Negli ultimi anni il dibattito italiano sull’immigrazione ha conosciuto una successione di formule politiche molto forti: porti chiusi, blocco navale, remigrazione. Ognuna di queste espressioni ha cercato di dare una risposta semplice a una questione complessa e, soprattutto, di restituire l’idea di uno Stato capace di controllare i flussi e decidere chi può entrare e chi deve uscire.
Il punto, però, non è liquidare queste formule come mera propaganda. Sarebbe una lettura troppo superficiale. Dietro ciascuna di esse vi è stata una reale esigenza politica: rafforzare il controllo delle frontiere, ridurre gli ingressi irregolari, impedire partenze incontrollate e rendere più effettivi i rimpatri.
Il problema è che nessuna di queste formule, da sola, ha costruito un sistema completo.
I “porti chiusi” hanno concentrato l’attenzione sulla fase dello sbarco. Il blocco navale ha spostato il punto di intervento ancora più a monte, verso le partenze. La remigrazione pone oggi il tema dell’uscita dal territorio.
Sono tre momenti diversi della stessa questione.
Ciò che ancora manca è il collegamento tra questi momenti.
Ed è proprio qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” prova a offrire una risposta più strutturale.
Il primo passaggio è il pilastro della permanenza condizionata. Una politica migratoria efficace non può occuparsi soltanto di chi entra. Deve stabilire con chiarezza a quali condizioni una persona può restare e come queste condizioni debbano essere verificate nel tempo.
Questo significa superare due estremi ugualmente inefficaci: da una parte l’idea che il semplice trascorrere del tempo trasformi automaticamente la permanenza in stabilizzazione; dall’altra l’idea che basti una misura repressiva per risolvere la presenza irregolare.
La permanenza deve essere collegata a criteri concreti e verificabili.
Da qui il secondo pilastro: l’integrazione attraverso lavoro, lingua e rispetto delle regole.
Se lo Stato considera l’integrazione un obiettivo, deve anche essere capace di verificarla.
Il lavoro misura autonomia e partecipazione economica. La conoscenza della lingua italiana rende possibile una relazione effettiva con la società. Il rispetto delle regole rappresenta il presupposto minimo della convivenza.
Solo a questo punto acquista senso la ReImmigrazione.
Ed è qui che il paradigma si distingue nettamente dalla remigrazione intesa come grande operazione politica collettiva.
La ReImmigrazione, nel settimo pilastro, è un esito fisiologico del sistema: non un’emergenza, non una deportazione, non una misura eccezionale, ma la conseguenza ordinaria della perdita delle condizioni di soggiorno.
Questo cambia completamente il metodo.
La domanda non è più: quante persone rimpatriare in un determinato momento?
La domanda diventa: quali persone, sulla base di quali condizioni e attraverso quale procedimento?
È il passaggio dalla politica dell’annuncio alla politica dell’amministrazione.
Ma per fare questo serve una struttura adeguata.
Il nono pilastro, quello della Polizia dell’Immigrazione specializzata, parte proprio da questa esigenza. Non si può pretendere di governare un fenomeno complesso distribuendo competenze tra uffici diversi, spesso sovraccarichi e privi di una visione unitaria.
Servono professionalità dedicate, banche dati integrate, procedure digitali, responsabilità chiare e capacità effettiva di esecuzione.
E serve anche una regia politica.
Per questo il decimo pilastro propone un Ministero dell’Integrazione e della ReImmigrazione, capace di seguire l’intero ciclo: ingresso, soggiorno, integrazione, verifica, permanenza e ritorno.
Se guardiamo con questa lente agli ultimi anni, emerge una conclusione abbastanza chiara.
I porti chiusi hanno posto il problema degli sbarchi.
Il blocco navale ha posto il problema delle partenze.
La remigrazione pone oggi il problema dei ritorni.
Tutte questioni legittime.
Ma una politica migratoria compiuta deve tenerle insieme.
Altrimenti ogni nuova stagione politica rischia di sostituire una parola alla precedente senza intervenire sulla vera debolezza del sistema: l’assenza di una macchina amministrativa stabile capace di trasformare le decisioni in risultati.
La destra italiana ha accumulato ormai una lunga esperienza su questi temi.
È proprio per questo che oggi esiste la possibilità di compiere un salto di qualità.
Non serve abbandonare gli obiettivi di controllo.
Serve renderli tecnicamente realizzabili.
Non serve una nuova promessa più forte delle precedenti.
Serve costruire un sistema nel quale chi ha titolo per restare venga accompagnato verso una reale integrazione e chi non ha titolo venga effettivamente accompagnato verso il ritorno.
È questo il senso del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”.
La lunga stagione delle promesse migratorie può quindi diventare qualcosa di utile, se viene letta come un patrimonio di esperienza da cui partire.
Porti chiusi, blocco navale e remigrazione hanno indicato tre problemi diversi.
La sfida, oggi, è smettere di affrontarli separatamente.
E costruire finalmente una politica migratoria unica, ordinaria e capace di funzionare nel tempo.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista – Registro Trasparenza UE n. 280782895721-36
ORCID 0009-0004-7030-0428

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