Dall’Albania ai nuovi hub europei: il modello può crescere solo se la ReImmigrazione nasce da una decisione individuale

L’Italia intende portare su scala europea il modello sperimentato in Albania, proponendo la creazione di nuovi centri per i rimpatri nei Paesi terzi, finanziati e coordinati dall’Unione. La proposta non nasce nel vuoto: il nuovo quadro europeo sui rimpatri consente agli Stati membri di istituire return hub fuori dall’Unione per le persone che non hanno più diritto di soggiornarvi, purché siano rispettati i diritti fondamentali, il diritto internazionale e il principio di non-refoulement.

Il modello può dunque crescere e assumere una dimensione europea. Ma la sua legittimità e la sua efficacia dipenderanno da una condizione precisa: il trasferimento verso un centro esterno deve essere la conseguenza di una decisione individuale già compiuta, non lo strumento attraverso il quale decidere tardivamente che cosa fare della persona.

L’hub non può diventare una zona intermedia nella quale collocare chi si trova in una posizione amministrativa incerta, chi è ancora in attesa di una valutazione effettiva o chi potrebbe avere maturato elementi rilevanti per la permanenza. Deve intervenire soltanto quando sia stato definitivamente accertato che la persona non ha diritto alla protezione, non dispone di altro titolo di soggiorno, non è esposta a rischi nel Paese di destinazione e deve entrare nel percorso di ritorno.

È precisamente qui che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” può offrire al modello Albania il fondamento che ancora gli manca. La ReImmigrazione non nasce dentro un centro di trattenimento. Nasce prima, attraverso una valutazione periodica e individuale del rapporto tra lo straniero e la comunità nella quale vive.

Il sistema italiano continua invece a intervenire soprattutto nella fase terminale. Controlla i requisiti formali del permesso, attende il consolidarsi dell’irregolarità e prova infine a eseguire un rimpatrio quando sono già trascorsi anni. Nel frattempo possono essersi formati rapporti familiari, lavorativi e sociali che rendono la decisione più complessa e alimentano un contenzioso inevitabile.

La sequenza dovrebbe essere rovesciata. Durante la permanenza lo Stato deve verificare periodicamente lavoro, conoscenza della lingua e rispetto delle regole. Deve sostenere chi incontra difficoltà superabili, riconoscere il percorso di chi si integra e trarre conseguenze quando l’integrazione viene rifiutata o fallisce.

L’Accordo di integrazione previsto dall’articolo 4-bis del Testo unico sull’immigrazione può diventare lo strumento ordinario di questa verifica. Non più una formalità sottoscritta all’inizio del soggiorno, ma un rapporto giuridico dinamico, sottoposto a valutazioni successive e collegato ai rinnovi del permesso, alla stabilizzazione della permanenza e all’eventuale avvio della ReImmigrazione.

Solo al termine di questo percorso può intervenire il centro esterno. A quel punto l’hub non serve a nascondere un problema irrisolto, ma a dare esecuzione a una decisione già maturata attraverso un procedimento trasparente, individuale e garantito.

La valutazione personale è indispensabile anche perché il trasferimento in un Paese terzo non elimina gli obblighi europei. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali ha sottolineato che i return hub comportano rischi rilevanti e richiedono accordi chiari con i Paesi ospitanti, controlli indipendenti e meccanismi effettivi di tutela dei diritti.

Occorre quindi evitare due errori opposti. Il primo è rifiutare ideologicamente ogni forma di esternalizzazione, anche quando potrebbe contribuire a rendere effettive decisioni legittime. Il secondo è considerare sufficiente la costruzione di nuovi centri, come se il luogo fisico del trattenimento potesse sostituire la qualità giuridica della decisione.

Il modello Albania ha incontrato ostacoli proprio perché è stato caricato di funzioni diverse: esame delle domande di asilo, procedure accelerate, trattenimento ed esecuzione dei rimpatri. Il suo sviluppo europeo dovrebbe invece concentrarsi sulla fase finale e chiaramente definita del ritorno, evitando che gli hub diventino spazi nei quali trasferire l’incertezza amministrativa. Le strutture albanesi, peraltro, sono state utilizzate in misura limitata e hanno continuato a incontrare difficoltà giuridiche e operative.

La formula deve restare semplice: chi si integra rimane; chi rifiuta o fallisce l’integrazione entra nel percorso di ReImmigrazione. Ma quel passaggio deve derivare da una decisione individuale, motivata e sottoposta alle garanzie dell’ordinamento.

Dall’Albania ai nuovi hub europei, il modello può crescere soltanto se cambia prospettiva. Non più centri costruiti prima di sapere chi debba esservi trasferito, ma strutture poste alla fine di un sistema capace di verificare l’integrazione, decidere sulla permanenza e rendere effettive le proprie decisioni.

La ReImmigrazione non è una politica di numeri né un trasferimento collettivo. È l’esito individuale di una permanenza condizionata, valutata nel tempo e governata dal diritto.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Porti chiusi, blocco navale, remigrazione: la lunga stagione delle promesse migratorie

Negli ultimi anni il dibattito italiano sull’immigrazione ha conosciuto una successione di formule politiche molto forti: porti chiusi, blocco navale, remigrazione. Ognuna di queste espressioni ha cercato di dare una risposta semplice a una questione complessa e, soprattutto, di restituire l’idea di uno Stato capace di controllare i flussi e decidere chi può entrare e…

Deutschland braucht Einwanderung – aber Integration muss messbar werden

Deutschland steht vor einem migrationspolitischen Widerspruch, der in den kommenden Jahren immer schwerer zu ignorieren sein wird: Das Land will Sozialausgaben begrenzen und irreguläre beziehungsweise nicht erfolgreiche Migration stärker kontrollieren, ist zugleich aber aufgrund seiner demografischen und wirtschaftlichen Entwicklung auf ausländische Arbeitskräfte angewiesen. Die Debatte um das Bürgergeld zeigt diesen Widerspruch besonders deutlich. Am 11.…

Lavoro regolare e integrazione: un patto locale con imprese, agricoltura e artigianato

Il lavoro è uno dei tre indicatori centrali del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, insieme alla lingua e al rispetto delle regole. Ma il lavoro, per essere realmente uno strumento di integrazione, deve essere regolare, stabile e capace di produrre autonomia. Malalbergo e la pianura bolognese rappresentano un contesto particolarmente adatto per tradurre questo principio in…

Commenti

Lascia un commento