Negli Stati Uniti la politica migratoria sta entrando in una fase nella quale il numero degli arresti è diventato uno degli indicatori principali attraverso i quali viene misurata l’efficacia dell’azione dello Stato.
Nel luglio 2026 l’Immigration and Customs Enforcement, l’ICE, avrebbe effettuato circa 51.000 arresti di immigrati, raggiungendo il livello mensile più elevato dall’inizio della seconda amministrazione Trump. Il dato, comunicato dal Department of Homeland Security a Stateline e pubblicato il 10 agosto 2026, rappresenta un aumento significativo rispetto ai circa 43.000 arresti registrati nel mese precedente.
La crescita non riguarda soltanto i numeri.
Secondo l’analisi di Stateline, stanno cambiando anche le modalità operative dell’enforcement. L’ICE utilizza sempre più frequentemente operazioni territoriali, arresti collegati a controlli ordinari e nuove forme di cooperazione con le autorità statali e locali. La stessa agenzia federale segnala che, al 20 luglio 2026, erano stati sottoscritti 2.179 accordi nell’ambito del programma 287(g), attraverso il quale determinate funzioni di enforcement migratorio vengono esercitate in collaborazione con autorità locali e statali in 39 Stati e due territori statunitensi.
È una trasformazione profonda.
Ma proprio l’aumento degli arresti dovrebbe indurre a porre una domanda che raramente trova spazio nella comunicazione politica:
51.000 arresti equivalgono davvero a 51.000 successi della politica migratoria?
La risposta non può essere automatica.
L’arresto è soltanto l’inizio di un procedimento.
Dopo l’arresto occorre verificare la posizione giuridica della persona, l’esistenza di eventuali procedimenti pendenti, la presenza di una decisione definitiva di allontanamento, eventuali domande di protezione, la possibilità concreta di eseguire il rimpatrio e tutte le garanzie che l’ordinamento riconosce anche allo straniero irregolarmente presente.
La stessa ICE distingue nelle proprie statistiche fra arrests, detentions e removals: arresti, detenzioni e allontanamenti costituiscono categorie differenti e vengono contabilizzati separatamente.
È una distinzione fondamentale.
Una politica migratoria efficace non dovrebbe essere giudicata semplicemente dal numero delle persone intercettate dalle autorità.
Dovrebbe essere giudicata dalla capacità dello Stato di arrivare rapidamente a una decisione giuridicamente corretta e, quando quella decisione prevede l’allontanamento, di eseguirla realmente.
Questo è precisamente uno dei punti centrali del paradigma Integrazione o ReImmigrazione.
La ReImmigrazione non coincide con l’arresto.
Non coincide nemmeno con la detenzione.
E soprattutto non coincide con una politica nella quale ogni straniero irregolarmente presente venga considerato allo stesso modo.
Uno Stato deve saper distinguere.
Deve distinguere innanzitutto chi rappresenta un pericolo per la sicurezza pubblica da chi presenta soltanto un’irregolarità amministrativa.
La stessa amministrazione americana continua a porre particolare enfasi sull’arresto e sull’allontanamento di persone condannate per reati gravi. Durante il luglio 2026, DHS e ICE hanno ripetutamente pubblicato comunicazioni relative all’arresto di soggetti condannati per omicidio, violenza sessuale, rapimento, traffico di droga e altri gravi reati.
In questi casi la questione politica è relativamente chiara.
Se uno straniero privo del diritto di permanere nel territorio è stato inoltre condannato per un reato grave e non sussistono impedimenti giuridici all’allontanamento, il rimpatrio rappresenta una componente naturale della tutela dell’ordine pubblico.
Ma non tutti i casi sono uguali.
Esistono persone che hanno procedure di asilo ancora pendenti.
Esistono cittadini stranieri che stanno cercando di regolarizzare la propria posizione attraverso procedure familiari o lavorative.
Esistono persone che potrebbero beneficiare di forme di protezione contro il rimpatrio.
Esistono famiglie nelle quali un coniuge è irregolare mentre l’altro è cittadino statunitense.
Esistono minori, persone vulnerabili e situazioni nelle quali un allontanamento deve essere valutato alla luce di circostanze individuali particolarmente complesse.
Una politica di enforcement che voglia essere realmente efficiente deve essere capace di separare rapidamente queste situazioni.
Altrimenti il rischio è quello di produrre un enorme apparato di arresti e detenzioni che genera altrettanto rapidamente ricorsi, sospensioni giudiziarie, liberazioni e nuovi procedimenti amministrativi.
