Uwe Boll, islamismo e diritti LGBTQ: dietro la provocazione c’è una contraddizione europea

Le dichiarazioni del regista tedesco Uwe Boll, pubblicate dopo l’attacco contro le celebrazioni del Pride di Berlino, sono volutamente estreme. Boll accusa la comunità LGBTQ e la sinistra occidentale di sostenere politicamente quegli stessi ambienti islamisti che negano radicalmente la libertà sessuale, la parità tra uomo e donna e il diritto di vivere apertamente la propria identità.

Espressa in questi termini, la sua tesi è evidentemente generalizzante. Non esiste una comunità LGBTQ politicamente uniforme, così come non esiste una sinistra europea riconducibile a un’unica posizione sull’immigrazione, sull’islam o sul fondamentalismo religioso. Boll trasforma quindi una contraddizione politica reale in una contrapposizione assoluta, nella quale intere categorie sociali vengono trattate come blocchi omogenei.

Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato liquidare le sue parole come una semplice provocazione cinematografica.

L’attacco di Berlino non è stato un episodio privo di connotazione ideologica. Secondo le autorità tedesche, gli elementi raccolti indicano la matrice del terrorismo islamista. Il responsabile, già noto per la radicalizzazione e per i suoi collegamenti con l’ambiente estremista, avrebbe deliberatamente colpito le persone riunite in occasione del Christopher Street Day, provocando una vittima e numerosi feriti. Il ministro dell’Interno tedesco ha parlato apertamente di un sospetto attentato terroristico islamista e di un’aggressione contro la società libera e aperta.

Questo dato impone una riflessione che l’Europa continua troppo spesso a evitare: l’islamismo politico e radicale non è soltanto un problema di sicurezza pubblica, ma rappresenta un progetto culturale e sociale incompatibile con alcuni principi fondamentali dell’ordinamento europeo.

Non si tratta dell’islam come religione, né della generalità dei cittadini musulmani, molti dei quali vivono, lavorano e partecipano pienamente alle nostre comunità. L’islamismo è qualcosa di diverso: è l’utilizzazione politica della religione per costruire un ordinamento nel quale la legge religiosa prevale sulla legge civile, la libertà individuale viene subordinata all’appartenenza comunitaria e i diritti delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti e delle minoranze sono tollerati soltanto finché non mettono in discussione il potere religioso.

Proprio per questo appare sempre più difficile comprendere la posizione di una parte del progressismo europeo, che considera ogni critica all’islamismo come una manifestazione di intolleranza, razzismo o discriminazione. La difesa delle persone musulmane dalle discriminazioni è doverosa. La rimozione del problema islamista è invece un grave errore politico.

La contraddizione emerge soprattutto quando gli stessi ambienti che rivendicano la centralità dei diritti LGBTQ, della libertà sessuale e dell’autodeterminazione individuale evitano di affrontare apertamente il rapporto tra tali diritti e le concezioni religiose fondamentaliste presenti in alcune comunità.

Si difendono giustamente i Pride dalle aggressioni dell’estrema destra, ma si fatica a denunciare con la stessa chiarezza l’omofobia religiosa. Si condanna, correttamente, ogni discriminazione contro i musulmani, ma si evita di discutere delle pressioni sociali esercitate contro donne, omosessuali, apostati e giovani appartenenti alle famiglie più radicalizzate. Si parla continuamente di inclusione, ma molto meno delle condizioni culturali e giuridiche necessarie affinché l’inclusione non diventi accettazione passiva di valori incompatibili con l’ordinamento costituzionale.

Il caso di Berlino dimostra che questa ambiguità non può continuare.

La libertà di religione è un diritto fondamentale, ma non comprende il diritto di imporre precetti religiosi agli altri. Il pluralismo culturale è una componente delle democrazie europee, ma non può trasformarsi nel riconoscimento di ordinamenti morali paralleli. La tutela delle minoranze è essenziale, ma non può impedire allo Stato di contrastare ideologie che negano i diritti delle altre minoranze.

Il punto, dunque, non è stabilire se Uwe Boll abbia ragione in ogni sua affermazione. Non ce l’ha quando attribuisce alla totalità della comunità LGBTQ o della sinistra una complicità consapevole con l’islamismo. Non ce l’ha quando descrive come inevitabile una futura conquista islamista dell’Europa. Si tratta di affermazioni prive di una sufficiente base empirica e costruite per esasperare il conflitto.

Ma Boll intercetta un problema reale quando denuncia l’incapacità di una parte della cultura politica occidentale di riconoscere il conflitto tra islamismo e libertà individuali.

L’Europa ha spesso trattato l’integrazione come un processo automatico. Si è ritenuto che l’accesso alla scuola, al lavoro, all’assistenza sociale e alla cittadinanza sarebbe stato sufficiente a produrre una progressiva adesione ai valori costituzionali. I fatti dimostrano che non è sempre così. Una persona può nascere o crescere in Europa, frequentare le sue scuole e beneficiare delle sue libertà senza riconoscerne pienamente i fondamenti.

L’integrazione non può quindi essere misurata soltanto attraverso il reddito, il titolo di soggiorno o gli anni di residenza. Deve comprendere anche il rispetto effettivo della dignità della donna, della libertà religiosa, della libertà di espressione, dell’uguaglianza tra le persone e del diritto di ciascuno a vivere la propria identità senza violenze o intimidazioni.

Il paradigma dell’“Integrazione o ReImmigrazione” nasce precisamente da questa constatazione. L’integrazione non può più essere semplicemente presunta: deve essere verificata nel tempo attraverso criteri oggettivi, individuali e giuridicamente controllabili. Quando tale percorso riesce, lo Stato deve riconoscerlo e consolidarlo. Quando fallisce gravemente, soprattutto in presenza di radicalizzazione, violenza o rifiuto sistematico dell’ordinamento democratico, lo Stato deve adottare le conseguenze previste dalla legge, comprese l’espulsione e il rimpatrio degli stranieri pericolosi, nel rispetto delle garanzie costituzionali, europee e internazionali.

Questa impostazione protegge anche i musulmani integrati, che sono spesso le prime vittime dell’islamismo. Protegge le donne costrette a subire controlli familiari e comunitari. Protegge i giovani che intendono emanciparsi. Protegge le persone omosessuali di origine musulmana, costrette talvolta a vivere una doppia clandestinità. Protegge infine la libertà religiosa, perché impedisce che una fede venga identificata con la sua degenerazione politica e violenta.

Dopo Berlino, la risposta non può essere né la generalizzazione contro tutti i musulmani né la negazione ideologica della matrice islamista. Entrambe le posizioni impediscono di comprendere il fenomeno.

La prima alimenta la discriminazione collettiva e indebolisce la collaborazione con le comunità integrate. La seconda espone la società a nuovi rischi e abbandona proprio le persone che sostiene di voler difendere.

Dietro la provocazione di Uwe Boll esiste dunque una contraddizione europea che non può più essere nascosta: non è possibile proclamare la difesa incondizionata dei diritti LGBTQ e, nello stesso tempo, rifiutarsi di affrontare con fermezza le ideologie religiose e politiche che quei diritti intendono cancellare.

L’Europa deve scegliere di difendere la propria libertà. Non contro una religione o contro un’intera popolazione, ma contro ogni progetto politico che pretende di subordinare la persona, la legge e la democrazia a un’ideologia totalizzante.

Avv. Fabio Loscerbo
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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