Bologna continua a presentare il proprio sistema di accoglienza come un modello nazionale. Quando, però, si osservano i numeri dei minori stranieri non accompagnati, emerge una realtà più problematica: la città ha costruito un apparato molto esteso, ma sottoposto a una pressione continua, costretto negli anni ad attivare soluzioni straordinarie e sempre più vicino al limite della propria capacità.
Il report pubblicato il 10 giugno 2026 da BolognaCares indica che, nel solo 2025, il progetto SAI metropolitano ha accolto complessivamente 515 minori stranieri non accompagnati, provenienti da trenta diverse nazionalità. Nello stesso anno il sistema ha accolto anche 1.797 persone nella categoria ordinaria e 139 persone inserite nei percorsi per disagio sanitario o mentale. Complessivamente, quindi, l’accoglienza metropolitana ha coinvolto 2.451 persone, delle quali oltre una su cinque era un minore arrivato senza genitori o altri adulti legalmente responsabili.
Il dato dei 515 minori non rappresenta il numero dei presenti in un singolo giorno, ma quello dei ragazzi transitati nel progetto durante l’intero anno. Resta comunque un numero molto elevato, soprattutto perché ciascun minore richiede una presa in carico particolarmente complessa: collocamento in una struttura adeguata, apertura della tutela, assistenza sanitaria, istruzione, mediazione linguistica, regolarizzazione documentale, accompagnamento psicologico e preparazione all’autonomia dopo il compimento dei diciotto anni.
Non si tratta, dunque, di aggiungere semplicemente un posto letto. Ogni ingresso produce obblighi giuridici e sociali che devono essere garantiti fino alla costruzione di un percorso credibile verso l’età adulta.
La pressione non nasce oggi. Già negli anni precedenti il sistema bolognese aveva dovuto affiancare al SAI interventi aggiuntivi. Nel 2022 furono accolti fuori dal circuito ordinario 357 minori non accompagnati; nel 2023 gli interventi extra-SAI interessarono altri 281 minori. Nello stesso periodo il SAI metropolitano era passato dai 294 posti del 2015 a quasi duemila posti complessivi, distribuiti in centinaia di strutture.
Questi numeri mostrano che l’eccezione è progressivamente diventata ordinaria. Quando un sistema deve ricorrere ripetutamente a posti aggiuntivi e soluzioni extra-SAI, non è sufficiente definirlo “diffuso” o “inclusivo”. Bisogna riconoscere che la capacità programmata non è stata in grado di assorbire stabilmente la domanda.
La situazione bolognese si colloca, del resto, dentro un fenomeno nazionale ancora molto consistente. Al 31 dicembre 2025 risultavano presenti in Italia 17.011 minori stranieri non accompagnati. L’88,6% era di genere maschile e quasi il 79% aveva sedici o diciassette anni; i soli diciassettenni rappresentavano circa il 58% del totale. Le cittadinanze più numerose erano quella egiziana, con 5.159 minori, quella ucraina, con 2.963, e quella bangladese, con 1.703.
Questo profilo anagrafico è decisivo. La maggior parte dei ragazzi arriva molto vicina alla maggiore età. Le amministrazioni dispongono quindi di pochi mesi per identificarli correttamente, inserirli nella scuola o nella formazione professionale, avviare l’apprendimento dell’italiano, costruire un percorso lavorativo e prepararli all’uscita dal sistema minorile.
È una corsa contro il tempo. E quando il tempo non è sufficiente, il rischio è che il ragazzo compia diciotto anni senza aver raggiunto una reale autonomia, passando dalla tutela minorile alla precarietà abitativa, al lavoro irregolare o a una nuova dipendenza dai servizi sociali.
