La Spagna mette a rischio Schengen: regolarizzazioni di massa senza integrazione

La Spagna ha scelto di procedere con una regolarizzazione straordinaria di dimensioni senza precedenti, trasformando una decisione formalmente nazionale in un problema politico destinato a riguardare l’intera Unione europea.

I numeri impongono di abbandonare ogni prudenza retorica. Il Governo spagnolo aveva inizialmente stimato circa 500.000 potenziali beneficiari. Alla chiusura del termine risultano invece presentate 1.174.978 domande, più del doppio rispetto alle previsioni iniziali. Il Governo di Madrid ha subordinato la procedura essenzialmente alla presenza in Spagna prima del 1° gennaio 2026, alla permanenza continuativa per almeno cinque mesi e all’assenza di precedenti penali o di minacce per l’ordine e la sicurezza pubblica.

A questo dato già enorme si aggiunge l’effetto potenziale dei successivi ricongiungimenti familiari. Secondo le fonti della dirigenza dell’immigrazione richiamate dal Sindacato Professionale di Polizia, il numero complessivo degli stranieri regolarizzati potrebbe arrivare fino a tre milioni di persone. Non si tratta, dunque, di un risultato già definitivamente accertato, ma di una proiezione che evidenzia la portata moltiplicatrice dell’operazione decisa dal Governo Sánchez.

Il punto politico non è negare il valore dell’unità familiare. Il ricongiungimento costituisce un istituto riconosciuto dal diritto dell’Unione europea e dagli ordinamenti nazionali. La questione è un’altra: può uno Stato membro regolarizzare in pochi mesi oltre un milione di persone, aprendo potenzialmente la strada a una platea molto più ampia di familiari, senza subordinare il consolidamento del soggiorno a un autentico e verificabile percorso di integrazione?

La risposta, sul piano politico, dovrebbe essere negativa.

Regolarizzare non significa integrare

La Spagna sembra confondere la regolarità documentale con l’integrazione sostanziale. Ottenere un permesso di soggiorno significa uscire dall’irregolarità amministrativa; non significa automaticamente conoscere la lingua, condividere le regole fondamentali della società ospitante, disporre di un’occupazione stabile, avere un’abitazione adeguata o essere realmente inseriti nel tessuto civile e produttivo del Paese.

La procedura straordinaria richiede condizioni minime di permanenza e controlli relativi alla sicurezza, ma non risulta costruita attorno a un vero patto di integrazione. Non viene posto al centro un percorso progressivo, misurabile e obbligatorio fondato sulla conoscenza linguistica, sull’autonomia economica, sull’educazione civica, sulla frequenza scolastica dei minori e sul rispetto concreto dei principi dell’ordinamento europeo.

Questa omissione non è marginale. È il cuore del problema.

La regolarizzazione di massa, quando non è accompagnata da una capacità altrettanto straordinaria di assorbimento sociale, abitativo, scolastico e lavorativo, rischia di limitarsi a trasformare un’irregolarità amministrativa in una regolarità meramente formale. Il documento viene rilasciato; l’integrazione, invece, viene rinviata a un futuro incerto.

Gli stessi responsabili dell’immigrazione richiamati dalla stampa spagnola hanno segnalato il rischio di frodi nei ricongiungimenti, di pressione sui servizi pubblici e di un rapporto squilibrato tra il numero delle persone interessate, i tempi della procedura e la concreta capacità di assorbimento dello Stato.

Madrid decide, ma le conseguenze riguardano l’Europa

È vero che un permesso di soggiorno rilasciato dalla Spagna non attribuisce automaticamente il diritto di stabilirsi o lavorare liberamente in qualsiasi altro Stato membro. Sarebbe giuridicamente scorretto sostenere il contrario.

Tuttavia, è altrettanto vero che la Spagna appartiene allo spazio Schengen e che i cittadini di Paesi terzi regolarmente soggiornanti possono circolare per brevi periodi all’interno dell’area alle condizioni previste dalla disciplina europea. Dopo cinque anni di soggiorno legale e continuativo, inoltre, può maturare l’accesso allo status di soggiornante di lungo periodo, subordinatamente ai requisiti economici, assicurativi e agli eventuali criteri di integrazione previsti. Tale status apre forme più ampie di mobilità verso gli altri Stati membri.

Il problema, pertanto, non consiste in un trasferimento automatico e immediato di milioni di persone dalla Spagna agli altri Paesi europei. Il problema è più profondo: una regolarizzazione di queste dimensioni modifica progressivamente la composizione della popolazione legalmente residente nell’Unione, amplia nel tempo i diritti alla mobilità e produce inevitabili effetti sulle politiche comuni in materia di sicurezza, lavoro, welfare, cittadinanza e ricongiungimento familiare.

