Bologna, ancora una violenza senza apparente motivo: quanto sappiamo del rapporto tra migrazione, marginalità e disagio psichico?

Il 16 agosto Il Resto del Carlino ha raccontato un nuovo grave episodio avvenuto alla stazione di Bologna Centrale. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano, un cittadino ghanese di trent’anni avrebbe aggredito, apparentemente senza motivo, una passeggera cinese che attendeva il proprio treno al binario 3, per poi scagliarsi contro gli agenti della Polizia ferroviaria intervenuti, uno dei quali ha riportato lesioni giudicate guaribili in cinque giorni. L’uomo è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale.

La cronaca, naturalmente, non consente di formulare alcuna diagnosi sulla condizione psichica dell’aggressore e sarebbe scorretto farlo. Ma proprio l’espressione utilizzata nella ricostruzione giornalistica — un’aggressione avvenuta «senza alcun motivo» apparente — ripropone una domanda che su ReImmigrazione abbiamo già sollevato il 14 luglio, dopo l’aggressione di Milano in cui una ragazza era stata sfregiata, e nuovamente il 27 luglio, dopo l’accoltellamento di tre donne a Parigi.

In quell’occasione avevamo posto una questione precisa: esiste un rapporto, non automatico e non generalizzabile, tra alcuni percorsi migratori, marginalità sociale, isolamento, disagio psichico e rischio di comportamenti violenti? Nel caso di Parigi avevamo sottolineato come traumi precedenti alla partenza, violenze subite durante il viaggio, perdita dei legami familiari, precarietà, dipendenze, solitudine e difficoltà di accesso ai servizi possano sommarsi fino a determinare condizioni di particolare vulnerabilità.

Bologna non dimostra che questa correlazione esista. Milano, Parigi e Bologna, considerate insieme, non costituiscono una statistica. Tre episodi di cronaca non autorizzano una conclusione scientifica, ma possono legittimamente suggerire una domanda scientifica.

Ed è proprio questa la distinzione che dovrebbe guidare il dibattito. Affermare che immigrazione, disagio psichico e violenza siano necessariamente collegati sarebbe falso e discriminatorio. Ma rifiutarsi persino di studiare se, in determinate condizioni, l’esperienza migratoria combinata con marginalità, isolamento, dipendenze, traumi e mancato accesso ai servizi possa produrre situazioni di particolare fragilità significherebbe commettere l’errore opposto.

La questione riguarda innanzitutto la prevenzione. Quanto sappiamo delle persone straniere che arrivano all’attenzione delle forze dell’ordine dopo episodi di violenza apparentemente immotivata? Erano già conosciute dai servizi sociali o sanitari? Avevano manifestato precedenti segnali di disagio? Vivevano in condizioni di grave marginalità? Avevano interrotto percorsi terapeutici o di accoglienza? Soprattutto: esiste qualcuno che abbia il compito istituzionale di mettere insieme questi elementi prima che accada qualcosa di grave?

È uno dei problemi che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione intende affrontare quando propone di superare l’idea dell’integrazione come condizione semplicemente presunta. Un permesso di soggiorno, un lavoro o la permanenza prolungata sul territorio non raccontano necessariamente l’intero percorso di una persona. L’integrazione dovrebbe essere osservata nel tempo anche per individuare precocemente situazioni di grave marginalizzazione e fragilità.

Il caso bolognese contiene, peraltro, un elemento che dovrebbe sottrarre questa discussione alle contrapposizioni ideologiche: la prima vittima è una cittadina cinese. La sicurezza, dunque, non contrappone semplicemente italiani e stranieri. Proteggere la comunità significa proteggere anche gli immigrati che vivono pacificamente nelle nostre città e che possono essere vittime della stessa violenza.

Dopo Milano e Parigi, Bologna ripropone quindi la medesima domanda. Non abbiamo ancora una risposta, ed è precisamente questo il problema. L’Italia e l’Europa dovrebbero iniziare a raccogliere dati e promuovere studi interdisciplinari capaci di comprendere se esistano fattori ricorrenti e, soprattutto, quali strumenti possano consentire di intercettarli prima che la marginalità diventi emergenza.

Perché studiare un fenomeno non significa criminalizzare una categoria. Significa esattamente il contrario: smettere di affidarsi ai pregiudizi e cominciare ad affidarsi ai dati.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID 0009-0004-7030-0428

Commenti

Lascia un commento