Bologna città antirazzista: quando l’ideologia sostituisce la valutazione dell’integrazione

Bologna non si limita più a dichiararsi una città accogliente. L’amministrazione del sindaco Matteo Lepore ha scelto di definire formalmente il capoluogo emiliano come una città antirazzista e interculturale, trasformando questa impostazione in un criterio trasversale dell’azione amministrativa.

Nel febbraio 2023 la Giunta comunale ha approvato il Piano d’azione locale per una città antirazzista e interculturale, finalizzato alla promozione dell’intercultura e al contrasto del razzismo, delle discriminazioni fondate sull’origine razziale, etnica o religiosa e dei crimini d’odio. Il Piano afferma espressamente l’obiettivo di combattere anche il razzismo “strutturale e istituzionale” e di produrre cambiamenti misurabili nella vita quotidiana delle persone appartenenti ai gruppi definiti “razzializzati”.

Il contrasto alle discriminazioni è un dovere giuridico e istituzionale. Nessuna persona può essere penalizzata nell’accesso alla casa, al lavoro, all’istruzione o ai servizi pubblici a causa della propria origine o della propria religione. Su questo non può esservi ambiguità.

Il problema nasce quando una finalità condivisibile diventa la lente attraverso la quale viene interpretato l’intero fenomeno migratorio.

Se ogni difficoltà vissuta dalla popolazione straniera viene ricondotta prevalentemente alla discriminazione, il rischio è quello di non valutare più con la stessa attenzione altri fattori: la conoscenza della lingua italiana, il livello di istruzione, la stabilità lavorativa, la condizione abitativa, il rispetto delle regole, la partecipazione scolastica dei figli, l’autonomia dai servizi pubblici e la capacità di costruire relazioni con la comunità locale.

La discriminazione può ostacolare l’integrazione. Ma non ogni fallimento dell’integrazione è prodotto dalla discriminazione.

Questa distinzione sembra invece indebolirsi nel modello politico bolognese. Il Piano comunale non si limita a organizzare strumenti di tutela per chi subisce comportamenti discriminatori. Promuove una trasformazione culturale complessiva dell’amministrazione e della città, valorizzando ricorrenze civili e religiose delle diverse comunità, associazioni interculturali, sensibilizzazione sullo ius soli e una più ampia rappresentazione pubblica delle cosiddette nuove cittadinanze.

Nel maggio 2026 il Comune ha inoltre istituito il Forum interculturale delle cittadinanze di Bologna, coinvolgendo direttamente associazioni di comunità e soggetti del Terzo settore nella co-programmazione delle politiche cittadine. Il Forum si inserisce in un percorso che comprende il Piano antirazzista, l’Ufficio Diritti e Città Plurale, il team dei Diversity Manager e il riconoscimento simbolico dello ius soli nello Statuto comunale.

Si tratta di una scelta politica precisa: attribuire alle associazioni interculturali e alle organizzazioni che operano nel settore dei diritti un ruolo strutturato nella definizione delle politiche pubbliche.

La domanda, però, è inevitabile: chi rappresentano davvero queste associazioni?

La popolazione straniera di Bologna non è una comunità omogenea. Nel luglio 2026 il Comune ha comunicato la presenza di oltre 62.500 residenti stranieri, pari al 16% della popolazione cittadina, appartenenti a 155 nazionalità.

Dentro questo universo vi sono lavoratori, imprenditori, studenti, famiglie radicate da decenni, persone naturalizzate, nuovi arrivati, richiedenti asilo e soggetti ancora dipendenti dall’assistenza. Molti stranieri integrati non partecipano ad associazioni identitarie, non frequentano tavoli istituzionali e non chiedono di essere rappresentati attraverso la categoria della provenienza.

L’amministrazione rischia quindi di ascoltare soprattutto la componente organizzata e politicamente attiva della popolazione migrante, mentre rimangono ai margini del confronto sia gli stranieri pienamente integrati sia i residenti italiani che vivono quotidianamente gli effetti delle trasformazioni demografiche nei quartieri, nelle scuole e nel mercato della casa.