Schengen si fonda sulla fiducia reciproca. Ogni Stato rinuncia ai controlli sistematici alle frontiere interne perché presume che gli altri Stati membri esercitino responsabilmente il controllo degli ingressi, dei soggiorni e delle successive stabilizzazioni.

Quando uno Stato procede a una regolarizzazione di massa, gli effetti politici della decisione non possono essere considerati esclusivamente nazionali. La Spagna esercita la propria competenza, ma utilizza un sistema europeo fondato sulla condivisione delle conseguenze.

Madrid decide. Schengen assorbe.

Il ricongiungimento familiare non può diventare un moltiplicatore incontrollato

La normativa spagnola impone al richiedente il ricongiungimento di dimostrare la disponibilità di risorse economiche: per un nucleo di due persone è richiesto un reddito mensile pari al 150% dell’IPREM, con un incremento del 50% per ogni ulteriore familiare. È un requisito reale, che deve essere correttamente ricordato.

Ma il reddito non coincide con l’integrazione.

La disponibilità di risorse economiche non garantisce la conoscenza della lingua, l’adesione alle regole della convivenza, la partecipazione civica, l’effettiva autonomia del familiare ricongiunto o la capacità del territorio di fornire alloggi, scuole e servizi sanitari.

Il diritto dell’Unione consente agli Stati membri di richiedere ai cittadini di Paesi terzi il rispetto di misure di integrazione nell’ambito del ricongiungimento familiare. La disciplina europea, dunque, non impedisce di costruire un sistema più rigoroso. Consente, al contrario, di subordinare il percorso a condizioni proporzionate e individualizzate, purché non rendano impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio del diritto all’unità familiare.

La scelta della Spagna appare invece orientata a privilegiare il numero delle regolarizzazioni rispetto alla qualità dell’integrazione.

La regolarizzazione avrebbe dovuto essere condizionata

Una politica responsabile avrebbe dovuto prevedere una procedura graduale.

Il primo titolo avrebbe potuto essere temporaneo, accompagnato dall’obbligo di partecipare a corsi linguistici e civici, dalla verifica dell’effettiva attività lavorativa, dal controllo dell’adeguatezza abitativa e dal rispetto degli obblighi scolastici relativi ai figli minori.

Il rinnovo avrebbe dovuto dipendere dalla dimostrazione di progressi concreti. Il successivo ricongiungimento familiare avrebbe dovuto essere autorizzato soltanto dopo la verifica della capacità economica e sociale del richiedente di accogliere stabilmente i familiari, senza trasferire integralmente i costi dell’operazione sui servizi pubblici.

In presenza di frodi documentali, rapporti familiari simulati, gravi condotte antisociali o rifiuto ingiustificato dei percorsi di integrazione, l’ordinamento avrebbe dovuto prevedere conseguenze amministrative chiare, proporzionate e rispettose delle garanzie individuali.

Non sarebbe stata una negazione dei diritti. Sarebbe stata una politica migratoria seria.

L’Unione europea non può continuare a tacere

L’Europa non può pretendere di costruire una politica comune dell’immigrazione lasciando contemporaneamente che ogni Stato membro decida unilateralmente regolarizzazioni di massa potenzialmente destinate a produrre conseguenze sull’intero spazio europeo.

Occorre un meccanismo europeo di consultazione preventiva per le sanatorie superiori a determinate soglie. Occorre una valutazione dell’impatto sui sistemi sociali e sulla mobilità interna. Occorrono standard minimi comuni di integrazione per il mantenimento e il consolidamento del soggiorno.

Soprattutto, occorre riaffermare un principio ormai sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico: il soggiorno regolare non può essere soltanto un diritto riconosciuto dallo Stato, ma deve implicare anche un dovere verificabile di integrazione da parte dello straniero.

La Spagna ha scelto la strada più semplice: regolarizzare oggi e rinviare a domani il problema dell’integrazione.

Ma l’integrazione rinviata non scompare. Si trasforma in segregazione abitativa, marginalità lavorativa, pressione sui servizi, conflitto culturale e sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.

La tenuta di Schengen non dipende soltanto dalla sorveglianza delle frontiere esterne. Dipende dalla responsabilità con cui ciascuno Stato membro decide chi può restare, a quali condizioni e attraverso quale percorso di integrazione.

Con questa regolarizzazione, la Spagna non sta semplicemente amministrando la propria immigrazione. Sta assumendo una decisione le cui conseguenze potranno essere progressivamente condivise con tutti gli altri Paesi europei.

Ed è proprio questo il punto che Bruxelles non può più ignorare.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Commenti

Lascia un commento