Il Dipartimento di Stato americano si prepara a revocare, su base progressiva, i visti turistici e d’affari B1 e B2 di un numero potenzialmente vicino a 200.000 stranieri che, dopo essere entrati negli Stati Uniti, hanno presentato domanda d’asilo. La misura, rivelata il 24 agosto dall’Associated Press sulla base di documenti interni e confermata nelle sue linee essenziali da un portavoce del Dipartimento di Stato, diventerebbe la più vasta revoca collettiva di visti nella storia americana.
La premessa politica non è priva di fondamento: i visti B1 e B2 sono rilasciati per permanenze temporanee e presuppongono che il richiedente dimostri di non voler stabilirsi negli Stati Uniti. Se qualcuno ottiene il visto dichiarando una visita breve mentre ha già programmato di chiedere asilo, l’amministrazione ha il dovere di accertare l’eventuale falsa rappresentazione. Ma una domanda d’asilo successiva all’ingresso non dimostra automaticamente che l’intenzione originaria fosse fraudolenta: la persecuzione può emergere, aggravarsi o diventare concretamente percepibile anche dopo il rilascio del visto.
Il potere di revoca esiste ed è molto ampio. La sezione 221(i) dell’Immigration and Nationality Act, codificata in 8 U.S.C. § 1201(i), consente al funzionario consolare o al Segretario di Stato di revocare discrezionalmente un visto già emesso; il regolamento 22 C.F.R. § 41.122 disciplina anche la revoca provvisoria e la registrazione della decisione nel sistema consolare. Il Dipartimento di Stato decide quindi sulla validità del documento di viaggio, mentre il Department of Homeland Security e gli organi dell’immigrazione gestiscono ammissione, soggiorno, asilo ed eventuale allontanamento.
È proprio questa divisione di competenze a mostrare la prima contraddizione. Un visto permette di presentarsi alla frontiera e chiedere l’ammissione, ma non coincide con il titolo che determina per quanto tempo una persona possa rimanere nel Paese, come chiarisce lo stesso Dipartimento di Stato. Secondo i funzionari citati dall’AP, la revoca non produrrebbe infatti una deportazione immediata: molti interessati verrebbero riclassificati, perderebbero la possibilità di utilizzare il visto per futuri ingressi, ma la loro domanda di protezione resterebbe da decidere.
La seconda contraddizione è ancora più netta. La sezione 208 dell’INA, 8 U.S.C. § 1158(a)(1), stabilisce che lo straniero presente negli Stati Uniti può domandare asilo indipendentemente dal proprio status. L’ordinamento americano separa dunque il diritto di chiedere protezione dall’eventuale violazione delle condizioni d’ingresso. Trasformare la mera presentazione della domanda nella prova generale di un inganno significa sovrapporre due questioni diverse: se il visto sia stato ottenuto con dichiarazioni false e se la persona rischi oggi persecuzioni nel Paese d’origine.
L’amministrazione sostiene di voler chiudere una scorciatoia utilizzata per aggirare le regole dell’immigrazione. Il problema esiste e non deve essere negato: domande strumentali, procedure lente e controlli incapaci di distinguere rapidamente i casi fondati da quelli infondati svuotano la credibilità dell’asilo. Tuttavia il numero evocato — fino a 200.000 revoche, dopo circa 175.000 visti già cancellati negli ultimi diciotto mesi per ragioni diverse — mostra che non si tratta più di accertamenti individuali isolati, ma dell’impiego della revoca come strumento generale di politica migratoria. La misura non è ancora definitiva e il numero effettivo resta, secondo il portavoce Tommy Pigott, variabile.
Un sistema serio dovrebbe fare ciò che la revoca del visto, da sola, non può fare: esaminare rapidamente la domanda, riconoscere la protezione quando ne ricorrono i presupposti, accompagnare alla permanenza legale e all’integrazione chi ha titolo a restare, respingere le istanze infondate e rendere effettivo il ritorno di chi non possiede un’altra base giuridica per soggiornare. La frode va provata e sanzionata; l’asilo va deciso. Confondere i due piani rischia di produrre soltanto un nuovo gruppo di persone formalmente private del visto ma ancora sospese nel procedimento.
Washington vuole dimostrare che l’ingresso temporaneo non può essere trasformato impunemente in permanenza indefinita. È un obiettivo legittimo. Ma l’enforcement è credibile quando distingue, decide e produce conseguenze giuridiche coerenti. Revocare in massa il documento senza risolvere la posizione sostanziale può apparire una stretta; in realtà rischia di sostituire il governo dell’immigrazione con un’altra forma di limbo amministrativo.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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