Il Sudafrica ha trasformato in costo operativo quello che fino a pochi giorni fa presentava soprattutto come salto tecnologico. Dal 23 agosto è entrata concretamente nella fase applicativa la tariffa di 500 rand per la gestione elettronica dell’Electronic Travel Authorisation, il sistema digitale con cui Pretoria vuole sostituire progressivamente una parte consistente delle procedure tradizionali di visto. La misura arriva dopo il lancio ufficiale dell’ETA del 12 agosto e dopo l’adozione definitiva, il 17 agosto, del primo emendamento ai regolamenti sulle tariffe previsti dall’Immigration Act.
La contraddizione è solo apparente, ma politicamente significativa. Il governo di Cyril Ramaphosa e il ministro dell’Interno Leon Schreiber hanno costruito l’ETA come strumento destinato a rendere l’ingresso più rapido, più sicuro e meno esposto a frodi e intermediazioni. Il sistema combina verifica biometrica, riconoscimento dell’identità, controlli digitali e il nuovo Electronic Movement Control System. Nella fase pilota avviata durante la presidenza sudafricana del G20 aveva già processato centinaia di migliaia di domande e individuato migliaia di richieste sospette. Ora, però, la modernizzazione deve anche finanziarsi.
Il quadro giuridico è preciso. Dopo la consultazione pubblica aperta a fine luglio, il Department of Home Affairs ha adottato la First Amendment of the Regulations on Fees sotto l’Immigration Act, pubblicata nella Government Gazette n. 55209. La nuova disciplina introduce la tariffa elettronica di 500 rand per le pratiche trattate attraverso l’ETA. Per alcune categorie di viaggiatori soggetti a visto questa somma si aggiunge al costo del visto; allo stesso tempo, il governo sostiene che l’eliminazione del ricorso obbligato a operatori esterni possa ridurre il costo complessivo della procedura.
È qui che il caso sudafricano diventa più interessante di una semplice notizia su una nuova tariffa. Pretoria non sta soltanto digitalizzando un modulo: sta riportando dentro l’amministrazione pubblica una parte del potere di selezione e controllo dell’ingresso. La piattaforma ufficiale consente di presentare la domanda online, acquisire i dati biometrici, effettuare il pagamento e ottenere l’autorizzazione senza passare necessariamente dai tradizionali centri di intermediazione. E il progetto non dovrebbe fermarsi al turismo: il governo ha già annunciato l’intenzione di estendere progressivamente il sistema anche a visti di studio, familiari e di lavoro.
La domanda decisiva, allora, non è se 500 rand siano molti o pochi. È se la digitalizzazione produca davvero più capacità di governo oppure soltanto una procedura più veloce. Un sistema biometrico può identificare meglio chi entra, ridurre frodi documentali e rendere più tracciabile il rapporto tra autorizzazione e passaporto. Ma la tecnologia non decide da sola quali politiche migratorie siano sostenibili, quali ingressi siano coerenti con il mercato del lavoro, come debba essere gestita la permanenza e quali conseguenze debbano seguire alla perdita dei requisiti di soggiorno.
È proprio questo il passaggio che molti ordinamenti rischiano di trascurare. Gli Stati stanno diventando sempre più capaci di sapere chi entra, quando entra e con quale titolo; molto meno uniforme è la capacità di osservare ciò che accade dopo. Se l’ETA sudafricana diventerà davvero la porta digitale anche per studenti, lavoratori e familiari, il salto di qualità non sarà soltanto informatico. Dovrà riguardare l’intero percorso: ingresso, permanenza regolare, inserimento lavorativo e sociale, rispetto delle condizioni del titolo e, quando queste vengono meno, uscita ordinata dal sistema.
La logica di “Integrazione o ReImmigrazione” trova qui una conferma indiretta ma importante. Una politica migratoria completa non può esaurirsi nell’autorizzazione iniziale, per quanto sofisticata e tecnologicamente avanzata. Il Sudafrica sta costruendo una frontiera digitale più moderna e centralizzata; il banco di prova sarà capire se quella stessa capacità amministrativa verrà utilizzata anche per governare la permanenza e distinguere, nel tempo, tra presenza temporanea, integrazione effettiva e cessazione delle condizioni per restare.
La tecnologia, in definitiva, può rendere uno Stato più veloce. Non necessariamente lo rende più capace di decidere. Il vero successo dell’ETA non si misurerà soltanto nelle ore necessarie per ottenere un’autorizzazione o nei rand incassati per ogni pratica, ma nella capacità di collegare controllo dell’ingresso, certezza dello status e governo della permanenza. È lì che una piattaforma digitale smette di essere un servizio amministrativo e diventa una vera infrastruttura di politica migratoria.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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