Da oltre vent’anni la destra italiana cerca di costruire una politica capace di controllare l’immigrazione irregolare, governare gli ingressi e rendere effettivi gli allontanamenti. In questo lungo arco temporale sono cambiate le formule, gli strumenti e i protagonisti: dalla Bossi-Fini ai respingimenti, dai porti chiusi al blocco navale, fino all’attuale dibattito sulla remigrazione rilanciato da Roberto Vannacci.
Leggere questa storia soltanto come una successione di slogan sarebbe però troppo semplice. Le diverse stagioni hanno prodotto norme, decisioni amministrative, accordi internazionali e cambiamenti reali. Il punto oggi è un altro: verificare quali problemi siano stati effettivamente risolti e quali, invece, continuino a ripresentarsi nonostante venticinque anni di interventi.
La legge Bossi-Fini rappresentò il tentativo più organico di collegare immigrazione e lavoro, rafforzando nello stesso tempo gli strumenti destinati al contrasto della permanenza irregolare. L’intuizione era chiara: l’ingresso doveva essere governato sulla base di esigenze reali e la permanenza doveva dipendere dall’esistenza di condizioni giuridiche precise.
Quel modello, tuttavia, si è progressivamente scontrato con un mercato del lavoro che spesso richiede manodopera già presente sul territorio e con una macchina amministrativa incapace di trasformare rapidamente domanda di lavoro, ingresso regolare e rilascio del titolo di soggiorno in un unico procedimento efficiente.
Il problema non era quindi soltanto la legge. Era la distanza tra norma e amministrazione.
La fase dei respingimenti ha successivamente spostato il baricentro verso la frontiera. L’obiettivo era intervenire prima dell’ingresso, riducendo le partenze e impedendo che l’irregolarità si consolidasse sul territorio. Anche questa esperienza ha però dimostrato che la gestione dei flussi non può prescindere dai limiti derivanti dal diritto internazionale, europeo e dalla tutela individuale.
Con Matteo Salvini il tema si è trasformato nella formula dei porti chiusi. Il messaggio aveva una forza politica evidente: affermare che lo Stato dovesse tornare a decidere chi potesse accedere al proprio territorio. Anche qui vennero adottati strumenti normativi concreti e il tema degli sbarchi entrò stabilmente nel confronto europeo.
Ma ancora una volta emerse un limite strutturale.
Controllare le navi non significa controllare l’intero fenomeno migratorio.
Si può ridurre una rotta, modificare le modalità degli sbarchi, negoziare redistribuzioni europee. Rimane però il problema delle persone già presenti in Italia, delle domande di protezione, dei permessi di soggiorno, dell’integrazione e soprattutto della concreta esecuzione degli allontanamenti.
Con Giorgia Meloni il concetto di blocco navale ha rappresentato un ulteriore tentativo di intervenire a monte, impedendo le partenze attraverso una dimensione internazionale. Una volta al Governo, quella prospettiva si è tradotta in strumenti diversi: cooperazione con Paesi terzi, contrasto alle partenze, procedure accelerate e modello Albania.
La sostanza della questione, però, è rimasta invariata: la politica può individuare l’obiettivo, ma è l’amministrazione che deve renderlo praticabile.
Oggi Roberto Vannacci e Futuro Nazionale riportano al centro del dibattito la remigrazione.
È un passaggio che merita attenzione, non una liquidazione preventiva.
La remigrazione pone infatti una domanda che la politica italiana non può continuare ad evitare: che cosa accade quando una persona non possiede più le condizioni per restare nel territorio nazionale? Uno Stato che assume una decisione di allontanamento ma non riesce a darle esecuzione perde progressivamente capacità di governo.
Ma proprio i venticinque anni trascorsi dalla Bossi-Fini dovrebbero suggerire un cambio di prospettiva.
Non basta rendere più severa la decisione finale. Bisogna costruire tutto ciò che viene prima e tutto ciò che viene dopo.
È su questo punto che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire un contributo tecnico alla nuova fase del dibattito.
Il primo pilastro è la permanenza condizionata come fondamento giuridico.
La politica italiana si è concentrata per anni soprattutto sugli ingressi. Ma una volta che una persona entra, regolarmente o irregolarmente, lo Stato deve essere capace di seguirne la posizione nel tempo.
La permanenza non dovrebbe dipendere soltanto dal trascorrere degli anni. Deve essere collegata all’esistenza di condizioni giuridiche verificabili.
