Colf e badanti, l’Italia ha bisogno di 29 mila lavoratori stranieri l’anno: il decreto flussi va superato con “Integrazione o ReImmigrazione”

L’Italia invecchia, le famiglie hanno sempre più bisogno di assistenza e il numero dei lavoratori disponibili nel settore domestico non cresce con la stessa rapidità. Non si tratta di un fenomeno occasionale, ma di una trasformazione strutturale destinata ad accompagnare il Paese nei prossimi decenni.

Secondo le stime richiamate da Assindatcolf, il fabbisogno del comparto potrebbe raggiungere circa 29 mila lavoratori domestici non comunitari ogni anno. Colf, badanti e assistenti familiari non rappresentano più un segmento marginale del mercato del lavoro: costituiscono ormai una componente essenziale del sistema italiano di cura, soprattutto in presenza di anziani non autosufficienti, persone con disabilità e famiglie che non possono contare su servizi pubblici sufficienti.

Il dato deve essere letto insieme a quello emerso in occasione del decreto flussi 2026. Per il settore dell’assistenza familiare sono state attribuite 13.600 quote, mentre le domande precaricate avrebbero superato le 48 mila unità. La sproporzione non dimostra soltanto che le quote sono insufficienti. Dimostra soprattutto che il sistema continua a utilizzare uno strumento rigido e occasionale per rispondere a un fabbisogno permanente.

Il decreto flussi nasce come strumento di programmazione degli ingressi per lavoro. Nella pratica, però, è diventato una corsa telematica nella quale il diritto di assumere un lavoratore dipende spesso dalla velocità di trasmissione della domanda, dalla funzionalità del portale e dalla capacità del datore di lavoro di affidarsi tempestivamente a intermediari qualificati.

Il click day non seleziona il lavoratore più adatto. Non individua la famiglia che ha maggiore necessità. Non misura l’effettività del rapporto di lavoro. Premia semplicemente chi riesce a presentare per primo la domanda.

Per il lavoro domestico questa impostazione è particolarmente irrazionale.

Il bisogno di una badante non nasce secondo il calendario del Governo. Può sorgere improvvisamente dopo una malattia, un ricovero, una caduta o una perdita di autonomia. La famiglia non può attendere il successivo decreto, il periodo di precaricamento, il click day e i successivi mesi necessari per ottenere il nulla osta, il visto e l’ingresso del lavoratore.

Assindatcolf ha segnalato che, soprattutto nelle grandi città, può trascorrere anche un anno prima che il lavoratore richiesto attraverso il decreto flussi diventi concretamente operativo. In un settore fondato sulla necessità immediata di assistenza, un’attesa di questo genere rende la procedura sostanzialmente inadeguata.

Il risultato è prevedibile. Le famiglie cercano soluzioni alternative, mentre una parte del lavoro domestico continua a essere svolta irregolarmente. Lo Stato programma ingressi futuri senza riuscire a governare pienamente il lavoro già esistente sul territorio e senza offrire alle famiglie un canale amministrativo stabile, rapido e comprensibile.

Anche il canale sperimentale fuori quota, che consente ogni anno fino al 2028 diecimila ingressi destinati all’assistenza di persone con disabilità, grandi anziani e bambini fino a sei anni, rappresenta un correttivo utile ma ancora insufficiente. La previsione riconosce implicitamente che il settore domestico non può essere assoggettato integralmente alle ordinarie quote annuali, ma mantiene un limite numerico che continua a non dipendere dall’effettivo fabbisogno delle famiglie.

È quindi necessario compiere un passo ulteriore.

Il settore dell’assistenza familiare dovrebbe uscire progressivamente dalla logica del click day ed essere governato mediante un canale permanente, aperto durante tutto l’anno e fondato sulla verifica concreta del rapporto di lavoro.

Questo non significa aprire indiscriminatamente le frontiere o rinunciare ai controlli. Significa sostituire una selezione casuale con una selezione giuridica e sostanziale.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” offre la cornice per questa trasformazione.

L’ingresso dovrebbe essere autorizzato quando esiste un datore di lavoro identificato, un bisogno assistenziale verificabile, un contratto conforme al contratto collettivo nazionale, un alloggio adeguato e un percorso formativo e linguistico già programmato. Il permesso di soggiorno non dovrebbe costituire l’atto conclusivo della procedura, ma l’inizio di un percorso di integrazione misurabile.

Il lavoratore dovrebbe conoscere i propri diritti e doveri, ricevere una formazione minima per l’assistenza alla persona, apprendere la lingua italiana e poter dimostrare nel tempo la regolarità contributiva, la continuità dell’occupazione e l’effettivo inserimento sociale.

Anche il datore di lavoro dovrebbe essere sostenuto e responsabilizzato. Le famiglie non possono essere trattate come grandi imprese dotate di uffici amministrativi. Occorrono procedure semplificate, assistenza istituzionale, costi fiscalmente sostenibili e tempi certi.

L’integrazione, infatti, non dipende soltanto dal comportamento dello straniero. Richiede che lo Stato costruisca condizioni realistiche affinché la legalità sia concretamente praticabile.

Quando il percorso lavorativo e di integrazione riesce, la permanenza deve potersi consolidare. Quando invece il rapporto dichiarato è fittizio, il lavoratore non prende servizio, vengono violate sistematicamente le condizioni dell’ingresso o manca qualsiasi reale inserimento, lo Stato deve poter intervenire rapidamente.

È qui che si colloca la seconda componente del paradigma: la ReImmigrazione.

La ReImmigrazione non è una risposta indiscriminata contro la presenza straniera. È la conseguenza giuridica del fallimento o dell’inesistenza del percorso che aveva giustificato l’ingresso. Deve operare nel rispetto delle garanzie individuali, della vita familiare, della protezione internazionale e delle condizioni personali, ma deve anche evitare che un’autorizzazione concessa per lavoro diventi automaticamente una permanenza priva di rapporto con la finalità originaria.

Il lavoro domestico può quindi diventare il primo laboratorio di una nuova politica migratoria.

Al posto delle quote rigide, un canale permanente legato al fabbisogno. Al posto del click day, una valutazione sostanziale. Al posto di procedure che durano un anno, tempi amministrativi certi. Al posto di un ingresso privo di seguito, un percorso di integrazione verificabile. E, quando mancano le condizioni per proseguire legalmente la permanenza, un percorso ordinato di ReImmigrazione.

L’Italia non può ignorare di avere bisogno di lavoratori stranieri. Ma non deve neppure limitarsi ad aumentare periodicamente il numero delle quote senza modificare il sistema.

Il decreto flussi può essere ampliato, corretto e semplificato. Resterà tuttavia uno strumento inadeguato finché continuerà a subordinare un bisogno permanente a una finestra amministrativa occasionale.

Le famiglie non hanno bisogno di un click day.

Hanno bisogno di lavoratori affidabili, formati e regolarmente assunti. I lavoratori hanno bisogno di diritti, stabilità e regole comprensibili. Lo Stato ha bisogno di sapere chi entra, perché entra e quale percorso è chiamato a compiere.

È esattamente questa la funzione del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”: trasformare l’immigrazione da emergenza amministrativa in una politica pubblica fondata su responsabilità, verifica e reciprocità.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36, in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: https://orcid.org/0009-0004-7030-0428

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