“Migranti, il no ai Centri per il rimpatrio unisce l’Italia da Nord a Sud” – opporsi ai CPR non basta, serve un’alternativa giuridica credibile

L’articolo di Avvenire (consultabile qui: https://www.avvenire.it/attualita/migranti-il-no-ai-centri-per-il-rimpatrio-unisce-litalia-da-nord-a-sud_111104) racconta la crescente opposizione di amministrazioni locali, associazioni e realtà del territorio alla realizzazione dei Centri di permanenza per il rimpatrio.

È una posizione legittima.

I CPR pongono questioni serie sul piano della dignità della persona, delle condizioni di trattenimento, dell’effettività dei rimpatri e del rapporto tra libertà personale ed esigenze di controllo dell’immigrazione. È quindi naturale che vi sia un confronto pubblico acceso.

Tuttavia, il dibattito continua a fermarsi a metà.

Dire “no ai CPR” significa contestare uno strumento.

Ma quale alternativa si propone quando una persona non ha titolo per rimanere sul territorio o quando un percorso di integrazione è definitivamente fallito?

È questa la domanda che troppo spesso rimane senza risposta.

Negli ultimi anni il confronto si è polarizzato tra chi considera i CPR indispensabili e chi ne chiede la chiusura. In mezzo, però, manca una riflessione sul modello complessivo di governo dell’immigrazione.

Se l’integrazione fosse realmente il criterio centrale della permanenza, molte situazioni di irregolarità potrebbero essere affrontate molto prima della fase del trattenimento.

Il CPR rappresenta infatti l’ultimo segmento della politica migratoria, quando tutte le fasi precedenti hanno già fallito.

Per questo il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” propone di spostare il baricentro del sistema.

Non è il CPR il fulcro della politica migratoria.

Il fulcro deve essere la costruzione di un percorso di integrazione giuridicamente verificabile. Se quel percorso riesce, il problema del rimpatrio non si pone. Se invece fallisce, la conseguenza non può essere una permanenza indefinita nell’irregolarità, ma l’attivazione di un percorso di ReImmigrazione, fondato su procedure chiare, garanzie giuridiche e cooperazione con i Paesi di origine.

In questa prospettiva, il CPR dovrebbe rappresentare una misura davvero residuale e non il principale strumento attraverso cui lo Stato cerca di rimediare al fallimento delle proprie politiche migratorie.

L’articolo di Avvenire coglie il crescente dissenso verso i CPR.

Ma il vero interrogativo è un altro.

Se non si vogliono i Centri per il rimpatrio, quale modello si propone per gestire i casi in cui l’integrazione non si realizza?

Finché questa domanda resterà senza risposta, il dibattito continuerà a contrapporre favorevoli e contrari ai CPR, senza affrontare il nodo fondamentale: costruire una politica migratoria che sappia distinguere tra chi si integra e chi, invece, deve concludere il proprio progetto migratorio attraverso un percorso di ReImmigrazione.

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