Negli ultimi trent’anni il centrodestra italiano ha saputo intercettare il disagio di una parte significativa dell’opinione pubblica sul tema dell’immigrazione. Ha cambiato slogan, parole d’ordine e proposte, ma l’obiettivo è rimasto sostanzialmente lo stesso: controllare gli ingressi e ridurre l’immigrazione irregolare.
Negli anni Novanta si parlava di lotta all’immigrazione clandestina. Nei primi anni Duemila arrivò la legge Bossi-Fini, fondata sul principio dell’ingresso legato al lavoro. Successivamente il dibattito si concentrò sulla sicurezza, sul reato di clandestinità, sui respingimenti e sugli accordi con i Paesi di origine.
Con la crisi migratoria del 2015 emersero nuovi slogan: “stop all’invasione”, “prima gli italiani”, “porti chiusi”. Negli anni successivi il tema divenne quello del blocco navale e, più recentemente, quello della remigrazione.
Tutte queste proposte hanno avuto un denominatore comune: si sono concentrate prevalentemente sull’ingresso nel territorio nazionale oppure sull’allontanamento degli stranieri irregolari.
Manca però un tassello fondamentale.
Che cosa accade a chi è già regolarmente presente in Italia?
È sufficiente il possesso di un permesso di soggiorno oppure lo Stato può pretendere qualcosa di più?
È su questa domanda che, a mio avviso, il centrodestra dovrebbe concentrare oggi la propria riflessione.
Il paradigma dell’”Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio per colmare questo vuoto.
Non propone espulsioni indiscriminate né richiami ideologici. Propone invece un principio semplice: il diritto a permanere stabilmente in Italia non può essere completamente scollegato dal percorso di integrazione della persona.
Rispetto delle leggi, conoscenza della lingua italiana, autonomia economica, inserimento sociale, adesione ai valori costituzionali e assenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile dovrebbero diventare elementi centrali delle politiche migratorie.
In questa prospettiva, la reimmigrazione non rappresenta uno slogan, ma l’eventuale conseguenza individuale del mancato rispetto di tali doveri, dopo una valutazione fondata sulla legge e sulle garanzie dello Stato di diritto.
In altre parole, il vero spartiacque non dovrebbe più essere soltanto chi entra, ma anche come vive in Italia.
Il centrodestra ha dedicato trent’anni a discutere di frontiere, sbarchi, porti, ONG e rimpatri. Tutti temi importanti, ma ormai insufficienti.
La sfida del prossimo decennio sarà costruire un sistema che premi chi sceglie realmente di integrarsi e che, al tempo stesso, consenta allo Stato di intervenire nei confronti di chi rifiuta sistematicamente quel percorso.
Se davvero si vuole superare la contrapposizione tra accoglienza indiscriminata e semplice chiusura delle frontiere, occorre cambiare paradigma.
È tempo di passare dagli slogan a una politica dell’immigrazione fondata su diritti, doveri e integrazione.
Forse è proprio questo il terreno sul quale il centrodestra può compiere il suo prossimo salto di qualità.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista UE in materia di Migrazione e Asilo
Registro per la Trasparenza dell’Unione europea – ID 280782895721-36
ORCID: 0009-0007-9018-6995

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