Il Foglio ha ragione: la solidarietà senza responsabilità è populismo. Ma la responsabilità comincia dalla verifica dell’integrazione

Nell’editoriale pubblicato da Il Foglio, Claudio Cerasa (https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/04/news/vaccini-contro-le-balle-sui-migranti–403931) prova a somministrare alcuni “vaccini” contro le falsificazioni che dominano il dibattito sull’immigrazione. Il punto di partenza è condivisibile: trasformare ogni arrivo in un’invasione significa alimentare paure senza governare i fenomeni, ma presentare ogni controllo come una violazione della solidarietà significa rifiutare la realtà.

L’immigrazione non può essere affidata né ai trafficanti né alla capacità individuale di attraversare illegalmente una frontiera. Uno Stato ha il diritto e il dovere di stabilire chi possa entrare, a quali condizioni possa rimanere e quali conseguenze debbano derivare dal rigetto definitivo di una domanda di protezione o dalla perdita del titolo di soggiorno.

Il Foglio ha dunque ragione quando sostiene che la solidarietà priva di responsabilità si trasforma in una forma di populismo. È populista promettere un’accoglienza senza limiti quando sono i territori, i servizi sociali, le scuole e il mercato abitativo a sopportarne concretamente gli effetti. È populista invocare i diritti senza chiarire quali doveri debbano accompagnarli. Ed è populista adottare provvedimenti di rimpatrio sapendo che, nella maggior parte dei casi, resteranno ineseguiti.

Tuttavia, la responsabilità non può esaurirsi nel controllo delle frontiere e nell’esecuzione dei rimpatri. Tra l’ingresso e l’eventuale allontanamento esiste una fase decisiva, spesso lunga molti anni, nella quale lo Stato dovrebbe verificare se la persona stia realmente costruendo un percorso di integrazione.

È questo il passaggio ancora assente nella politica migratoria italiana ed europea. Si controllano i documenti, si rinnovano i permessi e si considera il tempo trascorso nel territorio come un elemento progressivamente sufficiente a consolidare la permanenza. Raramente, però, si misura ciò che quella persona abbia concretamente realizzato durante il soggiorno.

L’integrazione non può essere data per presunta. Deve essere valutata attraverso indicatori individuali e verificabili: lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole. Il lavoro dimostra la capacità di costruire autonomia e contribuire alla comunità; la lingua rende possibile la partecipazione sociale e il rapporto con le istituzioni; il rispetto delle regole costituisce il fondamento della convivenza.

Questa verifica deve essere periodica. Una persona può entrare con un lavoro e successivamente perderlo; può apprendere gradualmente la lingua oppure rimanere per anni in una condizione di isolamento; può costruire legami solidi con la comunità oppure restare intrappolata nella marginalità e nell’irregolarità. Il semplice decorso del tempo non consente di distinguere queste traiettorie.

Lo strumento giuridico per farlo esiste già: è l’Accordo di integrazione previsto dall’articolo 4-bis del Testo unico sull’immigrazione e disciplinato dal d.P.R. n. 179 del 2011. Oggi viene trattato prevalentemente come un adempimento burocratico iniziale. Dovrebbe invece diventare un rapporto dinamico tra lo straniero e lo Stato, sottoposto a verifiche periodiche e collegato ai rinnovi del titolo, alla stabilizzazione della permanenza e, quando necessario, all’avvio del percorso di ReImmigrazione.

La responsabilità deve essere reciproca. Lo Stato deve garantire formazione linguistica, accesso regolare al lavoro, strumenti di orientamento e possibilità reali di partecipazione. Lo straniero deve utilizzare queste opportunità e dimostrare, attraverso la propria condotta, di voler costruire un rapporto effettivo con la comunità che lo accoglie.

Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” completa così il ragionamento del Foglio. Non basta correggere le falsità sull’immigrazione e non basta riaffermare la necessità dei controlli. Occorre stabilire quali conseguenze giuridiche debbano derivare dal percorso individuale.

Chi raggiunge i parametri di integrazione deve poter rimanere e consolidare la propria posizione. Chi incontra difficoltà temporanee deve essere sostenuto. Chi rifiuta o fallisce l’integrazione entra nel percorso di ReImmigrazione. Non si tratta di una valutazione collettiva fondata sulla nazionalità, sulla religione o sull’origine, ma di una verifica individuale che riconosce ogni migrante come soggetto responsabile delle proprie scelte.

La solidarietà senza responsabilità è certamente populismo. Ma anche la responsabilità ridotta alla sola difesa delle frontiere rimane incompleta. Una politica migratoria credibile deve accompagnare l’intero percorso: selezionare gli ingressi, tutelare chi ha diritto alla protezione, sostenere l’integrazione, verificarne periodicamente i risultati e rendere effettive le decisioni quando quel percorso fallisce.

La vera alternativa non è tra accoglienza e chiusura. È tra un sistema che lascia che la permanenza si consolidi per inerzia e uno Stato capace di misurare l’integrazione, riconoscere i risultati e trarne conseguenze. La responsabilità comincia proprio da qui.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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