Il commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, Magnus Brunner, ha giustificato il dialogo avviato con i talebani sostenendo che non si tratterebbe di una sua iniziativa personale: sarebbero stati gli stessi Stati membri a chiedere alla Commissione europea di coordinare il confronto con le autorità afghane per rendere possibili i rimpatri. Secondo Brunner, quindi, Bruxelles starebbe svolgendo una funzione essenzialmente tecnica, senza riconoscere politicamente il regime di Kabul.
Questa ricostruzione, tuttavia, non è sufficiente. La Commissione europea non può comportarsi come un semplice esecutore delle richieste provenienti dai governi nazionali. Quando apre un canale con un regime non riconosciuto, accusato di gravissime violazioni dei diritti fondamentali, assume una responsabilità politica e giuridica propria. Affermare che sono stati gli Stati a chiedere il dialogo serve a distribuire la responsabilità, ma non elimina il dovere della Commissione di verificare che ogni iniziativa sia compatibile con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e con il principio di non-refoulement.
Il problema non è sostenere che i rimpatri non debbano essere eseguiti. Un sistema migratorio nel quale le decisioni definitive restano prive di conseguenze è destinato a perdere credibilità. Chi non ha diritto alla protezione, non possiede un titolo di soggiorno e non è esposto a un rischio individuale effettivo deve poter essere ricondotto nel Paese di origine. Ma la necessità di rendere effettive le decisioni non autorizza l’Europa a trasformare il rimpatrio in un risultato statistico.
Brunner insiste sulla necessità di creare canali operativi, soprattutto per il ritorno di persone considerate pericolose o condannate per reati. Tuttavia, anche nei confronti di questi soggetti rimane assoluto il divieto di consegnare una persona a un’autorità che possa sottoporla a tortura, persecuzione o trattamenti inumani. La gravità della condotta commessa in Europa può giustificare l’espulsione dal territorio, ma non rende lecito qualsiasi luogo di destinazione.
La criticità maggiore sta nel fatto che, una volta costruito un meccanismo europeo di riammissione, nascerà inevitabilmente una pressione affinché esso venga utilizzato. Il successo politico dell’operazione sarà misurato attraverso il numero dei rimpatri effettuati. Il rischio è che la valutazione individuale del pericolo venga percepita come un ostacolo amministrativo alla produttività del sistema, anziché come il presupposto indispensabile della sua legalità.
Il dialogo definito “tecnico” presenta inoltre conseguenze che tecniche non sono. La delegazione talebana ricevuta a Bruxelles ha descritto l’incontro come storico e ha collegato i colloqui non soltanto ai rimpatri, ma anche alla costruzione della fiducia e alla presenza diplomatica afghana in Europa. Pur in assenza di un riconoscimento formale, l’interlocuzione attribuisce inevitabilmente al regime una legittimazione politica e la possibilità di presentarsi come partner necessario dell’Unione.
La Commissione avrebbe quindi dovuto indicare preventivamente limiti e garanzie: quali dati personali potranno essere comunicati alle autorità talebane, come sarà verificata la sorte delle persone rimpatriate, quali soggetti indipendenti potranno controllarne le condizioni e quali conseguenze seguiranno alla violazione degli impegni eventualmente assunti da Kabul. Senza queste risposte, il richiamo al carattere tecnico dei colloqui appare soprattutto una formula politica per evitare il nodo centrale.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” richiede che le decisioni dello Stato siano effettive. Chi si integra rimane; chi rifiuta o fallisce l’integrazione entra nel percorso di ReImmigrazione. Ma la ReImmigrazione è un paradigma giuridico, non un meccanismo quantitativo di espulsione. Presuppone una decisione individuale, l’assenza di un diritto alla protezione e la possibilità concreta di realizzare il ritorno senza violare i diritti fondamentali.
Brunner avrebbe dovuto assumersi apertamente la responsabilità della scelta europea, anziché limitarsi a richiamare la richiesta degli Stati membri. Il rimpatrio deve tornare a essere una decisione effettiva, ma non può diventare un obiettivo numerico da raggiungere a costo di affidare ai talebani persone, informazioni e una legittimazione che l’Unione continua formalmente a negare.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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