Immigrazione, oltre il “negazionismo”: l’integrazione si misura con lavoro, lingua e rispetto delle regole

Nell’articolo di Mattia Bene, “Galli della Loggia: ‘La sinistra sui migranti è negazionista. Al Pd piace Sanchez? Ognuno si sceglie i miti che vuole…’”, pubblicato su Secolo d’Italia l’11 agosto 2026 alle ore 9:42, vengono riprese alcune considerazioni dello storico Ernesto Galli della Loggia contenute in un’intervista a Libero. Il punto centrale è una critica alla difficoltà di una parte della sinistra italiana nel riconoscere gli effetti problematici dell’immigrazione irregolare e nel costruire una politica migratoria che non sia prigioniera di categorie ideologiche.

Secondo Galli della Loggia, la formula dell’“accogliamoli tutti” avrebbe ormai perso forza, ma sarebbe stata sostituita da un atteggiamento che tende a minimizzare le conseguenze negative dell’arrivo irregolare di grandi numeri di persone. Nel confronto europeo, lo storico richiama anche il caso della socialdemocrazia danese guidata da Mette Frederiksen, come esempio di una sinistra che ha adottato politiche più rigorose sull’immigrazione senza rinunciare alla propria identità politica.

Il problema posto è reale, ma il dibattito rischia ancora una volta di fermarsi alla contrapposizione tra chi minimizza gli effetti dell’immigrazione e chi, al contrario, tende a rappresentarla prevalentemente come un problema.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova a collocarsi fuori da questa alternativa.

Il suo secondo pilastro parte da un principio semplice: l’integrazione non può essere presunta, deve essere verificabile. E per essere verificabile deve essere costruita intorno a parametri sufficientemente chiari da consentire allo Stato di comprendere se il percorso individuale dello straniero stia effettivamente procedendo verso una stabile inclusione nella società italiana.

I tre indicatori fondamentali sono lavoro, conoscenza della lingua italiana e rispetto delle regole.

Non si tratta di pretendere che tre elementi possano descrivere integralmente la complessità di una persona. Si tratta, più pragmaticamente, di individuare alcuni presupposti essenziali senza i quali parlare di integrazione rischia di diventare un’affermazione puramente retorica.

Il primo è il lavoro.

Il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di reddito. Nell’ordinamento costituzionale italiano costituisce uno degli strumenti fondamentali della partecipazione alla vita sociale. Per lo straniero significa autonomia economica, contribuzione al sistema pubblico, contatto quotidiano con la società e progressivo superamento della dipendenza dalle reti assistenziali o esclusivamente comunitarie.

Naturalmente non può essere utilizzato come parametro meccanico. La perdita temporanea dell’occupazione, una malattia, una situazione familiare o una difficoltà economica non possono trasformarsi automaticamente in un giudizio di mancata integrazione. Ma una politica migratoria che rinunciasse completamente a valutare l’inserimento lavorativo perderebbe uno degli indicatori più concreti dell’effettiva partecipazione alla società.

Il secondo parametro è la lingua italiana.

Una società non può costruire integrazione senza una lingua comune. Conoscere l’italiano significa poter comprendere le istituzioni, accedere realmente ai servizi, partecipare alla scuola dei propri figli, conoscere i propri diritti e i propri doveri e interagire autonomamente con la comunità nella quale si vive.

Anche in questo caso il nostro ordinamento non parte da zero. La conoscenza della lingua è già rilevante in diversi percorsi connessi alla permanenza e alla stabilizzazione dello straniero. Il problema è trasformarla da requisito episodico in parte di un percorso coerente di integrazione.

Il terzo indicatore è il rispetto delle regole.

È probabilmente quello che richiede maggiore cautela giuridica. Non può significare che ogni violazione, ogni sanzione o ogni errore determini automaticamente un giudizio negativo sulla persona. Significa però riconoscere che la stabile appartenenza ad una comunità presuppone il rispetto delle sue norme fondamentali.

Lo Stato non può chiedere integrazione e contemporaneamente considerare irrilevante la reiterata violazione delle regole che disciplinano la convivenza sociale.

Lavoro, lingua e rispetto delle regole permettono così di spostare il dibattito da un terreno ideologico a uno individuale e verificabile.

Ed è proprio questo il limite delle due narrazioni contrapposte che dominano da anni il confronto sull’immigrazione.

Dire che l’immigrazione rappresenta necessariamente una risorsa è una generalizzazione. Dire che rappresenta necessariamente una minaccia lo è altrettanto.

La domanda corretta dovrebbe essere un’altra: questa persona sta costruendo un percorso di integrazione?

Se lavora, conosce progressivamente la lingua, rispetta le regole e costruisce una propria autonomia, lo Stato dovrebbe avere interesse a favorirne la stabilizzazione.

Quando invece, dopo un periodo significativo e nonostante gli strumenti messi a disposizione, questi elementi continuano strutturalmente a mancare, la politica migratoria deve poter affrontare anche la questione della permanenza.

È qui che il secondo pilastro si collega all’intero paradigma.

La verifica dell’integrazione non serve a costruire classifiche tra stranieri né a trasformare l’immigrazione in un sistema di sorveglianza. Serve a dare contenuto concreto alla stessa parola integrazione.

Perché una politica fondata esclusivamente sui diritti rischia di diventare incompleta se non individua anche responsabilità. Allo stesso modo, una politica costruita esclusivamente sul controllo e sul rimpatrio rinuncia alla possibilità di distinguere chi ha effettivamente costruito il proprio percorso nella società italiana.

Superare quello che Galli della Loggia definisce “negazionismo” dovrebbe quindi significare soprattutto accettare la realtà per come si presenta, senza generalizzazioni favorevoli o negative.

Ci sono percorsi di integrazione riusciti. Ci sono percorsi difficili che devono essere sostenuti. E ci sono situazioni nelle quali l’integrazione non si realizza.

Uno Stato maturo deve essere capace di distinguere queste situazioni.

Per farlo non servono slogan. Servono criteri.

Lavoro, lingua e rispetto delle regole possono rappresentare il punto di partenza per trasformare l’integrazione da promessa politica a parametro concreto della politica migratoria.

Ed è precisamente questa la funzione del secondo pilastro del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: togliere l’immigrazione dal terreno delle presunzioni ideologiche e riportarla su quello della verifica individuale.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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