Il Sudafrica ha chiuso il 27 agosto il Temporary Repatriation Processing Centre di Musina, struttura attivata il 26 giugno per affrontare una pressione migratoria eccezionale nell’area di Beitbridge. In appena due mesi il centro ha processato 48.948 cittadini stranieri: 46.744, pari al 95,5%, erano stati classificati come persone entrate al di fuori dei valichi ufficiali.
Il dato quantitativo è rilevante, ma lo è ancora di più l’architettura amministrativa utilizzata. A Musina hanno operato insieme il Department of Home Affairs, la Border Management Authority, la polizia sudafricana, i servizi sanitari e sociali e le organizzazioni umanitarie. Identificazione, verifica della posizione, assistenza, sicurezza e organizzazione del ritorno sono state quindi ricondotte a un’unica risposta coordinata dello Stato.
È questo l’aspetto che dovrebbe interessare anche l’Europa e l’Italia. L’immigrazione viene normalmente affrontata suddividendo le competenze tra ministeri, prefetture, questure, autorità di frontiera, amministrazioni locali, servizi sociali e strutture dell’accoglienza. Ciascuno governa una parte del fenomeno, mentre manca un soggetto politico-amministrativo responsabile dell’intero percorso: ingresso, permanenza, integrazione e, quando ne ricorrono i presupposti, ritorno.
Il caso sudafricano dimostra invece l’utilità di una regia unitaria. Il centro di Musina non era semplicemente un luogo destinato alle espulsioni. Era un punto di coordinamento nel quale differenti funzioni pubbliche venivano esercitate secondo una strategia comune. Il Governo ha inoltre precisato che la chiusura della struttura temporanea non determina la cessazione delle attività di deportazione e rimpatrio, che restano responsabilità dello Stato e proseguiranno nel rispetto della legislazione nazionale, degli obblighi costituzionali e degli impegni internazionali.
Questa esperienza offre uno spunto per una proposta istituzionale più ampia: un Ministero dell’Integrazione o ReImmigrazione.
Non un ministero costruito esclusivamente intorno all’accoglienza e neppure un apparato dedicato soltanto alle espulsioni. Servirebbe un centro politico capace di governare entrambe le direzioni del fenomeno migratorio. Chi possiede un titolo per rimanere deve essere inserito in un percorso verificabile di integrazione; chi non può o non intende inserirsi stabilmente, oppure si trova nelle condizioni previste dalla legge per il ritorno, deve essere accompagnato verso una politica effettiva di ReImmigrazione.
Il punto decisivo è la responsabilità. Quando le competenze sono disperse, anche il risultato diventa difficilmente misurabile. Un’amministrazione unitaria consentirebbe invece di stabilire obiettivi, raccogliere dati omogenei e verificare quanti ingressi si trasformino realmente in integrazione, quante situazioni rimangano sospese e quanti provvedimenti di ritorno vengano effettivamente eseguiti.
Musina non è un modello da importare meccanicamente. È però la dimostrazione concreta che, davanti a un fenomeno complesso, lo Stato può concentrare competenze differenti dentro una strategia unica. È precisamente ciò che manca nel dibattito italiano: non soltanto nuove norme sull’immigrazione, ma un’amministrazione che abbia la responsabilità politica dell’intero processo.
Integrazione o ReImmigrazione significa anche questo: smettere di amministrare separatamente ingresso, accoglienza, integrazione ed espulsione e cominciare a considerarli parti di una sola politica pubblica.
Fonte: South African Government News Agency (SAnews), 27 agosto 2026.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

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