Una delle indicazioni più interessanti sul futuro delle politiche migratorie europee arriva, paradossalmente, da una forza politica che ha costruito una parte considerevole della propria identità sulla critica dell’immigrazione. In Germania, Leif-Erik Holm, leader dell’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’immigrazione lavorativa straniera mirata e selettiva.
Secondo quanto riportato il 31 agosto 2026 da DIE ZEIT, sulla base di un lancio dpa, Holm ha sostenuto la necessità di consentire l’ingresso di lavoratori stranieri quando essi rispondano a precise esigenze del mercato del lavoro tedesco, richiamando in particolare la conoscenza della lingua e la destinazione verso settori nei quali esiste una concreta carenza di manodopera.
La dichiarazione merita attenzione non tanto perché rappresenti una conversione dell’AfD a una politica migratoria aperta – interpretazione che sarebbe evidentemente eccessiva – quanto perché mostra quanto stia cambiando la stessa struttura del dibattito europeo sull’immigrazione.
Il punto centrale non sembra più essere semplicemente stabilire se essere favorevoli o contrari all’immigrazione. Una simile contrapposizione, che per molti anni ha dominato il confronto politico europeo, appare progressivamente insufficiente. La questione diventa piuttosto stabilire quale immigrazione ammettere, secondo quali criteri, con quali condizioni di permanenza e quale rapporto debba esistere tra ingresso, lavoro, conoscenza linguistica e integrazione.
È significativo che questa impostazione emerga proprio nell’AfD.
Holm non rinuncia infatti alla linea fortemente restrittiva del partito nei confronti dell’immigrazione irregolare e dei rimpatri. Al contrario, le due posizioni vengono presentate come complementari: maggiore fermezza nei confronti di chi non possiede le condizioni per soggiornare legalmente e, contemporaneamente, disponibilità verso un’immigrazione qualificata, controllata e funzionale alle necessità economiche della Germania.
È una distinzione destinata probabilmente ad assumere un peso crescente nel dibattito europeo.
L’Europa deve infatti confrontarsi contemporaneamente con almeno due esigenze che non possono essere affrontate separatamente. Da un lato vi è la necessità di recuperare effettività nella gestione dell’immigrazione irregolare, delle procedure di rimpatrio e dell’esecuzione delle decisioni amministrative. Dall’altro vi sono sistemi economici e demografici che, in numerosi settori, continuano ad avere bisogno di lavoratori provenienti dall’estero.
Considerare queste due esigenze incompatibili significa continuare a ragionare secondo categorie politiche ormai insufficienti.
Una politica migratoria può essere rigorosa sul controllo delle frontiere e sull’esecuzione dei rimpatri e, nello stesso tempo, organizzare canali di ingresso legale per le persone che possano effettivamente inserirsi nel tessuto economico e sociale. Anzi, proprio la capacità di distinguere queste situazioni potrebbe costituire uno degli elementi fondamentali di una politica migratoria credibile.
Ma la dichiarazione di Holm contiene un elemento ancora più interessante: il riferimento alla lingua tedesca.
La conoscenza linguistica non viene considerata semplicemente come una competenza accessoria del lavoratore straniero. Diventa uno dei criteri attraverso i quali valutare la sua capacità di inserirsi nella società di destinazione. Il lavoro, quindi, non esaurisce il problema dell’immigrazione. L’immigrato non è soltanto forza lavoro: è una persona destinata, almeno potenzialmente, a vivere stabilmente all’interno di una comunità nazionale.
Ed è precisamente in questo passaggio che il tema dell’integrazione torna inevitabilmente al centro.
Per troppo tempo una parte del dibattito europeo ha oscillato fra due estremi: considerare l’immigrazione quasi esclusivamente come una questione umanitaria oppure affrontarla prevalentemente come problema di ordine pubblico e controllo delle frontiere. Entrambe le prospettive colgono aspetti reali, ma nessuna delle due è sufficiente a governare un fenomeno strutturale.
Tra l’ingresso e il rimpatrio esiste infatti uno spazio decisivo: la permanenza.
È in quello spazio che occorre verificare se una persona lavora, conosce progressivamente la lingua, rispetta l’ordinamento, partecipa alla vita economica e sociale e costruisce un rapporto effettivo con la comunità nella quale ha scelto di vivere.
È qui che il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare il baricentro della politica migratoria.
L’integrazione non può continuare a essere considerata una formula generica, affidata esclusivamente alla spontaneità dei percorsi individuali o misurata soltanto attraverso il trascorrere del tempo. Deve diventare un percorso riconoscibile, verificabile e progressivo, collegato alla permanenza dello straniero e accompagnato da strumenti che consentano di misurarne concretamente l’evoluzione.
La stessa conoscenza della lingua, richiamata da Holm come elemento rilevante per l’immigrazione lavorativa, rappresenta soltanto una delle dimensioni possibili. Accanto ad essa devono essere considerate la stabilità lavorativa, la formazione, il rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento, le relazioni sociali, la partecipazione alla comunità e la capacità di costruire nel tempo un’autonomia reale.
Questo non significa trasformare l’integrazione in uno strumento punitivo. Significa, al contrario, attribuirle finalmente un valore giuridico e politico concreto.
Chi costruisce un percorso effettivo di integrazione deve poter vedere riconosciuto quel percorso anche nelle decisioni che riguardano la propria permanenza. Parallelamente, lo Stato deve tornare ad avere la capacità di distinguere tra chi possiede i presupposti per consolidare la propria presenza e chi, non avendo titolo per rimanere, deve essere effettivamente accompagnato verso il rimpatrio.
La dichiarazione proveniente dal Meclemburgo-Pomerania Anteriore è dunque interessante proprio perché dimostra quanto questa distinzione stia progressivamente superando i tradizionali confini politici.
Quando persino una forza come l’AfD riconosce che un’immigrazione lavorativa straniera può essere necessaria, purché selezionata, linguisticamente preparata e collegata alle esigenze della società di destinazione, significa che il vero confronto europeo dei prossimi anni potrebbe non essere più semplicemente tra apertura e chiusura.
Il confronto sarà sempre più tra immigrazione governata e immigrazione subita.
E governare l’immigrazione significa avere il coraggio di tenere insieme ciò che per troppo tempo è stato separato: selezione degli ingressi, legalità della permanenza, lavoro, lingua, integrazione e, quando vengono meno i presupposti per restare, effettività del ritorno.
È su questa capacità di distinguere che si misurerà la credibilità delle future politiche migratorie europee.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
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