Offre strumenti reali d’integrazione, pretende che vengano utilizzati, misura i risultati e attribuisce le responsabilità. Riconosce chi è diventato parte della comunità, protegge la cittadinanza da ogni gerarchia genealogica ed esegue gli allontanamenti quando risultino legittimi.
È questa la risposta che può riportare il confronto politico dal terreno della paura a quello della responsabilità. La remigrazione dell’AfD parte dal ritorno e rischia di trasformarlo nell’orizzonte generale della presenza straniera; il Paradigma Integrazione o ReImmigrazione parte dall’integrazione, la rende possibile, la impone come dovere, ne verifica l’esito e colloca la ReImmigrazione al termine del percorso.
L’Europa non deve scegliere tra l’immigrazione priva di governo e la remigrazione come mobilitazione collettiva. Deve costruire un sistema nel quale l’ingresso non sia automatico, la permanenza non sia incondizionata, l’integrazione non sia soltanto dichiarata e il ritorno non rimanga soltanto promesso. Quel sistema ha un nome preciso: Paradigma Integrazione o ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo – Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista Registro UE numero 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Francia, l’occupazione degli immigrati varia secondo l’origine: come interpretare correttamente i dati?
Francia, l’occupazione degli immigrati varia secondo l’origine: come interpretare correttamente i dati? I NUMERI SULL’OCCUPAZIONE NON SONO UN GIUDIZIO SULLE PERSONE In Francia, le statistiche sull’occupazione delle persone con una storia migratoria mostrano differenze rilevanti fra gruppi definiti secondo la nazionalità alla nascita. Il dibattito politico tende a interpretarle in modi contrapposti: per alcuni costituiscono…
Germania, prima l’omogeneità e poi la solidarietà? Il paradosso dell’integrazione rinviata
Un dissenso interno al dibattito identitario tedesco permette di affrontare una domanda che riguarda ogni politica d’integrazione: la solidarietà civica presuppone una società già culturalmente uniforme, oppure può nascere proprio dalla partecipazione alla medesima vita pubblica? Il 19 settembre 2026 Jürgen Elsässer, in un articolo pubblicato da COMPACT, ha contestato una tesi attribuita a Martin…
Intégrer et organiser le retour sous une même autorité : le risque de l’État juge et partie
Une politique qui veut faire de l’intégration une responsabilité vérifiable doit répondre à une question embarrassante : qui évalue l’État lorsque l’État évalue l’étranger ? Le problème devient plus aigu si la même autorité politique coordonne l’accueil, la formation, l’appréciation des parcours et les retours légalement possibles. Elle peut connaître l’ensemble de la trajectoire au…




















































