Nell’articolo “Il lessico sull’immigrazione che ci fa regredire”, pubblicato sul quotidiano Domani l’11 agosto 2026 alle ore 7:00, Christian Raimo critica il progressivo affermarsi, nel dibattito italiano ed europeo, di un linguaggio centrato sulla sicurezza, sul controllo delle frontiere, sui rimpatri e sul contrasto ai fattori di attrazione dell’immigrazione.
La questione posta è seria, ma rischia di rimanere incompleta se il confronto continua ad essere costruito soltanto sull’alternativa tra accoglienza e sicurezza. Il vero problema delle politiche migratorie italiane è un altro: abbiamo riconosciuto molti diritti connessi alla presenza dello straniero sul territorio, ma non abbiamo ancora attribuito sufficiente centralità giuridica al dovere di integrazione.
Eppure questo principio non è estraneo al nostro ordinamento.
L’articolo 4-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, numero 286, introdotto nel 2009, definisce l’integrazione come un processo diretto a promuovere la convivenza tra cittadini italiani e stranieri, nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione e attraverso il reciproco impegno alla partecipazione alla vita economica, sociale e culturale della società. La stessa disposizione ha introdotto l’Accordo di integrazione, poi disciplinato dal decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, numero 179.
Non si tratta quindi di un concetto inventato oggi in risposta alla crescente attenzione politica verso l’immigrazione. Il legislatore italiano aveva già compreso, oltre quindici anni fa, che l’integrazione non potesse essere concepita esclusivamente come una prestazione dello Stato, ma dovesse comportare anche un impegno dello straniero.
L’Accordo è articolato secondo un sistema di crediti, ha normalmente durata biennale, prorogabile di un anno, e presuppone il raggiungimento di determinati obiettivi di integrazione. Lo Stato, a sua volta, assume l’impegno di sostenere quel percorso.
Il problema è che questo modello è rimasto sostanzialmente ai margini della politica migratoria.
Ed è proprio da qui che dovrebbe ripartire il dibattito.
Uno dei pilastri del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” consiste nella verifica effettiva del percorso di integrazione. Ma questa verifica avrebbe maggiore coerenza se fosse inserita in una visione più ampia: riconoscere che vivere stabilmente in Italia non comporta soltanto diritti, ma anche una responsabilità verso la comunità nella quale si è scelto di vivere.
Per questo occorre discutere della possibilità di introdurre nella Costituzione italiana un principio espresso sul dovere di integrazione dello straniero.
Non significherebbe comprimere i diritti fondamentali, che devono continuare ad essere garantiti nel rispetto della Costituzione, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea. Significherebbe affermare un principio diverso: chi stabilisce il proprio progetto di vita in Italia deve compiere un percorso concreto di inserimento nella comunità nazionale.
Conoscenza della lingua italiana, rispetto delle leggi e dei principi costituzionali, partecipazione alla vita sociale, inserimento lavorativo e autonomia economica dovrebbero diventare elementi di un percorso verificabile nel tempo, naturalmente tenendo conto delle condizioni personali, familiari e sociali di ciascuno.
L’integrazione, in altre parole, non può essere soltanto un diritto ad essere inclusi. Deve essere anche un dovere di partecipare alla comunità che accoglie.
Una disposizione costituzionale in questa direzione avrebbe anche un valore culturale. Ricorderebbe che la società italiana non è semplicemente uno spazio geografico nel quale convivono individui reciprocamente estranei, ma una comunità fondata su una Costituzione, una lingua comune, regole condivise e un patrimonio storico e sociale al quale chi sceglie di vivere stabilmente nel Paese è chiamato progressivamente a partecipare.
È qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire una prospettiva diversa rispetto alla tradizionale contrapposizione tra politiche securitarie e politiche di accoglienza.
Prima viene l’integrazione. Uno Stato serio deve investirvi, facilitarla e renderla concretamente possibile.
Ma proprio perché l’integrazione è importante, essa non può essere soltanto proclamata: deve essere richiesta, sostenuta e verificata.
L’Accordo di integrazione ha già posto nell’ordinamento italiano le fondamenta di questo principio. Il passo successivo dovrebbe essere più ambizioso: trasformare il dovere di integrazione da previsione della legislazione sull’immigrazione a principio costituzionale della convivenza tra cittadini e stranieri.
Il dibattito sul futuro dell’immigrazione dovrebbe partire da qui, molto prima di discutere se una determinata parola sia progressista o securitaria.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

Il Rapporto annuale sull’integrazione di Malalbergo: dati pubblici, risultati e responsabilità
Un progetto serio sull’integrazione non può concludersi con una dichiarazione di intenti. Deve produrre dati, rendere visibili i risultati e consentire alla comunità di verificare ciò che ha funzionato e ciò che, invece, non ha prodotto gli effetti attesi. Per questa ragione, il percorso avviato a Malalbergo dovrebbe concludersi ogni anno con la pubblicazione di…
Cardinale Baggio, la felicità è un diritto. Ma la permanenza deve essere meritata attraverso l’integrazione
Il cardinale Fabio Baggio, intervenendo sul tema della remigrazione, ha ricordato che ogni persona cerca una vita migliore e porta con sé un’aspirazione alla felicità. È un richiamo moralmente fondato: la dignità non dipende dalla cittadinanza, dal passaporto o dal luogo di nascita. Ma la ricerca della felicità non può trasformarsi automaticamente nel diritto di…
Bologna, ancora una violenza senza apparente motivo: quanto sappiamo del rapporto tra migrazione, marginalità e disagio psichico?
Il 16 agosto Il Resto del Carlino ha raccontato un nuovo grave episodio avvenuto alla stazione di Bologna Centrale. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano, un cittadino ghanese di trent’anni avrebbe aggredito, apparentemente senza motivo, una passeggera cinese che attendeva il proprio treno al binario 3, per poi scagliarsi contro gli agenti della Polizia ferroviaria intervenuti,…
- Il Rapporto annuale sull’integrazione di Malalbergo: dati pubblici, risultati e responsabilità
- Cardinale Baggio, la felicità è un diritto. Ma la permanenza deve essere meritata attraverso l’integrazione
- Bologna, ancora una violenza senza apparente motivo: quanto sappiamo del rapporto tra migrazione, marginalità e disagio psichico?
- Does Italy Need an Immigration Police Force? Enforcement, Removal, and Due Process
- Oltre Ceuta: perché l’Europa continuerà ad attrarre e cosa può realmente cambiare



Lascia un commento