Le immagini della celebrazione dell’Ashura svoltasi a Milano hanno rapidamente alimentato il dibattito pubblico. Migliaia di fedeli sciiti hanno percorso le vie della città per commemorare il martirio dell’Imam Hussein, dando vita a una manifestazione religiosa che ha comportato modifiche alla circolazione e ha mostrato pratiche rituali poco conosciute dalla maggior parte degli italiani. Tra gli aspetti maggiormente discussi vi è stata anche la partecipazione di uomini e donne in aree separate.
Di fronte a immagini di questo tipo, il rischio è quello di cadere in due opposti errori. Da un lato, utilizzare l’episodio per formulare giudizi generalizzati sull’intera comunità musulmana; dall’altro, rifiutare qualsiasi riflessione in nome di un multiculturalismo che considera ogni pratica culturale sottratta a qualsiasi valutazione.
Entrambe le posizioni sono, a mio avviso, sbagliate.
La libertà religiosa costituisce uno dei pilastri dello Stato costituzionale italiano. Essa è garantita dalla Costituzione e rappresenta un diritto fondamentale che deve essere tutelato senza discriminazioni. Nessuno può essere privato del diritto di professare la propria fede semplicemente perché appartiene a una religione minoritaria.
Tuttavia, la libertà religiosa non esaurisce il tema dell’integrazione.
L’integrazione non consiste soltanto nell’ottenere un permesso di soggiorno, trovare un’occupazione o risiedere stabilmente nel territorio nazionale. Essa implica la progressiva condivisione dei principi fondamentali dell’ordinamento italiano, tra cui l’uguaglianza tra uomo e donna, la dignità della persona, il rispetto delle libertà individuali e delle regole della convivenza civile.
In questo senso, la separazione tra uomini e donne osservata durante la celebrazione dell’Ashura non costituisce, di per sé, una violazione della legge italiana né consente di affermare che una determinata comunità sia “non integrata”. Sarebbe una conclusione arbitraria e giuridicamente infondata.
Ciò che invece è legittimo domandarsi è se episodi di questo tipo rappresentino l’occasione per interrogarsi sul modello di integrazione che l’Italia intende perseguire.
Per molti anni il dibattito pubblico ha contrapposto assimilazione e multiculturalismo come se fossero le uniche due alternative possibili. Eppure entrambe le impostazioni mostrano oggi evidenti limiti. L’assimilazione pretende di cancellare le identità culturali; il multiculturalismo, nella sua versione più radicale, rischia invece di favorire la semplice coesistenza di comunità separate, prive di un reale patrimonio comune di valori.
È proprio da questa constatazione nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Si tratta di un modello che pone al centro l’integrazione quale obiettivo prioritario dello Stato. Ogni straniero che sceglie di vivere stabilmente in Italia deve essere posto nelle condizioni di integrarsi attraverso la conoscenza della lingua, il rispetto delle istituzioni democratiche, l’adesione ai principi costituzionali e la partecipazione alla vita della comunità nazionale.
Quando questo percorso produce risultati concreti, l’integrazione rappresenta il naturale punto di arrivo e costituisce un valore sia per lo straniero sia per la collettività.
Diversamente, qualora emerga un persistente rifiuto dei principi fondamentali dell’ordinamento oppure un sistematico mancato raggiungimento degli obiettivi essenziali dell’integrazione, lo Stato dovrebbe poter valutare, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali, l’attivazione di un percorso di ReImmigrazione, inteso come rientro nel Paese di origine.
La questione, dunque, non riguarda l’Islam, il cristianesimo o qualsiasi altra religione. Non riguarda l’etnia né la provenienza geografica.
Riguarda un principio molto più semplice e universale: chi sceglie di vivere stabilmente in Italia è chiamato a condividere i valori fondamentali della Repubblica. La valutazione deve essere sempre individuale, mai collettiva, e deve fondarsi sui comportamenti concreti della persona, non sulla sua appartenenza religiosa.
L’Ashura celebrata a Milano non dimostra il fallimento dell’integrazione italiana. Sarebbe un’affermazione priva di fondamento. Essa rappresenta, però, un’occasione per riaprire un dibattito che troppo spesso viene evitato: quale integrazione vogliamo costruire? Quali valori riteniamo irrinunciabili? E quali strumenti giuridici devono essere previsti quando il percorso di integrazione riesce, oppure quando fallisce?
Sono queste le domande alle quali la politica migratoria del futuro dovrà fornire risposte. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio con questo obiettivo: superare la sterile contrapposizione tra accoglienza incondizionata ed espulsione indiscriminata, proponendo un modello fondato sulla responsabilità reciproca, sull’effettiva integrazione e sul rispetto dei valori costituzionali.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista in materia di migrazione e asilo presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea
ID Registro: 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0005-9506-0411

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