Il recente intervento dell’europarlamentare Anna Cisint ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema della remigrazione. Richiamando l’esperienza svedese e le più recenti iniziative dell’Unione europea in materia di rimpatri, Cisint sostiene che la remigrazione non sia né impossibile né incivile, ma rappresenti uno strumento concreto per affrontare le criticità derivanti da politiche migratorie ritenute inefficaci.
È un dibattito destinato a crescere e che merita di essere affrontato senza slogan e senza pregiudizi.
Proprio per questo ritengo necessario introdurre una distinzione che, fino ad oggi, è rimasta sostanzialmente assente nel confronto pubblico.
La remigrazione e la ReImmigrazione non sono la stessa cosa.
Il termine remigrazione, così come sviluppatosi nel dibattito politico europeo, trae origine da elaborazioni maturate principalmente in Francia e in Germania. In alcune delle sue formulazioni originarie, esso si caratterizza per un’impostazione che prende in considerazione categorie generali di popolazione, privilegiando una prospettiva collettiva piuttosto che la specifica situazione del singolo individuo.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, che ho elaborato, si colloca invece su un piano completamente diverso.
Esso nasce da una domanda preliminare, che ritengo sia stata troppo spesso trascurata: lo Stato ha realmente costruito un percorso di integrazione capace di essere valutato in modo oggettivo?
Per decenni la politica migratoria italiana si è concentrata prevalentemente sull’ingresso e sul soggiorno dello straniero oppure, all’estremo opposto, sul suo allontanamento dal territorio nazionale. È mancato, invece, un sistema capace di verificare se il processo di integrazione abbia effettivamente raggiunto il suo obiettivo.
È proprio questa lacuna che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” intende colmare.
L’integrazione costituisce il punto di partenza e rappresenta il fine prioritario della politica migratoria.
Lo Stato ha il dovere di mettere ogni persona nelle condizioni di integrarsi, garantendo strumenti concreti per l’apprendimento della lingua italiana, l’accesso al lavoro, la conoscenza dei diritti e dei doveri, la partecipazione alla vita della comunità e la comprensione dei principi fondamentali della Costituzione.
Parallelamente, ogni straniero è chiamato a dimostrare, attraverso la propria condotta, una reale volontà di condividere quei valori che costituiscono il fondamento della convivenza democratica: il rispetto della legalità, della dignità della persona, dell’uguaglianza tra uomo e donna, della libertà religiosa e delle istituzioni repubblicane.
La differenza rispetto alla remigrazione è profonda.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non valuta le persone sulla base della loro origine nazionale, della loro appartenenza etnica, della cultura di provenienza o della religione professata.
L’unico elemento rilevante è la traiettoria individuale di integrazione.
Ogni valutazione deve riguardare esclusivamente il percorso della singola persona.
Quando tale percorso produce un’effettiva integrazione, la permanenza sul territorio nazionale trova piena giustificazione nell’interesse della collettività e dello stesso straniero.
Solo quando, nonostante gli strumenti concretamente messi a disposizione dallo Stato, emerga il fallimento stabile e oggettivamente verificabile del processo di integrazione, può porsi il tema della ReImmigrazione.
Essa non rappresenta una misura collettiva né una risposta fondata sull’appartenenza a una determinata comunità.
Costituisce, piuttosto, un istituto giuridico individuale, applicabile caso per caso, nel pieno rispetto della Costituzione italiana, del diritto dell’Unione europea, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e degli obblighi internazionali assunti dallo Stato.
È proprio questa impostazione a rendere il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” compatibile con il sistema costituzionale.
La Repubblica è chiamata, da un lato, a garantire i diritti fondamentali della persona e, dall’altro, a tutelare la coesione sociale, la sicurezza pubblica e il rispetto delle regole della convivenza civile.
L’una esigenza non esclude l’altra.
Anzi, soltanto una politica migratoria che attribuisca pari importanza ai diritti e ai doveri può realizzare un equilibrio coerente con i principi costituzionali.
Per questa ragione considero il dibattito aperto da Anna Cisint un’occasione importante.
Non perché la remigrazione e la ReImmigrazione coincidano, ma perché offre l’opportunità di chiarire una distinzione essenziale.
Prima ancora di discutere di rimpatri, occorre interrogarsi sulla qualità delle politiche di integrazione.
Se l’integrazione diventa un percorso serio, verificabile e fondato sulla responsabilità reciproca, la ReImmigrazione non costituisce il presupposto della politica migratoria, ma soltanto il suo esito residuale, applicabile esclusivamente quando la traiettoria individuale dell’integrazione abbia dimostrato, in modo oggettivo, il proprio definitivo fallimento.
È questa, a mio avviso, la differenza sostanziale tra la remigrazione oggi proposta nel dibattito politico europeo e il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: la prima prende avvio dalla questione del ritorno; il secondo parte dalla persona, dal suo percorso individuale e dalla verifica dell’effettiva integrazione nella comunità nazionale.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo
ID Registro: 280782895721-36
ORCID: https://orcid.org/0009-0005-9506-0411

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