È la differenza tra forza dello Stato ed efficienza dello Stato.
Uno Stato forte non è quello che arresta il maggior numero possibile di persone.
È quello che sa stabilire rapidamente chi ha diritto di restare e chi deve partire.
Questa distinzione è essenziale anche per comprendere il significato del paradigma Integrazione o ReImmigrazione.
La prima categoria comprende coloro che possiedono o ottengono un titolo legittimo alla permanenza.
Per queste persone il problema non dovrebbe più essere l’enforcement.
Dovrebbe essere l’integrazione.
Lavoro, conoscenza linguistica, autonomia economica, scolarizzazione dei figli, rispetto delle regole e partecipazione sociale dovrebbero diventare gli strumenti attraverso i quali trasformare una presenza autorizzata in una appartenenza progressivamente più stabile alla comunità.
La seconda categoria comprende invece coloro per i quali, dopo un procedimento individuale e rispettoso delle garanzie previste dall’ordinamento, viene definitivamente accertata l’assenza di un titolo alla permanenza.
È qui che interviene la ReImmigrazione.
Il principio dovrebbe essere semplice:
chi ha diritto di restare deve essere messo nelle condizioni di integrarsi; chi non ha diritto di restare deve essere realmente rimpatriato.
Tra queste due categorie non dovrebbe esistere per anni una gigantesca zona grigia.
Ed è proprio la zona grigia il problema storico delle politiche migratorie occidentali.
Quando una procedura dura troppo a lungo, lo straniero costruisce inevitabilmente legami.
Trova un lavoro.
Costruisce relazioni.
Può avere figli.
I figli iniziano la scuola.
Nasce una vita privata e familiare che il diritto non può successivamente ignorare.
A quel punto l’esecuzione dell’allontanamento diventa molto più complessa.
Per questo una politica dei rimpatri non può essere separata dalla velocità delle decisioni.
Decidere presto significa poter integrare presto oppure rimpatriare presto.
Gli Stati Uniti mostrano oggi l’altra faccia del problema che l’Europa discute da anni.
In Europa l’inefficienza viene spesso rappresentata attraverso il basso numero di rimpatri rispetto alle decisioni di allontanamento.
Negli Stati Uniti il rischio opposto è che l’efficienza venga identificata con il numero degli arresti.
Sono due errori speculari.
Un ordine di espulsione non eseguito non costituisce una politica di rimpatrio.
Ma neppure un arresto che non conduce a una decisione definitiva e legalmente eseguibile costituisce necessariamente un successo.
Occorre quindi cambiare l’indicatore.
Non chiedere soltanto:
quanti stranieri sono stati arrestati?
Ma:
quanti di quegli arresti hanno condotto a una decisione definitiva?
Quanti riguardavano persone effettivamente rimpatriabili?
Quanti rimpatri sono stati realmente eseguiti?
Quanti provvedimenti sono stati annullati o sospesi?
Quante persone avevano invece diritto a rimanere?
Quanto tempo è trascorso fra arresto, decisione e conclusione del procedimento?
Sono questi i dati che permettono di valutare una politica migratoria.
La ReImmigrazione, nella sua impostazione più rigorosa, dovrebbe essere esattamente questo: non una politica del numero degli arresti, ma una politica dell’effettività delle decisioni.
L’amministrazione Trump sostiene di voler aumentare in maniera significativa la capacità operativa dell’ICE. Gli accordi 287(g), l’espansione delle operazioni territoriali e l’incremento degli arresti mostrano che la struttura dell’enforcement americano sta effettivamente crescendo.
Ma il banco di prova sarà ciò che accadrà dopo.
Se l’aumento degli arresti produrrà decisioni rapide, allontanamenti effettivi delle persone che non hanno diritto di restare e tutela delle posizioni che invece meritano protezione, gli Stati Uniti avranno rafforzato la capacità dello Stato di governare l’immigrazione.
Se produrrà soprattutto detenzione, contenzioso e procedure sempre più lunghe, il numero dei 51.000 arresti avrà un significato molto diverso.
Il futuro delle politiche migratorie occidentali non si giocherà infatti sulla capacità di scegliere tra due slogan opposti: frontiere aperte oppure deportazioni di massa.
Si giocherà sulla capacità dello Stato di distinguere.
Integrare chi deve restare.
Rimpatriare chi deve partire.
Decidere rapidamente chi appartiene all’una o all’altra categoria.
Questa è la vera sfida.
E questa è anche la differenza tra una politica di semplice repressione dell’immigrazione irregolare e una politica di Integrazione o ReImmigrazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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