Una politica pubblica equilibrata dovrebbe ascoltare tutti: associazioni, insegnanti, imprenditori, sindacati, famiglie, operatori sociali, forze dell’ordine, amministratori condominiali e cittadini dei quartieri. Non soltanto coloro che condividono già la cornice culturale scelta dal Comune.

Il nodo centrale resta comunque la misurazione.

Il Piano antirazzista dichiara di voler produrre cambiamenti significativi e misurabili. Ma quali sono gli indicatori utilizzati per dimostrare che Bologna sia diventata realmente più integrata?

È possibile contare le iniziative realizzate, gli incontri organizzati, le associazioni coinvolte, gli operatori formati e le segnalazioni ricevute dagli sportelli antidiscriminazione. Tutti questi dati misurano l’attività amministrativa. Non misurano necessariamente l’integrazione.

Per valutarla occorrerebbe verificare, nel tempo, il livello linguistico della popolazione straniera, la stabilità dei rapporti di lavoro, l’autonomia abitativa, la dispersione scolastica, il ricorso ai servizi sociali, la concentrazione territoriale delle fragilità, la partecipazione civica e l’incidenza delle situazioni di irregolarità e marginalità.

Bologna dispone di un sistema statistico avanzato e conosce bene la composizione demografica della città. Gli stessi dati comunali mostrano che la presenza straniera è più che raddoppiata in vent’anni e rappresenta ormai una componente strutturale della popolazione.

Proprio per questo non basta più una politica simbolica.

Quando quasi un residente ogni sei possiede una cittadinanza straniera, l’integrazione non può essere affidata soltanto a feste, campagne di sensibilizzazione, riconoscimenti simbolici e tavoli associativi. Deve diventare una politica sottoposta a indicatori precisi e a una verifica pubblica.

Il rischio dell’approccio antirazzista adottato dal Comune è anche quello di delegittimare preventivamente la critica.

Chi chiede di controllare i costi dell’accoglienza, di verificare gli esiti dei progetti, di applicare effettivamente le espulsioni o di valutare l’impatto dell’immigrazione sulla casa e sulla sicurezza non esprime necessariamente un pregiudizio razziale. Formula domande politiche e amministrative alle quali le istituzioni devono rispondere.

Confondere il razzismo con la critica alle politiche migratorie significa impoverire il dibattito democratico.

Il razzismo colpisce una persona per ciò che è. La critica politica valuta ciò che un’amministrazione fa.

Una città autenticamente pluralista dovrebbe difendere entrambe le esigenze: contrastare ogni discriminazione e consentire una discussione libera, anche dura, sulle conseguenze dell’immigrazione e sull’efficacia delle politiche pubbliche.

Nel modello Lepore, invece, l’antirazzismo rischia di diventare una forma di autolegittimazione dell’amministrazione. Bologna si dichiara accogliente, antirazzista e interculturale e, proprio attraverso queste definizioni, tende a rappresentare le proprie politiche come moralmente superiori alle alternative.

Ma un’amministrazione non deve essere giudicata sulle parole con cui descrive se stessa. Deve essere giudicata sui risultati.

Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione non contesta il contrasto alle discriminazioni. Sostiene che esso debba essere inserito in una politica più ampia, fondata anche sulla responsabilità individuale, sulla reciprocità, sulla legalità e sulla misurazione degli esiti.

Chi subisce una discriminazione deve essere tutelato. Chi ha titolo per restare deve poter accedere concretamente alla lingua, al lavoro e alla casa. Chi è integrato deve essere riconosciuto come parte piena della comunità.

Ma chi rifiuta persistentemente le regole, chi non possiede un titolo per la permanenza o chi rimane indefinitamente dipendente dai circuiti assistenziali non può essere considerato automaticamente vittima di una struttura discriminatoria.

La discriminazione va combattuta. Il fallimento dell’integrazione va invece riconosciuto, analizzato e corretto.

Bologna ha scelto di misurare il razzismo.

Adesso dovrebbe avere il coraggio di misurare anche l’integrazione.

Perché quando l’antirazzismo diventa l’unica chiave interpretativa dell’immigrazione, non produce necessariamente una città più giusta.

Può produrre una città meno capace di vedere i propri problemi.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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