Le commemorazioni del D-Day sono tradizionalmente dedicate alla memoria dei soldati che il 6 giugno 1944 sbarcarono sulle coste della Normandia per liberare l’Europa dal nazismo. Quest’anno, tuttavia, uno dei passaggi più discussi del discorso pronunciato dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha spostato l’attenzione dal passato al presente.

Nel suo intervento, Hegseth ha ricordato il sacrificio delle forze alleate e il ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti nella liberazione dell’Europa. Ma accanto alla memoria storica ha voluto lanciare un messaggio politico molto chiaro. Secondo il Segretario alla Difesa americano, l’Occidente rischia di dimenticare una lezione fondamentale: la libertà non è gratuita e richiede sempre impegno, responsabilità e capacità di difendersi.
La parte più controversa del discorso è arrivata quando ha richiamato l’attenzione sulle attuali pressioni migratorie che interessano le coste europee. Hegseth ha evocato l’immagine di nuove spiagge europee interessate da sbarchi continui, chiedendosi se le capitali del continente siano realmente consapevoli della portata della sfida che stanno affrontando.
Al di là delle polemiche che inevitabilmente seguiranno, il punto interessante non è stabilire se il paragone utilizzato sia condivisibile oppure no. La vera questione è un’altra. Per la prima volta da molti anni, un importante esponente dell’amministrazione statunitense collega apertamente il tema dell’immigrazione alla difesa della civiltà occidentale, alla sicurezza e alla capacità delle società europee di preservare la propria identità.
È un passaggio che merita attenzione perché dimostra come il dibattito stia cambiando. Per anni la discussione sull’immigrazione si è concentrata quasi esclusivamente sugli ingressi, sui flussi e sulle esigenze del mercato del lavoro. Sempre meno spazio è stato dedicato al tema dell’integrazione e alle conseguenze che derivano dal suo eventuale fallimento.
Il problema non è soltanto chi arriva. Il problema è ciò che accade dopo.
Una società può accogliere nuovi cittadini e nuovi residenti soltanto se è in grado di trasmettere lingua, regole, valori costituzionali e senso di appartenenza. Quando questo processo non funziona, i problemi non emergono immediatamente. Possono manifestarsi anni dopo, spesso nelle seconde generazioni, attraverso fenomeni di marginalizzazione, conflitto sociale, radicalizzazione o rifiuto delle regole comuni.
Per questo motivo il dibattito sull’immigrazione dovrebbe essere affiancato da un dibattito altrettanto serio sull’integrazione. Non come slogan, ma come insieme di obblighi reciproci.
Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il diritto di permanere stabilmente in una comunità nazionale non può essere separato dal rispetto di alcuni doveri fondamentali. Lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole rappresentano i pilastri di un percorso di integrazione autentico.
Le parole pronunciate in Normandia da Pete Hegseth non risolvono certamente il problema. Tuttavia riportano al centro una domanda che l’Europa tende spesso ad evitare: una società ha il diritto di chiedere l’integrazione a chi desidera farne parte?
Prima ancora di discutere delle risposte, sarebbe utile tornare a porre la domanda.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea – ID 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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