Cottarelli: «L’immigrazione serve». Ma l’Italia non può curare l’inverno demografico importando popolazione

Il 7 agosto 2026, Milano Finanza, affrontando il tema dell’inverno demografico italiano, ha riportato una posizione di Carlo Cottarelli sintetizzata in una formula molto chiara: l’Italia è un Paese vecchio e l’immigrazione serve.

È una tesi che appartiene ormai stabilmente al dibattito pubblico italiano. Nascono pochi bambini, aumenta l’età media, diminuisce la popolazione in età lavorativa e cresce il numero degli anziani. La conclusione sembra quasi obbligata: se mancano italiani, occorre compensare questa diminuzione attraverso l’immigrazione.

È proprio questo automatismo che dovrebbe essere messo in discussione.

Non perché l’immigrazione non possa avere un ruolo nell’economia italiana. E neppure perché sia possibile immaginare un’Italia completamente sottratta ai grandi fenomeni migratori contemporanei. Il problema è diverso: non possiamo trasformare l’immigrazione nella politica demografica della Repubblica.

Una nazione che non riesce più a generare abbastanza figli dovrebbe prima di tutto interrogarsi sulle ragioni per cui questo accade.

Perché una giovane coppia rinuncia ad avere un secondo o un terzo figlio? Perché l’accesso alla casa è diventato così difficile? Perché il lavoro precario accompagna una parte rilevante della vita adulta? Perché conciliare maternità, famiglia e occupazione continua a essere complicato? Perché tanti giovani italiani lasciano il Paese dopo che lo Stato e le loro famiglie hanno investito per anni nella loro formazione?

Sono domande molto più difficili rispetto a quella, apparentemente semplice, su quanti lavoratori stranieri occorrano per mantenere invariato il rapporto tra popolazione attiva e pensionati.

La differenza è sostanziale.

La prima strada impone di modificare politiche familiari, fiscalità, mercato del lavoro, welfare, accesso alla casa, servizi per l’infanzia e condizioni materiali della genitorialità.

La seconda consente invece di considerare la popolazione quasi come una variabile economica: diminuiscono i lavoratori italiani, se ne fanno arrivare altri dall’estero.

Ma una società non è un foglio Excel.

Il problema demografico riguarda la continuità stessa di una comunità nazionale, il rapporto tra generazioni e la capacità di una società di immaginare il proprio futuro. Ridurlo alla necessità di garantire un determinato numero di contribuenti significa confondere la sostenibilità finanziaria con la sostenibilità sociale.

C’è inoltre una contraddizione che raramente viene evidenziata.

Se l’Europa intera sta progressivamente invecchiando e numerosi Paesi sviluppati iniziano a competere per attrarre lavoratori giovani e qualificati, pensare che l’Italia possa risolvere indefinitamente la propria crisi demografica attraverso l’ingresso di popolazione straniera significa semplicemente rinviare il problema.

E soprattutto significa non curarne la causa.

L’immigrazione può essere una componente di una politica economica e del lavoro. Può rispondere a fabbisogni professionali specifici. Può portare competenze, energie e persone capaci di costruire in Italia il proprio futuro.

Ma deve essere programmata sulla base delle esigenze effettive del Paese e accompagnata da un percorso concreto di integrazione.

È esattamente qui che il paradigma Integrazione o ReImmigrazione propone di cambiare prospettiva.

Non serve domandarsi soltanto quanti immigrati debbano entrare per compensare gli italiani che non nascono. Occorre stabilire quali ingressi siano realmente necessari, favorire l’inserimento sociale e lavorativo di chi arriva e verificare nel tempo l’effettività del percorso di integrazione.

L’immigrazione deve essere governata. Non può diventare il sostituto automatico di una politica nazionale della natalità.

Per questo la diagnosi sull’invecchiamento dell’Italia può essere condivisa senza accettarne necessariamente la terapia.

Prima di chiederci quanti immigrati occorrano per sostituire la popolazione che manca, dovremmo avere il coraggio politico di porci una domanda molto più scomoda:

perché gli italiani non fanno più figli e che cosa siamo disposti a cambiare affinché possano tornare a farli?

Solo dopo viene il resto.

Perché un Paese che affronta il proprio inverno demografico esclusivamente importando popolazione non ha risolto il problema demografico.

Ha semplicemente deciso di compensarlo.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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