L’integrazione non può essere ridotta alla conoscenza della lingua, alla disponibilità di un lavoro o alla semplice permanenza nel territorio. È anche adesione a un insieme di regole comuni, riconoscimento reciproco e partecipazione alla vita della comunità.
Per questa ragione, il progetto locale ispirato al paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” potrebbe prevedere l’adozione di una Carta locale dei diritti e dei doveri, capace di tradurre sul piano municipale il concetto di contratto sociale.
La Carta non avrebbe valore sanzionatorio e non potrebbe produrre conseguenze sul permesso di soggiorno. Il Comune non ha competenza per introdurre nuovi requisiti di permanenza, né potrebbe utilizzare uno strumento locale per valutare la posizione giuridica del singolo cittadino straniero.
La sua funzione sarebbe diversa: pubblica, educativa e civica.
La Carta dovrebbe indicare con chiarezza i diritti garantiti a ogni residente e i doveri richiesti a chiunque viva nel territorio. Non un documento destinato soltanto agli stranieri, dunque, ma un patto rivolto all’intera comunità.
Tra i principi fondamentali dovrebbe figurare anzitutto il rispetto delle leggi. Vivere in una comunità significa accettare che le regole valgano per tutti e che nessuna appartenenza culturale, religiosa o familiare possa giustificare comportamenti contrari all’ordinamento.
Un altro punto essenziale dovrebbe riguardare la frequenza scolastica dei minori. L’istruzione non è soltanto un diritto del bambino, ma anche una responsabilità della famiglia e della comunità. Assenze ingiustificate, abbandono precoce e mancata partecipazione alla vita scolastica non possono essere considerati fatti privati.
La Carta dovrebbe inoltre affermare in modo netto la parità tra uomo e donna, il rifiuto della violenza e il rispetto della libertà personale. Questi principi non sono negoziabili e rappresentano il fondamento della convivenza democratica.
Dovrebbe essere garantita anche la libertà religiosa, insieme alla libertà di non professare alcuna religione. Ogni persona deve poter praticare il proprio credo, purché ciò avvenga nel rispetto della legge e dei diritti degli altri. Allo stesso modo, nessuno può essere sottoposto a pressioni familiari o comunitarie per aderire a pratiche religiose contro la propria volontà.
Un ulteriore capitolo dovrebbe riguardare il rispetto degli spazi pubblici, delle regole di vicinato e dei beni comuni. La cura del territorio, il corretto conferimento dei rifiuti, il rispetto della quiete e l’uso responsabile delle strutture comunali sono comportamenti attraverso i quali si misura concretamente l’appartenenza a una comunità.
La Carta dovrebbe valorizzare anche la partecipazione alla vita scolastica, l’impegno nell’apprendimento della lingua italiana e la disponibilità al confronto con le istituzioni. Non obblighi astratti, ma strumenti attraverso i quali la persona può diventare più autonoma e consapevole.
Il punto centrale è che questi principi devono valere per tutti. Se la Carta fosse presentata come un elenco di doveri destinato esclusivamente agli stranieri, perderebbe la propria legittimità e rischierebbe di produrre separazione.
Il rispetto delle leggi, la frequenza scolastica, la parità tra uomo e donna, la tutela degli spazi pubblici e il rifiuto della violenza non sono richieste speciali rivolte a una parte della popolazione. Sono le condizioni minime della convivenza civile.
La Carta potrebbe tuttavia essere presentata in modo specifico ai nuovi residenti, italiani e stranieri, attraverso incontri periodici di orientamento civico. In tali occasioni potrebbero essere spiegati il funzionamento del Comune, della scuola, dei servizi sanitari e delle principali istituzioni del territorio.
Per i cittadini stranieri, questi incontri potrebbero essere accompagnati da strumenti linguistici e di mediazione, in modo da evitare che la Carta rimanga un documento formale, sottoscritto senza essere realmente compreso.
Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” trova qui una delle sue formulazioni più equilibrate. L’integrazione è un dovere di partecipazione e rispetto delle regole, ma è anche un processo che le istituzioni devono rendere comprensibile e concretamente praticabile.
A Malalbergo, una Carta locale dei diritti e dei doveri potrebbe diventare il punto di riferimento comune del progetto. Non uno strumento di controllo, non una dichiarazione simbolica, ma un patto pubblico nel quale ciascun residente possa riconoscere ciò che la comunità garantisce e ciò che, in cambio, legittimamente richiede.
Perché una comunità non si costruisce soltanto condividendo uno spazio. Si costruisce condividendo diritti, doveri e responsabilità.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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