Nell’articolo “La lite sull’immigrazione che l’Europa non può permettersi”, pubblicato su Formiche.net l’11 agosto 2026, Stefano Stefanini parte dalle tensioni tra Italia e Spagna seguite alla crisi di Ceuta per porre una questione più ampia: l’immigrazione è una sfida europea e non può essere governata attraverso risposte nazionali disordinate, sovrapposte o apertamente conflittuali.
Il punto è corretto. Ma il problema della frammentazione non riguarda soltanto l’Europa. Riguarda anche il modo in cui l’Italia organizza, al proprio interno, le competenze in materia migratoria.
Oggi ingresso, soggiorno, lavoro, integrazione, protezione, rimpatrio ed esecuzione delle decisioni amministrative sono distribuiti tra amministrazioni diverse, con competenze che spesso si sovrappongono senza essere realmente coordinate. Il Ministero dell’Interno gestisce una parte decisiva del sistema; il Ministero del Lavoro interviene sui flussi e sull’inserimento lavorativo; il Ministero della Giustizia è coinvolto nei procedimenti giurisdizionali e nell’esecuzione di alcune misure; Regioni, Comuni, Prefetture, Questure e servizi territoriali intervengono, ciascuno per la propria parte, nel percorso concreto dello straniero.
Il risultato è che lo Stato continua a trattare come fenomeni separati fasi che, nella realtà, appartengono ad un unico percorso.
È qui che si colloca il decimo pilastro del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: l’istituzione di un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, inteso non come ulteriore struttura burocratica da aggiungere alle esistenti, ma come centro politico e amministrativo capace di governare unitariamente l’intero ciclo migratorio.
Stefanini osserva che l’immigrazione produce tensioni particolarmente forti nei contesti caratterizzati da una limitata capacità di integrazione e di assorbimento dei flussi e sottolinea quanto sia politicamente pericoloso lasciare che ogni Stato proceda autonomamente. Lo stesso principio dovrebbe essere applicato all’organizzazione dello Stato italiano: non si può pretendere di governare un fenomeno strutturale mantenendo frammentata la responsabilità politica della sua gestione.
Un Ministero dedicato dovrebbe seguire l’intero percorso: dalla programmazione degli ingressi alla verifica delle condizioni di soggiorno, dall’integrazione linguistica e lavorativa al monitoraggio del percorso individuale, fino alla decisione sulla permanenza e, quando ne ricorrano i presupposti giuridici, all’esecuzione della ReImmigrazione.
Questo consentirebbe anche di superare uno dei limiti più evidenti dell’attuale sistema: la separazione tra politiche dell’integrazione e politiche del rimpatrio. Le prime vengono spesso considerate politiche sociali, le seconde politiche di sicurezza. Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, invece, appartengono allo stesso procedimento logico.
Lo Stato deve prima creare condizioni reali di integrazione, verificarne periodicamente l’andamento e sostenere chi incontra difficoltà. Ma deve anche essere in grado di assumere decisioni quando il percorso non si realizza o quando vengono meno le condizioni giuridiche della permanenza.
Integrazione e ReImmigrazione non sono quindi due politiche concorrenti. Sono due possibili esiti di un unico sistema.
La crisi descritta da Stefanini mostra cosa accade quando manca una regia europea: ciascuno Stato reagisce secondo esigenze politiche interne e il risultato può essere quello di indebolire lo spazio comune anziché governare meglio l’immigrazione.
La stessa lezione dovrebbe valere per l’Italia.
Continuare a distribuire la gestione del fenomeno migratorio tra amministrazioni che intervengono soltanto su singole fasi significa rinunciare ad una visione complessiva. Significa anche rendere più difficile individuare responsabilità precise quando una pratica rimane bloccata, quando un percorso di integrazione non viene seguito o quando una decisione di allontanamento resta ineseguita.
Un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione dovrebbe avere precisamente questa funzione: riportare ad unità un sistema oggi frammentato, assumendosi la responsabilità politica dell’intero ciclo migratorio.
L’Europa ha bisogno di maggiore coordinamento tra gli Stati. L’Italia, prima ancora, ha bisogno di maggiore coordinamento dentro lo Stato.
Perché un fenomeno strutturale non può continuare ad essere amministrato come una successione di emergenze affidate, di volta in volta, ad uffici diversi.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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