Il dato regionale conferma la pressione. Nel 2025 l’Emilia-Romagna disponeva nella rete SAI di 587 posti dedicati ai minori stranieri non accompagnati. Secondo il rapporto del Ministero del Lavoro, tutti i 587 posti risultavano occupati, senza disponibilità libera. La regione ospitava inoltre 124 strutture SAI per minori, uno dei numeri più elevati dell’Italia settentrionale.
Questo è il significato concreto della saturazione: non un giudizio contro i minori, che devono essere protetti in forza della legge e delle convenzioni internazionali, ma la constatazione che la capacità ordinaria disponibile risulta interamente assorbita.
Eppure il Comune continua a utilizzare la dimensione dell’accoglienza come prova del successo del proprio modello. Ma essere il sistema che accoglie più persone non significa necessariamente essere quello che le integra meglio.
La grandezza dell’apparato misura la quantità dell’intervento. Non dimostra la qualità degli esiti.
Per valutare davvero il modello Lepore bisognerebbe conoscere quanti dei 515 minori accolti nel 2025 abbiano frequentato regolarmente la scuola, quanti abbiano conseguito la licenza media, quanti abbiano raggiunto un livello verificabile di conoscenza dell’italiano, quanti siano stati inseriti in un percorso professionale e quanti, dopo il compimento dei diciotto anni, abbiano ottenuto un lavoro e una sistemazione abitativa stabile.
Occorrerebbe inoltre sapere quanti si siano allontanati dalle strutture, quanti abbiano interrotto il percorso, quanti abbiano avuto bisogno di proseguire l’assistenza oltre la maggiore età e quanti siano diventati realmente autonomi dopo sei, dodici e ventiquattro mesi.
Senza questi dati, il Comune racconta soprattutto gli ingressi. Non racconta abbastanza gli esiti.
Il punto non è negare l’accoglienza. Un minore solo presente sul territorio deve essere protetto, indipendentemente dalla sua nazionalità e dalla regolarità dell’ingresso. È un obbligo giuridico prima ancora che morale.
Ma proprio la tutela dei minori impone di abbandonare la retorica.
Accogliere centinaia di ragazzi in un sistema pienamente occupato, senza disporre di tempi e strumenti sufficienti per accompagnarli verso l’autonomia, rischia di produrre un’integrazione incompleta. La struttura protegge il minore fino ai diciotto anni, ma la città può ritrovarsi il giorno successivo con un giovane adulto privo di casa, lavoro e rete familiare.
La vera misura del successo non è quanti ragazzi Bologna riesca a collocare in una comunità. È quanti riescano a uscirne senza cadere nella marginalità.
Il modello Lepore continua invece a identificare l’ampliamento dell’accoglienza con il buon governo dell’immigrazione. Più posti, più strutture e più progetti vengono presentati come risultati positivi in sé, anche quando la capacità regionale risulta completamente occupata e il ricorso a interventi straordinari si ripete nel tempo.
Un sistema serio dovrebbe stabilire una capacità sostenibile, distribuire equamente gli oneri tra i territori, impedire concentrazioni eccessive e pubblicare ogni anno gli esiti dei percorsi. Dovrebbe soprattutto distinguere tra protezione immediata e integrazione durevole.
Bologna può legittimamente essere orgogliosa di non avere lasciato soli centinaia di ragazzi. Non può però limitarsi a questo.
Quando un sistema è saturo, definirlo semplicemente un modello non risolve il problema. Lo nasconde.
Il paradigma di Integrazione o ReImmigrazione chiede invece che l’accoglienza sia proporzionata alla capacità effettiva del territorio e che ogni percorso sia valutato sulla base dei risultati: lingua, scuola, formazione, lavoro, casa, legalità e autonomia.
La tutela del minore deve essere piena. Ma deve essere altrettanto piena la responsabilità politica di dire quanti percorsi funzionano, quanti falliscono e quanto può ancora sostenere la comunità.
Perché un sistema che accoglie tutti, ma non riesce ad accompagnare davvero ciascuno, non è un modello.
È un sistema arrivato al limite.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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