I nuovi contratti milionari stipulati dal Governo degli Stati Uniti con società private per la gestione dell’immigrazione irregolare dimostrano quanto possa diventare onerosa una politica migratoria quando interviene soltanto nella fase dell’emergenza.
Negli Stati Uniti il ricorso ad aziende private per la gestione dei centri di trattenimento, dei servizi logistici, del trasporto dei migranti e del supporto operativo alle attività di controllo rappresenta una realtà consolidata da anni. L’attuale rafforzamento di questo modello risponde all’esigenza di aumentare la capacità dello Stato di trattenere, trasferire e rimpatriare gli immigrati irregolari.
Non è questo, però, il dato più interessante.
La vera domanda è perché uno Stato sia costretto a investire miliardi di dollari per gestire le conseguenze dell’immigrazione, anziché investire nella costruzione di un sistema capace di prevenirne il fallimento.
Quando le risorse pubbliche vengono destinate prevalentemente ai controlli, ai trattenimenti, ai trasferimenti e ai rimpatri, significa che il fenomeno migratorio viene affrontato quasi esclusivamente nella sua fase patologica.
Si interviene quando il problema è già esploso.
Una moderna politica migratoria dovrebbe invece iniziare molto prima.
Dovrebbe accompagnare la permanenza dello straniero attraverso un percorso giuridicamente definito, fondato su diritti ma anche su doveri, con criteri oggettivi di valutazione dell’integrazione.
È proprio questa la prospettiva del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il paradigma parte da un presupposto semplice: l’integrazione non può essere considerata un concetto astratto o affidato esclusivamente alla spontaneità dei singoli. Deve diventare un percorso misurabile attraverso indicatori oggettivi, quali il rispetto delle leggi, la partecipazione al lavoro, l’autonomia economica, la conoscenza della lingua, il rispetto dei principi costituzionali e l’effettiva adesione alle regole della convivenza civile.
Quando tale percorso produce risultati positivi, esso rafforza le ragioni della permanenza.
Quando invece il percorso di integrazione fallisce in modo stabile e secondo criteri previamente determinati dalla legge, l’ordinamento deve poter valutare l’attivazione di un percorso di ReImmigrazione, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, delle norme europee e delle valutazioni individuali di ciascun caso concreto.
L’esperienza americana dimostra cosa accade quando il sistema concentra gran parte delle proprie risorse sulla gestione dell’emergenza.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di invertire questa logica.
L’obiettivo non è spendere sempre di più per controllare l’immigrazione irregolare, ma costruire un sistema capace di misurare tempestivamente l’integrazione, premiando chi realizza un autentico percorso di inserimento e intervenendo, prima che il fenomeno degeneri, nei confronti delle situazioni di stabile mancata integrazione.
Una politica migratoria che investe soltanto nei centri di trattenimento e nei rimpatri arriva sempre troppo tardi.
Una politica migratoria che investe nell’integrazione misurabile governa il fenomeno prima che diventi un’emergenza.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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