Questo conduce al secondo pilastro: l’integrazione verificabile attraverso lavoro, lingua e rispetto delle regole.
La vera innovazione sarebbe smettere di trattare l’integrazione come un concetto indeterminato.
Se è un obiettivo dello Stato, deve diventare misurabile.
Lavoro significa autonomia economica e partecipazione. Lingua significa capacità di interagire con la società e le istituzioni. Rispetto delle regole significa adesione ai principi fondamentali della convivenza.
Nessuno di questi parametri deve diventare un automatismo. Ma insieme possono consentire di comprendere se il percorso individuale stia procedendo verso una reale stabilizzazione.
Qui si inserisce anche il quarto pilastro, l’Accordo di integrazione come strumento ordinario di verifica.
L’Italia possiede già questo istituto. Il problema è che è rimasto marginale rispetto al funzionamento concreto del sistema. Utilizzarlo realmente, aggiornarlo e collegarlo alla verifica periodica del percorso individuale significherebbe trasformare un principio già presente nell’ordinamento in una vera politica pubblica.
E quando, nonostante un percorso definito e verificato, vengono meno i presupposti per la permanenza, interviene il settimo pilastro: la ReImmigrazione come esito fisiologico del sistema.
È qui che il paradigma può dialogare anche con il concetto di remigrazione, senza sovrapporsi ad esso.
La ReImmigrazione non è un’operazione collettiva, né una misura emergenziale. È l’esito individuale di un procedimento nel quale lo Stato ha prima identificato la persona, verificato il titolo di soggiorno, favorito l’integrazione e valutato nel tempo la permanenza delle condizioni previste dalla legge.
Solo alla fine, quando quelle condizioni non esistono più e non vi sono ostacoli giuridici all’allontanamento, il ritorno deve essere effettivamente eseguito.
Questo è il punto sul quale le esperienze precedenti possono insegnare molto alla nuova destra.
Il problema italiano non è mai stato soltanto decidere un’espulsione.
È stato eseguirla.
Per farlo servono identificazione certa, documenti di viaggio, rapporti consolari efficaci, accordi con i Paesi di origine, strutture di trattenimento funzionanti e personale specializzato.
Da qui il nono pilastro: una Polizia dell’Immigrazione specializzata.
Un corpo professionalmente dedicato alla materia consentirebbe di separare le funzioni, attribuire responsabilità precise e seguire in maniera continuativa le posizioni amministrative.
E da qui anche il decimo pilastro: un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, capace di offrire una regia unitaria a competenze oggi distribuite tra amministrazioni diverse.
Questa è forse la vera lezione che va dalla Bossi-Fini a Vannacci.
Ogni stagione ha individuato correttamente una parte del problema.
La Bossi-Fini ha posto il tema del rapporto tra lavoro e soggiorno.
I respingimenti hanno posto il tema della frontiera.
I porti chiusi hanno posto il tema del controllo degli sbarchi.
Il blocco navale ha posto il tema della prevenzione delle partenze.
La remigrazione pone oggi il tema del ritorno.
Quello che ancora manca è il collegamento organico tra tutte queste fasi.
Per questo la nuova fase politica non dovrebbe rinnegare quanto è stato fatto. Dovrebbe utilizzarlo.
Dopo venticinque anni esiste ormai un patrimonio di esperienza sufficiente per comprendere che nessuna misura, considerata isolatamente, può funzionare.
La remigrazione può diventare un passaggio importante se viene trasformata da parola politica in procedura amministrativa ordinaria.
E il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire proprio questa architettura: ingresso controllato, identificazione certa, permanenza condizionata, integrazione verificabile, decisione individuale ed eventuale ritorno effettivo.
La destra italiana non ha bisogno necessariamente di un’altra promessa.
Ha bisogno di mettere a sistema ciò che ha imparato in venticinque anni di governo dell’immigrazione.
Se l’obiettivo di Vannacci e della nuova destra è rendere realmente governabile il fenomeno migratorio, la sfida decisiva non sarà quindi trovare una formula più forte delle precedenti.
Sarà costruire l’amministrazione capace di applicarla.
È su questo terreno che il confronto può diventare finalmente maturo: non tra chi vuole più o meno immigrazione, ma tra chi continua a proporre misure isolate e chi prova a costruire un sistema nel quale integrazione e ritorno siano entrambi esiti concreti, prevedibili e governabili dallo Stato.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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