L’Oman sta tornando al limite dei sessant’anni per i lavoratori stranieri. Secondo The Arabian Stories, dal 22 agosto il Ministero del Lavoro non starebbe più rilasciando né rinnovando permessi di lavoro agli expatriates che hanno superato quella soglia; diversi datori di lavoro avrebbero già ricevuto dinieghi nelle ultime settimane e una fonte istituzionale di alto livello ha confermato alla testata che i permessi, allo stato, non vengono più concessi agli over 60. È un cambio di rotta netto rispetto al gennaio 2022, quando proprio il Ministero aveva abolito il tetto anagrafico per consentire alle imprese di trattenere personale esperto.
La questione più interessante, però, non è soltanto la stretta. È il modo in cui la stretta sta emergendo. La pagina ufficiale del Ministero dedicata al rinnovo dei permessi della forza lavoro non omanita, aggiornata il 20 luglio 2026, continua a descrivere il rinnovo come una procedura telematica diretta e non indica pubblicamente un limite di età. Anche l’accordo sui livelli dei servizi elettronici del Ministero presenta il rinnovo dei permessi per i lavoratori non omaniti come un servizio disponibile 24 ore su 24. La nuova soglia, invece, sta diventando visibile attraverso i rigetti delle domande e le conferme raccolte dalla stampa.
Nel 2022 il percorso era stato opposto e soprattutto esplicito. Il ministro del Lavoro Mahad bin Said Ba’owain aveva spiegato che il precedente limite dei sessant’anni generava continue richieste di eccezione da parte delle imprese e che l’abolizione serviva a conservare competenze professionali difficilmente sostituibili, in particolare quando l’azienda aveva già rispettato gli obiettivi di omanizzazione e il posto non era riservato a cittadini omaniti. Quattro anni dopo, la stessa esigenza economica sembra cedere nuovamente davanti alla priorità di ridurre la dipendenza dal lavoro straniero.
La scelta non è marginale per il modello sociale del Sultanato. I dati ufficiali del National Centre for Statistics and Information indicavano a maggio 2026 circa 1,826 milioni di lavoratori stranieri, mentre gli expatriates rappresentavano poco più del 43% della popolazione. In un sistema che utilizza massicciamente manodopera non nazionale, la disciplina del permesso di lavoro non è quindi una questione settoriale: determina concretamente chi può restare, per quanto tempo e a quali condizioni.
Uno Stato ha pieno titolo a perseguire l’occupazione dei propri cittadini, a riservare determinati settori e a stabilire criteri più selettivi per il lavoro straniero. Ma rigore e prevedibilità devono procedere insieme. Quando la continuità del soggiorno dipende dal permesso di lavoro, una modifica sostanziale dei criteri di rinnovo incide direttamente sulle aspettative di persone che possono avere trascorso molti anni nel Paese. Il punto non è trasformare l’anzianità di servizio in un diritto automatico alla permanenza; è evitare che il rapporto tra individuo e Stato venga ridotto alla sola utilità economica del momento.
Qui emerge una contraddizione che riguarda molte politiche migratorie contemporanee. Si sa con precisione quando un lavoratore può essere assunto, quale impresa può sponsorizzarlo e quale autorizzazione deve possedere. Molto meno strutturata è spesso la valutazione di ciò che accade dopo anni di permanenza: stabilità lavorativa, autonomia, relazioni sociali, rispetto delle regole, radicamento effettivo. Una politica migratoria completa dovrebbe essere capace di governare anche questa fase, distinguendo tra lavoro temporaneo, permanenza consolidata e ritorno ordinato quando vengono meno le condizioni per restare.
È su questo passaggio che la logica di “Integrazione o ReImmigrazione” offre una chiave più ampia della semplice alternativa tra apertura e chiusura. L’ingresso per lavoro non può diventare né una promessa indefinita di permanenza né un rapporto revocabile senza criteri leggibili. Se l’Oman vuole ripristinare un limite anagrafico, la scelta può essere politicamente coerente con l’omanizzazione; deve però essere accompagnata da regole pubbliche, transizioni comprensibili e una distinzione seria tra chi è arrivato da poco e chi ha costruito nel tempo un percorso stabile nel Paese.
Il caso omanita mostra quindi una lezione più generale: il governo dell’immigrazione non si misura soltanto dalla capacità di dire sì o no a un permesso, ma dalla qualità delle regole che collegano ingresso, lavoro, permanenza e uscita. Una politica severa ma opaca produce incertezza; una politica severa e trasparente produce invece governo. È questa la differenza che separa l’amministrazione dei flussi da una vera politica migratoria.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Lascia un commento