La lingua italiana come infrastruttura civile: corsi di prossimità per adulti e famiglie

La conoscenza della lingua italiana è uno dei tre indicatori centrali del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, insieme al lavoro e al rispetto delle regole. Non si tratta di un requisito formale, ma della condizione attraverso la quale una persona può comprendere i propri diritti, adempiere ai propri doveri, lavorare, dialogare con la scuola e utilizzare correttamente i servizi pubblici.

Senza lingua non esiste vera autonomia. Esiste dipendenza dagli intermediari, difficoltà nei rapporti con le istituzioni e rischio di isolamento all’interno della sola comunità familiare o nazionale.

Per questa ragione, la conoscenza dell’italiano deve essere considerata un dovere di integrazione. Tuttavia, limitarsi a pretendere tale conoscenza senza rendere concretamente accessibili i percorsi di apprendimento sarebbe insufficiente e, in molti casi, ipocrita.

In una realtà come Malalbergo, l’offerta linguistica dovrebbe essere costruita sulla vita reale delle persone. Corsi organizzati soltanto in orari lavorativi, in sedi lontane o attraverso percorsi troppo lunghi rischiano di escludere proprio coloro che ne avrebbero maggiore necessità: lavoratori, madri con figli piccoli e persone prive di mezzi di trasporto autonomi.

La proposta potrebbe essere quella di attivare corsi di prossimità, brevi, modulari e distribuiti sul territorio, utilizzando edifici comunali, scuole, biblioteche, centri civici e sedi associative. Le lezioni potrebbero svolgersi in orario serale o nei fine settimana, in modo compatibile con il lavoro e con gli impegni familiari.

Accanto ai corsi generali di alfabetizzazione, sarebbe utile introdurre moduli pratici, collegati alle esigenze quotidiane.

Un primo percorso potrebbe riguardare l’italiano per il lavoro: comprensione delle istruzioni, sicurezza, lettura del contratto, comunicazione con il datore di lavoro e conoscenza dei principali diritti e doveri del lavoratore.

Un secondo modulo dovrebbe essere rivolto ai rapporti con la scuola: colloqui con gli insegnanti, comunicazioni scolastiche, giustificazione delle assenze, iscrizioni e orientamento dei figli.

Altri percorsi potrebbero riguardare l’accesso ai servizi sanitari, il linguaggio amministrativo necessario per comprendere moduli e comunicazioni pubbliche, nonché l’educazione civica e la conoscenza delle istituzioni.

Questa impostazione avrebbe un valore concreto anche per le famiglie. Quando i genitori non comprendono la lingua, i figli finiscono spesso per diventare traduttori impropri nei rapporti con la scuola, con i medici e con gli uffici. È una responsabilità che non dovrebbe ricadere sui minori e che può produrre squilibri all’interno del nucleo familiare.

I corsi di prossimità potrebbero essere organizzati attraverso la collaborazione tra Comune, scuola, associazioni, volontariato e soggetti già impegnati nell’insegnamento dell’italiano. Non sarebbe necessario creare una nuova struttura permanente. Sarebbe sufficiente coordinare le risorse disponibili, individuare le fasce orarie più accessibili e verificare periodicamente la partecipazione e i risultati.

Anche in questo ambito, la misurazione dovrebbe essere semplice e trasparente: numero di corsi attivati, partecipanti effettivi, continuità della frequenza, livelli linguistici raggiunti e capacità di utilizzare in autonomia i servizi del territorio.

Il principio deve essere chiaro: la lingua è un dovere di integrazione, ma le istituzioni devono rendere possibile l’adempimento di quel dovere.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non può chiedere responsabilità soltanto allo straniero. Deve chiedere anche alle istituzioni di predisporre strumenti accessibili, seri e verificabili. Una volta offerte condizioni concrete di apprendimento, però, la partecipazione non può essere considerata facoltativa o irrilevante.

A Malalbergo, una rete di corsi linguistici di prossimità potrebbe diventare una delle prime realizzazioni visibili del progetto. Perché parlare la stessa lingua non risolve ogni problema, ma senza una lingua comune nessuna comunità può davvero riconoscersi come tale.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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