L’italiano ai genitori degli studenti stranieri: un tentativo serio di trasformare l’integrazione in respons abilità

La proposta avanzata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara al Meeting di Rimini merita di essere presa sul serio. L’idea di prevedere lo studio obbligatorio dell’italiano per i genitori degli studenti stranieri che incontrano difficoltà scolastiche interviene infatti su uno dei punti più delicati e più spesso elusi del dibattito sull’immigrazione: l’integrazione non può essere ridotta alla semplice presenza sul territorio, né alla sola frequenza scolastica dei figli.

Per anni si è parlato prevalentemente di inclusione. È una parola importante, ma rischia di diventare insufficiente quando viene utilizzata senza chiedere nulla in cambio a chi entra stabilmente in una comunità nazionale. La scuola può accogliere, sostenere, accompagnare, predisporre corsi di lingua e strumenti didattici. Ma se il minore torna ogni giorno in un ambiente familiare completamente separato dalla lingua italiana, incapace di dialogare con gli insegnanti e di comprendere pienamente il percorso educativo, una parte del lavoro svolto dall’istituzione scolastica rischia inevitabilmente di essere dispersa.

Da questo punto di vista, il tentativo di Valditara è condivisibile perché introduce un concetto spesso rimosso: l’integrazione comporta anche doveri. Non si tratta di chiedere l’abbandono della lingua o dell’identità di origine, né di imporre un’assimilazione culturale. Si tratta di pretendere una condizione minima e ragionevole per partecipare alla vita della società nella quale si è scelto di vivere: comprendere la lingua comune.

La conoscenza dell’italiano non è un elemento simbolico. Incide concretamente sulla possibilità di seguire il percorso scolastico dei figli, parlare con i docenti, comprendere le comunicazioni dell’istituto, accedere ai servizi sanitari, utilizzare correttamente gli uffici pubblici, orientarsi nel mercato del lavoro e conoscere diritti e obblighi. È dunque uno dei pochi indicatori dell’integrazione che possono essere valutati in termini relativamente oggettivi.

Questo non significa che qualsiasi forma di obbligo sia automaticamente corretta. La proposta dovrà essere costruita con attenzione. Se lo Stato chiede la frequenza di un percorso linguistico, deve anche garantire che quel percorso sia realmente accessibile: corsi gratuiti, orari compatibili con il lavoro, servizi territoriali sufficienti, strumenti specifici per chi presenta difficoltà di alfabetizzazione e deroghe ragionevoli nei casi di malattia, disabilità o altre condizioni oggettive.

Il principio, però, resta valido: non può essere soltanto la scuola a farsi carico dell’integrazione di una famiglia intera.

Anche il richiamo del ministro alle classi caratterizzate da una concentrazione molto elevata di alunni stranieri merita una riflessione priva di pregiudizi. Una distribuzione scolastica fortemente squilibrata può produrre effetti negativi per tutti: per gli studenti italiani, ma soprattutto per gli stessi studenti stranieri, che hanno minori occasioni di utilizzare quotidianamente l’italiano e di costruire relazioni al di fuori della propria comunità di origine.

È proprio qui che emerge la differenza tra una politica dell’accoglienza e una politica dell’integrazione. La prima si concentra sull’accesso: iscrivere il minore a scuola, assicurare il posto, predisporre il sostegno. La seconda si domanda quale sia il risultato dopo uno, tre o cinque anni. Il ragazzo parla italiano? Sta riducendo il divario scolastico? La famiglia è in grado di interagire autonomamente con le istituzioni? Il percorso educativo sta creando una reale appartenenza alla comunità?

Sono domande che non dovrebbero essere considerate discriminatorie. Al contrario, rappresentano l’unico modo per evitare che dietro la retorica dell’inclusione si consolidino comunità parallele, separate linguisticamente e socialmente dal contesto nel quale vivono.

L’obbligo linguistico ai genitori può quindi diventare uno strumento interessante all’interno di un modello più ampio. Non dovrebbe essere una misura isolata né una sanzione simbolica, ma una componente di un patto di integrazione familiare: lo Stato garantisce scuola, formazione linguistica, servizi e strumenti di inserimento; la famiglia assume l’impegno di partecipare attivamente al percorso.

Questo cambio di prospettiva sarebbe importante anche per il dibattito nazionale. L’immigrazione viene troppo spesso affrontata attraverso due estremi: da una parte chi ritiene sufficiente accogliere, dall’altra chi considera ogni difficoltà di integrazione come prova dell’impossibilità stessa dell’integrazione. La strada più seria è diversa: integrare è possibile, ma richiede regole, strumenti, responsabilità e verifiche nel tempo.

Per questo il tentativo di Valditara merita apprezzamento. Non perché ogni dettaglio della proposta sia già necessariamente corretto, ma perché rompe un tabù: riconosce che la conoscenza della lingua italiana non è un elemento accessorio del soggiorno stabile, bensì una delle condizioni fondamentali per costruire una vera partecipazione alla comunità nazionale.

Se questo principio verrà tradotto in una disciplina equilibrata, accessibile e misurabile, potrebbe rappresentare un passo significativo verso una politica migratoria più adulta: diritti per chi vive in Italia, strumenti concreti per integrarsi e responsabilità per chi decide di costruire qui il proprio futuro.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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