Le dichiarazioni del vescovo Brendan John Cahill, secondo cui la remigrazione violerebbe la dignità umana, meritano di essere lette con attenzione. Al di là delle diverse posizioni politiche, esse riportano al centro del dibattito un principio che nessuno Stato democratico può ignorare: ogni politica migratoria deve confrontarsi con il rispetto della persona e dei suoi diritti fondamentali.
Proprio per questo, tuttavia, la riflessione non può arrestarsi a una contrapposizione tra favorevoli e contrari alla remigrazione.
Se la remigrazione viene concepita come una risposta generalizzata al fenomeno migratorio, è comprensibile che sollevi interrogativi sul piano della dignità umana, della proporzionalità e della tutela dei diritti. Ma limitarsi a respingere questa prospettiva non risolve il problema che molti cittadini europei percepiscono: come gestire, nel lungo periodo, una presenza stabile di cittadini stranieri quando i percorsi di integrazione producono risultati molto diversi tra loro?
È proprio in questo spazio che si colloca il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
Il paradigma non nasce per contrapporsi alla dignità umana, bensì per cercare di renderla compatibile con l’esigenza degli Stati di governare il fenomeno migratorio attraverso criteri giuridici chiari, individuali e verificabili.
L’idea di fondo è semplice: il dibattito europeo dovrebbe spostarsi dalla sola gestione degli ingressi alla valutazione dei percorsi di permanenza. La domanda non dovrebbe essere soltanto chi entra nel territorio dell’Unione, ma anche quale percorso di integrazione viene concretamente realizzato nel corso degli anni.
Questo significa discutere di indicatori oggettivi, di responsabilità reciproche, di diritti ma anche di doveri, sempre nel rispetto delle garanzie procedimentali e del principio di proporzionalità. Significa superare sia l’idea di un’accoglienza priva di qualsiasi verifica, sia quella di soluzioni indiscriminate che non distinguono tra situazioni profondamente diverse.
In questa prospettiva, la dignità umana non rappresenta un ostacolo al paradigma, ma il suo presupposto. Proprio perché ogni persona è titolare di una dignità intrinseca, ogni decisione che incide sulla permanenza nel territorio deve essere fondata su una valutazione individuale, motivata e rispettosa dello Stato di diritto, e non su automatismi o appartenenze collettive.
Le parole del vescovo Cahill, quindi, possono essere lette non come la chiusura del dibattito, ma come l’occasione per aprirne uno nuovo. Un dibattito che non si limiti a scegliere tra accoglienza senza condizioni e remigrazione indiscriminata, ma che affronti la questione decisiva per il futuro dell’Europa: come costruire una politica migratoria capace di coniugare dignità della persona, responsabilità individuale e coesione sociale.
Forse è proprio qui che il confronto europeo dovrebbe evolversi. Non chiedendosi semplicemente se essere favorevoli o contrari alla remigrazione, ma interrogandosi su quali strumenti giuridici possano rendere la permanenza dello straniero un percorso fondato sull’integrazione effettiva, nel pieno rispetto dei valori costituzionali e dei diritti fondamentali.
Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo.
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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