«La libertà delle donne non può essere una condizione». A Venezia emerge il vero problema dell’integrazione
Ci sono frasi che, soprattutto quando vengono pronunciate da chi ha scelto di partecipare alla vita politica italiana, non possono essere archiviate come semplici provocazioni, né liquidate come espressioni infelici estrapolate dal dibattito pubblico. Se confermate nel loro esatto contesto, le parole attribuite a Miah Rhitu, cittadina di origine bengalese già candidata alle elezioni comunali di Venezia in una lista a sostegno del candidato sindaco Andrea Martella, appartengono a questa categoria.
Secondo quanto riportato dalla stampa, intervenendo nella discussione sulla realizzazione di una moschea e sul rapporto tra integrazione e libertà religiosa, Rhitu avrebbe affermato: «Una moschea non può essere il premio per chi si comporta bene, la libertà delle donne non può essere una condizione per concedere la libertà religiosa».
È soprattutto la seconda parte della frase a meritare attenzione.
Perché la libertà delle donne non è una variabile politica che possa essere collocata su un piatto della bilancia e confrontata con la libertà religiosa. Non rappresenta una concessione della società italiana alle comunità immigrate, né una particolare sensibilità culturale occidentale alla quale possa contrapporsi, con pari dignità, una differente concezione dei rapporti tra uomo e donna. La parità, la dignità della persona e l’eguaglianza senza distinzione di sesso appartengono all’architettura costituzionale della Repubblica.
Allo stesso modo, la libertà religiosa costituisce uno dei cardini dell’ordinamento democratico. L’articolo 19 della Costituzione riconosce a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, individualmente o collettivamente, di farne propaganda e di esercitarne il culto, in pubblico o in privato, nel rispetto dei limiti stabiliti dall’ordinamento. Non esiste dunque alcuna contrapposizione necessaria tra la costruzione di un luogo di culto islamico e la Costituzione italiana, così come sarebbe profondamente sbagliato sostenere che una comunità debba preventivamente dimostrare di essere culturalmente assimilata per poter rivendicare diritti che la Costituzione riconosce alla persona.
Ma proprio per questo occorre essere altrettanto chiari sul punto opposto: la libertà religiosa si esercita dentro l’ordinamento costituzionale italiano, non accanto ad esso e certamente non al di sopra di esso.
L’articolo 3 della Costituzione proclama la pari dignità sociale e l’eguaglianza davanti alla legge senza distinzione, tra l’altro, di sesso e religione. La libertà religiosa e la parità tra uomo e donna non sono quindi principi appartenenti a due sistemi normativi concorrenti, tra i quali la Repubblica sarebbe chiamata di volta in volta a trovare un compromesso. Sono entrambi principi dell’ordinamento italiano e devono convivere all’interno della medesima cornice costituzionale.
Ed è precisamente qui che il caso veneziano assume un significato che supera enormemente la polemica sulla moschea.
Durante la campagna per le elezioni comunali di Venezia avevamo dedicato diversi articoli alla presenza di candidati provenienti dalla comunità bengalese. Avevamo sostenuto allora una posizione molto precisa: l’ingresso nella rappresentanza politica di cittadini provenienti dall’immigrazione è un fatto fisiologico in una democrazia, ma la rappresentanza politica non dovrebbe trasformarsi nella semplice proiezione istituzionale delle appartenenze etniche, nazionali o religiose.
Avevamo quindi posto una domanda: quale integrazione vogliono guidare coloro che, provenendo dall’immigrazione, entrano nelle istituzioni italiane?
La questione torna oggi con una forza ancora maggiore.
Secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa, Rhitu avrebbe posto a sua volta una domanda estremamente interessante: «Qual è l’unità di misura dell’integrazione? Quanto bisogna essere integrati per avere questa moschea?».
La prima domanda, separata dalla vicenda specifica del luogo di culto, merita una risposta seria.
È esattamente il problema che la politica migratoria italiana ha evitato per decenni.
Abbiamo parlato continuamente di integrazione senza stabilire che cosa essa significhi concretamente. Abbiamo finanziato programmi di integrazione, sottoscritto accordi, organizzato corsi, costruito strutture amministrative e utilizzato questa parola in migliaia di documenti pubblici, senza arrivare a definire un sistema capace di verificare con sufficiente precisione quando un percorso di integrazione possa considerarsi riuscito, quando presenti criticità e quando, invece, stia producendo separazione sociale e comunitaria.
Eppure un’unità di misura dell’integrazione può esistere.
Non può naturalmente consistere nell’abbandono della propria religione, delle proprie tradizioni familiari o della propria identità culturale. Integrare non significa trasformare un bengalese, un marocchino o un pakistano in una copia culturale di un italiano.
Significa però qualcosa di più della semplice permanenza sul territorio, del possesso di un contratto di lavoro o dell’assenza di condanne penali.
Significa conoscenza della lingua, autonomia economica, partecipazione alla società, relazioni che superino progressivamente il perimetro esclusivo della comunità di origine, conoscenza delle istituzioni e, soprattutto, riconoscimento sostanziale dei principi fondamentali sui quali quelle istituzioni sono costruite.
Tra questi principi esiste la parità tra uomo e donna.
Questo non significa subordinare la libertà religiosa a un esame ideologico preventivo. Significa affermare una cosa molto più semplice: l’integrazione in una democrazia costituzionale presuppone che il pluralismo si sviluppi entro un nucleo di principi comuni che nessuna appartenenza comunitaria può relativizzare.
Altrimenti non avremo costruito una società pluralista. Avremo progressivamente costruito comunità differenti che vivono nello stesso territorio, ciascuna portatrice dei propri riferimenti culturali e normativi, mentre lo Stato rinuncia progressivamente a indicare quale sia il terreno comune.
È proprio questo il rischio che il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” cerca di portare al centro del dibattito.
Il problema migratorio europeo non può essere affrontato soltanto chiedendosi quante persone entrano, quante lavorano, quante possono essere rimpatriate o quanti nuovi ingressi siano necessari all’economia. Occorre finalmente domandarsi che cosa accade dopo l’ingresso e quale società stiamo costruendo attraverso la permanenza di milioni di persone provenienti da contesti culturali, sociali e talvolta giuridici profondamente differenti.
La risposta non può essere la repressione delle differenze. Ma non può essere neppure l’indifferenza dello Stato di fronte ad esse.
Esiste uno spazio enorme tra assimilazione e multiculturalismo comunitario. È lo spazio dell’integrazione costituzionale: conservare la propria identità, professare liberamente la propria religione, costruire i propri luoghi di culto e trasmettere ai figli la propria cultura, accettando contemporaneamente che esiste un nucleo di principi comuni che appartiene alla Repubblica nella quale si è scelto di vivere.
La libertà delle donne appartiene a quel nucleo.
Per questo la discussione aperta a Venezia non riguarda soltanto una moschea e neppure soltanto Miah Rhitu.
Riguarda la domanda che l’Italia dovrà inevitabilmente affrontare nei prossimi anni: che cosa intendiamo davvero quando chiediamo a chi arriva di integrarsi?
Continuare a non rispondere significa lasciare che siano le singole comunità, con il trascorrere delle generazioni, a fornire ciascuna la propria risposta.
Ed è precisamente ciò che uno Stato consapevole della propria identità costituzionale non dovrebbe permettere.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Rispondi