La crisi di Ceuta non può essere letta come un fulmine a ciel sereno. Il Governo di Pedro Sánchez ha scelto negli ultimi mesi una linea migratoria molto precisa: una regolarizzazione straordinaria di dimensioni eccezionali, accompagnata da una comunicazione politica fortemente orientata all’apertura e all’inclusione. Il risultato amministrativo è stato enorme: al termine della procedura, il 30 giugno 2026, erano state presentate 1.174.978 domande di
regolarizzazione. Lo stesso Sánchez ha rivendicato pubblicamente quella scelta come primo pilastro del nuovo Piano di integrazione e cittadinanza.
Poche settimane dopo, tuttavia, la Spagna si è trovata davanti alla crisi di Ceuta, con circa 80.000 ingressi in due giorni e migliaia di persone rimaste sul territorio. A quasi un mese dall’inizio
dell’emergenza, Sánchez è stato costretto a convocare il Consiglio di sicurezza nazionale e a introdurre un comando unico per coordinare sicurezza, intelligence, accoglienza, rimpatri e gestione
territoriale. È difficile non vedere una contraddizione politica profonda tra le due immagini: da una parte uno Stato che comunica una disponibilità straordinaria alla regolarizzazione; dall’altra lo stesso Stato che, poche settimane dopo, deve qualificare una crisi migratoria come problema di sicurezza nazionale.
Va detto con precisione che non esiste, allo stato delle fonti disponibili, una prova che consenta di affermare un rapporto causale diretto tra la sanatoria e gli ingressi di Ceuta. Il Governo spagnolo lo nega espressamente e sottolinea che la regolarizzazione riguardava persone già presenti in Spagna prima del 1° gennaio 2026. Questo dato giuridico è vero. Ma il problema politico è diverso e non può essere liquidato con un requisito temporale scritto in un decreto. Le politiche migratorie producono infatti anche segnali, aspettative e percezioni molto oltre i destinatari formali delle norme.
Quando un Governo annuncia e realizza una regolarizzazione di oltre un milione di persone, il messaggio che arriva all’esterno non è soltanto quello tecnicamente corretto secondo cui potranno beneficiarne coloro che erano già presenti entro una certa data. Il messaggio molto più semplice che può circolare lungo le rotte migratorie è che la Spagna regolarizza chi riesce a entrare e a rimanere. Pretendere che potenziali migranti, intermediari e reti criminali interpretino una sanatoria con la precisione di un giurista amministrativista significa ignorare il modo concreto in cui funzionano i fenomeni migratori.
È qui che la scelta di Sánchez appare politicamente miope. Una regolarizzazione straordinaria può essere giustificata quando serve a far emergere persone che lavorano da anni, pagano contributi potenziali, hanno famiglie radicate e vivono già stabilmente nella società. Ma proprio perché si tratta di una misura eccezionale, dovrebbe essere accompagnata da un messaggio altrettanto netto verso l’esterno: chi è già integrato può essere regolarizzato; chi tenta successivamente l’ingresso irregolare non deve poter confidare in una nuova sanatoria futura.
Questo secondo messaggio, invece, è stato molto più debole. Sánchez ha costruito gran parte della propria narrativa sull’idea che la regolarità sia il presupposto dell’integrazione e che l’esclusione amministrativa produca vulnerabilità. È un ragionamento che contiene una parte di verità. Ma manca l’altra metà della politica migratoria: se la regolarizzazione diventa credibile e il controllo degli ingressi non lo è altrettanto, si genera un incentivo perverso. La regolarità rischia di essere percepita non come il risultato di un ingresso ordinato, bensì come la possibile conseguenza finale di un ingresso inizialmente irregolare.
La vicenda di Ceuta mostra proprio il limite di una politica costruita prevalentemente sul momento successivo all’arrivo. Solo dopo che la pressione migratoria ha raggiunto livelli eccezionali il Governo ha centralizzato il comando, rafforzato la sicurezza, accelerato i rimpatri e trasformato la questione in un problema nazionale. Sarebbe stato più coerente costruire prima un sistema nel quale apertura dei canali legali, integrazione degli stranieri già presenti, controllo della frontiera e rimpatrio di chi non ha diritto al soggiorno facessero parte della stessa strategia.
La responsabilità materiale degli ingressi di Ceuta non può
naturalmente essere attribuita alla sola politica di regolarizzazione. Il ruolo del Marocco, le dinamiche geopolitiche, la pressione sulle frontiere e l’attività delle reti di facilitazione sono fattori autonomi e decisivi. Ma proprio per questo un Governo dovrebbe evitare di aggiungere ulteriori elementi di attrazione a un sistema già esposto a fortissime pressioni.
Sánchez ha voluto presentare la sanatoria come una grande operazione di inclusione. Oggi è costretto a parlare di sicurezza nazionale, rimpatri e comando unico. Il problema non è che la Spagna abbia regolarizzato chi era realmente integrato. Il problema è aver separato quella scelta dalla costruzione simultanea di un confine credibile.
Una politica migratoria seria deve essere capace di pronunciare due frasi contemporaneamente: chi vive stabilmente nel Paese, lavora, rispetta le regole e dimostra un reale percorso di integrazione può trovare una via alla permanenza; chi entra irregolarmente senza titolo deve sapere che quella permanenza non potrà essere ottenuta
semplicemente aspettando la prossima regolarizzazione.
È la differenza tra integrazione e sanatoria permanente. Ed è precisamente la differenza che la crisi di Ceuta sta costringendo il Governo Sánchez a riscoprire nel modo più costoso possibile.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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